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	<title>napoli Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Sorrentino Maschio Alfa del cinema italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Oct 2024 16:21:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Il Divo]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[Parthenope]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'ultima fatica di Paolo Sorrentino, “Parthenope”, segna l'ingresso ufficiale nella sua terza fase registica, quella dell'approssimazione artistica, del pecoreccio. Della pigra ripetizione dei propri stilemi, in cui incappano tutti gli artisti di successo, raggiunta la fase senile</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>La carriera di Paolo Sorrentino si divide precisa in tre atti.</strong> Il primo: la sua folgorante epifania agli studenti di cinema deportati tra Pigneto, San Lorenzo e Trastevere. Bisogna ammetterlo, la proiezione al Tibur di <em>Le conseguenze dell’amore</em> è stata fatale per una generazione, capitolata ai piedi del carrello diegetico ai Lali Puna e di una battuta che vale il romanzo di un’epoca: «Faccio uso di eroina una volta alla settimana da 24 anni, solo il mercoledì mattina e solo alla 10 in punto». <strong>Parve allora di trovare, nell’uggia del postmoderno, il lucore rado di una voce capace di precedere il significato della realtà</strong>. In altri termini, Sorrentino aveva appena sgravato un’impressionante folla di sprovveduti – la maggioranza degli iscritti a un corso di regia qualsiasi da Bressanone a Pachino – di un peso insostenibile: sono Aronofsky o Wong Kar-wai? </p>



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<p>L’alternativa del cineasta vomerese avrebbe dovuto salvare il grande schermo da un’altra sceneggiatura di lui che lascia lei e impazzisce, o di lei che lascia lui e impazzisce, o di loro che si lasciano e impazziscono, <strong>in pratica dalle solide basi dell’intera produzione cinematografica di Paolo Virzì e Micaela Ramazzotti</strong>. Se adesso abbiamo una serie biografica su Rocco Siffredi, qualcosa non ha funzionato. Significa che Sorrentino spicca il volo dominando intellettualmente la fedele ottusità di una splendida classe di seguaci, cui deve per esempio il ripescaggio dall’oblio dell’artigianato esistenzialista di “L’Uomo in più”, e il sostegno al capolavoro nano “L’amico di famiglia”, autentico mezzo film mezzo ripudiato che, senza la sua ostinata nicchia di spettatori paganti, avrebbe probabilmente troncato di netto la spericolata ascesa ai fasti del “Divo”. </p>



<p>Per rigore filologico, <strong>il passaggio al secondo atto della carriera di Sorrentino si deve seguire lungo le progressive cessioni che hanno via via permesso, al Maradona dell’Arriflex, di isolarsi e cristallizzarsi nei pieni poteri della sua autorialità</strong>. Dal montatore Franchini, allo scenografo Fiorito, fino al divorzio dal direttore della fotografia Luca Bigazzi, Sorrentino recide il cordone ombelicale con la squadra di tecnici che lo ha svezzato e cresciuto, affrancandosi dal regime di paternità collettiva tipico dell’industria cinematografica. A Roma, c’erano riusciti solo Fellini e, nel suo piccolo, Moretti. </p>



<p>In realtà, con “Il Divo”, accade qualcosa di molto più interessante di un semplice turnover tra le prime linee della troupe, cioè un fatto letterario, perché è sempre la letteratura la scaturigine cieca dell’arte di Sorrentino. <strong>Quando comincia a girare “Il Divo”, Sorrentino ha già smesso di essere lo stellare erede dei Sommi che tutti si aspettano</strong>. Si avvia nel frattempo al modello ideologico e formale messo a punto nella “Grande Bellezza”, quello del paravento gigante che stende la sua ombra sulle rovine dell’ecosistema filmico italiano. </p>



<p>L’intuizione di Sorrentino davanti al capolavoro che ha appena finito di scrivere – “Il Divo”, appunto – è abbastanza facile da ricostruire. Con un atto conoscitivo di stampo prettamente politico, dunque andreottiano, <strong>Sorrentino comprende che, nell’estrema sintesi dell’economia, la posa del genio è molto più conveniente del genio stesso</strong>. <strong>Questo partendo da una premessa essenziale: ogni vera ricchezza matura sempre da una truffa colossale</strong>. Acquisita questa consapevolezza, Sorrentino cambia all’istante il suo paradigma di mercato. La raccolta di sponsor diventa la sola poetica possibile per il vero cinema d’autore. Una volta finanziato, un film di Sorrentino è anche finito. Davanti gli resta solo la sua galleria di cialtronate: dall’animazione dei fenicotteri in CGI al ”munaciello“ della stazione. </p>



