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	<title>relazioni Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Amore e Ossessione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 13:11:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Obsession” di Curry Barker è un film che terrorizza perché demolisce proprio questa fantasia. Mostra come l’amore, quando viene idealizzato, finisca per trasformarsi nella sua stessa negazione. La promessa di felicità si converte in prigionia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Questa volta non hai dubbi: è amore. A volte ti capita. Non spesso, ma ti è già successo. È la prima persona a cui pensi quando ti svegli e l’ultima quando vai a dormire. Quando ci stai insieme, devi sfruttare al meglio ogni momento. Hai l’ansia di non riuscire a viverlo come vorresti, perché il tempo e lo spazio che condividete sono limitati. Se solo poteste stare per sempre insieme, il problema sarebbe risolto. Questo spazio meraviglioso starebbe sempre lì, disponibile all’occorrenza. Ma quello spazio è ancora da conquistare e per questo devi trovare argomenti interessanti, che pensi possano piacere. Non puoi mostrare tutto subito, perché temi che potrebbe spaventarsi, e questo ti confonde, ti dà ansia. Tutto è confuso e la pancia fa gli sgambetti alla testa. Cerchi di mantenere le conversazioni piacevoli, senza andare troppo in profondità. Non vuoi rendere troppo evidente il tuo interesse, altrimenti potrebbe accorgersi di quanto la sua presenza sia diventata importante, di quanto senza di essa non ti sembri di vivere davvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche perché, quando ci stai insieme, respiri: «Il tuo odore è ossigeno», come dice una canzone. Ma quando non siete insieme, in qualche modo continuate comunque a esserlo. Tutto il resto passa in secondo piano. Ripensi alle cose che vi siete detti e al modo in cui ti ha guardato. Scorri le foto del profilo Instagram. Ripercorri mentalmente ciò che hai detto, cercando di distinguere ciò che ha funzionato da ciò che avresti preferito evitare nel vostro ultimo incontro. Provi a immaginare cosa potresti dire la prossima volta e fantastichi su un futuro condiviso: giornate intere trascorse a fare l’amore, in maniera più o meno aggressiva, a scambiarsi tenerezze, magari per poi vivere sotto lo stesso tetto e costruire una famiglia. Ma non diciamolo ad alta voce. Questo va nascosto. Lo sai che stai parlando con qualcuno che non esiste al di fuori della tua mente; lo sai perché parli anche in solitudine. Perché ami l’idea che hai costruito senza conoscere davvero quella persona. Perché, al di là di qualche piacevole conversazione e del tempo trascorso insieme, magari accompagnato da sguardi e momenti di intimità emotiva, quella persona in realtà non la conosci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure la ami. Perché ti ossessiona. Perché quella persona, sempre e solo nella tua mente,&nbsp;è esattamente come tu te la immagini e non vuoi contraddizioni. Perché ormai fa parte della tua vita. L’ossessione è diventata il perno della tua esistenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un’epoca in cui tutti sembrano vivere vite perfette, divertirsi più di noi, fare più sesso di noi e comprendere il mondo meglio di noi, la solitudine è percepita come uno stigma. Eppure, paradossalmente, siamo spesso spinti verso l’idea di trovare pace interiore, senza renderci conto che non sappiamo più gestire il silenzio. In questo contesto, la dipendenza affettiva diventa spesso una conseguenza inevitabile: ci affidiamo all’illusione che l’altro possa colmare ogni vuoto e offrirci una via di salvezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Obsession” di Curry Barker è un film che terrorizza perché demolisce proprio questa fantasia. Mostra come l’amore, quando viene idealizzato, finisca per trasformarsi nella sua stessa negazione. La promessa di felicità si converte in prigionia. Ciò che sembrava una soluzione diventa il problema. Ciò che appariva familiare si trasforma in qualcosa di perturbante. E colpisce nel segno perché riesce magistralmente a mescolare il genere horror con il sottotesto esistenziale della dipendenza affettiva, trattato in maniera così accurata da fare davvero male allo spettatore.