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	<title>Modernità Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2025 11:40:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla pubblicazione suo "Illuminismo Oscuro", i pensieri di Nick Land sembrano ormai usciti allo scoperto, e invece di dirigere in modo solo sotterraneo l'agenda della destra reazionaria americana, sono ormai sempre più sovrapponibili all'attualità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/">Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Una storia di codici incrociati</em></strong></p>



<p>(Capitolo estratto dal libro di Nick Land, &#8220;Illuminismo oscuro&#8221;, GOG Edizioni, 2019)</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f648c47d677af9afd98d1db573a68108"><br>La democrazia è l’opposto della libertà, pressoché innata al processo democratico è la tendenza a una minore libertà invece che a una maggiore, e la democrazia non è qualcosa da aggiustare. La democrazia è intrinsecamente guasta, come il socialismo. L’unico modo di ripararla è romperla. — Frank Karsten</p>



<p class="has-vivid-purple-color has-luminous-vivid-amber-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f14fa872d436bca736b0c6dc0fe0ae06"><br>Lo storico della scienza Doug Fosnow ha invocato una secessione delle contee rosse degli USA da quelle blu, a formare una nuova federazione. La platea ha accolto l’idea con molto scetticismo, notando come la federazione rossa praticamente non avrebbe avuto sbocco sul mare. Doug pensava davvero che una simile secessione fosse possibile? No, ha ammesso allegramente, ma qualsiasi cosa sarebbe meglio di una guerra razziale che lui ritiene probabile, ed è dovere degli intellettuali inventarsi una qualche possibilità meno orribile. — John Derbyshire</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-87ddc9dbc39c9fe386c89943be5601c7"><br>Quindi piuttosto che di una riforma dall’alto verso il basso, alle attuali condizioni la strategia deve essere quella di una rivoluzione dal basso verso l’alto. In prima istanza, la realizzazione di questa intuizione sembrerebbe rendere impossibile il compito di una rivoluzione sociale liberal-libertaria: non è forse implicito che bisogna persuadere la maggioranza del pubblico a votare per l’abolizione della democrazia e porre fine a tassazioni e legislazioni? E non è questa una pura fantasia, dato che le masse sono sempre ottuse e indolenti, e dato che la democrazia, come appena detto, promuove la degenerazione morale e intellettuale? Come si può pretendere che la maggioranza di un popolo sempre più degenerato e abituato al diritto di voto rinunci volontariamente all’opportunità di saccheggiare la proprietà altrui? Messa così, si deve ammettere che la prospettiva di una rivoluzione sociale deve essere considerata praticamente nulla. Piuttosto, è solo in seconda istanza, considerando la secessione come parte integrante di qualsiasi strategia dal basso verso l’alto, che il compito di una rivoluzione liberal-libertaria appare meno che impossibile, anche se rimane scoraggiante. — Hans-Hermann Hoppe</p>



<p><br>Concepita in via generale, la modernità è una condizione sociale definita da una tendenza di base, che possiamo riassumere nei tassi di crescita economica sostenuti che eccedono gli incrementi della popolazione, e segnano così una fuga dalla storia normale, ingabbiata nella trappola malthusiana. </p>



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<p>Quando, nell’interesse di una valutazione spassionata, l’analisi è limitata nei termini di questo modello quantitativo essenziale, essa sostiene la sottodivisione nelle componenti di crescita positive e negative della tendenza: <strong>da un lato, i contributi tecnico-industriali (scientifici e commerciali) all’accelerazione dello sviluppo, e, dall’altro, le contro-tendenze sociopolitiche verso l’acquisizione del prodotto economico per via di interessi speciali di rendita potenziati in via democratica (demosclerosi).</strong> Quel che il liberalismo classico dà (rivoluzione industriale), il liberalismo maturo lo toglie (per via del parassitario assistenzialismo di Stato). In termini di geometria astratta, descrive una curva a S autolimitante fuori controllo.</p>



<p><br>Concepita in via particolare, come singolarità, o cosa reale, la modernità ha delle <strong>caratteristiche etno-geografiche</strong> che complicano e qualificano la sua purezza matematica. Veniva da qualche altra parte, si è imposta con maggiore ampiezza e ha condotto i vari popoli del mondo entro una <strong>varietà straordinaria di nuove relazioni</strong>. Queste relazioni erano tipicamente moderne se comportavano uno straripamento dei precedenti limiti malthusiani, consentendo l’accumulazione di capitale e avviando nuove tendenze demografiche, ma mettevano insieme gruppi concreti piuttosto che funzioni economiche astratte. </p>



