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	<title>Linkedin Archivi - Il Nemico</title>
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	<lastBuildDate>Thu, 14 May 2026 22:26:54 +0000</lastBuildDate>
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		<title>I post su LinkedIn sono grida di aiuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 22:26:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Linkedin]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell'inferno che ci meritiamo, parlano tutti come un post su LinkedIn.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/i-post-su-linkedin-sono-grida-di-aiuto/">I post su LinkedIn sono grida di aiuto</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Kagi Translate</strong></p>



<p><strong>X</strong>: Ho scritto un articolo furente!</p>



<p><strong>Kagi in LinkedIn Speak</strong>: I just poured my heart and soul into a raw, unfiltered piece that challenges the status quo. It’s a work in progress—much like growth itself—and I’m embracing the ambiguity. #Authenticity #Vulnerability #GrowthMindset #ThoughtLeadership</p>



<p>🚀✨</p>



<p>Ogni bravo scrittore dovrebbe saper lavorare all’uncinetto. Ogni persona rispettabile dovrebbe saperlo fare. Nessun data analyst, a memoria d’uomo, sa cosa sia l’uncinetto.</p>



<p>Perciò, quale punto di partenza per questo articolo sul lavoro e sulla scrittura, ho scelto proprio il mestiere di data analyst. In breve, questa figura raccoglie e interpreta grandi quantità di dati grezzi, trasformandoli nella materia prima che, dopo essere modellata, governerà più efficacemente sulla popolazione.</p>



<p>Gli scrittori che non sanno fare l’uncinetto, e sono sempre di più, maniaci della precisione e dell’affidabilità delle loro idee, scelgono sovente di allinearsi al mestiere del data analyst, felici di abbandonare l’intuito per adagiarsi su questa o su quella statistica per coprire, de facto, una mancanza d’idee. Da molto tempo ormai non si riesce a leggere un pensiero che non sia accompagnato da un grafico o senza che venga proposto di scaricare un manuale guida su come investire il denaro per il futuro.&nbsp;<em>“Ciao, sono Gioacchino Rossi, questa è “tecnomania”, ogni settimana osservo dei dati, li mastico, ci dormo su, e poi vi restituisco il mio parere”.</em></p>



<p>In pratica, il mestiere di scrittore, nelle sue varie forme, si è ridotto a quello di trendspotter.</p>



<p>Adesso, non so quanto mercato abbiano i data analyst, né gli scrittori, non conosco i numeri che dipingono l’attuale sistema del lavoro, non so se ci siano meno o più disoccupati rispetto a dieci anni fa, se il mercato sia in espansione o se lo sia soltanto nei settori a bassa produttività come il turismo. Non so rispondere all’urgente domanda sui limiti dell’espansione in un mondo dalle risorse finite. So poco, dunque mi affiderò all’intuito. Anche la pratica dell’uncinetto, quando eseguita con maestria, si svolge&nbsp;<em>a occhio.</em></p>



<p>Lo spirito del lavoro, con la retorica sull’efficienza e la fede cieca nel problem solving, nella proattività, nell’insonnia, nel presunto merito come unica direttiva per stabilire chi ha diritto a una vita dignitosa, attraverso quel leviatano di LinkedIn, si sta diffondendo a macchia d’olio sull’intero scibile delle nostre vite. Il brand manager di una nota azienda, che per comodità chiameremo Ivaten, ha come immagine di copertina questa frase:&nbsp;<em>“365: la mia sfida di pubblicare ogni giorno su LinkedIn per un anno”</em>. Che razza di sfida questa sia e quale senso abbia mi è del tutto ignoto. I suoi post, questo lo so, sono un’incetta di banalità, dialettica vuota e storie personali che in qualche modo sfociano inesorabilmente nella retorica lavorativa anche quando l’autore deve incastrarli a forza. La vita quotidiana diventa l’occasione di applicare le skills apprese a lavoro. Educare i figli equivale a rimproverare un dipendente poco motivato, convincerli a mangiare la pappa non è poi tanto diverso dal convincere un cliente indeciso. Il compleanno del marito o della moglie corrisponde a una festa aziendale e il regalo migliorerà&nbsp;<em>decisamente</em>&nbsp;la sua produttività in casa. Uno degli ultimi post del manager recita:&nbsp;<em>“Una mosca disegnata nel wc ha reso i bagni dell’aeroporto di Amsterdam più puliti. Sembra uno scherzo, ma è uno dei #nudge più famosi al mondo. [&#8230;] Un nudge è una piccola spinta gentile che orienta i comportamenti senza obbligare nessuno. Proprio come nella storia della mosca: nessuno obbligava gli uomini a mirare meglio, ma disegnare una mosca ne wc ha reso la scelta giusta (mirare) più naturale e facile. E mi sono chiesta: lo sto usando davvero come team leader. Come mamma e su me stessa? Forse no.”</em></p>