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Obsession - Official Trailer (2026) Michael Johnston, Inde Navarrette, Andy Richter" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/xJYoN-fX2j0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">A prima vista la premessa del film non lascia presagire nulla di particolarmente originale. Anzi, sembra il classico racconto horror dove c’è la consueta maledizione destinata a trasformare un desiderio in un incubo. Insomma, la solita storia del “quello che possiedi poi ti possiede”, o del desiderio che, una volta realizzato, finisce per divorarti. Eppure “Obsession” riesce a prendere questa premessa apparentemente banale e a trasformarla in qualcosa di sorprendentemente disturbante: invece di concentrarsi sulla maledizione in sé, punta tutto su un altro tema universale, quello dell’idealizzazione dell’amore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film affonda le mani nel concetto di “perturbante” freudiano, già ampiamente esplorato decenni prima da Stanley Kubrick in Shining. Qualcosa che inizialmente appare familiare (l’amore idealizzato, una relazione che si immagina perfetta, il sogno romantico che finalmente si realizza) inizia lentamente a deformarsi: la compagna cambia volto, la relazione nasce e vira verso territori inaspettati, e ciò che sembrava rassicurante diventa inquietante. Il familiare diventa qualcosa di diverso da ciò che credevamo di conoscere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Obsession” riesce a mantenersi in un equilibrio quasi perfetto tra dimensione esistenziale e dimensione horror: se si eliminasse la componente horror, resterebbe un intenso dramma sulla dipendenza affettiva; se invece si eliminasse lo spessore psicologico e drammatico, ci troveremmo davanti a un comune horror basato su una maledizione. La forza del film sta proprio nel modo in cui questi due elementi si fondono, trasformando l’orrore nel veicolo della discesa agli inferi del protagonista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La bravissima Inde Navarrette interpreta Nikki, una ragazza vittima di un incantesimo lanciato da un ragazzo incapace di dichiararsi, che la costringe a innamorarsi di lui. Più semplice di così non si può. Sono le situazioni, i dettagli, le sfumature e le dinamiche di dipendenza affettiva estrema a rendere il film profondamente inquietante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo tutti Nikki, incredibilmente innamorati ma contemporaneamente schiavi delle nostre ossessioni. E siamo tutti il protagonista Bear (Michael Johnston), così timido, impacciato e innamorato della sua amica Nikki che, quando ha la possibilità di esprimere il desiderio fatale, lo fa con la completa certezza che non si realizzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I difetti di “Obsession” sono secondari. Negli ultimi anni sembra essersi progressivamente attenuata l’ossessione per la sceneggiatura perfettamente a orologeria, fatta di incastri impeccabili e spiegazioni minuziose. “Obsession” dimostra che una buona scrittura può emergere anche altrove: nei personaggi, nelle immagini, nelle atmosfere e nelle sensazioni che riesce a lasciare addosso allo spettatore. Qua e là compaiono alcuni jump scare, spesso affidati più al sonoro che all’immagine, un trucco da baraccone tra i meno interessanti del linguaggio horror. Eppure il film funziona lo stesso. Funziona perché riesce a disturbare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Disturba perché arriva in profondità. Lascia addosso un malessere difficile da ignorare. Si esce dalla sala più sporchi e più felici di prima: sporchi perché riconosciamo qualcosa di noi stessi in quell’ossessione, felici perché il film ci permette di osservarla da una distanza di sicurezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse proprio qui che il film colpisce più duramente. Spaventa vedere che quella che spesso immaginiamo come l’unica via d’uscita (l’amore totale, la fusione con l’altro, la certezza di non essere più soli)&nbsp;possa trasformarsi nel peggiore degli incubi. E il grande merito di “Obsession” è il modo in cui questo incubo viene mostrato: non attraverso il mostro, ma attraverso il desiderio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il successo commerciale del film sembra confermare quanto il tema abbia toccato un nervo scoperto del pubblico, realizzando un incasso superiore di oltre duecento volte al costo di produzione, il film dimostra come una storia apparentemente semplice possa essere abilmente trasformata in uno specchio deformante nel quale, per un attimo, finiamo tutti per riconoscerci.</p>
