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	<title>omofobia Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La notte dei morti viventi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Dec 2024 11:59:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[halloween]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[Omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Niccolò Favilli</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-notte-di-morti-viventi/">La notte dei morti viventi</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Avevo dodici anni e ballavo sopra il tavolo di cucina con le scarpe rosse di mamma. <strong>Avevano i tacchi ed erano parecchio più grandi del mio piede eppure riuscivo ad eseguire ogni passo con estrema precisione e senza sforzo</strong>. All’inizio avevo avuto paura che lasciandomi andare alla danza il tavolo si sarebbe irrimediabilmente rovesciato, ma non era successo, era rimasto lì fermo a sorreggermi, ribattendo a ogni mia mossa con la sua voce di betulla e ci eravamo parlati così per più di un’ora, solo noi due, sotto la luce che filtrava dalla finestra della cucina.</p>



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<p>Mio padre rincasò per primo e, assieme al piccolo Luca, si sistemò sul tavolo a bere il caffè latte che mamma gli aveva lasciato quella mattina. Lo sentì arrivare grazie al rumore della sua mustang e mi affrettai a risistemare il tavolo e riporre le scarpe rosse nell’armadio in camera dei miei genitori e dopo mi unì a loro, facendo finta di essermi appena svegliato, per giustificare la mia assenza. Pensando non ci fossi mio padre aveva bevuto più caffè latte del solito e così dovetti condividere la tazza con Luca, perché tanto noi non dovevamo andare a lavorare e quindi non c’era bisogno bevessimo più di un sorso a testa. Quando ebbi finito, mi misi a lavare le tazze, i cucchiaini e tutto il resto e solo dopo trovai il coraggio di chiedergli se avesse deciso qualcosa per quella sera.<strong> Vostra madre che ha detto?</strong> rispose sbuffando, senza nemmeno lasciarmi finire la frase. Ha detto che possiamo andare, se ci accompagni, perché è pericoloso di notte. E lei? Non viene? Ha detto che deve far visita alla nonna, ma ci ha lasciato i costumi. Mi passò accanto e con una mano raccolse un po’ d’acqua dalla cannella e si sciacquò la bocca e poi sputò nel lavandino. Vediamo, disse.</p>



<p>Incominciò a far buio alle cinque e per le sei tutti i lampioni della nostra via erano accesi. Dalla finestra di camera nostra, io e Luca potevamo vedere i ragazzini uscire e rincorrersi liberi con i sacchi carichi di dolciumi in mano e i loro genitori poco più indietro, allora corsi in corridoio e poi, man mano che raggiungevo camera dei miei genitori, rallentai e mi sistemai i capelli e cercando di non far rumore aprì la porta. <strong>Mio padre dormiva a pancia in su al centro del letto, con ancora le scarpe indosso</strong>. Signore, dissi a bassa voce, possiamo andare?, ma lui non rispose. Provai a ripeterlo un po’ più forte, ma lui dormiva con gli avambracci sulla faccia, come quando tornava la sera tardi e quindi mi arresi e tornai in camera dove trovai Luca ad aspettarmi sull’uscio. Si era già vestito da capo a piedi come una delle scimmie blu, con la maschera, il giacchetto, il cappellino e anche le ali che lo costringevano a passare in mezzo alla porta mettendosi di lato per non rovinarle. Che ha detto?<strong> Non ha detto niente, sta dormendo</strong>. Vidi i suoi occhi sparire da dietro la maschera. Ma è già tardi… si levò il cappellino e poi la maschera e le poggiò sul letto e tornò alla finestra a spiare i ragazzini in strada e come preso da un irresistibile senso di responsabilità mi voltai ancora una volta verso il corridoio, verso camera dei miei genitori. Ti va di andarci da soli?</p>



<p>Recuperai le scarpe rosse dall’armadio senza fare rumore, per non disturbare mio padre, e presi anche una di quelle camicette bianche che mamma aveva chiesto in prestito alla zia a inizio estate e me la cacciai nelle braghe per accorciarla. Per il vestito, chiesi una mano a Luca, dicendogli che ci serviva per fare uno scherzo a nostro padre. Usammo la tovaglia che mettevamo sul tavolo di cucina quando veniva a farci visita la nonna e con le forbici la tagliammo a misura e poi mi feci le trecce e le legai con i nastrini che mamma teneva in bagno a fianco alle medicine, li stessi che a volte prendeva per decorare i pacchi e i regali che faceva a Natale.<strong> Chissà che faccia fa papà quando ti vede</strong>, aveva commentato ridendo Luca prima che chiudessi la porta.</p>



