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	<title>poliamore Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>L’insaziabilità delle relazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 08:02:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[poliamore]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si intende qui formulare una condanna moralistica della pluralità relazionale o della fluidità delle identità. Piuttosto, bisogna solo interrogarsi sulle condizioni simboliche in cui tali forme si sviluppano. Ad esempio, quando la molteplicità dei legami nasce da una reale capacità di amare più persone, di sostenere la complessità emotiva, può costituire davvero un’esperienza arricchente. Ma quando deriva dall’incapacità di tollerare la mancanza, il limite e la durata, rischia di essere solo l’altra faccia dell’insaziabilità consumistica, confondendo inevitabilmente desiderio e bisogno. Il problema, ovviamente, non è il numero dei partner, ma la logica e la struttura del desiderio che li attraversa, col capitalismo che colonizza l’eros al punto tale da trasformarlo in bisogno.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’epoca contemporanea si presenta come il tempo dell’abbondanza materiale e, simultaneamente, della scarsità simbolica. Mai come oggi i corpi sono stati così visibili, esposti, desiderabili e insieme così precarizzati sul piano del riconoscimento affettivo. All’interno di questo paradosso si colloca la trasformazione delle relazioni sentimentali sotto il paradigma del consumismo capitalistico, il quale non si limita ad organizzare la produzione e lo scambio di beni, ma struttura in profondità l’immaginario, i desideri, le modalità di legame e perfino l’esperienza intima di sé. Le relazioni non sfuggono alla logica della merce: vengono desiderate, valutate, sostituite, accumulate o scartate secondo una razionalità che somiglia sempre più a quella del mercato. In tale contesto, la poligamia diffusa&nbsp;<em>de facto</em>, la fluidità relazionale e la sessualità slegata dalla durata non appaiono semplicemente come espressioni di una libertà postmoderna, ma come effetti sistemici di una cultura dell’insaziabilità, che produce anche ricadute cliniche significative, visibili in fenomeni quali il narcisismo patologico e i disturbi alimentari.</p>



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<p>Già Erich Fromm, nel suo celebre&nbsp;<em>Avere o essere?</em>, aveva individuato nella società capitalistica una mutazione antropologica senza precedenti: il passaggio dall’orientamento all’essere a quello all’avere. L’identità, sostiene Fromm, non è più un processo vissuto, ma un possesso: si «ha» una personalità, si «ha» un partner, si «ha» un’esperienza. L’amore stesso, nel suo&nbsp;<em>L’arte di amare</em>, è descritto da Fromm come vittima di una logica di scambio, in cui due individui cercano di ottenere il miglior «affare emotivo» possibile, offrendo il proprio pacchetto di qualità sul mercato della personalità. Questa intuizione appare oggi amplificata: le relazioni sono inserite in un orizzonte di scelta potenzialmente infinito, reso tangibile dalle piattaforme digitali di incontro, dove l’altro si presenta come una serie di immagini e attributi scorribili, valutabili, comparabili. Il gesto dello “swipe” condensa simbolicamente l’intera ontologia relazionale del tardo capitalismo: l’altro è possibilità, non destino; opzione, non vincolo. Zygmunt Bauman ha parlato, non a caso, di «amore liquido». Nell’analisi di Bauman, la modernità liquida dissolve le strutture stabili e produce soggetti che temono il legame duraturo, perché lo percepiscono come una minaccia alla propria reversibilità, al “libero movimento” che si crede abbia l’atomizzazione dell’individuo odierno, che finisce col seguire la struttura capitalista del nuovo “noi”. Infatti, è bene ricordare che nemmeno fisicamente l’atomo è davvero libero di muoversi, figurarsi le persone. La relazione ideale diventa quella che può essere sciolta senza residui, come un contratto a breve termine. Questa apparente libertà si rovescia in una nuova forma di dipendenza: l’individuo resta legato non ad una persona, ma al circuito stesso del desiderio e della sostituzione. L’impegno fa perdere alternative, perché scegliere una persona viene vissuto come chiudere delle possibilità, piuttosto che costruire sicurezza. Il partner non è più un «tu» irriducibile, ma un’esperienza tra le altre, integrata in una biografia che assomiglia ad un catalogo di consumi affettivi. E la logica non cambia nemmeno nel caso di una “stabile” molteplicità di partner, perché falsa stabilità frutto di un controllo che è più simile a forme di collezionismo anaffettivo di figuri (o figurine) di uno spettacolo interpretato da un agente semplicemente avido.</p>