<p>Come recita il <em>Trashario</em> labranchiano, <strong>fuso nello stampo del cialtronismo, uno stereotipo culturale diventa inconfutabile</strong>. Sorrentino non si tocca, perché qualsiasi detrazione a carico diventa il copione della sua prossima reclàm. <strong>L’alta cialtroneria si smonta da sola</strong>. Più che altro scolora, immalinconendo come una nuvoletta di fumo dopo una batteria di fuochi d’artificio. </p>



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<p><strong>Il terzo atto della carriera di Sorrentino sta tutto compresso in una generale perdita di tono</strong>. “La verità è indicibile” vuol dire che gli aforismi dadaisti del maschio alfa del cinema italiano iniziano a darci dentro col pecoreccio. <strong>L’urgenza di un’espressione appropriata cede il passo all’opportunità di una rappresentazione approssimativa</strong>. L’errore sarebbe adesso accreditare “Parthenope” come classico modello di filmetto plastico che si tiene a galla con l’illusione di non aver toccato il fondo, in mezzo al liquido dissolversi di un’ispirazione evaporata. <strong>In realtà, una volta ripresi dal colpo di sole, si realizza che va visto sott’acqua, tipo scena dell’“Atalante” di Jean Vigo</strong>. Nell’assoluto silenzio di una sensibilità ittica, tutto quello che si può chiedere a un grande scrittore prestato alla settima arte,<strong> è smettere di scrivere, e inaugurare una nuova spettacolare stagione di cinema muto</strong>. L’alternativa, lo sa anche Sorrentino, è dirigere Micaela Ramazzotti in un film di Paolo Virzì.</p>



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		<title>Storia di un femminiello e del suo culo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2024 09:59:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti di Scende giù per Toledo, di Giuseppe Patroni Griffi, romanzo in cui viene narrata la favola sconcia a sguaiata di Rosalinda Sprint, femminiello partenopeo innamorato dell'amore che cerca salvezza nella sua Napoli metafisica e puttana.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“La luna si svilisce in un cielo di mmerda. Densi fumi caldi si levano dalla città e salgono verso il cielo – Napoli gronda di pisciate violente. Gli acri aromi intiepidiscono la notte.”<br><br>“Sprofondata sottoterra. Orrore e fine. M’hanno annegata in una fogna, m’hanno seppellita in un pozzo nero ancora viva. Mi costringono a mangiare la parte mostruosa di me, quella parte che a ogni creatura è concesso di espellere in segreto nascondendosi – <strong>io che li ho amati, maledetti uomini. Io che immaginavo la mia morte un avvenimento pieno di cose e di persone, muoio privata d’uno sguardo amico, nel nero più assoluto.</strong> Muoio soffocata da me stessa. Senza un gesto. Senza il conforto di nessuno. Ma, forse ce n’è uno. Non sono tutti così, gli uomini.” <br></p>



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<p>&#8220;La rivolta, le allarga le cosce, munge saliva con la bocca ma non la sputa, ne lascia cadere un grosso fiotto diritto al centro del culo che si contrae. È calda. Rosalinda Sprint perde un grido acuto, torce la testa a guardarlo. Dalle labbra di Gennaro si parte un filo di bava che la tiene legata – prima catena d’amore. <strong>Gennaro non si muove, le mani ferme a tenere aperta la polpa delle carni – aspetta</strong>. La catena si assottiglia a poco a poco, si spezza. Due dita nel mucchio di saliva denso, e via, dentro. Un fremito si spande a onde per il corpo – una refola d’ebbrezza, il mare, l’estate, io sono l’estate, io sono il mare, la chiglia d’un veliero mi solca, mi apre, m’increspa. Non è massaggio, è una masturbazione che sfinisce, vorrebbe capire se le dita sono sempre due o tre, non riesce a distinguere, forse quattro, tutte, non sa. Il vento cala, svanisce, l’aria tesa minaccia un ciclone fatale. Un’onda misteriosa si gonfia, si erge carica di forza, e sbatte il veliero contro gli scogli a infrangerne l’orgogliosa polena d’oro. Grida Rosalinda Sprint, grida, quanto a lungo grida, Gennaro entra vivo in lei, ancora grida, non smette mai d’entrare Gennaro vivo, inesorabilmente lento <strong>Gennaro s’addentra, s’ingolfa, si affonda, esala un primo respiro profondo. Le incastra i superbi neri coglioni tra le cosce</strong>. Non la lacrima di prima, un pianto copioso le bagna le gote schiacciate sul letto. Gennaro la fotte e Rosalinda Sprint si sente fottuta – sensazione rara nel suo mestiere. Si sente giusta sotto di lui, si sente fica, si sente aperta, usata e utile, si sente vacca, troia, gorgogliante, insalivata, bavosa, si sente disossata, tuttacarne, medusa tremolante, si sente allargata, piatta, che si espande, si sente crescere come il pane lasciato a crescere, calda di lievito, impastata di sangue e mmerda bollente, si sente priva di parole, incapace di dire, foga di puri suoni che le partono dal fondo e sono rochi, selvaggi, disumani, spezzati o lunghissimi, mai prima intesi, <strong>e Gennaro continua a fotterla con andamento esasperante che toglie il fiato che già hai capito ti porta al manicomio avanti di raggiungere la distruzione finale.</strong> Sa che sarà la sua follia, sa che dal momento che si staccheranno incomincerà a ricercarlo, sa che la sua vita ne sarà avvelenata perché certo le cose non andranno lisce, troppo bello sarebbe… sbatte la testa a destra e a sinistra, non regge più il piacere, a destra a sinistra, punta i gomiti contro il materasso. «No!» grida Gennaro.&#8221;</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="744" height="418" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp" alt="" class="wp-image-129" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp 744w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 744px) 100vw, 744px" /></figure>