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<p>Mi resi conto in fretta che camminare non era la stessa cosa che ballare e per i primi due isolati dovetti chiedere aiuto a Luca per salire e scendere dai marciapiedi o girare intorno alle aiuole dove i tacchi affondavano facendomi perdere le scarpe per strada. Fu solo una volta arrivati all’incrocio alla fine della nostra strada che mi venne un’idea. Sciolsi i fiocchi che tenevano insieme le mie trecce e li divisi a metà con l’aiuto dei denti, dopodiché li passai sotto le scarpe e li legai intorno alle mie caviglie per assicurare la scarpa. Adesso avrei potuto correre da una casa all’altra senza problemi. Dove vuoi andare?, mi chiese Luca guardandosi intorno. Il suo sacchetto era pieno a metà e mi resi conto che non avevamo più molto tempo perché il cielo era quasi del tutto nero e le nuvole coprivano le stelle e <strong>prima o poi nostro padre si sarebbe svegliato e sarebbe corso in strada a cercarci</strong>. Andiamo a sinistra, gli dissi e ci fermammo a ogni casa a chiedere dolcetti, confrontando ogni tanto i nostri sacchetti con quelli degli altri bambini che venivano dalla direzione opposta per capire quale casa fosse la più generosa dell’isolato.</p>



<p>Ogni volta era Luca quello che otteneva più complimenti tra i due. Le anziane signore rimanevano incantate dalla complessità delle ali e dalla cura con cui erano state cucite la giacca e il cappellino e lui, ogni volta che gli facevano un complimento, imitava il verso delle scimmie per farle contente. Quel piccolo spettacolo gli faceva ottenere sempre qualche dolcetto in più e lui non perdeva occasione per farmelo notare e così, per ottenere un vantaggio su di lui, a un certo punto, <strong>mi lanciai in strada e iniziai a correre</strong>. Ehi! aveva urlato cercando di raggiungermi, ma le ali gli facevano resistenza e ben presto per evitare che si rovinassero aveva smesso di correre ed era rimasto indietro e per la prima volta quella sera suonai il campanello da solo.</p>



<p>Avevo il fiatone a causa della corsa, ma non mi importava, anzi, ridevo e mi sentivo un genio per aver fregato così bene tutti quanti, la mamma, mio padre e ora Luca che arrancava sul marciapiede tenendosi le ali con le mani. La vecchia aprì poco dopo. Era vestita da strega e mi ricordo i suoi capelli bianchi, il naso adunco, la pelle pallida, le scarpe rotte e gli occhi gialli come quelli di un gatto. Non era ridicola, ma insolitamente bella. Dolcetto o scherzetto? e allargai la sacca e lei ci mise una manciata di cioccolatini, senza staccarmi i suoi occhi gialli di dosso. Grazie signora, risposi e iniziai a ballare per lei come avevo fatto sul tavolo di cucina, muovendomi tutto per dimostrare il mio vero valore. Diedi di tacco, incrociai le gambe e feci una piroetta e la vecchia mi guardò e sorrise e mi diede tutti i dolci che le restavano. <strong>Sei proprio una bella bambina</strong>, sussurrò prima di chiudere la porta e io arrossii e tornai alla notte con un certo batticuore.</p>



<p>Mi ricongiunsi con Luca dopo qualche minuto e ci incamminammo verso casa. Non era molto contento che l’avessi abbandonato e per scusarmi gli diedi un po’ dei dolcetti della vecchia. È stato bellissimo, gli dissi ancora rosso in volto e lui ridacchiò pregustando lo scherzo per nostro padre.<br>Quando tornammo ci aspettava sul vialetto. <strong>Aveva il sigaro in bocca e la cintura in mano e fummo costretti a nascondere la nostra faccia dietro i sacchetti stracolmi di dolciumi per ripararci dal suo sguardo inquisitore.</strong> Dove eravate? e si alzò in piedi e venne verso di noi e mi vide. Perché sei vestito da femmina? mi chiese afferrandomi per un polso. Era uno scherzo, risposi, e aprii la bocca per ridere, ma gli mostrai soltanto i denti e in quel momento Luca indicò la sua faccia incredula e non si trattenne. Rise, rise da solo per qualche secondo e mio padre non mi mollò il polso, ma anzi lo strinse e notai la sua bocca incresparsi e poi arricciarsi alle estremità e dopo poco iniziare a ridere come mio fratello.<strong> Ci sei cascato! Ci sei cascato! ripeteva il piccolo Luca ridendo a crepapelle assieme a mio padre e m’intimavano con la loro risata a dire addio a Dorothy e alle scarpette e così, a poco a poco, mi tolsi le scarpe e mi misi a ridere anche io.</strong></p>