<p>In effetti, in questo scenario, la poligamia contemporanea – spesso non istituzionalizzata ma praticata come successione rapida di partner o sovrapposizione di legami – può essere letta come viva espressione della logica consumistica. Non si tratta unicamente di una rottura delle norme tradizionali, ma dell’interiorizzazione di un principio di varietà illimitata. Herbert Marcuse, in&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, aveva già notato come la società industriale avanzata producesse una «desublimazione repressiva»: la liberazione apparente degli istinti sessuali non conduce ad una reale emancipazione, ma ad una loro integrazione funzionale nel sistema di controllo capitalista. La sessualità diventa campo di consumo e la moltiplicazione delle esperienze erotiche non è necessariamente segno di maggiore profondità relazionale, bensì di un adattamento al ritmo accelerato della produzione e dell’obsolescenza. È così che avviene la sostituzione, in termini capitalistici, del desiderio in bisogno, cadendo in una kafkiana traslazione di quel che resta del significato della vita umana.</p>



<p>Per comprendere effettivamente quanto brevemente tratteggiato sul piano filosofico, si considerino adesso le conseguenze di una simile impostazione dal punto di vista psicodinamico, quotidianamente apprezzabile da ognuno di noi. Sul piano psicologico, questa cultura dell’insaziabilità favorisce la diffusione di tratti narcisistici. Christopher Lasch, nel suo&nbsp;<em>La cultura del narcisismo</em>, descrive una personalità tipica delle società avanzate: fragile, bisognosa di approvazione, ossessionata dall’immagine di sé, incapace di investimenti affettivi duraturi. Il narcisismo qui non è solo una struttura clinica, ma un adattamento culturale. E, forse, è questa la vera angoscia della società odierna. L’individuo è chiamato a concepirsi come un brand, a curare la propria presentazione, a massimizzare l’attrattività. Le relazioni diventano specchi in cui cercare conferma del proprio valore. L’altro non è tanto amato, quanto utilizzato come superficie riflettente. Quando lo specchio non restituisce più l’immagine desiderata ossia il bisogno utile in quel momento, la relazione perde funzione e può essere sostituita. L’altra persona è utilizzata opportunisticamente per colmare un vuoto, ad esempio legato alla solitudine: dal non sapere cosa fare una sera, al non voler restare solo in una casa troppo grande, magari nemmeno propria vista la crisi abitativa dilagante. Il narcisismo contemporaneo è paradossale: dietro la grandiosità si cela un senso cronico di inadeguatezza. Donald Winnicott parlava dell’importanza di «sopravvivere» all’uso che l’altro fa di noi; ma in una cultura che privilegia il piacere immediato, la sopravvivenza del legame alla disillusione diventa sempre più rara.</p>