<p>Momo<em>&nbsp;</em>Villain, nome di fantasia, scrive sempre su LinkedIn:<em>&nbsp;“Cose che ho fatto in questi giorni di lieve febbre: rilasciato un’app android bellissima; aggiornate tutte le librerie di popacqua; per un progetto segreto, ho scaricato Duolingo e maxato i corsi di latino e inglese (mega facili, che tristezza).”</em></p>



<p>Come si fa a postare questi contenuti e credere che abbiano valore, vendendosi alla retorica della piattaforma, disinteressata com’è a connettere lavoratori e lavori, intasata di post identici, annunci di lavoro fittizi, e tanta, troppa, autodescrizione: un mondo coagulato senza spiragli e differenze.</p>



<p>Se c’è un lutto che molti stanno esperendo è quello della morte degli indolenti, quegli individui a cui non va di fare nulla che esuli dalla sussistenza minima. Durante la mia adolescenza il mondo mi sembrava pieno di splendidi negligenti, poco inclini a pensare al futuro, troppo indaffarati dalle amenità della vita per occuparsi dei grandi problemi. Quando frequentavo le scuole superiori la febbre era un’occasione per svegliarsi tardi, far morire di invidia i compagni, votarsi al nulla e masturbarsi fino allo sfinimento pensando alla ragazza procace della 4C che per errore ti aveva salutato nei corridoi. Sudato e svuotato te ne stavi a letto, felice e indifeso. Crescendo, certo, si diventa più assennati e la febbre diventa soltanto l’ennesimo strumento egoriferito utile a mostrare la propria attitudine alla produttiva. Sudati, infelici, si sta davanti al monitor a postare.</p>



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<p>LinkedIn è la piattaforma dell’amor proprio per eccellenza, il covo di quei manager che non sanno scrivere e si affidano all’intelligenza artificiale per raccontare in modo artificioso come sono arrivati un’ora prima dell’apertura in ufficio per godersi il silenzio e iniziare a programmare la giornata, fatta di task, riunioni con il personale e insalate dal basso contenuto calorico. È una cattedrale moderna in cui la luce fredda degli uffici viene filtrata dalle vetrine colorate e istoriate del nostro feed e resa sacra.</p>



<p>Tuttavia, ciò che LinkedIn mostra con evidenza è la degenerazione dei mestieri, anche di quelli più stimolanti, intendo anche quelli che potrebbe sognare una matricola di scienze umanistiche: curatore, scrittore, organizzatore di eventi, videomaker, grafico, digital marketer, direttore del reparto didattico, architetto ecc., in una vasta landa di dati da analizzare, che riduce tutti allo stato di lavoratori d’ufficio dipendenti dai monitor e da infinite distese di fogli Excel, tabelle SQL e dashboard Salesforce. Persino il mondo dello sport è stato colonizzato da analisti che parlano di xG, xGA, xA, SoT, tocchi in area avversaria. Durante l’intervallo di Manchester City &#8211; Real Madrid il commentatore intona la litania dei numeri:&nbsp;<em>“Arda Güler ha compiuto ben 16 progressive passes”</em>. «Cosa sono i progressive passes?» chiede mio padre, «quanti passaggi ha compiuto il giocatore verso la porta avversaria», «Si gioca a calcio anche tornando indietro», «Lo dicevano anche i miei compagni di squadra, ma siamo arrivati ultimi», «Quando ritorni indietro puoi guardare il campo da una prospettiva più ampia e organizzare meglio l’azione», «Vero», «E cosa significa 2,9 xG?», «Il City avrebbe potuto segnare quasi tre goal», «Ma non li ha fatti… quante stronzate raccontano, di questo mondo non ci capisco niente, sono altri i padroni!», «Non capisco nulla neanch’io, altrimenti non mi sarei dedicato all’uncinetto», «Ah-ah ricordalo sempre».</p>



