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	<title>potere Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Quel gran figlio di Putin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2025 15:38:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto anti-putiniano dal libro "Ideario di un figlio di puttana" (GOG 2025) raccolta inedita di scritti di Eduard Limonov.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/quel-gran-figlio-di-putin/">Quel gran figlio di Putin</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ho passato un bel po’ di tempo a osservare lo schermo, studiando il volto dell’uomo che governa la Russia. <strong>È uno sguardo evasivo di un viso evasivo</strong>, che non vuole incrociare nessun altro sguardo, che non vuole incrociare gli sguardi del nostro popolo. Se ne ha la possibilità, il suo volge altrove. Fateci caso.<br>Forse è insicuro di sé oppure non vuole proprio guardare verso di noi, certo, non verso di me o di voi in concreto, ma verso la telecamera, che poi saremmo noi. Ascolto con attenzione anche i suoi discorsi, come parla, se si impappina oppure se procede più fluido. Il suo parlare va avanti in modo uniforme, in sostanza, senza alcuna intonazione.</p>



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<p><br>A volte Putin si interrompe appena quando viene sopraffatto da un tipico attacco d’ansia, capita quando si arrabbia, quando è sopraffatto dall’ira. Proprio in quel momento i suoi zigomi si contraggono, come se riuscisse a muoverli a comando, come se riuscisse, detto in termini letterari, “a giocarci”. <strong>Da tutti questi segnali si ha come l’impressione che sia un uomo tutto sommato cattivo, che nasconda bene il suo brutto carattere dietro l’indifferente borbottare affaristico del suo discorso, voltandoci lo sguardo</strong>.<br>Dal momento che il Presidente è di bassa statura, ha sempre avuto problemi nel mostrarsi come un uomo di valore. </p>



<p>Per ovviare a ciò ha studiato tutta una serie di stratagemmi. Il linguaggio tecnico, veloce e distaccato produce un effetto di straniamento da chi lo circonda, lo isola, il volgere lo sguardo altrove ha lo stesso scopo. <strong>Essendosi isolato, si sente superiore</strong>. Da lui non possiamo aspettarci gli spettacoli da alcolizzato, umilianti per la Russia, dati del suo predecessore El’cin, né che si adiri apertamente con la gente. Da un lato è un bene che davanti alle telecamere non si comporti come Ivan il Terribile, ma d’altra parte è un male che abbia un carattere vendicativo e che i suoi conti aperti con gli altri vengano regolati non direttamente sulla scena, bensì dietro le quinte. E non certo da lui stesso, bensì con l’aiuto dei suoi fedeli e zelanti servitori: ad esempio, dalla Procura generale, del Ministero di Grazia e Giustizia, dal Servizio Penitenziario Federale, della Commissione Elettorale Centrale, ecc…</p>



<p><br><strong>Capita che l’insensibilità e la disumanità del Presidente Putin gli si ritorcano contro, come nel caso del sottomarino “Kursk”.</strong> Allora, ve ne ricorderete, se ne restò nella soleggiata Soči, sulle rive del Mar Nero, quando anche solo in virtù della carica ricoperta si sarebbe dovuto catapultare come un proiettile, salire su un aereo e dirigersi sulle rive del Mare di Barents e da lì dirigere le operazioni di salvataggio dei marinai, o comunque provarci con coraggio. <strong>Sarebbe dovuto andare lì di corsa, con i suoi stivali immersi nell’acqua a incitare i soccorsi</strong>. Con indosso i suoi stivali di gomma avrebbe dovuto accettare tutte le offerte di aiuto provenienti dai paesi stranieri, utilizzare qualsiasi soccorso. E quando, dopo qualche ora, non si fosse potuto fare più nulla, se ne sarebbe dovuto stare lì, sfinito, con le occhiaie, sullo sfondo di quel mare ghiacciato che era diventato la tomba di 180 marinai russi e dire alle telecamere: «Cittadini russi, ho fatto il possibile, di più non so che fare!».</p>



<p><br>Tuttavia, non si è comportato così, lo abbiamo visto abbronzato e tranquillo sulle rive dei mari del Sud, con la sua polo indosso. Per la prima volta dimostrò la sua disumanità, la sua indifferenza.<br>A seguire vi fu la famigerata fredda risposta data alla domanda del giornalista americano Larry King «Che ne è stato del vostro sottomarino Kursk?».</p>



<p><br>«È affondato», rispose semplicemente il Presidente, con un volto mite e rilassato.</p>