<p>Quantomeno in apparenza, quindi, la modernità era qualcosa <strong>fatta da gente di un certo tipo con (e non di rado a – o anche contro) altre persone, visibilmente diverse da loro</strong>. Nel momento in cui vacillava sul declivio della curva a S, a inizio Novecento, <strong>la resistenza ai suoi tratti generici (alienazione capitalistica) era diventata quasi del tutto indistinguibile dall’opposizione alla sua particolarità (imperialismo europeo e supremazia bianca)</strong>. Come conseguenza inevitabile, l’autoconsapevolezza modernista del nucleo etno-geografico del sistema è scivolata verso il panico razziale, in un processo che è stato arrestato solo dall’ascesa e dall’immolazione del Terzo Reich.</p>



<p><br>Data la<strong> tendenza intrinseca della modernità a degenerare o auto-cancellarsi</strong>, si aprono<strong> tre ampie prospettive.</strong> Che non sono strettamente esclusive, e quindi non si tratta di vere alternative, ma a scopi schematici è utile presentarle come tali.</p>



<p><br><strong>(1) Modernità 2.0.</strong> La modernizzazione globale è rinvigorita da un<strong> nuovo nucleo etno-geografico</strong>, liberato dalle strutture degenerate del suo predecessore eurocentrico, ma senza dubbio costretto a confrontarsi con tendenze di lunga durata di carattere altrettanto mortuario. Questo è di gran lunga lo scenario più incoraggiante e plausibile (da una prospettiva filomodernista) e se <strong>la Cina </strong>rimane anche solo approssimativamente sul suo sentiero attuale esso sarà di sicuro realizzato. (L’India, purtroppo, sembra essere andata troppo oltre nella sua versione autoctona della demosclerosi per poter competere sul serio).</p>



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<p><br><strong>(2) Postmodernità</strong>. Considerando essenzialmente una <strong>nuova era oscura</strong>, in cui i limiti malthusiani si impongono di nuovo e in maniera brutale, questo scenario presume che la Modernità 1.0 abbia globalizzato radicalmente la proprio morbilità e che<strong> l’intero futuro del mondo collasserà</strong> su questo punto. È quel che succederà<strong> nel caso vinca la Cattedrale</strong><sup data-fn="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a" class="fn"><a id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">1</a></sup>.</p>



<p><br><strong>(3) Rinascimento dell’Occidente</strong>. Per rinascere è prima necessario morire, quindi più duro sarà il riavvio forzato e meglio sarà. Crisi e disintegrazione globali offrono le migliori probabilità (più realisticamente come sotto-tema all’opzione n. 1).</p>



<p><br>Siccome la concorrenza fa bene, <strong>un pizzico di Rinascimento dell’Occidente renderebbe il tutto più vivace</strong>, anche se – come è più probabile –<strong> l’autostrada principale per il futuro sarà la Modernità 2.0.</strong> Questo dipende dall’eventualità che l’Occidente riesca a fermare e rovesciare quasi tutto quel che è stato fatto nell’ultimo secolo, a parte le innovazioni scientifiche, tecnologiche e d’impresa. È consigliabile mantenere la disciplina retorica entro modalità strettamente ipotetiche, perché la possibilità di ognuna di queste cose è a tinte vivacemente incredibili:</p>



<p><br>(1) Sostituzione della democrazia rappresentativa con il <strong>repubblicanesimo costituzionale</strong> (o meccanismi governativi anti-politici ancora più estremi).</p>



<p><br>(2) <strong>Massiccio ridimensionamento del governo</strong> e suo rigoroso confinamento alle funzioni principali (al massimo).</p>



<p><br>(3) <strong>Ripristino della moneta forte</strong> (in metallo prezioso e certificati aurei) e <strong>abolizione delle banche centrali.</strong></p>



<p><br>(4) <strong>Smantellamento della discrezionalità monetaria e fiscale statale</strong>, quindi abolizione di fatto della macroeconomia e liberazione dell’economia autonoma (o catallattica) (questo punto è ridondante giacché segue rigorosamente dal 2 e dal 3, ma è il vero obiettivo quindi vale la pena sottolinearlo).<br>C’è di più – o meglio, c’è <strong>meno politica</strong> – ma è già assolutamente chiaro che nulla di tutto ciò si verificherà a meno di <strong>un esistenziale cataclisma di civiltà</strong>. Chiedere ai politici di limitare i propri poteri è inutile, ma non c’è niente che sta andando anche solo remotamente nella giusta direzione. Questo, comunque, non è nemmeno il più ampio o il più profondo dei problemi.</p>



