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	<title>madre Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La psicanalisi è una fanfiction sulla tua infanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 10:19:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[DSM]]></category>
		<category><![CDATA[fanfiction]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Freud ha creato la più grande fanfiction della storia. Un insieme di narrazioni bastanti a sé stesse, tautologiche quanto non passibili di falsificazione. Tramite una costruzione narrativa retroattiva (ovvero creata analizzando fatti di ieri con schemi interpretativi di oggi) Freud prende elementi sparsi della tua storia personale, ne enfatizza alcuni, ne omette altri e li riorganizza in una macro-narrazione coerente capace di spiegare tutto l’orizzonte del visibile</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Entrate in una qualsiasi libreria, superate la sezione sui romanzi cosiddetti rosa, circumnavigate i libri di cucina, lasciatevi meravigliare di trovare Erri de Luca proprio in quest’ultimo scaffale. I <em>topoi</em> urbanistici delle librerie sono parte di un gigantesco inconscio collettivo, si riproducono all’infinito mostrando spesso una disposizione simile.</p>



<p>Ovunque adesso sarete, è verosimile vi si ponga davanti un bivio. A destra lo stantio corridoio con saggistica-manuali di scienze politiche &#8211; trashate <em>new age</em> varie intervallati dai libri dei parlamentari/sindaci dalle copertine dal gusto <em>minimal</em>. A sinistra, accanto, o forse proprio davanti la sezione di psicologia. <strong>La sezione di psicologia vi attrae come un magnete</strong>, atavica risposta alla più umana delle questioni: cosa pensano gli altri? Come si muovono nelle loro storie? Esiste l’alterità o siamo tutti condannati a vivere con la sindrome del protagonista?</p>



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<p>Tra gli scaffali in compensato cominciate così a leggere i nomi di autori e autrici che han fatto la storia della disciplina: Freud, Jung, Wilhelm, Williams, Miller, Lowen, Lacan, Recalcati che parla di Lacan, Fadini che parla di Recalcati che parla di Lacan. <strong>Ben piazzati al centro ci sono loro, gli onnipresenti terapeuti da salotto televisivo, Morelli e Crepet, vere e proprie catene di montaggio tayloriste di manuali per vivere felici, anzi felicissimi.</strong></p>



<p>Ecco che però il vostro cervello limbico si attiva improvvisamente. In un attimo l’evoluzione vi porta a riconoscere un <em>pattern</em>, abilità sempre più necessaria e attuale nella società del semio-abuso. <strong>Tutti o quasi i nomi susseguenti all’interno degli scaffali possiedono qualcosa in comune</strong>. Ad un occhio superficiale si potrebbe notare un divario di genere apparentemente incolmabile: sono quasi tutti uomini.</p>



<p>La sensazione di essere arrivati lascia spazio ad un forte <em>déjà-vu</em>, come se questa spiegazione fosse in realtà sommaria, insufficiente. <strong>No, non può esser unicamente una questione di genere, dev’esserci qualcos’altro, un altro pattern, stavolta più sotteso, ermetico</strong>. I nomi scorrono un dopo l’altro. Freud, Jung, Reich, Lowen, Lacan. Sigmund, Carl Gustav, William, Alexander.</p>



<p>Le libere associazioni fluiscono oramai ineluttabili all’interno della neocorteccia. La parte più evoluta, più profondamente umana del cervello mette in ordine tutti i vostri ricordi mischiandoli e contaminandoli col senso comune delle cose. Notate una continuità storica, una linea del tempo viaggiante dalla nascita della psicoanalisi fino a giorni nostri. Il quadro si fa sempre più nitido, i nomi vengono scanditi ancora un’ultima volta prima di esclamare “eureka!”.</p>



<p>L’inconscio, la psicoanalisi, la libido, i sogni, le metafore si rifanno tutte ad un preciso frame teorico. <strong>Sono tutti terapeuti psicodinamici</strong>.</p>