<p><br><strong>Non pensò nemmeno di indire il lutto nazionale. Già da lì fu chiaro quanto i suoi connazionali gli siano indifferenti</strong>. Il viso del Presidente si illumina di sorrisi sinceri, di simpatia e gioia solo quando lo vediamo incontrare i grandi leader occidentali, i suoi amici: i vari Bush, Berlusconi, Schröder. In queste occasioni il suo fascino si accende. Ho una domanda: come mai non si comporta così nei nostri confronti, nei confronti di noi cittadini russi? Pensa forse che con noi sia necessario essere severi o, come minimo, insensibili? <strong>Per la maggior parte del tempo lo vediamo in tv con sullo sfondo la mobilia démodé del Cremlino, in stile zarista</strong>. Siede sul broccato dei sofà ricamati dai piedini intagliati e incurvati, su sedie di questo tipo. La carta da parati e i drappi che gli fanno da sfondo sono inevitabilmente marchiati dal simbolo dell’aquila bicipite. Detto senza fronzoli: ecco i tratti zaristi del potere del Presidente. Eppure noi siamo una Repubblica dalla rivoluzione del febbraio 1917! O forse sono io ad aver frainteso il significato dell’aquila bicipite?</p>



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<p><br>Avendo vissuto in Francia, mi ricordo che su quella apposita mobilia, su quei divanetti dai piedini intarsiati, sedette per due mandati presidenziali François Mitterand. Eppure non mi sembra di aver visto in tv nessun giglio reale e nessuna corona dentro l’Eliseo. È evidente che Pal Palyč Borodin, restauratore del palazzo presidenziale presso il Cremlino, si sia ispirato all’Eliseo del presidente francese, anche perché la mobilia della Casa Bianca americana è meno intarsiata, i suoi divanetti sono più scarni e lineari. Ecco come la penso: <strong>il Presidente della Russia, un paese dove un terzo se non la metà della popolazione è povera, non dovrebbe mostrarsi circondato da questa stupida mobilia che dimostra un’abbondanza vetusta</strong>.</p>



<p><br>Penso che gli incontri giornalieri con i ministri trasmessi in tv a tutto il paese intorno allo stesso tavolino non siano altro che una goffa messa in scena, che quel tavolino sia stato usato precedentemente a stento per giocarci a carte, non vi è nessuna prova che quel tavolo venga usato dal Presidente per lavoraci, nossignore: non vi è nessuna carta sparsa, né un fascicolo o un documento, né un computer. A che pro prendere in giro il popolo con dei metodi così banali e stupidi, ovvero, facendo finta di lavorare?<br>Ed eccolo, Putin, col tono di voce monotono e affaristico tipico del Presidente risoluto, che, distogliendo lo sguardo, domanda al ministro: «Come mai non è stato fatto questo? Come mai non è stato fatto quello?». Il ministro con la cartellina, dopo aver dato un colpo di tosse, afferma meccanicamente: «Questo è stato già fatto, mentre quello e quell’altro verranno fatti tra una settimana». Il cittadino deve esserne contento: il Presidente non beve, il lavoro procede. Il Ministro tossisce, con le sue scartoffie nella cartellina. Fossero nient’altro che dei vecchi giornali? <strong>Mi interesserebbe tanto sapere: a quale ideale di governatore si ispira il nostro Presidente?</strong> È chiaro non sia uno sgobbone vestito con una giacca qualsiasi, magari rattoppata, con un tavolo tutto pieno di carte che ormai occupano pure i divanetti, fino a sfondarli. O con un computer i cui megabyte di memoria riescano a stento a contenere tutta la documentazione presidenziale.</p>



<p><br>Di certo l’ideale di Putin non è Lenin, la testa del quale andava in fumo a furia di lavorare, mentre dettava a tre dattilografi in contemporanea, avvolto da una nuvola di fumo di sigari degli operai e dei soldati deputati. Dal 1990-91 molti esponenti in vista del Partito Comunista si sono allontanati dalla figura di Lenin come il diavolo dall’acqua santa, interi battaglioni e reggimenti di funzionari hanno stracciato le tessere di partito. Dal 1990 il tenente colonnello in congedo del KGB (Putin – N.d.T.) si mise a lavorare con Sobčak, suo ex professore dell’università statale di Leningrado, in quanto condividevano gli stessi ideali che di certo non erano quelli di Lenin. Sobčak non avrebbe mai consentito di essere affiancato a una persona con quelle idee.</p>



<p><br><strong>L’ideale politico del Presidente lo si può dedurre dal suo gusto estetico, palesatosi principalmente in occasione dei suoi due insediamenti</strong>. Di questi ne ho parlato più nel dettaglio nel capitolo dal titolo <em>Sembra che Lei creda di essere lo Zar</em>.<strong> Imita l’autocrazia russa</strong>, l’ideologia che ha retto il nostro paese fino al 1917. Il Presidente della Federazione Russa si rivolge all’autocrazia come a un modello, consciamente o inconsciamente. A livello più inconscio, per così dire, agisce il sangue, la tradizione: in fin dei conti da noi ogni poliziotto di quartiere, qualsiasi vigile urbano nella sua guardiola all’entrata della metro si comporta da autocrate… anch’io sono un autocrate, quando vi chiedo di capire e recepire le mie osservazioni riguardo il Presidente russo. È un fatto importante.</p>



