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	<title>Pino Daniele Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>I cantautori hanno rovinato questo paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jan 2025 11:28:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I cantautori italiani si vestono da innovatori, ma sono i veri custodi di un’estetica immobile e piccolo borghese.</p>
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<p>Quando penso alla mediocrità della musica italiana, penso soprattutto ai cantautori. Che sia ben chiaro, alcuni sono molto superiori ai loro epigoni stranieri, che hanno spesso imitato superandoli<strong>: Tenco, Battiato, Battisti, Lucio Dalla, i dischi in dialetto di De André o Pino Daniele, Vasco, quello marcio e tossicomane dei vecchi tempi</strong>, tra l’ironia e il disincanto di maniera, libero dallo sciame di hipster dirittoumanisti che adesso lo adora, e lo ha fatto diventare la parodia di se stesso, circondato da un pubblico di beoni tamarri.</p>



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<p>Purtroppo ora mi tocca usare un’alabarda spaziale futurista sui gli idoli d’infanzia di più generazioni, perché i cantautori rappresentano la fase anale dell’arte! <strong>Sono i campioni mondiali di un’estetica piatta e accomodante, i maestrini indiscussi di un linguaggio che non offende, non scuote, ma accarezza il cuore della borghesia piccola e crepuscolare</strong>, dei boomer che si lamentano dell’autotune su Boomerbook. Quelli che hanno annientato il paese, che rimpiangono un passato in cui tutto era meglio, ma lo hanno mandato a puttane loro, quel passato.</p>



<p>E così, mentre il pubblico applaude e si commuove, <strong>l’arte si grattugia le palle</strong>. Sia benedetto Tony Effe, e acclamato Sferaebbasta, e quanto è fica Anna Pepe, che avrebbero sicuramente entusiasmato il truculento guerrafondaio Filippo Tommaso Marinetti, che di certo scrisse cose ben peggiori di Tony: «La donna nuda è leale. La donna vestita è sempre un po’ falsa. La carne della donna è sempre buona. Lo spirito della donna tende alla cattiveria e alla perfidia» e ribadisce poi: «Il cervello è il motore aggiunto e inadatto al&nbsp;chassis&nbsp;(la struttura portante delle varie parti che costituiscono una macchina, ndr) della donna che ha per motore naturale l’utero. Il cervello sforza, sfascia e deforma la donna che lo porta». Parole di fronte alle quali Tony Effe con i suoi culi nuovi di zecca regalati a bitch giapponesi risulta solo volgarotto, e per questo perdonabile. Carmelo Bene, in una delle sue celebri invettive, lo aveva detto senza mezzi termini: «<strong>I cantautori?</strong> <strong>Sono l&#8217;abbrutimento della poesia</strong>, non hanno niente a che fare con l&#8217;arte e la musica. Sono commercianti di emozioni a buon mercato». E come dargli torto?</p>



<p>Il cantautorato italiano, osannato da generazioni di critici e pubblico, si regge su un compromesso velenoso: <strong>essere accessibile a tutti, e quindi innocuo, pur compiacendo l’immaginario di una certa sinistra.</strong> Canzoni che parlano di amori finiti e quindi non veri, perché il vero amore è sempre eterno e disperato, e questioni sociali col pelo sullo stomaco. Un lessico di plastica, infarcito di luoghi comuni e sentimentini precotti, anzi già digeriti e espulsi, che non sfiora mai le asperità del reale.</p>



<p>Ma il problema non è mai ciò che si canta, è come lo si fa<strong>. Il cantautore è il sacerdote di una liturgia stanca, dove la voce è sussurro o urlo, mai dissonanza</strong>. Dove la musica è accompagnamento, e melodia semplice, mai sfida o ricerca, giusto il primo Battiato e l’ultimo Battisti hanno fatto vera arte melodica. Il resto dei cantautori ha passato il tempo a consolare il pubblico senza metterlo di fronte a se stesso. <strong>Sono cantori di un conformismo che si traveste da ribellione</strong>, rivoluzionari da salotto che sfidano il sistema con accordi di chitarra, strumento mediocrino, su poesiole da bar insomma, che solo un tardo recupero nostalgico, demenziale e cringe può riabilitare!</p>