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		<title>Ti prego non parlarmi di “Situescionscip”</title>
		<link>https://ilnemico.it/ti-prego-non-parlarmi-di-situescionscip/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 09:31:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La situationship è una relazione affettiva che rifiuta deliberatamente di definirsi. Dopo questa prima riga, non userò mai più questa parola. Chiamatelo liberamente un rifiuto stilistico ostinato, ma così sarà. Mi fa, banalmente, schifo.</p>
<p>NB: qualunque somiglianza con persone reali, viventi o sparite senza salutare, è puramente casuale (o quasi). In realtà sono, come voi, e come tutti noi, una grande e convinta fautrice di tutto ciò che sto per demolire; il che rende questo testo, a seconda dei punti di vista, un atto di onestà intellettuale o di flagrante ipocrisia. Probabilmente entrambe le cose. Chiunque si senta preso di mira è pregato di considerare che forse ha ragione, e che in ogni caso è in buona compagnia (la mia, per prima). La coerenza è sopravvalutata. Sartre probabilmente non sarebbe d’accordo, ma cominciamo.</p>
<p>Chiamiamola con quello che è: una relazione senza nome. Anzi, una relazione il cui nome è precisamente l’assenza di nome. In questo si nasconde, forse, la sua ambiguità morale. Per Sartre, che in L’Essere e il Nulla costruisce l’intera architettura di ciò che stiamo per descrivere, la libertà non è un privilegio, bensì una condanna. Se, come lo considera l’autore, l’esistenza precede l’essenza, allora non esiste una natura umana predefinita che ci assolva dalle nostre scelte. Siamo, in fondo, ciò che facciamo, e siamo responsabili di tutte le nostre azioni, senza eccezioni né sconti. Non c’è Dio, non c’è istinto, non c’è società che possa integralmente portare questo peso al posto nostro. La conseguenza logica è evidente: anche non scegliere è una scelta. “Non so cosa siamo” non sarebbe quindi una descrizione effettivamente onesta di uno stato di incertezza, sebbene comprensibile, ma una posizione esistenziale; la scelta deliberata di restare nell’indefinito. La scelta di non scegliere, il che, è esattamente come scegliere, usando Sartre come chiave di lettura. Chi pronuncia tale frase non è sospeso nel vuoto, distaccato, lontano dal prendere effettive decisioni: è già atterrato da qualche parte, e sa benissimo (anche se magari, inconsciamente) dove.</p>
<p>La malafede (“mauvaise foi”), non sarebbe semplicemente menzogna, ma una forma di inganno di sé stessi. Se mentire richiede che si sappia la verità e la si nasconda a qualcun altro, agire in malafede è più sottile: una forma di menzogna nei confronti di sé stessi, nel fingersi determinati dall’esterno per sfuggire all’angoscia della propria libertà. Il cameriere descritto da Sartre in L’Essere e il Nulla, che recita il proprio ruolo da cameriere (gesti troppo precisi, movimenti troppo meccanici), non mente agli altri, ma a sé stesso. Si convince di essere necessariamente un cameriere, pensando di non poter essere altro, come se la sua stessa essenza precedesse la sua esistenza. Sembra essere una fuga dall’angoscia della scelta attraverso una forma fittizia di necessità. Nello stesso modo, in una relazione senza nome, appare questo meccanismo: “Non dipende da me, le cose sono andate così” o “Non abbiamo detto nulla di chiaro” o ancora “Non volevo farti intendere male”, o il peggiore dei peggiori “Non sei tu, sono io”; ciascuna di queste frasi potrebbe essere letta come una forma di recitazione. Ci si costruisce come oggetti trascinati dagli eventi anziché come soggetti che scelgono. Si sa e non si sa allo stesso tempo, una semi-consapevolezza nauseante, una zona grigia coltivata con cura, comoda comoda: una forma, alla fine, di malafede.</p>