<p><br>Cito il «New York Times», il quale informa i lettori riguardo la conferenza stampa del Presidente russo: «Anche quando Putin parla tranquillamente, anche quando è mite, le sue dichiarazioni risultano notevolmente taglienti… <strong>quando conversa con qualcuno il suo corpo si comporta come se stesse affrontando un combattimento</strong>. Quando gli viene posta una domanda indietreggia spesso verso lo schienale della sedia, muove le spalle e raddrizza la schiena come farebbe un atleta mentre si accinge a sollevare un peso… una volta posta la domanda si sporge in avanti, spostando il peso sugli avambracci, per poi fornire una risposta compunta… lo stile delle sue dichiarazioni ricorda quello di un manager zelante, uno di quelli con la mania del controllo».</p>



<p><br>Il «Washington Post» sulla stessa conferenza stampa: «Il leader russo ha parlato per tre ore attaccando i detrattori della politica russa, scoppiando di rabbia e con il viso contratto in una smorfia».</p>



<p><br><em>Stizzito.<br>Arrabbiato.<br>Col volto contratto in una smorfia.</em></p>



<p><em><br></em>Nessun giornalista straniero ha avuto l’impressione di un Presidente buono d’animo. <strong>Io non ho mai visto la sua bontà d’animo</strong>. O lui non può proprio essere buono per natura oppure ritiene che è la sua carica, quella di Presidente della Russia, a costringerlo a comportarsi da cattivo. La cosa più probabile è che lui sia cattivo di natura e che pure ritenga che uno Zar debba essere severo, iracondo. Nella storia russa, il popolo, nel tentativo di adulare, chiamava lo Zar batjuška, ossia “padre”. Nella stessa espressione Zar-batjuška si evince, è presente una certa sfumatura di bontà, il popolo confidava ingenuamente nella magnanimità del suo imperatore. Si usava dire anche Zar-gosudar’, ossia lo “Zar sovrano”, espressione spesso riscontrabile nei lubok popolari dedicati a Pietro I il Grande. Di certo Pietro non fu benevolente col popolo, fu bensì un padre padrone cattivo, baffuto e sbarbato.</p>



<p><br><strong>Anche il Presidente Putin si attiene a questo genere di padre: crudele, esigente, che contrae a comando gli zigomi, che fa smorfie, che non ti rivolge lo sguardo.</strong> Certo, una Pietroburgo non l’ha ancora costruita, anzi, di terre ne ha cedute. Ma esige che tutti noi ci fiondiamo a combattere le sue guerre, che tutti prestiamo il fianco ai terroristi nelle nostre città. I ceceni non vogliono vivere con la sua famiglia, ma lui li costringe a furia di botte violente.</p>



<p><br>Vladimir Vladimirovič, signor Presidente, crede davvero che sia possibile costringere con le sue percosse violente a vivere con lei? Con le sue percosse senza amore? Credo proprio di no. <strong>Allora perché violenta il paese intero costringendolo a sopportarla?</strong></p>