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<p>E peggio ancora della musica leggera è quella impegnata, <strong>perché rende leggero anche l’impegno, perché ci fa sentire rivoluzionari a basso costo, a basso rischio, a bassa intensità.</strong> E così quelli che hanno ascoltato due dischi di De André o di De Gregori vengono a farci la paternale, diventano i primi dei moralisti, i primi dei cagacazzi giudiconi al rovescio, che <strong>si sono sforzati di definire sociali quei problemi che dipendono dalla natura stessa dell’uomo per fingere che possiamo risolverli,</strong> facendo da stampella a una politica in carenza di idee, che deve convincere il popolo del fatto che tutti i problemi sono “sociali”, e quindi rinnovare la propria utilità laddove non ne ha alcuna.</p>



<p>«Bisogna distruggere la sintassi», dichiarava Filippo Tommaso Marinetti nel suo <em>Manifesto del Futurismo</em>. Eppure, i cantautori italiani sembrano aver scelto di fare l’opposto: <strong>ricostruire la sintassi della banalità, rafforzare il già detto, rendere eterno ciò che avrebbe dovuto essere distrutto</strong>. Dove i futuristi invocavano la velocità, il dinamismo e la rottura delle convenzioni, i cantautori celebrano la lentezza di una nostalgia campagnola e bucolica, l’eterna attesa di un amore campestre, di una ribellione mai vissuta veramente, arroccati come sono nelle loro città metropolitane. La loro arte è una celebrazione del fermo immagine, una pittura iperrealista – quindi falsa – che si spaccia per pittura d’avanguardia.</p>



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<p>Il cantautorato italiano, partecipando al “progressismo”, è una <strong>nuova forma di conservazione,</strong> perché ogni progresso è in realtà la conservazione dei privilegi delle classi egemoni in ascesa. Ogni accordo di chitarra, ogni strofa sussurrata, <strong>è un omaggio a quel trasformismo culturale che si maschera da rivoluzione</strong>, ma che in realtà perpetua lo status quo senza peraltro celebrarlo adeguatamente – penso al penosissimo Guccini un surrogato da osteria della poesia borghese<strong>. I cantautori italiani si vestono da innovatori, ma sono i veri custodi di un’estetica immobile e piccolo borghese</strong>, neanche campagnola, che avrebbe formato pochi anni dopo almeno un paio di generazioni di startupper, muretti a secco, ed estati in Salento.&nbsp;</p>



<p>Non basta amare per parlare d’amore, e non basta parlare d’amore per essere poeti, così come non basta tenere una chitarra in mano per essere musicisti<strong>. L’arte è rottura, non consolazione. L’arte è ferita. L’arte è ciò che ti costringe a guardare dove non vuoi, con occhi nuovi</strong>. Come scrisse Louis-Ferdinand Céline con il suo cinismo tagliente: «L’amore, è l’infinito messo alla portata dei barboncini». Ed ecco che le canzoni dei cantautori si rivelano per ciò che sono: un’idea di infinito ridotta a un giocattolo, un sentimento sublime addomesticato per un pubblico che vuole emozioni facili e inoffensive, quando l’amore è tossicità, conflitto, mai quiete.</p>



<p>Carmelo Bene, nel suo disprezzo per questi “commercianti di emozioni a buon mercato”, sosteneva il teatro come puro suono elettronico, e guardava alla musica sempre distorta ed in ricerca, quella che distruggeva il linguaggio, annienta l’io, rifiuta la comunicazione come consolazione. Esattamente il contrario di ciò che i cantautori rappresentano<strong>: il linguaggio come coccola, la comunicazione come merce</strong>. «Noi vogliamo cantare l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità», proclamavano i futuristi. I cantautori, al contrario, cantano la sicurezza del compromesso, l’abitudine alla nostalgia e alla prevedibilità, tutti possono essere nostalgici, non tutti possono immaginare il futuro. E così, come De Gregori con Enel, sono finiti a fare pubblicità progresso finto-patriottiche e pataccose nella tv storia patria e maestrina che criticavano. Non perché non abbiano nulla da dire, ma perché le loro parole sarebbero inascoltabili per orecchie abituate a scambiare l’ovvio per il sublime, ok ora mi rilasso tanto si tratta di musica leggera…</p>



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