<p>Per Sartre, il bastardo (“salaud”), è chi nega di essere l’autore di sé stesso. Non è necessariamente chi fa del male, ma chi si racconta di non avere scelta. Chi trasforma la propria codardia esistenziale in destino e la propria strategia in casualità. In una relazione senza nome, il bastardo sarebbe chi usa l’ambiguità deliberatamente: come scudo, come via di fuga, come strumento di irresponsabilità, sapendo esattamente che cosa sta facendo. Non è chi non sa, è chi sa e comunque finge di non sapere. La domanda giusta non sarebbe quindi “Siamo tutti dei bastardi?” (probabilmente sì, in momenti diversi ed in misura variabile), ma piuttosto “In quale momento preciso uno smette di non sapere e comincia a far finta di non sapere?”.</p>
<p>Ciò detto, una lettura opposta direbbe che una relazione senza nome sarebbe un rifiuto autentico delle etichette sociali. Ignorarla sarebbe disonesto (e, ingiusto nei confronti di chi ha rivendicato il diritto al non detto, l’autrice compresa). Quelle convenzioni che Sartre chiamava “spirito di serietà”, ovvero la tendenza a trattare i valori socialmente costruiti come dati oggettivi del mondo, verrebbero smantellate a favore di relazioni senza nome. Fidanzato, fidanzata, marito o moglie che sia : sono parole che si portano dietro aspettative, ruoli, copioni già scritti. Rifiutarle potrebbe essere, in linea di principio, un atto di libertà autentica. Il problema a mio avviso, è che questa autenticità che tanto ci piace rivendicare funziona esclusivamente se è simmetrica. Se entrambi rifiutano genuinamente l’etichetta, se entrambi vivono l’indefinito come scelta consapevole e condivisa, allora sì, c’è qualcosa di onesto (nel senso inteso da Sartre, ciò in opposizione alla malafede) in quel rifiuto. Ed in quel caso viva le situationship. Mi torna anche la voglia di scrivere, leggere, dire e vivere questa parola. Ma, non appena uno vuole più dell’altro e si nasconde, non appena usa l’assenza di nome come protezione mentre l’altro la abita come una speranza futura, allora la struttura crolla. Non ci sono più due persone che scelgono insieme di non definirsi, ma una persona che usa quest’assenza di etichetta come scudo e un’altra che ancora non sa di essere già stata definita, come assenza.</p>
<p>In Amori Ridicoli, Kundera descrive con precisione chirurgica il momento in cui due persone credono di condividere una storia ma abitano in realtà due racconti completamente diversi. Scrive: “Lei non avrebbe mai immaginato di apparirgli come quella che gli era sfuggita. Aveva vent’anni, non sapeva vestirsi, arrossiva e la divertita con quei suoi modi da adolescente”. Lui costruisce su di lei un’intera architettura di rimpianto, e lei non sa nulla, non ha nemmeno mai acconsentito a diventare quel personaggio. Potremmo prenderla come la relazione senza nome portata all’estremo, l’apice della non corrispondenza portato da tutti i non detti, le non definizioni, le assenze: l’autore descrive due esistenze parallele, che occupano lo stesso spazio senza mai toccarsi davvero. La malafede non è per forza attiva, a volta sembra essere strutturale: si può mentire a sé stessi non con un gesto deliberato ma con la semplice comodità di non guardare qualcuno troppo da vicino. Scrive ancora Kundera: “Perché aveva sempre immaginato che la sua vita dovesse assomigliare a una bella danza”… E invece. La vita non è qui una danza, semmai assomiglia a due persone che ballano su musiche diverse e si stupiscono di pestarsi i piedi.</p>
<p>Esiste un paradosso ulteriore, che Kundera coglie con una certa crudeltà: “Ha dietro le spalle un amore grande come la morte. Il petto gli si gonfia ed è la sensazione più bella e più intensa che abbia mai provato. Perché ciò che lo riempie con tanta delizia è la morte: la morte che gli è stata offerta in dono, una morte splendida e consolante.” Una fine grandiosa, insomma, una conclusione che la relazione stessa non aveva mai avuto (non essendo mai nemmeno effettivamente iniziata). Si nega la forma per tutta la durata, non dando nessun nome, nessun impegno, nessuna definizione. E poi si esige il lutto come prova retroattiva di una qualche sostanza. Se era amore, allora forse non ero un bastardo. O forse sì, forse non importa.</p>