<p>Vorrei parlare a mio padre dell’acronimizzazione del mondo, di quanto tutto si sia ridotto a sigla, ma non capirebbe, risponderebbe soltanto con il suo solito «Ah-ah». In fondo anche le persone più argute non vogliono capirci niente. Perché scoprire cosa significano Funnel, Tofu, Mofu e Bofu, SEM, ROI, A/B Testing, quando puoi leggere Thomas Bernhard? La forma parossistica della cultura è l’ignoranza della maggior parte delle futilità che regolano questo mondo. Gli individui più abietti affermeranno che ci si possa immergere in Bernhard e nel ROI senza rinunce. Falsità. Non si può essere grandi scrittori e nemmeno grandi lettori, non si può essere bravi comunicatori o creator o allenatori di calcio quando si ha la testa piena di queste sigle utili soltanto a superare il colloquio per una multinazionali o per lavorare alle dipendenze di Miuccia Prada. E vorrei anche parlargli di come nel periodo storico più impregnato di presunta libertà non riusciamo ad utilizzare le piattaforme per scopi diversi da quelli per cui sono nati. LinkedIn nasce per costruire relazioni lavorative, tuttavia niente impedisce agli utenti di utilizzarla per altri scopi, eppure nessuno lo fa &#8211; e quando gli utenti riescono a scardinare le logiche di un social media (jailbreaking) lo fanno soltanto per perseguire scopi altrettanto meschini. Non fatevi ingannare, su LinkedIn anche quando si parla della notte degli Oscar o del rapporto con i propri figli, della gestione delle relazioni amorose o di City-Real, lo si fa per riportare il tutto al lavoro. Il social che più di tutti si basa su quello che Girard definiva desiderio mimetico, stimolando una competizione senza limiti, facendoci ambire alle stesse posizioni lavorative, raccontate con lo stesso TOV (tono di voce) &#8211; un linguaggio piatto composto da termini standardizzati applicabili a qualsiasi contesto &#8211; è il luogo dove la viltà umana raggiunge il suo acme. Quelli che Graeber definiva Bullshit Jobs (lavori del cazzo) nel presente sono tutti i lavori, poiché il bullshit non è il più il lavoro in sé, ma l’insieme delle pratiche che ammantano senza distinzioni il sistema produttivo: dal professore all’impiegato di banca, dal poeta all’ingegnere. Anche i poeti cercano il loro TOV come i Brand Strategist. In un’allucinazione collettiva fingiamo tutti che il Re sia vestito, che davvero stabilire un tono di voce nella comunicazione abbia importanza. Si danno così tante arie su LinkedIn con il loro TOV, così uguale a quello di tutti gli altri. Ma tutti i progetti di comunicazione ben riusciti nascono da un individuo o un gruppo di persone che ha qualcosa da dire o che sa come dire che non ha nulla da dire, non da una un impiegato d’ufficio che sposa il programma “1% al giorno, diventa la versione migliore di te”. Al massimo, nel frangente in cui il progetto cresce arrivano i Social Media Manager e i Digital Marketer &#8211; con i loro noiosissimi report e i loro modelli AIDA (Attenzione, Interesse, Desiderio, Azione) &#8211; a rovinare tutto. Difatti, mentre scrivo queste parole una notifica attira la mia attenzione; l’ennesima newsletter (per professionisti che vogliono leggere il mondo tra le righe) dal titolo “<em>Il tono di voce è morto? Ecco cosa sta prendendo il suo posto</em>”, in cui, dopo una una sfilza di workshop e codici sconto, vengono introdotti i termini &#8211; come se non ne avessimo già abbastanza &#8211;&nbsp;<em>Whitelisting</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Dark Post</em>. In pratica il logo aziendale è diventato un limite, limite definito&nbsp;<em>Ad Blindness&nbsp;</em>(ancora, ancora e ancora termini), per tal motivo le aziende entrano nel pannello di controllo pubblicitario di un creator e pubblicano annunci utilizzando i suoi profili. Gli annunci sembrano così post organici dell’influencer, ottenendo spesso un engagement superiore rispetto agli annunci tradizionali del brand. E tanti saluti al TOV aziendale.</p>