<p><br>La democrazia potrebbe anche cominciare come meccanismo procedurale, difendibile per limitare il potere governativo, <strong>ma si sviluppa velocemente e inesorabilmente in qualcosa di abbastanza diverso: una cultura del furto sistematico</strong>. Non appena i politici hanno imparato a comprare il sostegno politico con i fondi pubblici e hanno spinto gli elettori ad abbracciare saccheggi e corruzione, il processo democratico si riduce alla formazione di quelle che Mancur Olson chiama coalizioni distributive – maggioranze elettorali <strong>messe assieme dal comune interesse per un modello di furto collettivamente vantaggioso</strong>. Ancor peggio, giacché la gente è in media poco brillante, la scala di predazione disponibile all’establishment politico eccede di gran lunga il folle saccheggio che si spalanca al controllo pubblico. Saccheggiare il futuro, attraverso l’indebolimento della valuta, l’accumulazione del debito, la distruzione della crescita e il ritardo tecnico-industriale è assai facile da occultare, e quindi <strong>affidabilmente popolare</strong>. La democrazia è essenzialmente tragica perché fornisce al popolino un’arma con cui distruggersi, un’arma che è sempre maneggiata e adoperata volentieri. Nessuno dice mai di no quando la roba è gratis. E quasi nessuno vede che non esiste roba gratis. La totale rovina culturale ne è la conclusione necessaria.</p>



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<p><br>Nella fase finale della Modernità 1.0, <strong>la storia americana diventa la narrazione maestra per il mondo</strong>. È lì che il grande vettore culturale abramitico culmina nel <strong>neo-puritanesimo secolarizzato della Cattedrale</strong>, in quanto fonda la Nuova Gerusalemme a Washington DC. L’apparato degli intenti messianico-rivoluzionari si consolida nello Stato evangelico, il quale è autorizzato con ogni mezzo necessario a instaurare un nuovo ordine mondiale di fraternità universale nel nome dell’eguaglianza, dei diritti umani, della giustizia sociale e – soprattutto – della democrazia. <strong>L’assoluta fiducia morale della Cattedrale</strong> <strong>sottoscrive la ricerca entusiasta di uno smodato potere centralizzato</strong>, ottimamente illimitato nella sua intensa penetrazione e nella sua vasta portata.</p>



<p><br>Con un’ironia ignota alla stessa progenie dei cacciatori di streghe, <strong>l’ascesa a vette precedentemente mai raggiunte di potere politico di questa coorte strabica di tetri fanatici moralisti coincide con la discesa della democrazia di massa a profondità di avida corruzione mai immaginate prima</strong>. Ogni cinque anni l’America ruba se stessa da se stessa, e si rinchiude da sola in cambio di sostegno politico. Questa cosa della democrazia è facile – voti soltanto il tipo che ti promette più cose. Qualsiasi idiota potrebbe riuscirsi. <strong>Gli idioti le piacciono veramente</strong>, li tratta con apparente gentilezza e fa di tutto per sfornarne di più.</p>



<p><br>L’inarrestabile tendenza della democrazia alla degenerazione presenta un motivo implicito di reazione. Dal momento che ogni soglia importante del progresso socio-politico ha condotto la civiltà occidentale verso la totale rovina, ricostruirne i passi suggerisce di <strong>tornare indietro da una società del saccheggio a un ordine più antico di fiducia in se stessi, industria e scambio onesti, apprendimento pre-propagandistico e auto-organizzazione civica</strong>. Le attrattive di questa visione reazionaria sono evidenziate dalla popolarità della moda, dei simboli e dei documenti costituzionali del Settecento tra la sostanziale minoranza (Tea Party) che vede chiaramente il corso disastroso della storia politica americana.</p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">La Cattedrale è un’espressione ricorrente nel lessico dei neoreazionari. Per loro è la sede del vero potere politico degli Stati Uniti, è una meta-istituzione, un complesso mediatico-accademico-giornalistico composto da Università come Harvard, alte scuole della Ivy League, stampa e media mainstream e occupato, secondo Moldbug, da una classe sociale di “bramini del politicamente corretto”, di cui il termine Cattedrale è quasi un sinonimo, che vive e lavora per predicare i valori democratici, universalisti e progressisti alle masse, per imporre le idee accettabili e detenere il monopolio della verità storica. Yarvin adotta il termine Cattedrale perché a suo dire il progressismo è una sorta di religione, gestita da un’élite culturale di sinistra, ma in parte anche repubblicana, che non consentirebbe ai neoreazionari di esprimere le loro opinioni e perciò di “uscire” dalla democrazia. <a href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/">Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>No Fun</title>
		<link>https://ilnemico.it/no-fun/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2024 10:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
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		<category><![CDATA[Iperdispositivi]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Entertainment]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Masci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La modernità è essenzialmente culturale. Ma la cultura in cui si muove è una "cultura assoluta", ovvero una macchina che ri-produce avvenimenti o immagini autoreferenziali, che a loro volta formano quell’unico ambiente in cui gli individui sono in grado di conoscersi e riconoscersi. Questo processo sostituisce un mondo di immagini e avvenimenti a una realtà potenzialmente conflittuale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/no-fun/">No Fun</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-53f7bf4fe889a164e9e4e9c7f044ba38">L&#8217;articolo &#8220;No Fun&#8221;, di Francesco Masci, è uscito sulla rivista &#8220;Electra&#8221;, n° 21, 2023, tradotto e ripubblicato qui per gentile concessione della rivista. (<a href="https://electramagazine.com">https://electramagazine.com</a> <a href="https://www.instagram.com/electra.magazine/">https://www.instagram.com/electra.magazine/</a>). Revisione di Giulia Prada. </p>