<p>Io comunque, esigo il diritto alla fine. Non al dramma, e nemmeno, per fortuna, alla morte splendida e consolante. Voglio quella cosa semplice e civile che si deve a chiunque abbia occupato spazio, amore, lenzuola, o labbra che siano in una vita. Un saluto, una porta che si chiude con un gesto consapevole invece di restare socchiusa per comodità di chi se ne va. Ho scoperto qualche mese fa l’esistenza dell’espressione “Irish goodbye”, detto anche “Irish exit”, l’atto di andarsene da un luogo senza avvisare nessuno, senza appunto salutare. In francese, per qualche ambigua ragione, si dice “filer à l’anglaise”, ovvero “squagliarsela all’inglese”, ed in altri paesi ancora è chiamato “French exit” o “Polish exit”. Insomma, espressione variabile a seconda di chi si vuole prendere in giro. Tutti, alla fine, se la danno a gambe, cambia solo a chi si attribuisce la responsabilità. Una relazione senza nome sarebbe quindi, strutturalmente, un “Irish goodbye” prolungato. Non si annuncia l’uscita, si sparisce per piccoli gradi, così lentamente che l’altro, colui che tutto sommato resta, non sa esattamente quando smettere di aspettare. E chi se ne va si racconta, accompagnato da una fittizia buona fede, che non c’era niente da cui andarsene.</p>
<p>L’Irish goodbye, in fondo, ha un certo stile. Peccato per chi resta a guardare la porta, e peccato (detto tra noi) anche per chi quella porta continua ad usarla. Buona fortuna a salutare. A tutti, me compresa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/ti-prego-non-parlarmi-di-situescionscip/">Ti prego non parlarmi di “Situescionscip”</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La&nbsp;<em>situationship</em>&nbsp;è una relazione affettiva che rifiuta deliberatamente di definirsi. Dopo questa prima riga, non userò mai più questa parola. Chiamatelo liberamente un rifiuto stilistico ostinato, ma così sarà. Mi fa, banalmente, schifo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">NB: qualunque somiglianza con persone reali, viventi o sparite senza salutare, è puramente casuale (o quasi). In realtà sono, come voi, e come tutti noi, una grande e convinta fautrice di tutto ciò che sto per demolire; il che rende questo testo, a seconda dei punti di vista, un atto di onestà intellettuale o di flagrante ipocrisia. Probabilmente entrambe le cose. Chiunque si senta preso di mira è pregato di considerare che forse ha ragione, e che in ogni caso è in buona compagnia (la mia, per prima). La coerenza è sopravvalutata. Sartre probabilmente non sarebbe d’accordo, ma cominciamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiamiamola con quello che è: una relazione senza nome. Anzi, una relazione il cui nome è precisamente l’assenza di nome. In questo si nasconde, forse, la sua ambiguità morale. Per Sartre, che in&nbsp;<em>L’Essere e il Nulla</em>&nbsp;costruisce l’intera architettura di ciò che stiamo per descrivere, la libertà non è un privilegio, bensì una condanna. Se, come lo considera l’autore, l’esistenza precede l’essenza, allora non esiste una natura umana predefinita che ci assolva dalle nostre scelte. Siamo, in fondo, ciò che facciamo, e siamo responsabili di tutte le nostre azioni, senza eccezioni né sconti. Non c’è Dio, non c’è istinto, non c’è società che possa integralmente portare questo peso al posto nostro. La conseguenza logica è evidente: anche non scegliere è una scelta. “Non so cosa siamo” non sarebbe quindi una descrizione effettivamente onesta di uno stato di incertezza, sebbene comprensibile, ma una posizione esistenziale; la scelta deliberata di restare nell’indefinito. La scelta di non scegliere, il che, è esattamente come scegliere, usando Sartre come chiave di lettura. Chi pronuncia tale frase non è sospeso nel vuoto, distaccato, lontano dal prendere effettive decisioni: è già atterrato da qualche parte, e sa benissimo (anche se magari, inconsciamente) dove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La