<p>I disturbi alimentari rappresentano un altro punto in cui il consumismo incide profondamente sui corpi e sulle relazioni. Il corpo, nella società dello spettacolo, è capitale simbolico. Michel Foucault ha mostrato come il potere moderno agisca attraverso pratiche di disciplinamento del corpo; oggi tali pratiche sono interiorizzate e mediate dall’industria dell’immagine. Anoressia e bulimia possono essere lette, tra le altre cose, come tentativi estremi di esercitare controllo in un mondo percepito come eccessivo, invadente, saturo di stimoli. Per esempio, la persona anoressica rifiuta il cibo in una cultura che la invita a consumare senza limiti; il suo gesto è insieme ribellione e iperconformismo, poiché persegue un ideale di magrezza imposto dallo stesso sistema. Sul piano relazionale, i disturbi alimentari parlano un linguaggio di desiderio e rifiuto, di bisogno e negazione. Il corpo diventa messaggio, scena su cui si iscrive il conflitto tra dipendenza e autonomia. In una cultura che erotizza la magrezza e premia l’autodisciplina, il soggetto impara a valere per come appare. L’amore, allora, si intreccia con la paura di non essere abbastanza: abbastanza attraente, abbastanza desiderabile, abbastanza performante. Il legame affettivo è minacciato da un costante lavoro sul corpo come oggetto da presentare al mercato erotico. Il godimento sessuale, ad esempio nel caso di una molteplicità di partner, è semplice performance rivolta ad un “pubblico” che gratifichi la propria insoddisfazione corporea, ma ciò che resta è sempre insoddisfazione da colmare con altro pubblico (ovvero altri partner), in maniera spasmodica, intrappolati in un circuito di insaziabilità consumistica. È, dunque, evidente che la stessa sessualità è coinvolta, anzi travolta, in questa dinamica. Se, come sostiene Anthony Giddens, la modernità ha prodotto la “relazione pura”, basata sulla soddisfazione reciproca e non su obblighi esterni, tale modello presuppone soggetti capaci di comunicazione emotiva e di negoziazione, oramai completamente inattuabile nell’odierna società. In un contesto consumistico, la relazione pura degenera in relazione provvisoria: dura finché produce piacere e conferma narcisistica. Il sesso può diventare esperienza da collezionare, performance da valutare, ambito in cui dimostrare competenza. La pornografia diffusa contribuisce a standardizzare le aspettative, accentuando la pressione sulla prestazione e sul corpo, oggettivizzando i soggetti umani.</p>



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<p>Tutto ciò, è bene precisare, non implica una condanna moralistica della pluralità relazionale o della fluidità delle identità. Piuttosto, invita a interrogarsi sulle condizioni simboliche in cui tali forme si sviluppano. Ad esempio, quando la molteplicità dei legami nasce da una reale capacità di amare più persone, di sostenere la complessità emotiva, può costituire davvero un’esperienza ricca. Ma quando deriva dall’incapacità di tollerare la mancanza, il limite e la durata, rischia di essere solo l’altra faccia dell’insaziabilità consumistica, confondendo inevitabilmente desiderio e bisogno. Il problema, ovviamente, non è il numero dei partner, ma la logica e la struttura del desiderio che li attraversa, col capitalismo che colonizza l’eros al punto tale da trasformarlo in bisogno. Platone, nel&nbsp;<em>Simposio</em>, descrive Eros come tensione verso ciò che manca, forza generativa che spinge oltre il dato. Nella cultura consumistica, invece, la mancanza deve essere colmata, immediatamente; il desiderio non è più spazio di trasformazione, ma deficit da eliminare con un nuovo oggetto, una nuova esperienza, un nuovo partner. L’insaziabilità non apre all’infinito, ma condanna alla ripetizione, non tanto dei partner in una loro “stabile” molteplicità, ma di una logica che è una condanna a spingere eternamente un masso che altrimenti schiaccerebbe ogni cosa, irrimediabilmente, come del resto insegna nel suo vuoto dolore Sisifo.</p>



<p>Bibliografia</p>



<p>Bauman, Z.,&nbsp;<em>Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi</em>, Laterza, 2006.</p>



<p>Fromm, E.,&nbsp;<em>Avere o essere?</em>, Bompiani, 2018.</p>



<p>ID.,&nbsp;<em>L’arte di amare</em>, Mondadori, 2023.</p>



<p>Foucault, M.,&nbsp;<em>Sorvegliare e punire. Nascita della prigione</em>, Einaudi, 2014.</p>



<p>Giddens, A.,&nbsp;<em>Modernity and Self-Identity: Self and Society in the Late Modern Age</em>, John Wiley and Sons Ltd., 1991.</p>



<p>Marcuse, H.,&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, Einaudi, 1999.</p>



<p>Lasch, C.,&nbsp;<em>La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive</em>, Neri Pozza, 2020.</p>