<p class="has-text-align-right"><strong>«È più bello, come fa Platone, attenersi alle negazioni. »</strong><br>— Proclo, <em>Commento al Parmenide</em>, 1108, 19</p>



<p>Nella società contemporanea dilaga uno stato di paranoia diffusa e a bassa intensità. Dietro il kitsch di un edonismo ostentato giorno e notte, senza tregua, su tutti i media esistenti, si cela un’angoscia esistenziale a malapena soffocata da un soggetto che, già instabile per natura, si trova ora di fronte a un’alternativa poco allettante: frammentarsi o sacrificare il proprio principio di individuazione.<strong> Il soggetto moderno, infatti, non è che la conseguenza secondaria di un flusso immaginario</strong>. Originariamente sostenuto dalla promessa, ormai mondana, di un mondo finalmente pacificato, <strong>questo flusso ininterrotto di immagini è diventato un lungo concatenamento di nulla</strong>. Alimentato da un ciclo ricorsivo di promesse e delusioni, che ho chiamato <strong><em>cultura assoluta</em></strong>, questo flusso di immagini è stato, insieme alla <strong>tecnica</strong>, la principale forza organizzatrice della società moderna. Destinata alla più radicale contingenza, la modernità ha avuto bisogno della flessibilità delle immagini per garantirsi una sorta di precaria stabilità nel dinamismo della sua continua evoluzione.</p>



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<p><strong><br>L’<em>entertainment</em></strong>, in quanto stadio più avanzato della cultura assoluta ma anche suo superamento, designa la situazione storica attuale, <strong>in cui il godimento del nulla è diventato l’unica realtà per un soggetto che, sottoposto alla precarietà cronica della rappresentazione di sé, sta precipitando in una condizione di incertezza esistenziale e di paranoia</strong>. Questo godimento del nulla a cui l’individuo è costretto sotto il regime dell’<em>entertainment</em> non ha nulla a che vedere con il piacere o il dispiacere personale; è conseguenza di una necessità ontologica, non la causa di una contingenza esistenziale. <strong>Nessuno si diverte davvero nell’<em>entertainment</em></strong>; l’unico divertimento permesso è quello che obbliga il soggetto a divertire costantemente da sé stesso (qui la parola ritrova il suo significato originario) e a subire i cambiamenti compulsivi delle proprie rappresentazioni nello spazio pubblico.</p>



<p><br>L’<em>entertainment</em> non è un momento parziale nell’organizzazione delle relazioni sociali; è l’affermazione piena di una verità che non si fonda più sull’essere, <strong>ma sulla presenza totalizzante del nulla</strong>. In questo è simile al «principio delle cose che sono» di Anassimandro, l’<em>apeiron</em> (ἄπειρον), l’Illimitato, un principio di produzione ma soprattutto di annientamento delle cose e degli eventi: «ciò da cui proviene la generazione per le cose che sono è anche ciò verso cui ritornano per effetto della corruzione, questo secondo necessità» (<em>framm.</em> D.K. 12 B.1). <strong>L’<em>entertainment</em> è l’origine e la fine di tutte le finzioni che organizzano la società moderna</strong>; la negazione del mondo è il suo momento centrale, poiché può sussistere solo nel vuoto creato da <strong>una temporalità in cui ciò che deve accadere prevale sul presente e sul passato.</strong></p>