<p>Questo sconforto, congiunto all’infinità serie di neologismi e inglesismi che definiscono questa o quella stronzata, fa credere che non ci sia più ossigeno in questa terra. A volte uno squarcio: qualche tempo fa il redattore di una rivista, cito testualmente da Telegram, mi disse: “<em>a volte sono sollevato quando gli articoli vanno meno bene, ricordami queste parole quando divento una persona di merda [legata ai numeri]</em>”. Dunque, esistono ancora lavori che possono sfuggire a queste dinamiche? Sì! Esistono mestieri non schiavi dei numeri e degli acronimi, ma sono pochi e vengono assegnati, non è una novità, per prossimità.</p>



<p>Avevo scelto di consacrarmi all’uncinetto in quanto antica pratica che costringe a tessere trame che tengono conto delle diverse intensità che ognuno di noi esercita, poiché, pur seguendo lo stesso pattern il risultato può cambiare: la trama può essere più o meno fitta. Attualmente non faccio parte di nessun club dell’uncinetto e dovrei imparare un bel po’ di acronimi, avere un’agenda piena di task, saper parlare fluentemente inglese &#8211; lasciando così andare quell’insensato acredine verso chi vanta la conoscenza di tre lingue, ma non riesce a comprendere pienamente un testo nella sua lingua madre -, lamentarmi dei fannulloni, giocare a tennis, leggere Domino per barcamenarmi tra le vicende storiche di ogni paese coinvolto nelle questioni geopolitiche e far colpo sui miei colleghi durante l’aperitivo fisso del venerdì, avviare una newsletter su Substack che racconti l’AI-Slop rigorosamente partendo da numeri e fatti verificabili. Dovrei diventare abominevole per riacquistare la mia umanità. Ma sono troppo distratto per tutto questo: qual è l’origine della depressione del pittore Strauch?</p>



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		<title>Il Cavaliere di LinkedIn.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 10:40:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La narrazione isterica di Linkedin ha creato una tela di autopromozione retorica dalla quale nessuno riesce più a scappare.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Il tuo amico Simone è colmo di gratitudine e orgoglio mentre annuncia l’ultimo traguardo professionale alla sua community. A valle di un testo verboso e intriso di vissuto personale dal tono edificante<strong>, costruito su un’impalcatura di frasi mille volte ruminate e altrettante volte rigurgitate</strong>, rigurgitate talmente tante volte da essersi trasformate in poltiglia semantica, punteggiato di luoghi comuni sull’importanza di anticipare i tempi e di non attendere che arrivi il momento giusto (perché il momento giusto non esiste), Simone ha scritto:<br><br><em> &#8211; Se stai leggendo le mie parole – sì, parlo proprio con te – smetti di perdere tempo e agisci.</em><br><br>Al post ha allegato una sua recente foto su una tavola da surf. A Bali, a Fuerteventura, sulla sorprendente costa marocchina, dove sia stata scattata la foto non è dato sapersi. Non serve saperlo. In un mondo che ansima per assomigliarsi sempre di più, <strong>la casa di Simone non può che essere il mondo stesso</strong>.<br><br></p>



<p>A gennaio ha pagato seimila euro per un corso di <em>personal storytelling and branding</em> tenuto dal fondatore di una start up nata, recita il sito, tra un call alle sei di mattina, una presentazione PowerPoint e una birra ghiacciata, e da quel momento non è più stato lo stesso. Ogni storia che racconta, anche la più trascurabile delle mistificazioni da bar, segue un unico canovaccio. Si apre con un grande fallimento, vero o presunto che sia (“<em>Dieci anni fa la mia prima azienda è fallita</em>”), seguito poi da tortuosità di percorso e altri piccoli fallimenti, questi sicuramente inventati (“<em>Pochi mesi dopo sono ripartito con una nuova attività, ma le cose non sono andate subito benissimo</em>”), palate di abnegazione (“<em>Eppure ogni giorno mi svegliavo con il sorriso e la voglia di mettercela tutta</em>”), ribaltamento (“<em>Oggi la mia azienda conta cinquanta dipendenti</em>”) e morale finale (“<em>Sapete cosa ho imparato da tutto questo: che la vita bla bla bla</em>”. Sì, Simone, abbiamo capito). Parlare dei propri fallimenti, ingigantirli, inventarli addirittura, è la più alta forma di autoelogio, e Simone lo ha capito a colpi di bonifici. Non è un caso se “<strong><em>Il valore immisurabile del fallimento</em></strong>” è uno dei suoi post con più condivisioni.</p>