malafede (“mauvaise foi”), non sarebbe semplicemente menzogna, ma una forma di inganno di sé stessi. Se mentire richiede che si sappia la verità e la si nasconda a qualcun altro, agire in malafede è più sottile: una forma di menzogna nei confronti di sé stessi, nel fingersi determinati dall’esterno per sfuggire all’angoscia della propria libertà. Il cameriere descritto da Sartre in&nbsp;<em>L’Essere e il Nulla</em>, che recita il proprio ruolo da cameriere (gesti troppo precisi, movimenti troppo meccanici), non mente agli altri, ma a sé stesso. Si convince di essere necessariamente un cameriere, pensando di non poter essere altro, come se la sua stessa essenza precedesse la sua esistenza. Sembra essere una fuga dall’angoscia della scelta attraverso una forma fittizia di necessità. Nello stesso modo, in una relazione senza nome, appare questo meccanismo: “Non dipende da me, le cose sono andate così” o “Non abbiamo detto nulla di chiaro” o ancora “Non volevo farti intendere male”, o il peggiore dei peggiori “Non sei tu, sono io”; ciascuna di queste frasi potrebbe essere letta come una forma di recitazione. Ci si costruisce come oggetti trascinati dagli eventi anziché come soggetti che scelgono. Si sa e non si sa allo stesso tempo, una semi-consapevolezza nauseante, una zona grigia coltivata con cura, comoda comoda: una forma, alla fine, di malafede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Sartre, il bastardo (“salaud”), è chi nega di essere l’autore di sé stesso. Non è necessariamente chi fa del male, ma chi si racconta di non avere scelta. Chi trasforma la propria codardia esistenziale in destino e la propria strategia in casualità. In una relazione senza nome, il bastardo sarebbe chi usa l’ambiguità deliberatamente: come scudo, come via di fuga, come strumento di irresponsabilità, sapendo esattamente che cosa sta facendo. Non è chi non sa, è chi sa e comunque finge di non sapere. La domanda giusta non sarebbe quindi “Siamo tutti dei bastardi?” (probabilmente sì, in momenti diversi ed in misura variabile), ma piuttosto “In quale momento preciso uno smette di non sapere e comincia a far finta di non sapere?”.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ciò detto, una lettura opposta direbbe che una relazione senza nome sarebbe un rifiuto autentico delle etichette sociali. Ignorarla sarebbe disonesto (e, ingiusto nei confronti di chi ha rivendicato il diritto al non detto, l’autrice compresa). Quelle convenzioni che Sartre chiamava “spirito di serietà”, ovvero la tendenza a trattare i valori socialmente costruiti come dati oggettivi del mondo, verrebbero smantellate a favore di relazioni senza nome. Fidanzato, fidanzata, marito o moglie che sia : sono parole che si portano dietro aspettative, ruoli, copioni già scritti. Rifiutarle potrebbe essere, in linea di principio, un atto di libertà autentica. Il problema a mio avviso, è che questa autenticità che tanto ci piace rivendicare funziona esclusivamente se è simmetrica. Se entrambi rifiutano genuinamente l’etichetta, se entrambi vivono l’indefinito come scelta consapevole e condivisa, allora sì, c’è qualcosa di onesto (nel senso inteso da Sartre, ciò in opposizione alla malafede) in quel rifiuto. Ed in quel caso viva le situationship. Mi torna anche la voglia di scrivere, leggere, dire e vivere questa parola. Ma, non appena uno vuole più dell’altro e si nasconde, non appena usa l’assenza di nome come protezione mentre l’altro la abita come una speranza futura, allora la struttura crolla. Non ci sono più due persone che scelgono insieme di non definirsi, ma una persona che usa quest’assenza di etichetta come scudo e un’altra che ancora non sa di essere già stata definita, come assenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In&nbsp;<em>Amori Ridicoli</em>, Kundera descrive con precisione chirurgica il momento in cui due persone credono di condividere una storia ma abitano in realtà due racconti completamente diversi. Scrive: “Lei non avrebbe mai immaginato di apparirgli come quella che gli era sfuggita. Aveva vent’anni, non sapeva vestirsi, arrossiva e la divertita con quei suoi modi da adolescente”. Lui costruisce