<p><br>Per comprendere la natura di questo paradosso – un mondo saturato di immagini dove non si vede più nulla o, meglio, dove non si vede altro che il nulla –<strong> è tuttavia necessario sottrarsi alla critica, perché «dalla critica scaturisce ipocrisia</strong>» (Reinhart Koselleck). Non bisogna quindi confondere l’<em>entertainment</em> né con lo spettacolo (Guy Debord), né con l’industria culturale (Adorno/Horkheimer). L’<em>entertainment</em> non è una relazione sociale mediata dalle immagini, né è il risultato di una produzione in serie e standardizzata di merci che, partecipando alla reificazione della cultura, precipita l’alienazione capitalistica del soggetto autonomo e la sua trasformazione in consumatore passivo.</p>



<p><br>L’<em>entertainment</em> non è <strong>l’altra faccia del lavoro</strong> che, in una società desacralizzata e complessa, si oppone ormai alla disoccupazione. Non è nemmeno, in una prospettiva più astratta, <strong>il tempo libero</strong>, quel rilassamento provvisorio e intermittente del tempo faticoso e lineare della produzione a cui sembrano incatenati gli individui moderni. <strong>Esso è un’entità unica e autonoma, che precede sia il lavoro sia il riposo, i tempi morti dell’inattività e i tempi pieni della produzione</strong>. Principio sovrano da cui derivano tutti gli eventi della società ma nel quale questi sono destinati a dissolversi, l’<em>entertainment</em> <strong>segna il trionfo ma anche l’<em>impasse</em> di un movimento di negazione del reale</strong> che ha avuto inizio con Platone e che ha conosciuto, con la modernità, un vero e proprio processo di accelerazione.</p>



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<p><br>Sin dal parricidio teorico compiuto da Platone contro Parmenide, operazione che ha introdotto il nulla nell’essere, tutta la storia occidentale è stata attraversata dalla stessa <strong>passione per la negazione</strong>. La realtà ha perso la propria ragion d’essere: non è altro che una brutta copia di un mondo ontologicamente superiore. È bastato, con il cristianesimo, che questa dicotomia tra un mondo perfetto e una realtà segnata dal falso si dispiegasse nella dimensione temporale, <strong>perché la negazione si trasformasse in una straordinaria forza di progresso.</strong> La storia è orientata dalla Salvezza come sviluppo provvidenziale e lineare dei disegni di Dio, una freccia che, dal nulla del mondo, continua a puntare – anche al di fuori del cristianesimo – <strong>verso un futuro migliorato che deve diventare destino</strong>. L’attesa di un mondo perfezionato, se non perfetto, che la negazione del presente presagisce e prepara, è propria dell’Occidente.</p>



<p><br>Il nulla innesca un movimento perpetuo del mondo e sospende la felicità degli uomini a <strong>un’attesa infinita e indeterminata</strong>. Religione, economia e tecnica, pur con percorsi e articolazioni differenti, condividono in Occidente una stessa ontologia fondata sul negativo. È in questo tempo immobile che, all’alba della modernità, ha cominciato a prendere forma la cultura assoluta come luogo interamente secolarizzato di una produzione costante di immagini e finzioni utopiche, cariche di un duplice compito. Se, da un lato, attraverso la negazione del mondo attuale considerato deficitario, <strong>queste immagini e finzioni anticipano una felicità sempre sul punto di manifestarsi</strong> (ma che in realtà non si manifesta mai), dall’altro devono servire da supporto <strong>alla ricostituzione dell’integrità di un individuo su cui la tecnica ha iniziato a sperimentare le sue varie operazioni di dissezione.</strong></p>



<p><br>La modernità si dispiega come tentativo di risolvere un paradosso che essa stessa ha prodotto. Come garantire tutta la libertà promessa all’individuo da una società che, per il semplice fatto della propria espansione ed evoluzione tecnico-scientifica, non può che compromettere questa libertà fino a negarla completamente?</p>



<p><br>Nato verso la fine del XIV secolo dal crollo di una società strutturata secondo una differenziazione gerarchica e rigida, in cui le disuguaglianze oggettive derivavano dalle posizioni fisse occupate dai gruppi sociali, <strong>l’individuo si crede detentore di una libertà illimitata. </strong>La verità, però, è che viene progressivamente intrappolato nelle maglie di una società che, per la sua complessità esponenziale, diventa totalizzante. Tramite un inganno sul piano temporale e immaginario consistente nel dissolvere la conflittualità del reale nella promessa di un mondo finalmente riconciliato e sempre presentato come imminente, <strong>la modernità riesce a garantirsi un progresso fondato su una catena ininterrotta di delusioni.</strong> Ha privilegiato la fuga verso un futuro indeterminato rispetto alla presenza concreta di un conflitto politico; l’assenza di un luogo, l’utopia culturale di Thomas More, rispetto al reale della divisione politica teorizzata da Machiavelli o da Thomas Hobbes.</p>