<p>Platone,&nbsp;<em>Simposio</em>, Feltrinelli, 2000.</p>



<p>Winnicott, D. W.,&nbsp;<em>Gioco e realtà</em>, Armando Editore, 2020.</p>



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		<title>Il tradimento di un poliamoroso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se la monogamia non è più indice di fedeltà, ma di repressione e gelosia, cosa significa, al giorno d'oggi, tradire?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Valerio entrò nella stanza, poggiò il calice appena svuotato sulla scrivania, e con un gesto teatrale che consistette nell’allargare le braccia come davanti a una folla, annunciò: “Questa invece è la stanza delle mie malefatte.” Ginevra rise sbuffando: “Malefatte? E poi, come se non la conoscessi… sei proprio un idiota,<strong> dai non perdiamo altro tempo e: scopiamo</strong>.” “Dai sì, scopiamo.” Valerio afferrò Ginevra, e con uno schiocco di dita le slacciò il reggiseno sussurrandole all’orecchio qualcosa di indecifrabile, parole che portarono la ragazza a mordersi il labbro spezzando un sorriso malizioso: “Sei veramente un porco. Chissà a quante le dici queste cose…” , “<strong>A tante, lo sai, le conosci tutte</strong>.”</p>



<p>I due cominciarono a baciarsi, prima un po’ meccanicamente, poi sempre con più foga. Si spogliarono &#8211; via la camicia di lui, via la gonna e le scarpe di lei -, spostandosi verso il letto con dei passetti meccanici e indecisi, come dei capretti incastrati per le corna che si divertono a urtarsi le ginocchia a vicenda. “Cazz… il nervo.” “Scusa! E&#8217; che non ci vedo.” Nonostante Ginevra conoscesse la stanza di Valerio, e le tapparelle fossero alzate, il buio della sera invernale, complice anche la miopia della ragazza, la portò a colpire con il fianco il comodino al lato del letto. <strong>La botta non fu niente di che, quanto bastò però a far precipitare sul pavimento una piccola cornice</strong>. “La foto di Claudia, speriamo non si sia rotta.” Disse con voce bassa, trattenuta, Valerio. Fece per chinarsi a raccoglierla, ma Ginevra lo fermò prontamente afferrandogli la fibbia: “Lascia fare a me, <strong>ve l’ho regalata io questa foto</strong>.” Con movimento sinuoso e impacciato insieme, di palloncino che si sfongia, Ginevra poggiò sul parquet un ginocchio, poi l’altro, e invece di prendere la cornice per ricollocarla nel suo posto, iniziò ad armeggiare con la cinta del ragazzo, il quale capitolò dopo qualche secondo sul letto rovesciando gli occhi estatico.</p>



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<p>Nella stanza calò il silenzio, interrotto solo di tanto in tanto dal suono simile a quello di una grossa goccia di gelatina che precipita a ritmo cadenzato in una stanza vuota.</p>



<p>“Brava succhia …”</p>



<p>“Succhio, sì.”</p>



<p>“Succhia, brava. Prendi la foto di Claudia, guardala negli occhi e succhia.”</p>



<p>“Sì, succhio succhio.”</p>



<p><strong>Improvvisamente, nella stanza attigua, ci fu un suono di chiavi alla fine del corridoio</strong>. “Ah, è Claudia… è tornata Claudia.” Disse ansimando Valerio, serrando le palpebre per non perdere la concentrazione, perché alcune cose necessitano di concentrazione anche se tutto il lavoro lo sta facendo qualcun altro, “è tornata Clha…auudia.” Questa informazione non turbò in alcun modo Ginevra, al contrario si può dire che per quanto possibile la ragazza diventò addirittura più calda e paziente, al punto da rallentare i suoi movimenti come chi non ha nessuna fretta di concludere.</p>



<p>Poi nel salone si sentì un tonfo, come di qualcosa che viene sbattuto a terra con rabbia, a cui seguì la voce metallica di Claudia: “Brutto stronzo… io lo ammazzo”.<strong> Dei passi decisi, come di piccole ante che vengono sbattute, si fecero sempre più vicini e minaccios</strong>i, fino a raggiungere la porta della stanza che si spalancò di colpo: “Eccoti maledetto, eccoti qua!”</p>



<p>“Ehi amore… batuffolina. Sto per venire&#8230;”, disse Valerio alzandosi sui gomiti e muovendo un po’ i fianchi su e giù per facilitare la mungitura. Anche Ginevra, asciugandosi le labbra, salutò la nuova arrivata con un sorriso complice: “Ciao Claudia, come sei bella. Sei passata dal parrucchiere…?” E poi di nuovo se lo fece scivolare con delicata sensualità sulle labbra, come si fa per sigillare una sigaretta appena rollata. Claudia salutò Ginevra: “Ehm, ciao Ginni… scusami, ci puoi lasciare da soli?” Ginevra alzò la testa aggiustandosi una ciocca e continuando con la mano: “Certo, se mi dai due minuti però finisco.” “Sì, falla finire Claudia…” disse Valerio con gli occhi storti e un sorriso inebetito dal piacere.</p>



