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X: Ho scritto un articolo furente!
Kagi in LinkedIn Speak: I just poured my heart and soul into a raw, unfiltered piece that challenges the status quo. It’s a work in progress—much like growth itself—and I’m embracing the ambiguity. #Authenticity #Vulnerability #GrowthMindset #ThoughtLeadership
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Ogni bravo scrittore dovrebbe saper lavorare all’uncinetto. Ogni persona rispettabile dovrebbe saperlo fare. Nessun data analyst, a memoria d’uomo, sa cosa sia l’uncinetto.
Perciò, quale punto di partenza per questo articolo sul lavoro e sulla scrittura, ho scelto proprio il mestiere di data analyst. In breve, questa figura raccoglie e interpreta grandi quantità di dati grezzi, trasformandoli nella materia prima che, dopo essere modellata, governerà più efficacemente sulla popolazione.
Gli scrittori che non sanno fare l’uncinetto, e sono sempre di più, maniaci della precisione e dell’affidabilità delle loro idee, scelgono sovente di allinearsi al mestiere del data analyst, felici di abbandonare l’intuito per adagiarsi su questa o su quella statistica per coprire, de facto, una mancanza d’idee. Da molto tempo ormai non si riesce a leggere un pensiero che non sia accompagnato da un grafico o senza che venga proposto di scaricare un manuale guida su come investire il denaro per il futuro. “Ciao, sono Gioacchino Rossi, questa è “tecnomania”, ogni settimana osservo dei dati, li mastico, ci dormo su, e poi vi restituisco il mio parere”.
In pratica, il mestiere di scrittore, nelle sue varie forme, si è ridotto a quello di trendspotter.
Adesso, non so quanto mercato abbiano i data analyst, né gli scrittori, non conosco i numeri che dipingono l’attuale sistema del lavoro, non so se ci siano meno o più disoccupati rispetto a dieci anni fa, se il mercato sia in espansione o se lo sia soltanto nei settori a bassa produttività come il turismo. Non so rispondere all’urgente domanda sui limiti dell’espansione in un mondo dalle risorse finite. So poco, dunque mi affiderò all’intuito. Anche la pratica dell’uncinetto, quando eseguita con maestria, si svolge a occhio.
Lo spirito del lavoro, con la retorica sull’efficienza e la fede cieca nel problem solving, nella proattività, nell’insonnia, nel presunto merito come unica direttiva per stabilire chi ha diritto a una vita dignitosa, attraverso quel leviatano di LinkedIn, si sta diffondendo a macchia d’olio sull’intero scibile delle nostre vite. Il brand manager di una nota azienda, che per comodità chiameremo Ivaten, ha come immagine di copertina questa frase: “365: la mia sfida di pubblicare ogni giorno su LinkedIn per un anno”. Che razza di sfida questa sia e quale senso abbia mi è del tutto ignoto. I suoi post, questo lo so, sono un’incetta di banalità, dialettica vuota e storie personali che in qualche modo sfociano inesorabilmente nella retorica lavorativa anche quando l’autore deve incastrarli a forza. La vita quotidiana diventa l’occasione di applicare le skills apprese a lavoro. Educare i figli equivale a rimproverare un dipendente poco motivato, convincerli a mangiare la pappa non è poi tanto diverso dal convincere un cliente indeciso. Il compleanno del marito o della moglie corrisponde a una festa aziendale e il regalo migliorerà decisamente la sua produttività in casa. Uno degli ultimi post del manager recita: “Una mosca disegnata nel wc ha reso i bagni dell’aeroporto di Amsterdam più puliti. Sembra uno scherzo, ma è uno dei #nudge più famosi al mondo. […] Un nudge è una piccola spinta gentile che orienta i comportamenti senza obbligare nessuno. Proprio come nella storia della mosca: nessuno obbligava gli uomini a mirare meglio, ma disegnare una mosca ne wc ha reso la scelta giusta (mirare) più naturale e facile. E mi sono chiesta: lo sto usando davvero come team leader. Come mamma e su me stessa? Forse no.”
Momo Villain, nome di fantasia, scrive sempre su LinkedIn: “Cose che ho fatto in questi giorni di lieve febbre: rilasciato un’app android bellissima; aggiornate tutte le librerie di popacqua; per un progetto segreto, ho scaricato Duolingo e maxato i corsi di latino e inglese (mega facili, che tristezza).”