<p><strong>Simone abusa del termine “narrativa”</strong> (che adopera al posto del, forse più corretto, “narrazione”?), e ha sviluppato una strana ossessione per gli acronimi. Ha da poco coniato il metodo SS: “Sono. Scuse”. Le due parole divise da un punto. A chi gli ha fatto notare che forse sai, potrebbe far pensare, sei sicuro, la gente si confonde, lui ha risposto che “Sono. Scuse”. Dal suo armadio sono usciti, per non fare più ritorno, i maglioni a rombi e i denim che indossava all’università. Sceglie meticolosamente cosa indossare per andare alle colazioni di lavoro, dopo essere arrivato alla conclusione che i pranzi, quelli di lavoro, siano retaggi inefficienti e pratiche da cafoni, ma forse anche i pranzi in generale sono pratiche da cafoni. Bisognerebbe solo fare un’abbondante colazione e poi cenare con un cracker.</p>



<p>Sopra la camicia a righe con le iniziali ricamate Simone indossa un gilet sherpa beige (di solito dell’inossidabile Patagonia), sotto i pantaloni grigi sbucano un paio di mefistofeliche Salomon dai ricami celesti. La sua <em>fleece vest</em> è identità e ironia, consapevolezza del ruolo e leggerezza. Lui la usa per testimoniare come, all’interno della crisalide corporate, riposi una farfalla variopinta che aspetta il sabato mattina per schiudersi e andare ad arrampicare con il suo amico di famiglia, tale Filippo detto “Filippone”, un ragazzone alto e riccio che ha mollato il lavoro da senior account manager per Deloitte per dedicarsi al boulder a tempo pieno. Simone lo ha lodato, prendendolo come esempio di anti-convenzionalità foraggiata da ricchezza ereditata, in un vecchio post dal titolo “<em>Il coraggio di rischiare</em>”. Chiudono il pacchetto un’AirPod spenta nell’orecchio destro, borraccia rigorosamente nera e brandizzata, intrappolata nella retina esterna del Borealis grigio asfalto, bicicletta da corsa rosso fuoco che lo zio scapolo ha messo a nuovo solo per lui, marmorea convinzione che il mondo gli debba qualcosa, e infine un blando europeismo valoriale che sta bene su tutto. Acqua frizzante a temperatura ambiente ordinata al ristorante: importantissimo. Niente di più o niente di meno.</p>



<p>Il vocabolario essenziale di Simone: <strong>si tratta di pochi kappa (quando deve guadagnare), stiamo parlando di troppi kappa (quando deve pagare)</strong>. E poi, la meravigliosa compagna con cui convive da poco. Di solito le fidanzate dei Simone del mondo si chiamano Elena, o tuttalpiù Eleonora, se hanno qualche chilo in più, e girano tra i mercati del sabato mattina con gli occhi assonnati e una borsa di tela di Vinokilo e con il marsupietto Uniqlo; hanno una strana passione per le canzoni di Marco Castello.<br><br>Simone è cambiato da quando lo hai conosciuto durante una vacanza studio ai tempi del liceo. All’epoca la sua unica missione era quella di mettere la lingua in bocca alla tizia tedesca con il piercing al labbro inferiore. Qualche mese fa invece ha passato una settimana con le notifiche del cellulare disattivate e ha spiegato di avere imparato questo e quest’altro. A distanza di anni ha capito il valore di quell’errore che gli mostrò come non sempre quel che vediamo sia quel che realmente è. <strong>Oggi si emoziona per il post di un imprenditore che piange per essere stato costretto a lasciare a casa dieci dipendenti</strong>. Condivide scrivendo “<em>Hai detto bene, Marco!</em>” se un middle manager qualunque parla dell’importanza di dedicare tempo alla famiglia e al figlio nascituro, mostrando la foto di una culla vuota che fa sembrare che il povero bambino sia morto. Il suo cuore sussulta a ogni “Mario Rossi ha visitato il tuo profilo”. Commenta con entusiasmo gli avanzamenti professionali della sua rete a suon di: “<em>Ben fatto! </em><em>Complimenti, Chiara!</em>” “<em>Keep up the good work!</em>” “<em>Ad maiora, Professore!</em>”.</p>



<p>Simone è appena stato insignito del titolo di cavaliere di LinkedIn, con una rete di preziosi collegamenti (<em>because your network is your net worth</em>) come scudo e uno smanicato in pile al posto dell’armatura, e un solo grande obiettivo: costruire la propria narrativa.</p>
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