<p>Vi chiedete ora com’è possibile, la vostra mente proverà a tornare congrua, ad integrare i nuovi dati nelle vostre conoscenze già consolidate. Non è possibile, probabilmente siete nevrotici o addirittura psicotici. Ve la raccontate, trovate le vie di fuga più consone e adeguate alla situazione. Del resto, negli scaffali in basso ci sono Paul Waklawick, proprio lui, scuola di Palo Alto, George Kelly, qualche manuale di <em>self help</em> dal titolo grottesco e un paio di autori della terapia strategica. Relegati negli inferi, troppo in basso per esser notati dallo sguardo baldanzoso dell’utente medio di una libreria, le quote paloaltiane riemergono talvolta dal sottosuolo con energia ctonia, come a volerci ricordare che ci sono anche loro.</p>



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<p>Il fatto che siano lì sotto può benissimo essere un caso, forse dovuto alle iniziali. W, K, lettere così distanti dalla F, dalla J., dalla M. Un simpatico scherzo della storia, una differenza puramente relegata ai cognomi e a due idiomi lontani cugini. Ma a forza di inseguire coincidenze, casualità e strane geometrie alfabetiche, <strong>forse si rischia di scivolare nel primo dei sintomi: credere che tutto abbia, in fondo, un disegno</strong>.</p>



<p>Ulteriori razionalizzazioni non vi serviranno, i meccanismi di difesa crollano uno ad uno come un domino. Non potete più raccontarvela. Oramai tremanti notate il faccione stilizzato dell’ennesima ristampa economica dell’interpretazione dei sogni. <strong>Il viennese vi fissa coi suoi occhi severi e il suo sguardo cupo. Siete in trappola.</strong> <strong>Siete appena caduti nel <em>rabbit hole</em> della psicoanalisi freudiana</strong>.</p>



<p>Vero fantasma del nostro tempo, <strong>Freud ha creato la più grande fanfiction della storia.</strong> Un insieme di narrazioni bastanti a sé stesse, tautologiche quanto non passibili di falsificazione. Tramite una costruzione narrativa retroattiva (ovvero creata analizzando fatti di ieri con schemi interpretativi di oggi) <strong>Freud prende elementi sparsi della tua storia personale, ne enfatizza alcuni, ne omette altri e li riorganizza in una macro-narrazione coerente capace di spiegare tutto l’orizzonte del visibile.</strong> Presupposti discutibili, problemi personali dello stesso autore ed una concezione epistemologica del secolo scorso fanno da sfondo a una serie di congetture e castelli mentali con l’empio compito di decodificare gli abissi più reconditi dell’animo umano.</p>



<p>La chiara stele di rosetta della vita adulta è proprio l’infanzia. Su un letto di Procuste abbastanza angusto <strong>è possibile far rientrare in un copione predefinito qualsiasi tipo di comportamento</strong>. Non importa quanto i tuoi rapporti familiari siano stati, per te, vissuti nella maniera più allegra e propositiva possibile: nella migliore delle ipotesi hai sognato di scoparti tua madre o tuo padre, di uccidere l’altro <em>caregiver </em>e, nel caso tu fossi una femmina, guardarti il clitoride con gli occhi di un reduce della grande guerra al quale hanno amputato una gamba.</p>



<p>Decisamente lillipuziano per surrogare il fallo, perpetuo <em>topos</em> della psicoanalisi. Le nuove costole di Adamo, macchiate in eterno dal peccato originale e destinate perciò a sanguinare per tutta la vita, non potranno mai possedere un pene, perlomeno a livello fantasmatico. E non importa quanto portarsi dietro un inutile affare penzolante e molliccio non sia probabilmente la maggiore velleità di una persona socializzata donna. Quel bisogno, atavico fino alle viscere, è iscritto come un suggello nell’anima o, se preferite, nel DNA.</p>



<p><strong>E poi c’è l’inconscio, eterno burattinaio della tua esistenza nonché emporio di stoccaggio delle tue pulsioni più recondite</strong>. Non ti riconosci nella coazione a ripetere? Non hai voglia di risalire la linea del tempo fino al momento del parto? Hai la convinzione terribilmente positivista che aver sognato una vacanza caraibica dopo aver litigato col padrone per le ferie di agosto non indichi in maniera chiara una segreta volontà di maternità? L’acqua? Il liquido amniotico? Il parto? Ritornare all’utero?</p>