<p>A sentire la voce di Valerio, Claudia diventò tutta rossa, e una grossa vena le spuntò sulla fronte: “<strong>Tu stai zitto.” Poi, rivolgendosi a Ginevra: “Ginevra, forse è il caso che tu venga qui da me</strong>.” Davanti a quel viso rosso di rabbia, Ginevra diede le ultime due succhiatine rapide, poi, nonostante le suppliche di Valerio, si alzò producendo con la bocca il suono di un tappo che salta. Valerio non riuscì più a trattenere la sua frustrazione: “Claudia, siamo impazziti? Non si può interrompere un pompino così.” In tutta risposta, Claudia estrasse il telefono dalla sua borsetta con autorità micidiale: “<strong>Cos’ho?</strong> <strong>Ho che l’altro giorno non sei andato a giocare a calcetto con quel gruppo di coglioni di amici tuoi, ma sei andato a farti una bella <em>confidata</em>.</strong> Sì Ginni..<strong>.</strong>hai capito bene. Una schifosa confidata. Con quella cessa della sua amica.” Ginevra, sorpresa dalla notizia: “Ma chi, l’amica storica? Come si chiama…” “Troia si chiama, troiona, si chiama. Ecco come si chiama: si chiama regina delle fucking troie.”</p>



<p>Valerio ingoiò un groppo, si alzò dal letto trastullando il sesso smunto tra le mani. “Claudia… che stai dicendo? Chi te l’ha detta questa follia? Io non mi confiderei mai con nessuna che non sia tu… dai, smettete di fare le sceme e venite qui tutte e due.” “Stai zitto uomo di merda, che ci fai più bella figura. E rimettitelo dentro, che in confronto a quello di Riccardo il tuo fa ridere. E comunque, ho le prove.” “Le prove?” Valerio sorrise stordito, incredulo. Si voltò verso Ginevra come chi cerca un sostegno, ma lei distolse lo sguardo spietata. <strong>Claudia tirò fuori il telefono dalla sua borsetta. </strong>Lo schermo illuminò la stanza buia e il volto del ragazzo, che si scoprì bianco come chi è prossimo allo svenimento: “Ecco qui, ECCO. Si sente tutto… ogni parola. Ogni tua schifosa parola è stata registrata.” Davanti agli occhi di Valerio partì un filmato.</p>



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<p>“Guardati… uomo piccolo, esattamente come tutti gli altri. <strong>Al parco, su una panchina, a ridere, a confidarti, a giocare con un pinolo con quel mezzo sorriso incantato, a parlare delle tue paure, dei tuoi progetti, dei tuoi sogni. E qui? Oddio…</strong>” Claudia si coprì gli occhi e iniziò a singhiozzare. Vedendo la migliore amica in lacrime, Ginevra andò ad abbracciarla. Le carezzò il viso, poi le baciò affettuosamente il collo, le leccò le lacrime sulle guance. “Vieni qui…povera Claudia.” “Ginni, Ginni. Ma hai sentito che cosa le ha detto? <strong>Le ha parlato della sua infanzia, di come delle volte si sente inadeguato e insicuro.</strong> E&#8230;” Ginevra prese il telefono della sua amica e chiuse il video: &#8220;Questo è davvero troppo, basta. Perché ti devi torturare così?&#8221; Quindi si voltò verso Valerio con un sorriso sprezzante e altezzoso: “<strong>Fai schifo</strong>.” Dopodiché, con quella forza che scaturisce da una sincera amicizia femminile, accompagnò Claudia fuori dalla stanza. La porta si chiuse. Valerio, solo con se stesso, si abbracciò le ginocchia. Oscillò per circa un minuto come un cavallino a dondolo. Poi, con voce stridula, quasi infantile, gli occhi sbarrati e tristi, sussurrò: “L’ho persa, persa per sempre. Per una confidata di pochi minuti ho perso l&#8217;amore della mia vita. Sono proprio un coglione.”</p>
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