Come si fa a postare questi contenuti e credere che abbiano valore, vendendosi alla retorica della piattaforma, disinteressata com’è a connettere lavoratori e lavori, intasata di post identici, annunci di lavoro fittizi, e tanta, troppa, autodescrizione: un mondo coagulato senza spiragli e differenze.
Se c’è un lutto che molti stanno esperendo è quello della morte degli indolenti, quegli individui a cui non va di fare nulla che esuli dalla sussistenza minima. Durante la mia adolescenza il mondo mi sembrava pieno di splendidi negligenti, poco inclini a pensare al futuro, troppo indaffarati dalle amenità della vita per occuparsi dei grandi problemi. Quando frequentavo le scuole superiori la febbre era un’occasione per svegliarsi tardi, far morire di invidia i compagni, votarsi al nulla e masturbarsi fino allo sfinimento pensando alla ragazza procace della 4C che per errore ti aveva salutato nei corridoi. Sudato e svuotato te ne stavi a letto, felice e indifeso. Crescendo, certo, si diventa più assennati e la febbre diventa soltanto l’ennesimo strumento egoriferito utile a mostrare la propria attitudine alla produttiva. Sudati, infelici, si sta davanti al monitor a postare.
LinkedIn è la piattaforma dell’amor proprio per eccellenza, il covo di quei manager che non sanno scrivere e si affidano all’intelligenza artificiale per raccontare in modo artificioso come sono arrivati un’ora prima dell’apertura in ufficio per godersi il silenzio e iniziare a programmare la giornata, fatta di task, riunioni con il personale e insalate dal basso contenuto calorico. È una cattedrale moderna in cui la luce fredda degli uffici viene filtrata dalle vetrine colorate e istoriate del nostro feed e resa sacra.
Tuttavia, ciò che LinkedIn mostra con evidenza è la degenerazione dei mestieri, anche di quelli più stimolanti, intendo anche quelli che potrebbe sognare una matricola di scienze umanistiche: curatore, scrittore, organizzatore di eventi, videomaker, grafico, digital marketer, direttore del reparto didattico, architetto ecc., in una vasta landa di dati da analizzare, che riduce tutti allo stato di lavoratori d’ufficio dipendenti dai monitor e da infinite distese di fogli Excel, tabelle SQL e dashboard Salesforce. Persino il mondo dello sport è stato colonizzato da analisti che parlano di xG, xGA, xA, SoT, tocchi in area avversaria. Durante l’intervallo di Manchester City – Real Madrid il commentatore intona la litania dei numeri: “Arda Güler ha compiuto ben 16 progressive passes”. «Cosa sono i progressive passes?» chiede mio padre, «quanti passaggi ha compiuto il giocatore verso la porta avversaria», «Si gioca a calcio anche tornando indietro», «Lo dicevano anche i miei compagni di squadra, ma siamo arrivati ultimi», «Quando ritorni indietro puoi guardare il campo da una prospettiva più ampia e organizzare meglio l’azione», «Vero», «E cosa significa 2,9 xG?», «Il City avrebbe potuto segnare quasi tre goal», «Ma non li ha fatti… quante stronzate raccontano, di questo mondo non ci capisco niente, sono altri i padroni!», «Non capisco nulla neanch’io, altrimenti non mi sarei dedicato all’uncinetto», «Ah-ah ricordalo sempre».