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<p><strong>Continui a non riconoscerti in questo schema? È una resistenza. È palese.</strong> Chi ammetterebbe di sognare di fare sesso con la propria madre? È chiaro che il tuo inconscio ti sta proteggendo da un pensiero per te inaccettabile, perturbante, <em>Das Unheimliche. </em>Nega l’eterna cospirazione del tuo inconscio e finirai solo a confermarla. Se credi di non aver vissuto il complesso di Edipo è perché lo hai rimosso. Ancora, nessun trauma infantile evidente? Il trauma ha operato e continua a farlo sottotraccia, ad un livello di coscienza inaccessibile.</p>



<p>Nel panorama gotico e borghese del tardo Ottocento, la repressione sessuale e i cosiddetti “sintomi isterici” di giovani fanciulle immerse in librerie <em>kitsch</em> e sedie di velluto hanno contribuito a plasmare l’immaginario mondo “fantasmatico” <strong>fatto di mostri interiori, pulsioni sepolte e figure paterne spesso ipotrofiche, esperite in un lapsus o un atto mancato</strong>. I monumentali studi di Marie Bonaparte sul poeta gotico Edgard Allan Poe o gli stessi freudiani sulla presunta omosessualità di Leonardo da Vinci continuano, nonostante la loro natura fortemente speculativa, a plasmare il <em>modus operandi</em> dell’analisi freudiana.</p>



<p>E come ogni fanfiction anche i personaggi abitanti il mondo dell’inconscio sono stereotipici (o forse archetipici?). <strong>La madre castrante, il padre padrone, il bambino</strong> represso fanno capolino nelle narrazioni pronti a recitare battute scritte da qualcun altro, in un copione antico quanto chi lo ha applaudito per primo. Figure bidimensionali imprigionate nel loro teatro dell’assurdo dove ogni desiderio è un tabù e ogni sintomo un criptico messaggio da decifrare secondo il prontuario freudiano.</p>



<p>Definito dal turbinio di etichette, il paziente smette di essere un individuo con una sua storia biografica divenendo così un personaggio, un NPC inserito in un contesto generico e metaforico di cui solo i più zeloti adepti della IPA (International Psychoanalytical Association) possono carpirne i segreti. O perlomeno, quelli sopravvissuti alle grandi purghe dirette dallo stesso Freud. Ben pochi.</p>



<p>La presunta profondità psichica, l’onnipresente <em>iceberg</em> dell’inconscio fa capolino in tutti i manuali di psicologia insieme alla cosiddetta Seconda Topica, diviene così una questione in <em>primis</em> epistemologica.</p>



<p><strong>Quando e come ci si rende conto che l’osservato non è il dato di realtà ma il prodotto della nostra visione, degli innesti culturali e delle categorie conoscitive che utilizziamo per inferire ciò che osserviamo?</strong> Quanta di quell’osservazione è dovuta ad un reale legame col fenomeno e quanto è invece frutto di un cocktail letale di aspettative e <em>bias</em> di conferma? La storia delle civiltà umane è prima di tutto la storia dei costrutti e delle sovrastrutture, codificate poi attraverso il linguaggio e le immagini, che hanno definito e che continuano a definire oggi la patologia mentale, la nevrosi da scacco o l’investimento libidico sui piedi. Freud, complice il suo stile di vita boemo, è morto troppo presto per poter conoscere Karl Popper.</p>



<p>Sarebbe stato bello porre una semplice questione allo psicoanalista viennese. Cosa avrebbe dovuto dire o fare “l’uomo dei topi”, celebre paziente di Freud, per convincerlo che i suoi disturbi ossessivi non fossero dovuti ad una forma di erotismo anale causata dal padre?</p>



<p><strong>Nelle narrazioni autoesplicative il rischio di chiudersi in strutture a tenuta stagna è quello di piegare la realtà alla narrazione e non viceversa</strong>. Trovare escamotage retorici, speculazioni e una visione totalizzante fanno sì che, qualsiasi dato, torturato abbastanza, dirà quello che vogliamo sentirgli dire.</p>



<p>Alla fine, la psicoanalisi è forse la più riuscita delle fanfiction collettive del secolo scorso: un&#8217;epopea gotica fatta di madri spaventose, padri onnipotenti, desideri rimossi e traumi taciuti. Come in un romanzo, i suoi protagonisti sono prima di tutto icone che persone, simboli prima di individui. <strong>Più che l’inconscio, ciò che Freud ha davvero scoperto è la nostra fame inestinguibile di storie:</strong> storie che ci descrivono, che ci giustifichino, che ci illudano di mettere in ordine il caos del turbinio di emozioni, vissuti, chiavi di lettura, strumenti interpretativi, quasi esistesse davvero un cifrario universale della psiche umana.</p>