<p><strong><br>La società moderna è dunque una società che non è ancora ciò che è, e che non lo sarà mai. Questo movimento di negazione perpetua è garantito dalle immagini prodotte dalla cultura assoluta</strong>. L’individuo si muove in questo spazio temporalmente dislocato e, in quanto soggettività fittizia – costituita quindi dalle immagini –, può finalmente godere di una libertà che è tanto vasta quanto vana. In questo <em>non ancora</em> risiedono le origini dell’<em>entertainment</em>, anche se per <em>origini</em> non si deve intendere qui una causalità storica.</p>



<p><br>L’<em>entertainment</em> non è una forma degradata di cultura; è piuttosto <strong>la cultura che è già, sin dall’inizio, <em>entertainment</em></strong>, anche se in essa le immagini erano ancora cariche di una promessa. <strong>L’<em>entertainment</em> è lo stadio freddo, privo di speranza, della cultura assoluta</strong>. Quest’ultima non è stata in alcun modo deviata dalle sue buone intenzioni o dal suo buon uso per essere sottomessa ai diktat del politico e dell’economia. Al contrario, è la cultura assoluta – e, dopo di essa, l’<em>entertainment</em> – che hanno sempre funzionato come macchine <strong>capaci di assorbire i resti di tutto ciò che, al di fuori della tecnica, cercava di sfuggire alla finzionalizzazione</strong>, come gli eventi del politico della morale.</p>



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<p><br>È sulle rovine ancora fumanti della Rivoluzione francese – che era già il prodotto più conseguente della cultura critica – che si instaura questo sistema di organizzazione bipolare del mondo, <strong>con la tecnica da un lato, incaricata della gestione del vivente, e dall’altro la produzione immaginaria, che riassume il lavoro della politica e della morale nella ricostruzione di un individuo libero e di una società perfetta che si declinano però entrambi al futuro</strong>.</p>



<p><br>A Jena, nei circoli del preromanticismo tedesco, si rivendica un’«apostasia della società», e le immagini si separano dalla società, considerata completamente corrotta, per salvare il mondo. Fin dagli inizi, nel «messianismo romantico», la cultura moderna non ha cessato di rinnovare la propria promessa di <em>inghiottire</em> il tempo della storia, come annunciava Friedrich Schlegel. Questo atto radicale di apostasia, che dà origine alla cultura moderna, si è però fossilizzato<strong> in uno stato permanente di separazione dal reale</strong>, che ogni immagine viene a confermare, servendo soltanto a garantire un senso postumo a una società abbandonata alla pura contingenza.</p>



<p><br>La cultura è diventata assoluta; si separa (come suggerisce l’etimologia latina del termine <em>absolutus</em>) dalla società attribuendosi un potere taumaturgico para-religioso. <strong>Eppure è proprio nella sovrabbondanza di immagini cariche di speranze sistematicamente disattese che, come detto, la società, abbandonata a una contingenza radicale, trova il suo equilibrio dinamico</strong>. Il senso del mondo sorge paradossalmente da una negazione reiterata.</p>



<p><br>Il soggetto trascendentale kantiano non è soltanto un soggetto gnoseologico; diventa un soggetto morale e, soprattutto, estetico, poiché la sua identità è esattamente determinata dalle concrezioni effimere di questa successione di immagini.</p>



<p><br>È impossibile, in questa sede, tracciare le evoluzioni interne della cultura assoluta e del suo prodotto secondario, la soggettività fittizia. Ci basterà evocare <strong>la crisi maggiore che entrambe hanno attraversato ormai un secolo fa, crisi che si è conclusa con l’espansione ancora più completa del fittizio e con i primi tentativi di fusione della tecnica con la cultura assoluta</strong>. Esplodendo in un malcontento che, in modo sotterraneo, era cresciuto all’interno dello spazio chiuso del fittizio – il «Regno di Dio» proclamato da Novalis tardava sempre più a manifestarsi –, <strong>le avanguardie degli anni Venti </strong>lanciarono un ultimo e definitivo assalto al reale.</p>