Vorrei parlare a mio padre dell’acronimizzazione del mondo, di quanto tutto si sia ridotto a sigla, ma non capirebbe, risponderebbe soltanto con il suo solito «Ah-ah». In fondo anche le persone più argute non vogliono capirci niente. Perché scoprire cosa significano Funnel, Tofu, Mofu e Bofu, SEM, ROI, A/B Testing, quando puoi leggere Thomas Bernhard? La forma parossistica della cultura è l’ignoranza della maggior parte delle futilità che regolano questo mondo. Gli individui più abietti affermeranno che ci si possa immergere in Bernhard e nel ROI senza rinunce. Falsità. Non si può essere grandi scrittori e nemmeno grandi lettori, non si può essere bravi comunicatori o creator o allenatori di calcio quando si ha la testa piena di queste sigle utili soltanto a superare il colloquio per una multinazionali o per lavorare alle dipendenze di Miuccia Prada. E vorrei anche parlargli di come nel periodo storico più impregnato di presunta libertà non riusciamo ad utilizzare le piattaforme per scopi diversi da quelli per cui sono nati. LinkedIn nasce per costruire relazioni lavorative, tuttavia niente impedisce agli utenti di utilizzarla per altri scopi, eppure nessuno lo fa – e quando gli utenti riescono a scardinare le logiche di un social media (jailbreaking) lo fanno soltanto per perseguire scopi altrettanto meschini. Non fatevi ingannare, su LinkedIn anche quando si parla della notte degli Oscar o del rapporto con i propri figli, della gestione delle relazioni amorose o di City-Real, lo si fa per riportare il tutto al lavoro. Il social che più di tutti si basa su quello che Girard definiva desiderio mimetico, stimolando una competizione senza limiti, facendoci ambire alle stesse posizioni lavorative, raccontate con lo stesso TOV (tono di voce) – un linguaggio piatto composto da termini standardizzati applicabili a qualsiasi contesto – è il luogo dove la viltà umana raggiunge il suo acme. Quelli che Graeber definiva Bullshit Jobs (lavori del cazzo) nel presente sono tutti i lavori, poiché il bullshit non è il più il lavoro in sé, ma l’insieme delle pratiche che ammantano senza distinzioni il sistema produttivo: dal professore all’impiegato di banca, dal poeta all’ingegnere. Anche i poeti cercano il loro TOV come i Brand Strategist. In un’allucinazione collettiva fingiamo tutti che il Re sia vestito, che davvero stabilire un tono di voce nella comunicazione abbia importanza. Si danno così tante arie su LinkedIn con il loro TOV, così uguale a quello di tutti gli altri. Ma tutti i progetti di comunicazione ben riusciti nascono da un individuo o un gruppo di persone che ha qualcosa da dire o che sa come dire che non ha nulla da dire, non da una un impiegato d’ufficio che sposa il programma “1% al giorno, diventa la versione migliore di te”. Al massimo, nel frangente in cui il progetto cresce arrivano i Social Media Manager e i Digital Marketer – con i loro noiosissimi report e i loro modelli AIDA (Attenzione, Interesse, Desiderio, Azione) – a rovinare tutto. Difatti, mentre scrivo queste parole una notifica attira la mia attenzione; l’ennesima newsletter (per professionisti che vogliono leggere il mondo tra le righe) dal titolo “Il tono di voce è morto? Ecco cosa sta prendendo il suo posto”, in cui, dopo una una sfilza di workshop e codici sconto, vengono introdotti i termini – come se non ne avessimo già abbastanza – Whitelisting e Dark Post. In pratica il logo aziendale è diventato un limite, limite definito Ad Blindness (ancora, ancora e ancora termini), per tal motivo le aziende entrano nel pannello di controllo pubblicitario di un creator e pubblicano annunci utilizzando i suoi profili. Gli annunci sembrano così post organici dell’influencer, ottenendo spesso un engagement superiore rispetto agli annunci tradizionali del brand. E tanti saluti al TOV aziendale.
Questo sconforto, congiunto all’infinità serie di neologismi e inglesismi che definiscono questa o quella stronzata, fa credere che non ci sia più ossigeno in questa terra. A volte uno squarcio: qualche tempo fa il redattore di una rivista, cito testualmente da Telegram, mi disse: “a volte sono sollevato quando gli articoli vanno meno bene, ricordami queste parole quando divento una persona di merda [legata ai numeri]”. Dunque, esistono ancora lavori che possono sfuggire a queste dinamiche? Sì! Esistono mestieri non schiavi dei numeri e degli acronimi, ma sono pochi e vengono assegnati, non è una novità, per prossimità.
Avevo scelto di consacrarmi all’uncinetto in quanto antica pratica che costringe a tessere trame che tengono conto delle diverse intensità che ognuno di noi esercita, poiché, pur seguendo lo stesso pattern il risultato può cambiare: la trama può essere più o meno fitta. Attualmente non faccio parte di nessun club dell’uncinetto e dovrei imparare un bel po’ di acronimi, avere un’agenda piena di task, saper parlare fluentemente inglese – lasciando così andare quell’insensato acredine verso chi vanta la conoscenza di tre lingue, ma non riesce a comprendere pienamente un testo nella sua lingua madre -, lamentarmi dei fannulloni, giocare a tennis, leggere Domino per barcamenarmi tra le vicende storiche di ogni paese coinvolto nelle questioni geopolitiche e far colpo sui miei colleghi durante l’aperitivo fisso del venerdì, avviare una newsletter su Substack che racconti l’AI-Slop rigorosamente partendo da numeri e fatti verificabili. Dovrei diventare abominevole per riacquistare la mia umanità. Ma sono troppo distratto per tutto questo: qual è l’origine della depressione del pittore Strauch?