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		<title>L&#8217;ombra della madre: odio e amore intergenerazionale</title>
		<link>https://ilnemico.it/lombra-della-madre-odio-e-amore-intergenerazionale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2024 10:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Diana Sartori]]></category>
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		<category><![CDATA[Irène Némirovsky]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La visione idealizzata e semplificata della maternità ne ignora la complessità e le difficoltà reali, ne ignora l'ombra.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Esiste una branca del femminismo che si occupa in maniera specifica della differenza. Questo significa che se il femminismo adesso molto popolare &#8211; quello più accessibile a cui tutti siamo educati a prestare attenzione &#8211;<strong> si concentra soprattutto sulla parità e sull&#8217;appiattimento delle esistenti diversità sessuali, il femminismo della differenza si propone di evidenziarle ulteriormente per favorire un ambiente in cui le cose non devono essere necessariamente uguali</strong>, e dunque in un modo o nell&#8217;altro adeguarsi a criteri altri, per meritare di esistere serenamente.</p>



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<p>Nel pensiero della differenza sessuale, tra le tante cose, si presta particolare attenzione alla figura materna, identificata non solo come colei che dona la vita alla propria creatura, ma anche come punto d&#8217;inizio di un ordine simbolico molto più ampio, fondato sulla discendenza e sull&#8217;eredità della madre. In <em>Le parole per scriverlo</em> (Mimesis, 2020), la storica della filosofia Wanda Tommasi spiega che <strong>l&#8217;ordine simbolico della madre si oppone, per forza di cose, a quello patriarcale</strong>: in questo senso, la madre viene individuata come prima figura di autorità, dando modo al femminile di circolare più liberamente <strong>e ponendo fine alla svalutazione della donna e alla sua &#8221;deportazione&#8221; in un ordine simbolico tutto maschile</strong>, in cui l&#8217;idealizzazione della figura materna la erge a icona immacolata monumentale.</p>



<p>A favore dello smantellamento di questo stereotipo c&#8217;è il testo della professoressa britannica Jacqueline Rose intitolato <em>Mothers: An Essay on Love and Cruelty</em> (Faber&amp;Faber, 2018), <strong>che mette in discussione l&#8217;identificazione della figura materna nel capro espiatorio della società occidentale</strong>. Secondo Rose infatti la maternità è il posto in cui tendiamo a riporre e seppellire i nostri conflitti interiori e ciò che realmente significa essere umani. <strong>L&#8217;atteggiamento che assumiamo nei confronti delle madri è tanto nocivo quanto ingiusto: a loro si attribuisce un potere importante, troppo grande, da cui dipende la responsabilità di preservare l&#8217;innocenza, la positività e la percezione di sicurezza delle cose del mondo. </strong>Ma perché questo compito dovrebbe spettare proprio a loro? Quando la realtà delude le nostre aspettative &#8211; perché davanti a madri, che sono poi donne, nonché esseri umani fallibili come tutti gli altri non può accadere diversamente &#8211; rimaniamo di stucco, amareggiati e disgustati, in caduta libera dai castelli in aria di un falso senso di rassicurazione che può trasmettere solo una figura costruita.</p>



<p>Jacqueline Rose è stoica e realistica nell&#8217;affermare che, se riuscissimo a renderci conto di cosa concretamente facciamo quando ci aspettiamo che siano le madri a sostenere il peso di ogni cosa, <strong>potremmo ricalibrare la mole sproporzionata di responsabilità che viene loro attribuita</strong>, curando e conseguentemente prevenendo la loro lacerazione, e soprattutto quella del mondo. Anche Diana Sartori in <em>La magica forza del negativo </em>(Liguori, 2005), si esprime a riguardo, denunciando la responsabilità &#8221;salvifica&#8221; attribuita alla politica delle donne, dunque la perpetrazione di una &#8221;liturgia materna&#8221; che dovrebbe temperare e addolcire il mondo e le relazioni, <strong>cancellando così il negativo, i desideri, le passioni, le miserie, i fallimenti e tutto ciò che è lontano dalla maternità come simbolo</strong>, cioè una gioia infantile, tutta pura e innocente.</p>