<p><br>Un assalto poetico e, proprio per questo, credettero, politico: <em>Marx + Rimbaud</em>, come recitava lo slogan coniato da André Breton. Uno slogan puramente surrealista, che, per di più, sembra ignorare il gesto definitivo di Rimbaud, il quale non si era semplicemente ritirato dal campo della rappresentazione, ma lo aveva risolutamente rinnegato, nel silenzio degli anni di esilio volontario, sottraendosi in modo definitivo – <em>hapax</em> culturale – al circolo superstizioso della speranza e della delusione.</p>



<p><br>Questo assalto, <strong>il tentativo di compiere un salto al di là della rappresentazione e di fare finalmente irruzione nel reale, era ovviamente destinato al fallimento</strong>. Ma la sconfitta ideologica delle avanguardie è solo il prezzo del loro trionfo formale. Eliminando una volta per tutte la superstizione del contenuto, <strong>esse affermano la sovranità della negazione</strong>. Non c’è più bisogno di puntare a un significato esterno al segno, né di fingere di attaccare la realtà:<strong> questa sembra evaporare nell’orizzonte lontano, che la finzione non riuscirà mai più a oltrepassare</strong>.</p>



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<p><br>Le avanguardie hanno portato la cultura assoluta al suo parossismo, completando l’autonomizzazione della produzione del nulla. <strong>È qui che nasce l’<em>entertainment</em></strong>. Il nulla si diffonde ormai come un’infezione batterica: non è solo il soggetto a essere fittizio, ma tutto ciò che lo circonda, tutto ciò che tocca, persino la sua vita intima sembra destinata a dissolversi nell’insignificanza della rappresentazione.</p>



<p><br>Il soggetto dipende dalle immagini per affermare la propria identità nello spazio pubblico (e ormai anche in quello privato), <strong>ma più cerca prove della propria esistenza incerta – filmandosi, fotografandosi, registrando sui social ogni minimo evento della propria vita –, più scompare</strong>. È questa la legge paradossale dell’<em>entertainment</em>, che ha come corollario il fatto che, per non esplodere in frammenti, il soggetto deve nutrirsi di cliché universali e standardizzati. Certo, già prima si confrontava con l’alta instabilità della propria presenza esistenziale in un mondo che non aveva più alcun fondamento e sul quale non aveva alcun potere effettivo.</p>



<p><br>Le immagini, e più in generale le finzioni – con i loro correlati temporali, gli eventi – sono state strumenti straordinari per neutralizzare il «campo infinito di sorprese» di cui parla Arnold Gehlen, campo in cui l’uomo è immerso dalla nascita e che la modernità, con la ricchezza e la mutabilità quasi infinite delle sue connessioni, aveva reso ancora più temibile. <strong>Questa neutralizzazione è stata possibile solo grazie a una finzionalizzazione, sempre da ripetere, del soggetto, della sua libertà e delle sue relazioni con il mondo</strong>.</p>



<p><br>C’è stata tuttavia una rottura nella relazione non dialettica – che rappresenta la spina dorsale della modernità – tra l’ordine dinamico del mondo, preso nel processo di costruzione-distruzione condotto dalla tecnica, e le metamorfosi imposte alla soggettività fittizia. <strong>L’<em>entertainment</em> non sembra più in grado di garantire alcuna continuità esistenziale</strong> a un individuo che, nel vivo della sua vita psico-biologica, continua a subire molteplici operazioni di smembramento.</p>



<p><strong><br>La sequenza di immagini che lo abita segue un ritmo forsennato che tende asintoticamente verso il punto zero</strong>. <strong>Un’attesa composta da molteplici nulla prende il posto della realtà</strong>, e l’individuo, minacciato costantemente dall’implosione del proprio sé – la cui formazione dipende da queste immagini –, è intrappolato in una spirale di azioni deludenti. <strong>La paranoia si generalizza</strong>.</p>



<p><br>Il cervello funziona come una macchina inferenziale: formula – secondo un metodo di calcolo bayesiano – ipotesi probabilistiche sullo stato della realtà, ipotesi che le informazioni raccolte dagli organi sensoriali sono incaricate di confermare o confutare fino all’estinzione del messaggio di errore. Solo a quel punto, una volta annullate le previsioni di errore, il frammento di realtà con cui il soggetto è confrontato diventa un evento consapevole.</p>



<p><br>La paranoia è uno stato clinico scatenato da una cattiva correlazione tra le previsioni probabilistiche elaborate dal cervello (<em>top-down</em>) e i dati sensoriali (<em>bottom-up</em>). A causa di un certo malfunzionamento organico – ancora difficile da determinare con precisione –, <strong>il cervello diventa fonte di previsioni di errore eccessive e aberranti, portando il soggetto paranoico a fissarsi su eventi insignificanti del reale, a sovrastimare alcune esperienze e a sviluppare idee deliranti.</strong></p>