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		<title>Storia di un femminiello e del suo culo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2024 09:59:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti di Scende giù per Toledo, di Giuseppe Patroni Griffi, romanzo in cui viene narrata la favola sconcia a sguaiata di Rosalinda Sprint, femminiello partenopeo innamorato dell'amore che cerca salvezza nella sua Napoli metafisica e puttana.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“La luna si svilisce in un cielo di mmerda. Densi fumi caldi si levano dalla città e salgono verso il cielo – Napoli gronda di pisciate violente. Gli acri aromi intiepidiscono la notte.”<br><br>“Sprofondata sottoterra. Orrore e fine. M’hanno annegata in una fogna, m’hanno seppellita in un pozzo nero ancora viva. Mi costringono a mangiare la parte mostruosa di me, quella parte che a ogni creatura è concesso di espellere in segreto nascondendosi – <strong>io che li ho amati, maledetti uomini. Io che immaginavo la mia morte un avvenimento pieno di cose e di persone, muoio privata d’uno sguardo amico, nel nero più assoluto.</strong> Muoio soffocata da me stessa. Senza un gesto. Senza il conforto di nessuno. Ma, forse ce n’è uno. Non sono tutti così, gli uomini.” <br></p>



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<p>&#8220;La rivolta, le allarga le cosce, munge saliva con la bocca ma non la sputa, ne lascia cadere un grosso fiotto diritto al centro del culo che si contrae. È calda. Rosalinda Sprint perde un grido acuto, torce la testa a guardarlo. Dalle labbra di Gennaro si parte un filo di bava che la tiene legata – prima catena d’amore. <strong>Gennaro non si muove, le mani ferme a tenere aperta la polpa delle carni – aspetta</strong>. La catena si assottiglia a poco a poco, si spezza. Due dita nel mucchio di saliva denso, e via, dentro. Un fremito si spande a onde per il corpo – una refola d’ebbrezza, il mare, l’estate, io sono l’estate, io sono il mare, la chiglia d’un veliero mi solca, mi apre, m’increspa. Non è massaggio, è una masturbazione che sfinisce, vorrebbe capire se le dita sono sempre due o tre, non riesce a distinguere, forse quattro, tutte, non sa. Il vento cala, svanisce, l’aria tesa minaccia un ciclone fatale. Un’onda misteriosa si gonfia, si erge carica di forza, e sbatte il veliero contro gli scogli a infrangerne l’orgogliosa polena d’oro. Grida Rosalinda Sprint, grida, quanto a lungo grida, Gennaro entra vivo in lei, ancora grida, non smette mai d’entrare Gennaro vivo, inesorabilmente lento <strong>Gennaro s’addentra, s’ingolfa, si affonda, esala un primo respiro profondo. Le incastra i superbi neri coglioni tra le cosce</strong>. Non la lacrima di prima, un pianto copioso le bagna le gote schiacciate sul letto. Gennaro la fotte e Rosalinda Sprint si sente fottuta – sensazione rara nel suo mestiere. Si sente giusta sotto di lui, si sente fica, si sente aperta, usata e utile, si sente vacca, troia, gorgogliante, insalivata, bavosa, si sente disossata, tuttacarne, medusa tremolante, si sente allargata, piatta, che si espande, si sente crescere come il pane lasciato a crescere, calda di lievito, impastata di sangue e mmerda bollente, si sente priva di parole, incapace di dire, foga di puri suoni che le partono dal fondo e sono rochi, selvaggi, disumani, spezzati o lunghissimi, mai prima intesi, <strong>e Gennaro continua a fotterla con andamento esasperante che toglie il fiato che già hai capito ti porta al manicomio avanti di raggiungere la distruzione finale.</strong> Sa che sarà la sua follia, sa che dal momento che si staccheranno incomincerà a ricercarlo, sa che la sua vita ne sarà avvelenata perché certo le cose non andranno lisce, troppo bello sarebbe… sbatte la testa a destra e a sinistra, non regge più il piacere, a destra a sinistra, punta i gomiti contro il materasso. «No!» grida Gennaro.&#8221;</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="744" height="418" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp" alt="" class="wp-image-129" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp 744w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 744px) 100vw, 744px" /></figure>