<p>Se da una parte, in quello che lo psicanalista Massimo Recalcati definisce il tempo dell&#8217;evaporizzazione del padre e dello smembramento della famiglia tradizionale, l&#8217;evoluzione della figura paterna e la conseguente progressiva scomparsa del padre-padrone hanno creato per il padre un ambiente favorevole al suo mutamento, <strong>per la madre non è stato proprio così</strong>, almeno in termini di percezione collettiva. L&#8217;ideologia patriarcale &#8211; forse al tramonto &#8211; ha provato a ridurre l&#8217;essere donna all&#8217;essere madre. In questo senso, <strong>solo la donna che diventava madre poteva garantire una femminilità benefica, positiva e innocente</strong>.</p>



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<p>Al contrario, <strong>una donna non madre incarnava tutti gli aspetti presumibilmente maligni della femminilità, quali cattiveria, lussuria e peccaminosità</strong>, portando con sé lo &#8221;stigma di un&#8217;anarchia pericolosa e antisociale&#8221;. Nonostante gli sviluppi dei tempi ipermoderni, in cui la donna che decide di avere figli non è più relegata allo status del ruolo materno tradizionale, addosso alla donna sono rimasti i fantasmi delle aspettative di un passato limitante, che la vorrebbero libera ma comunque condizionata nel ruolo assolutamente salvifico e benefico della maternità.</p>



<p>Sartori sostiene che la madre vada &#8221;esorcizzata&#8221; dal bene, e che &#8221;la bontà del riferimento alla madre non dipende per l&#8217;essenziale dalla bontà materna&#8221;. Questo significa che anche se il riferimento alla madre è fonte di positività, <strong>aspettarsi che dalla maternità possa venir fuori solo luce non è realistico, è anzi crudele nei confronti della donna che assume il ruolo</strong>. Così va messo in atto uno sradicamento, che separa il riferimento alla madre dalla bontà materna data per scontata, e che consente di tenere in considerazione &#8211; senza giudizi &#8211; anche il <em>negativo</em> che pullula in quel mezzo, e ciò che di una madre si tende ad ignorare o disprezzare, nonché la sua ombra.</p>



<p>Il tema dell&#8217;ombra materna è molto ricorrente. Recalcati in <em>Le mani della madre</em> (Feltrinelli, 2015) ricorda <strong>l&#8217;episodio biblico di Salomone</strong>. Egli fu chiamato in causa perché due donne avevano partorito nello stesso frangente di tempo, e uno dei due neonati era morto soffocato durante la notte. Così, entrambe accecate da questa terribile tragedia, dichiaravano che il figlio ancora in vita fosse il &#8221;proprio&#8221;. Nell&#8217;episodio emergono luce e ombra materna: da una parte la madre ossessionata dal proprio figlio come oggetto di proprietà, incapace di cedere nulla, <strong>e dall&#8217;altra la &#8221;madre del dono&#8221;</strong>, quella che comprende l&#8217;importanza della propria assenza ed è disposta a creare distanza tra sé e la propria creatura per il suo bene. Per stabilire l&#8217;identità della vera madre, Salomone propone di dividere in due con una spada il figlio ancora in vita, così da stabilire una sentenza equa per entrambe. Di fronte alla possibilità di morte del neonato vivo, la madre reale, la portatrice di luce, <strong>si dimostra disposta a rinunciare al figlio pur di salvare la sua vita.</strong> Al contrario, la seconda donna, colei che rappresenta l&#8217;ombra della madre, rimane ferma sul suo punto, condizionata dal suo bisogno di possedere, e sarebbe disposta a sacrificare la vita del neonato pur di averne tra le mani anche solo una parte. Secondo Recalcati, ogni donna può spostarsi sullo spettro della maternità e raggiungere un picco di luce e un picco di ombra, come nel caso della storia delle madri e di Salomone.</p>