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<p><br>Il Presidente russo ha le idee confuse: avendo Pal Palyč Borodin e Behgjet Pakolli<sup data-fn="856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb" class="fn"><a id="856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb-link" href="#856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb">1</a></sup> disegnato intorno a lui un po’ troppe aquile bicipiti, ci reputa suoi sudditi, come fosse lo Zar, ma noi non viviamo nel XIX secolo. Siamo cittadini di un paese che sicuramente non è libero, ma di certo non siamo i sudditi di un padre padrone. Tuttavia, pretende di governarci proprio come farebbe uno Zar arcigno. <strong>Non vi è dubbio alcuno, l’uomo a capo dello Stato russo deve aver fatto confusione con le epoche storiche</strong>. E insieme a lui anche il suo esercito di funzionari, nonché tutti i suoi servi: pubblici ministeri e gendarmi dell’FSB, la struttura del suo Stato è zarista. Lermontov, ricordiamolo, ci descrisse perfettamente:<br> <br><em>Russia, o misera Russia<br>paese di servi, paese di padroni<br>e Voi, con l’azzurra uniforme<br>e te, popolo agli ordini conforme…<br></em> <br><strong>E così nulla è cambiato, tutto torna. </strong>Vi sono tutti coloro che rappresentano in piedi al cospetto del trono l’avida folla/ della libertà, del genio e della gloria il boia. Ogni cosa è al suo posto, l’analogia è completa. L’“azzurra uniforme” oggi la indossano i procuratori. Eccoli qui, i custodi della legge, tra di loro c’è chi pesa tra i 150 e i 200 kg, come Ustinov e Kolesnikov; così come c’è chi, tra i vice-procuratori generali, è magro come un verme: Kolmogorov, Birjukov, Šepel’ e altri. Ed ecco uscire in lontananza il corpo dei procuratori. Ve n’è uno, il più strambo e malato di tutti: Ustinov (procuratore generale, garante capo del rispetto della legge, il quale non molto tempo fa avrebbe proposto di prendere in ostaggio i parenti dei presunti terroristi) e la sua “squadra”. <br>Tutti rispondono: «Eccoci! Siam qui! Pronti a servirla!»<br>«E i cosacchi? Dove sono i cosacchi?».<br>«Eccoci!» ‒ rispondono gli sbirri ‒ «siamo noi i cosacchi di regime. Sciogliamo le manifestazioni popolari».<br>«E la terza sezione? Le guardie di servizio? Presenti?».<br>«Eccoci!», rispondono i ragazzacci del Servizio Federale di Sicurezza (FSB).<br>Maestri nella provocazione, spie con le orecchie attente, dall’udito sempre pronto. La cosiddetta “sicurezza nazionale”, la stessa che permise che l’Urss venisse liquidata nel 1991 e che ora si sta specializzando nel picchiare e nell’arrestare i ragazzi e le ragazze del Partito Nazional-Bolscevico. I cavalieri con manto e pugnale, coloro che all’epoca mi hanno arrestato accusandomi di aver organizzato la secessione, pensate un po’, della regione orientale del Kazakhstan abitata da russi, di aver formato illegalmente delle squadriglie armate e di aver acquistato armi per raggiungere questo scopo. Pensate un po’, <strong>per questi motivi i servizi segreti russi mi hanno arrestato! Avrebbero dovuto darmi una medaglia, stando così le cose.</strong> Perché mai sbattere in galera un patriota come me? Con l’intenzione di tenermi per sempre a marcire lì, dietro le sbarre. Per loro sfortuna, non avevano prove.<br>«Le guardie son qui! L’FSB non dorme!».<br>«I nostri <em>ochotnorjadcy</em>,<sup data-fn="6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b" class="fn"><a id="6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b-link" href="#6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b">2</a></sup> dove sono?».<br>Eccoli con quei pancioni, prima avevano anche la barba, mentre oggi sono glabri, le forze più oscure e reazionarie di tutta la Russia. Una volta erano commercianti, oggi sono deputati.<br>«Siam qui, al solito posto, sull’Ochotnyj Rjad, numero civico 2», rispondono i deputati di “Russia Unita”. <strong>Son così reazionari che a breve vieteranno persino agli uccelli di volare</strong>.<br>«L’Ordine di San Michele Arcangelo c’è?», mi pare che qualcuno fosse sbucato fuori, ma ecco sì, c’è! Ecco l’organizzazione “I Nostri”, con a capo i fratelli Jakemenko con il loro sguardo bugiardo, servi a libro paga dell’amministrazione presidenziale. Così come cento anni fa erano pronti a spaccare la testa ai nemici del padrone, ecco il loro modus operandi odierno: queste facce toste si definiscono ironicamente “antifascisti”, mentre tutti gli oppositori di Putin sono dei… “fascisti”.</p>



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<p><br>A primo acchito pare proprio manchi Rasputin… sì, pare proprio non ci sia, però c’è la cattedrale di cemento del Cristo Salvatore, c’è pure una sorta di capo <em>pope</em>, onnipresente al pari di Rasputin, ma sì! C’è il Patriarca Aleksej, che serva o meno, la sua presenza è fissa. Si dice che nel 1996 esortò i fedeli a non votare il comunista Zjuganov per 500 kg d’oro, avuti “in dono” per laccare nuovamente le sue cupole. Ci sono anche dei pope di rango inferiore, con i culi grossi fasciati dalle tuniche. <strong>Che zarismo sarebbe senza un po’ di oscurantismo clericale?</strong> L’arciprete Čaplin ha fatto visita al raduno de “I Nostri”, presso il lago Seliger, benedicendo i pestaggi, in qualità di rappresentante della chiesa russo-ortodossa, con un girovita di due metri. Per non parlare dei funzionari, personaggi degni de <em>Le anime morte</em>, eppure immortali!<br>Brulicano vermi di ogni tipo: grassi e flemmatici, come Mironov del Consiglio Federale, magri e isterici, come Vešnjakov della Commissione Elettorale Centrale, oppure tirati a lucido come Zubarov (pare che questi indossi ben due cravatte contemporaneamente!). E c’era pure quel Počinok, un tipo alquanto rozzo, con la bava alla bocca, peraltro chissà che fine ha fatto. Basta vedere quel criceto di Stepašin… e quel Dmitrij Kazak, Kozak, come si chiama… ha una fisionomia che sembra stata tagliata con l’accetta. E quel Gryzlov, quello con i buchi in faccia, pare si sia arrugginito al punto tale da corrodersi. Dio mio, non manca proprio nessuno!</p>



<p><br>E le ragazze?! Le ragazze funzionarie, il matriarcato, tutte laccate, sempre acconciate come la regina d’Inghilterra, tipo la Slizka o la Matvienko! Oh funzionarie, con i vostri culi grossi da ippopotamo, non vi è poeta degno di tesservi le lodi!</p>