<p>&#8220;Si arresta. Un attimo.<strong> L’afferra di sorpresa, se la tira su contro il petto, e corre per la stanza stringendosela addosso, mordendole il collo, le spalle, annaspando, mentre le scarica dentro getti e getti di roba. Quando ha finito se la lascia scivolare dalle braccia, dal pesce, e Rosalinda Sprint sbatte con l’anca a terra – se ne accorgerà più tardi: una lividura e un gonfiore così. «Puliscimi».</strong> Gennaro a gambe aperte, inginocchiato su lei, le appoggia il pesce alle labbra. Rosalinda Sprint con la lingua glielo lava dalla punta alla radice: umiliazione, intimità anelate, privilegio orgoglioso. Glielo asciuga scorrendovi sopra le labbra asciutte: o pesce d’oro di Tutankamon, dolce schiavitù d’amore. Tre volte Gennaro la chiava, tre volte la riempie. Ora va di là – se lo rinfresca. Rosalinda Sprint è rimasta morta. Stanno seppellendo il suo culo; seduta su una nuvoletta nel cielo del camposanto osserva la funzione.&#8221;</p>



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<p>&#8220;Come da sotto a un cappello si estrae un altro cappello, così dal suo culo aggrinzito di vecchia, tirano fuori quello vero, rimasto giovane e palpitante. Tutti si segnano, qualcuno ha un empito di commozione. Il prete coi paramenti neri lo benedice – il culo vecchio viene gettato tra rifiuti, fiori secchi, acque melmose, il nuovo lo depongono religiosamente nella fossa. Arriva Gennaro vestito a lutto, non è per niente invecchiato, è rimasto a vent’anni; si ferma accanto ai becchini, getta un fiore sul culo dell’amore. Stranissimo – al contatto quello si apre e risucchia il fiore seppellendolo dentro di sé. Palettate di terra lo sommergono. <strong>«Ne ho conosciute puttane ma scellerate così non credevo ce ne fossero»</strong>. È Gennaro che si sta abbottonando i pantaloni, capelli lisci di bagnato, sapore d’acqua fresca. «Mentre stanno interrando tuo padre, tua madre, che sviene tra le braccia di mia madre, tu, senza rispetto, adeschi tuo cugino, approfitti di me che sto distrutto da questa morte di zio, che non tengo esperienza delle chiaviche pari tue, e invece di piangere e pregare, nelle stesse stanze dove fino a poco fa c’è stato il morto ti abbandoni all’invertimento più osceno che si può immaginare. Coltellate in culo ti dovevo dare, altro che pesce. Mi fai ribrezzo. Come ho potuto, con te che sei la nostra vergogna, come ho potuto – mi butterei dal balcone…». «No!». «No? Sono vigliacco ma fino a un certo punto; ora mi paghi, mi paghi». L’acchiappa per la gola. «No, Gennaro, no, io t’amo, sei l’uomo mio!». Le caccia otto dita fra i denti, spalanca a forza le gambe che resistono, per sputarle in gola un vecchio catarro da tabacco. «Non sarò io, l’uomo tuo di mmerda, lévatelo dalla testa. Non t’azzardare a cercarmi, sai, t’ho avvisata, t’ho!». Si impadronisce della borsa che intanto ha adocchiato, la rovescia, prende il danaro che trova, scappa. «Ti amo, ti amo», piange Rosalinda Sprint. Corre sul balcone, lo vede uscire che si sta infilando ancora i soldi in tasca. Attraversa la strada e scompare come un ladro. Magnifico.&#8221;</p>



<p><strong>Estratti di <em>Scende giù per Toledo</em>, di Giuseppe Patroni Griffi, (GOG Edizioni).</strong></p>



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