<p>&#8220;Si arresta. Un attimo.<strong> L’afferra di sorpresa, se la tira su contro il petto, e corre per la stanza stringendosela addosso, mordendole il collo, le spalle, annaspando, mentre le scarica dentro getti e getti di roba. Quando ha finito se la lascia scivolare dalle braccia, dal pesce, e Rosalinda Sprint sbatte con l’anca a terra – se ne accorgerà più tardi: una lividura e un gonfiore così. «Puliscimi».</strong> Gennaro a gambe aperte, inginocchiato su lei, le appoggia il pesce alle labbra. Rosalinda Sprint con la lingua glielo lava dalla punta alla radice: umiliazione, intimità anelate, privilegio orgoglioso. Glielo asciuga scorrendovi sopra le labbra asciutte: o pesce d’oro di Tutankamon, dolce schiavitù d’amore. Tre volte Gennaro la chiava, tre volte la riempie. Ora va di là – se lo rinfresca. Rosalinda Sprint è rimasta morta. Stanno seppellendo il suo culo; seduta su una nuvoletta nel cielo del camposanto osserva la funzione.&#8221;</p>



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<p>&#8220;Come da sotto a un cappello si estrae un altro cappello, così dal suo culo aggrinzito di vecchia, tirano fuori quello vero, rimasto giovane e palpitante. Tutti si segnano, qualcuno ha un empito di commozione. Il prete coi paramenti neri lo benedice – il culo vecchio viene gettato tra rifiuti, fiori secchi, acque melmose, il nuovo lo depongono religiosamente nella fossa. Arriva Gennaro vestito a lutto, non è per niente invecchiato, è rimasto a vent’anni; si ferma accanto ai becchini, getta un fiore sul culo dell’amore. Stranissimo – al contatto quello si apre e risucchia il fiore seppellendolo dentro di sé. Palettate di terra lo sommergono. <strong>«Ne ho conosciute puttane ma scellerate così non credevo ce ne fossero»</strong>. È Gennaro che si sta abbottonando i pantaloni, capelli lisci di bagnato, sapore d’acqua fresca. «Mentre stanno interrando tuo padre, tua madre, che sviene tra le braccia di mia madre, tu, senza rispetto, adeschi tuo cugino, approfitti di me che sto distrutto da questa morte di zio, che non tengo esperienza delle chiaviche pari tue, e invece di piangere e pregare, nelle stesse stanze dove fino a poco fa c’è stato il morto ti abbandoni all’invertimento più osceno che si può immaginare. Coltellate in culo ti dovevo dare, altro che pesce. Mi fai ribrezzo. Come ho potuto, con te che sei la nostra vergogna, come ho potuto – mi butterei dal balcone…». «No!». «No? Sono vigliacco ma fino a un certo punto; ora mi paghi, mi paghi». L’acchiappa per la gola. «No, Gennaro, no, io t’amo, sei l’uomo mio!». Le caccia otto dita fra i denti, spalanca a forza le gambe che resistono, per sputarle in gola un vecchio catarro da tabacco. «Non sarò io, l’uomo tuo di mmerda, lévatelo dalla testa. Non t’azzardare a cercarmi, sai, t’ho avvisata, t’ho!». Si impadronisce della borsa che intanto ha adocchiato, la rovescia, prende il danaro che trova, scappa. «Ti amo, ti amo», piange Rosalinda Sprint. Corre sul balcone, lo vede uscire che si sta infilando ancora i soldi in tasca. Attraversa la strada e scompare come un ladro. Magnifico.&#8221;</p>



<p><strong>Estratti di <em>Scende giù per Toledo</em>, di Giuseppe Patroni Griffi, (GOG Edizioni).</strong></p>



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