<p><br>«Siam qui!», rispondono i funzionari.</p>



<p><br>E tutti loro si nascondono dietro il cattivello da loro pubblicamente scelto, fanno capolino dietro di lui. Tutti questi difensori del trono di certo credono di rappresentare la Santa Rus’, di vegliare sui suoi principi. Ma oggi come allora sono personaggi appartenenti al passato, conservati intatti da qualche magia oscura nel gelido clima russo: sono la Rus’ satanica. <strong>La più grossa macchia dell’autarchia putiniana non sta nel mantenere il popolo in miseria. Questo regime non andrebbe valutato secondo parametri economici (e pure secondo questi sarebbe considerabile uno squallore), ma per la quantità di umiliazioni, sofferenze e affronti alla libertà inflitti ai cittadini. Stando a questi parametri, il regime di Putin può essere considerato disumano</strong>. Ecco la sua macchia più grossa: il comportamento insopportabilmente altezzoso (tipico dei suoi cekisti), antidemocratico, incivile e medioevale tenuto nei confronti dei cittadini. <strong>Un modello di stato paternalistico di un padre austero, con a capo Sua Altezza, il suo Presidente-Padrone, che in realtà è fatto a modello di un campo di prigionia del Servizio Penitenziario Federale</strong>.</p>



<p><br>Sono stato tenuto prigioniero in uno di questi, nel campo n°13, presso le steppe del Volga. Lì quelli che obbediscono vengono al limite premiati, non venendo toccati, mentre gli indisponenti vengono picchiati, resi storpi e uccisi. Il modello di stato-lager non dovrebbe più esistere nel XXI secolo. Stati così sono paurosamente vecchi, non sono più accettabili. Dunque, si comporta con noi come un padre cattivo. Ma di lui cosa si può dire?</p>



<p><br><strong><em>Non ha coraggio</em></strong>. Alla Dubrovka non si presentò, a Beslan arrivò in gran segreto, nottetempo, per non farsi vedere da nessuno se non dall’amministrazione locale, non sia mai si fosse imbattuto faccia a faccia con qualche parente degli ostaggi uccisi. Il suo volo sul caccia-bombardiere verso la Cecenia prima delle elezioni del 2000 venne fatto per propaganda, rimase lì, ben protetto, in aeroporto. In occasione di qualsiasi crisi si nasconde, se ne sta al riparo, per poi sbucare quando il peggio è passato.</p>



<p><br><strong><em>Non ha generosità. È avaro</em></strong>. È quel tipo che quand’è inverno non desidera neanche che nevichi. Mentre la Russia avrebbe bisogno di un presidente buono, buono d’animo, che per la prima volta nella sua storia dia il suo cappotto imbottito alla gente che se ne sta al freddo sul ciglio della Sadovaja, che conceda grazia ai carcerati sofferenti, che faccia visita al popolo presso le proprie case, a chi non ha nulla, che parli loro con il cuore, che gli dia soldi. I propri soldi.</p>



<p><br><strong><em>Non ha magnanimità</em></strong>. Tiene chiuse in gabbia da un anno nove ragazze del Partito Naz-Bol perché si sono presentate nella sala d’attesa della sua amministrazione. Che magari le liberasse, sono pur sempre ragazze! È ingiusto e insensibile. Ci ha tolto la libertà. A tutti noi. Tutti gli apparteniamo.</p>



<p><br><strong><em>Usa la menzogna come metodo di governo</em></strong>. E non la usa in via eccezionale, no, bensì come regola! Usa la violenza come metodo di governo.</p>



<p><br><strong><em>È un uomo violento</em></strong>. Con la costituzione che ci ritroviamo, dove i poteri presidenziali sono davvero illimitati, più di quelli che aveva lo Zar, le qualità umane del presidente non devono essere indifferenti a noi cittadini. Se è iracondo e dà ordine di assaltare il teatro sulla Dubrovka con chissà quale gas, siamo noi e i nostri figli a crepare, cari cittadini, non certo i figli di Putin. Se a Beslan dà ordine di attaccare dopo aver causato esplosioni all’interno dell’edificio, a morire saranno i bambini osseti e russi della scuola n°1, non certo i figli dei coniugi Putin. La seconda guerra cecena (ho messo in ordine un po’ di dati sulle vittime e ne do una stima approssimativa), ha tolto la vita, tra civili, esercito federale e truppe al servizio di Maschadov e Basaev, a circa 30mila persone, ma il Presidente vede questa guerra come un evento naturale a lui favorevole e non fa nulla per porle fine, è un Presidente pericoloso. È pericoloso poiché risolve qualsiasi crisi solo con la violenza. Fa così perché magari lui stesso proviene dai servizi segreti oppure perché è proprio così di natura, è nato proprio così? Non si sa, ma il fatto che lui sia un pericolo per noi lo sanno tutti i parenti e le vedove di coloro che sono morti in Cecenia, le madri e i padri di Beslan, i familiari dei morti della Dubrovka.</p>