<p><br>È il «centro di gravità» biologico della persona, il suo sé profondo – ciò che le permette di proiettarsi mentalmente verso il futuro –, a essere compromesso in questi disturbi comportamentali. <strong>Ma cosa accade se è la realtà, ovvero quella produzione immaginaria destinata a dare al soggetto un’identità (per quanto mutevole e sempre provvisoria), che, a causa della sovrabbondanza di eventi nulli di cui è ormai composta, perde definitivamente consistenza e non è più in grado di inviare un messaggio affidabile, capace di confermare o confutare le previsioni di errore del cervello?</strong></p>



<p>Nell’epoca dell’<em>entertainment</em>, sono i dati provenienti dal mondo a provocare una perturbazione nella formazione del sé intimo, gettandolo in una <strong>ricerca perpetua e impossibile di stabilità</strong>. Sottoposto al bombardamento di una sequenza estremamente rapida di messaggi privi di contenuto, l’individuo moderno si trova nell’<strong>impossibilità di verificare le informazioni necessarie per una formazione del sé più o meno stabile</strong>. Gli resta solo una scelta: <strong>il frammentarsi schizofrenico della personalità o l’adesione a una normalità fittizia mediocre e totalmente disindividualizzante.</strong> La malattia psichiatrica o la scomparsa come individuo. Per evitare sia le credenze deliranti che la disintegrazione dell’immagine di sé – nate dal disaccordo tra le previsioni di errore del cervello e i messaggi dei sensi ormai illeggibili –, l’individuo è costretto a selezionare le rappresentazioni del sé da una gamma di immagini standardizzate, capaci di rassicurarlo ma che gli negano ogni possibilità di differenziazione.</p>



<p><br>Le fotografie pubblicate sui social network, formalmente identiche (qualunque sia il soggetto rappresentato), la moltiplicazione di serie televisive con trame elementari, personaggi sovrapponibili, tematiche effimere e esperienze ludiche e sentimentali perfettamente intercambiabili: <strong>è tutto ciò che l’<em>entertainment</em> offre al soggetto come rimedio a un male che esso stesso ha generato, negandogli l’accesso a ogni segno, anche fittizio, capace di rafforzare il principio di individuazione</strong>.</p>



<p><br>Il soggetto, reso allergico all’ambiguità, diventa il <strong>tramite di immagini anonime</strong>, stereotipi che forse riescono a garantirgli una sussistenza esistenziale standard ma che falliscono nella loro missione originaria: preservarlo nella continuità della sua individualità mutevole.</p>



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<p><br>«Le gesta eroiche del nulla» (Bruno Bauer), che modellano la società contemporanea, sono rimaste impensate. La filosofia contemporanea si è dimostrata incapace di opporsi a questa <strong>ondata di insignificanza</strong>; non è una sorpresa. Non sa nemmeno teorizzarla. Dopo tutto, la filosofia è stata, fin da Platone, alleata della logica del rifiuto del mondo, che in Occidente ha permesso l’instaurazione del negativo come principale forza di pacificazione e di organizzazione sociale.</p>



<p><br>Non bisogna dimenticare che l’<em>entertainment</em> nasce dal capovolgimento su di sé del processo morale e ipocrita che la cultura aveva avviato contro la società. La leggerezza pop o il ritorno alla natura, il mito di Gaia usato come ultima superstizione para-sciamanica per evocare spiriti che da tempo hanno abbandonato il mondo, <strong>non possono salvare un pensiero ormai ridotto a commento postumo dell’<em>entertainment</em>.</strong></p>



<p><br>La delusione normativa a cui la soggettività fittizia è stata confrontata nell&#8217;epoca eroica della cultura assoluta, era stata ripagata con una forma di continuità, anche se necessariamente fragile. La promessa di felicità sempre tradita ma che le immagini hanno continuato ad alimentare aveva aperto uno spazio <strong>in cui gli individui potevano, al prezzo di una finzionalizzazione dei loro rapporti reciproci e con il mondo, credersi padroni del proprio destino personale</strong>. Anche l&#8217;<em>entertainment</em> è alimentato da un flusso perpetuo immaginario, ma il presente della negazione ha preso definitivamente il posto <strong>del futuro della promessa</strong>. La delusione è passata da normativa a esistenziale e l&#8217;individuo, sempre sull&#8217;orlo dell&#8217;implosione, non ha più granché da aspettarsi dalle immagini se non la propria scomparsa definitiva.&nbsp;</p>



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