<p>Un altro esempio di oscuro materno &#8221;inassimilabile e intrattabile&#8221;, anche se in maniera abbastanza imparziale, lo si trova nella scrittura di<strong> Irène Némirovsky</strong>, ripresa e analizzata da Wanda Tommasi. La madre di Irène, con cui l&#8217;autrice aveva un rapporto più che conflittuale, è rappresentata dalla figlia in chiave negativa: arida d&#8217;affetto, ossessionata dal denaro e dagli amanti, preoccupata solo del proprio aspetto, <strong>una vera madre mostruosa</strong>. Quando scrive <em>Il ballo </em>(Adelphi, 2005), con uno stile sempre virile e pungente, Némirovsky mette in scena il corpo a corpo tormentato tra lei e l&#8217;oscuro materno: Rosine Kampf, madre di una famiglia ebrea che mira a farsi accettare dalla società parigina, decide di dare un ballo a cui invita tutte le conoscenze più note della città. La figlia quattordicenne, Antoinette, vorrebbe partecipare ma non le è concesso perché troppo piccola. A lei, accecata da un odio viscerale per la madre, viene affidato il compito di spedire gli inviti, cosa che non farà, distruggendoli. Così nessuno arriva, e la figlia gode per aver messo in atto la vendetta nei confronti della madre. Se da una parte la madre ha &#8221;voglia di vivere, di esibire la sua bellezza, di entrare nella buona società&#8221; e non ha intenzione di &#8221;avere tra i piedi una figlia da marito&#8221;, dall&#8217;altra la figlia si lascia consumare dall&#8217;invidia e dall&#8217;odio per la madre, mettendo in atto un siparietto patetico, comprensibile ma non giustificabile, che riflette le cattive abitudini materne.</p>



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<p><br><br>Quando parliamo di madre mostruosa è impossibile non citare il delirio della <strong>Medea di Euripide</strong>, di cui sia Recalcati che Rose parlano dettagliatamente. La tragedia narra la vicenda di una donna che non riesce a sopportare il dolore del tradimento del proprio uomo, tanto da decidere di uccidere i figli, la propria discendenza. Il delirio di Medea è scatenato dalla ferita per l&#8217;abbandono, e ci ricorda che &#8221;quando [una donna] viene offesa nel suo letto, non c&#8217;è altra mente che sia più sanguinaria&#8221;. Medea incarna la donna sradicata dalla sua terra, straniera, una &#8221;caratteristica oscura che investe la maternità in quanto tale&#8221;, <strong>poiché l&#8217;atto lucente di dare la vita può digredire nel suo opposto di ombra, quindi nella distruzione e, nei casi più estremi, nell&#8217;omicidio</strong>. Patologizzare Medea sarebbe semplice, afferma Jacqueline Rose. Tuttavia, secondo la professoressa britannica, la follia della barbara straniera non è che la conseguenza di un modo di pensare perduto nel nostro tempo in cui dalla maternità non ci si aspetta purezza e cecità davanti alla violenza del mondo.</p>



<p>Da ricordare anche gli esempi cinematografici di oscuro materno: <em>The Piano Teacher</em> (2001), <em>Ma mère</em> (2004), <em>Black Swan </em>(2009), <em>Moonlight </em>(2016), <em>Ladybird</em> (2017), <em>Everything Everywhere All at Once</em> (2022), sono solo alcuni dei capolavori che contengono rappresentazioni dell&#8217;ombra della madre, <strong>di donne complesse e acutamente stratificate, che pur essendo pericolose mine vaganti, restano esseri umani, a volte apparentemente difficili da umanizzare</strong>. Ma umanizzare non significa giustificare. E riconoscere l&#8217;oscurità dei loro caratteri non significa sempre sentenziare, trovare per loro la condanna più adatta, anzi: il più delle volte decostruire il ruolo materno spiana la strada verso un arco di redenzione che può rivelarsi assolutamente necessario per raggiungere un qualche grado di liberazione anche personale.</p>



<p>Diana Sartori scrisse che inchiodare una madre al suo bene o al suo male è una dannazione. Li<strong>berando la madre dalle catene delle aspettative salvifiche del suo ruolo si altera il ritmo e l&#8217;autenticità della discendenza</strong>. Accogliere questa alterazione significa avere a che fare con il corpo a corpo, con l&#8217;eterno tormento dell&#8217;ombra materna. <strong>Significa riconoscere nella madre lo status di essere umano anziché di icona mariana infallibile</strong>. Sulla scia dell&#8217;elaborazione di Sartori, è bene chiudere con un interrogativo, al quale la professoressa si risponde riprendendo le parole dello psicanalista Donald Winnicott: &#8221;Ma senza una madre buona non saremmo perduti? Chissà, forse basta una madre solo sufficientemente buona&#8221;.</p>



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