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<p><br>A volte si può essere d’accordo quando il Presidente parla, anche perché parla molto e molto volentieri. Ma con le sue azioni non si può essere d’accordo, se non quando dà da mangiare a Vadik, la sua cavallina.<strong> Per il resto è un capo di Stato iracondo e vendicativo, diventato Presidente per nomina. Ha messo in piedi per noi uno stile di governo paternalistico, dove lui decide tutto e noi non decidiamo nulla</strong>. Si atteggia nei nostri confronti come se fosse il nostro padre cattivo. Per capire quanto sia pericoloso, immaginatevi 30mila cadaveri putrefatti sulle strade asfaltate di Mosca. Non è lui la sola causa della morte di quelle persone, ma lui e le sue qualità umane ne sono una parte.</p>



<p><br>I nazional-bolscevichi che stanno patendo la prigionia hanno ragione: <strong>UN PRESIDENTE DEL GENERE NON CI SERVE!</strong></p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb">Riferimento allo scandalo Mabetex che scosse la politica russa nel 1998 sotto la presidenza El’cin, quando Pavel Borodin, in capo all’Ufficio presidenziale, venne coinvolto in un caso di corruzione nella gara d’appalto per la ristrutturazione del Cremlino, vinta da una ditta svizzera, appunto la Mabetex, di proprietà dell’imprenditore e politico kosovaro Behgjet Pakolli [N.d.T.]. <a href="#856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b">Così chiamati i commercianti dell’Ochotnyj Rjad, quartiere centrale di Mosca, nella seconda metà del XIX secolo assidui frequentatori volontari dei pogrom della polizia indirizzati contro le manifestazioni studentesche, gli intellettuali e gli ebrei [N.d.T.] <a href="#6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/quel-gran-figlio-di-putin/">Quel gran figlio di Putin</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Iperdispositivo n°4: la Tecnoburocrazia</title>
		<link>https://ilnemico.it/iperdispositivo-n4-la-tecnoburocrazia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Aug 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Iperdispositivi]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[burocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
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		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo testo-saggio va letto come un’insieme di favole. Al posto dell’Abete e del Rovo troveremo uno spazio nel quale si racconta della Realtà e della Rappresentazione che litigano tra loro. La Realtà si vanta di essere più tangibile e concreta. La Rappresentazione però dice che alla Realtà piacerebbe essere rappresentazione per non essere abbattuta dall’Immagine. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/iperdispositivo-n4-la-tecnoburocrazia/">Iperdispositivo n°4: la Tecnoburocrazia</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><br>Questo testo-saggio va letto come un’insieme di favole. Al posto dell’<em>Abete</em> <em>e del Rovo</em> troveremo uno spazio nel quale<strong> si racconta della Realtà e della Rappresentazione che litigano tra loro</strong>. La Realtà si vanta di essere più tangibile e concreta. La Rappresentazione però dice che alla Realtà piacerebbe essere rappresentazione per non essere abbattuta dall’Immagine. Al posto de <em>Il leone e l’asino che andavano a caccia insieme</em> leggeremo di Tecnologia e Magia e la loro comunione d’intenti. Ci chiederemo “chi ha violato il godimento?” e parleremo di papà Capitalismo che mangia i suoi stessi figli.</p>



<p>Il perno di queste favole sono gli Iperdispositivi. <strong>Quando il filosofo Foucault cercava di dare un nome a un insieme di discorsi, istituzioni, regole, atti, gesti e alla rete che si stabilisce tra questi elementi trovò come calzante il termine Dispositivo</strong>: “Il dispositivo è sempre iscritto in un gioco di potere. […] Il dispositivo è appunto questo: un insieme di strategie di rapporti di forza che condizionano certi tipi di sapere e ne sono condizionati”.</p>



<p>Il dispositivo, in maniera paradossale e a dispetto della sua stessa natura filosofica, è stato negli anni controllato e contenuto all’interno di alcuni oggetti. <strong>Questi oggetti, gli Iperdispositivi, sono la magia, il godimento, l’immagine e la burocrazia</strong>. A intrattenere una relazione con essi è la tecnologia che accompagna l’Occidente da quando Adamo ed Eva aprirono gli occhi e entrambi si accorsero che erano nudi e cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. O<strong>vvero una metafora di quando l’individuo si accorse della sua immagine e della possibilità di lavorare un oggetto e farne una tecnologica cintura. </strong></p>



<p>Gli iperdispositivi sono, riassumendo, oggetti capaci di trattenere quell’insieme eterogeneo di strutture e reti e di <strong>potenziarlo, controllarlo, orientarlo</strong>.</p>



<p>Questa è una prefazione alle generalizzazioni dei quattro testi che verranno (uno per ogni iperdispositivo). A differenza delle favole non provate a trarne una morale, <strong>semplicemente non esiste.</strong></p>



<p>&#8230;</p>
</blockquote>



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<p class="has-text-align-right">Davanti alla legge c’è un guardiano. Davanti a lui viene un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che ora non gli può concedere di entrare. L’uomo riflette e chiede se almeno potrà entrare più tardi. «Può darsi,» risponde il guardiano «ma per ora no.» Siccome la porta che conduce alla legge è aperta come sempre e il custode si fa da parte, l’uomo si china per dare un’occhiata, dalla porta, nell’interno. Quando se ne accorge, il guardiano si mette a ridere: «Se ne hai tanta voglia prova pure a entrare nonostante la mia proibizione. Bada, però: io sono potente, e sono soltanto l’infimo dei guardiani. Davanti a ogni sala sta un guardiano, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo non riesco a sopportarla nemmeno io». L’uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, pensa, dovrebbe pur essere accessibile a tutti.<br><em>Davanti alla legge</em>, Franz Kafka</p>



<p>Nel racconto <em>Oltre il Confine</em> dello scrittore americano Cormac McCarthy i protagonisti, Billy, suo padre e suo fratello Boyd conducono una spedizione di caccia. Stanno tentando di intrappolare una lupa incinta che ha predato il bestiame vicino alla fattoria della famiglia. Quando Billy finalmente cattura l’animale, lo imbriglia e, <strong>invece di ucciderlo, decide di riportarlo sulle montagne del Messico dove crede si trovi la sua casa originale</strong>. Per far ciò abbandona la sua famiglia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><br>Finí di cenare e andò a letto. Boyd dormiva già. Rimase sveglio a lungo pensando alla lupa. Cercò di immaginare il mondo dalla sua prospettiva. Cercò di immaginarsela mentre correva su e giú per le montagne di notte. Si domandò se la lupa fosse davvero cosí misteriosa come aveva detto il vecchio. Cercava di immaginare che odore e che sapore avesse per lei il mondo. Si domandò se il sangue vivo di cui si saziava avesse un gusto diverso da quello ferroso che correva nel suo corpo di ragazzo. O dal sangue di Dio. La mattina seguente, prima che facesse chiaro, andò a sellare il cavallo nel buio gelido del fienile. Uscí dal cancello ancora prima che il padre si alzasse e non lo vide mai piú.<sup data-fn="b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba" class="fn"><a id="b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba-link" href="#b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba">1</a></sup></p>
</blockquote>



<p><br>I racconti sul vecchio West ci affascinano così tanto, perché a sedurci è quello spirito di libertà e indipendenza che di cui oggi percepiamo la mancanza. Oggi non potremmo svegliarci e non vedere più i nostri genitori. <strong>La tecnologia ce lo impedirebbe, la banca ci cercherebbe, la dogana ci bloccherebbe, un giornale scriverebbe di noi che siamo scomparsi.</strong> Tutti si attiverebbero per ritrovarci. La nostra immagine circolerebbe sui social, sarebbe appesa sui muri dei palazzi insieme a una serie di nostri dati e indicazioni sui tratti somatici. Invece in <em>Oltre il confine</em> Billy si alza e scompare alla volta dell’ignoto.</p>



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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><br>McCarthy racconta di gente che con pazienza infinita cerca di rimettere a posto il mondo. Di riportare le cose dove dovrebbero stare. Di correggere le impurità del destino. Che sia una lupa, o dei cavalli rubati, o un cadavere, o un bambino perduto: quello che fanno è cercare di riportarli al loro posto. E non c’è spazio per la ragionevolezza o il buon senso: è un istinto che non conosce limiti, un’ossessione incurabile. Se occorre la violenza, si usa la violenza. Se bisogna morire, si muore. Con la ferocia e l’ottusa determinazione di un giudice che deve riequilibrare i torti della sorte,<strong> gli eroi di McCarthy vivono per ricomporre il quadro sfigurato del mondo.</strong> Il Reale è una Ferita, e loro ne cercano i lembi, e inseguono la saggezza che saprebbe riunirli nella salvezza di qualche cicatrice.<sup data-fn="40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3" class="fn"><a id="40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3-link" href="#40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3">2</a></sup></p>
</blockquote>



<p><br>Il nostro è un mondo contrario a quello dei racconti di McCarthy, <strong>nel nostro non c’è spazio per la spontaneità, per i gesti insensati, per le ossessioni.</strong> L’Occidente contemporaneo non ha smesso di cercare i lembi della ferita, ma ha impedito questa ricerca attraverso il più spietato dei dispositivi: <strong>la burocrazia</strong>. Oggi, nessuno di noi riporterebbe indietro la Lupa. Le metterebbero un microchip con una serie infinita di dati e la chiuderebbero in un recinto. Poi ci chiederebbero di ritornare a lavoro, ovvero a compilare un&#8217;infinità di scartoffie burocratiche.</p>



<p><br>Ogni nuovo modulo o dichiarazione dei redditi da compilare, ogni foglietto pieno di cavilli da firmare <strong>pone un ulteriore lucchetto tra le sbarre che ci separano dal mondo</strong>. La burocrazia è l’esempio supremo della degenerazione delle buone intenzioni. </p>



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<p><br>Nonostante i vantaggi che non bisogna mai dimenticare o mettere in discussione, è al tempo stesso ovvio che <strong>la tecnologia renda possibile e serva lo scopo di una sorveglianza costante.</strong> Anche quando i dispositivi tecnologici nascono con obiettivi diversi, alla fine vengono inghiottiti dal despotismo burocratico e rimessi in circolo come dispositivi di controllo.</p>



<p><br>I dispositivi non estraggono i dati comportamentali per migliorare il servizio offerto agli utenti, ma per far combaciare gli ads ai loro interessi, dedotti dalle tracce collaterali lasciate dal loro comportamento online. Con l’accesso senza precedenti di aziende come Google ai dati comportamentali, è stato possibile sapere che cosa un determinato individuo stesse pensando, provando e facendo in un determinato luogo e momento. Per ogni ricerca condotta attraverso il motore di ricerca di Google il sistema presenta simultaneamente una configurazione specifica di un particolare ad. I dati usati per mettere in atto questa traduzione istantanea della query in un ad, un’analisi predittiva che venne chiamata <em>matching</em>, compilano nuovi set di dati, chiamati <em>user profile information</em>, in grado di aumentare drasticamente l’accuratezza di tali previsioni. <strong>Grazie a queste informazioni non si sarebbe più dovuto tirare a indovinare cosa piace, cosa si pensa o quali siano le principali paure della popolazione; di conseguenza sarebbero drasticamente diminuiti gli sprechi del budget pubblicitario</strong>.<sup data-fn="2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1" class="fn"><a href="#2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1" id="2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1-link">3</a></sup> </p>



<p><br>Una sorta di surplus o inconscio comportamentale, nella quale il continente dei <em>dark data</em> della nostra vita – intenzioni, motivazioni, significati, bisogni, preferenze, desideri, umori, emozioni, inclinazioni, verità, bugie, perlopiù recondite o nascoste – viene portato alla luce perché qualcun altro possa beneficarne. <strong>Nel caso delle aziende, estrarre profitto, nel caso degli apparati burocratici e di potere, sorvegliare.</strong>  Lungi dal volersi prendere cura di noi, la tecnoburocrazia serve a renderizzare la nostra identità in piccoli insiemi di dati comportamentali, da mappare e osservare.</p>



<p><br>La società in cui viviamo si è trasformata in una burocrazia di mercato, un modo di vivere in cui il valore economiche penetra in ogni aspetto dell’attività umana, nel quale le relazioni sociali sono regolate da una serie di dati economici, sanitari, amministrativi e sociali. Persino l’amore è frutto ormai della scelta di un algoritmo; il che a prima vista potrebbe sembrare poco diverso da un incontro voluto dal caso in un bar. <strong>Ma come non tutti i mali vengono per nuocere, non tutti i beni vengono per favorire</strong>. Da quando le nostre vite sono indirizzate da un algoritmo, da quando si sono aperte davanti a noi infinite possibilità, da quando la tecnologia si è promessa come astronave d’oro lanciata verso il futuro e la pubblicità ci spiega l’ultima ideologia del giorno, abbiamo scoperto un nuovo tipo di infelicità. </p>



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<p><br>Ogni cosa, anche ciò che potremmo definire spontaneo, si è burocratizzato, ovvero è stato imprigionato in processi schematici, rigidi, pesanti. Si è instaurato un processo per il quale tutto, da un appuntamento su Tinder alla dichiarazione dei redditi, dal percorso universitario a un viaggio in una regione tropicale, <strong>muore nell’uguale, in rigidi schemi burocratici preimpostati.</strong></p>



<p><br><strong>Come nei migliori racconti di Kafka, combattere la burocrazia è impossibile. Nessuno sa chi ha redatto le  regole che governano la nostra vita, né perché vanno rispettate, ma non mancherà mai chi verrà a bussarci alla porta nel caso in cui non le seguissimo pedissequamente.</strong><br></p>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba"><em>Oltre il confine</em>, Cormac McCarthy, Torino, Einaudi, 1995, p. 370 <a href="#b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3"><em>Prefazione</em> di Alessandro Baricco alla <em>Trilogia della frontiera. Cavalli selvaggi. Oltre il confine. Città della pianura</em> di Cormac McCarthy, Einaudi, 2023 <a href="#40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1"><em>Il capitalismo della sorveglianza, Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri</em>, Shoshana Zuboff, Luiss, 2023 <a href="#2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/iperdispositivo-n4-la-tecnoburocrazia/">Iperdispositivo n°4: la Tecnoburocrazia</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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