su di lei un’intera architettura di rimpianto, e lei non sa nulla, non ha nemmeno mai acconsentito a diventare quel personaggio. Potremmo prenderla come la relazione senza nome portata all’estremo, l’apice della non corrispondenza portato da tutti i non detti, le non definizioni, le assenze: l’autore descrive due esistenze parallele, che occupano lo stesso spazio senza mai toccarsi davvero. La malafede non è per forza attiva, a volta sembra essere strutturale: si può mentire a sé stessi non con un gesto deliberato ma con la semplice comodità di non guardare qualcuno troppo da vicino. Scrive ancora Kundera: “Perché aveva sempre immaginato che la sua vita dovesse assomigliare a una bella danza”… E invece. La vita non è qui una danza, semmai assomiglia a due persone che ballano su musiche diverse e si stupiscono di pestarsi i piedi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste un paradosso ulteriore, che Kundera coglie con una certa crudeltà: “Ha dietro le spalle un amore grande come la morte. Il petto gli si gonfia ed è la sensazione più bella e più intensa che abbia mai provato. Perché ciò che lo riempie con tanta delizia è la morte: la morte che gli è stata offerta in dono, una morte splendida e consolante.” Una fine grandiosa, insomma, una conclusione che la relazione stessa non aveva mai avuto (non essendo mai nemmeno effettivamente iniziata). Si nega la forma per tutta la durata, non dando nessun nome, nessun impegno, nessuna definizione. E poi si esige il lutto come prova retroattiva di una qualche sostanza. Se era amore, allora forse non ero un bastardo. O forse sì, forse non importa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io comunque, esigo il diritto alla fine. Non al dramma, e nemmeno, per fortuna, alla morte splendida e consolante. Voglio quella cosa semplice e civile che si deve a chiunque abbia occupato spazio, amore, lenzuola, o labbra che siano in una vita. Un saluto, una porta che si chiude con un gesto consapevole invece di restare socchiusa per comodità di chi se ne va. Ho scoperto qualche mese fa l’esistenza dell’espressione “Irish goodbye”, detto anche “Irish exit”, l’atto di andarsene da un luogo senza avvisare nessuno, senza appunto salutare. In francese, per qualche ambigua ragione, si dice “filer à l’anglaise”, ovvero “squagliarsela all’inglese”, ed in altri paesi ancora è chiamato “French exit” o “Polish exit”. Insomma, espressione variabile a seconda di chi si vuole prendere in giro. Tutti, alla fine, se la danno a gambe, cambia solo a chi si attribuisce la responsabilità. Una relazione senza nome sarebbe quindi, strutturalmente, un “Irish goodbye” prolungato. Non si annuncia l’uscita, si sparisce per piccoli gradi, così lentamente che l’altro, colui che tutto sommato resta, non sa esattamente quando smettere di aspettare. E chi se ne va si racconta, accompagnato da una fittizia buona fede, che non c’era niente da cui andarsene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Irish goodbye, in fondo, ha un certo stile. Peccato per chi resta a guardare la porta, e peccato (detto tra noi) anche per chi quella porta continua ad usarla. Buona fortuna a salutare. A tutti, me compresa.</p>



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		<title>L’insaziabilità delle relazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 08:02:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[poliamore]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si intende qui formulare una condanna moralistica della pluralità relazionale o della fluidità delle identità. Piuttosto, bisogna solo interrogarsi sulle condizioni simboliche in cui tali forme si sviluppano. Ad esempio, quando la molteplicità dei legami nasce da una reale capacità di amare più persone, di sostenere la complessità emotiva, può costituire davvero un’esperienza arricchente. Ma quando deriva dall’incapacità di tollerare la mancanza, il limite e la durata, rischia di essere solo l’altra faccia dell’insaziabilità consumistica, confondendo inevitabilmente desiderio e bisogno. Il problema, ovviamente, non è il numero dei partner, ma la logica e la struttura del desiderio che li attraversa, col capitalismo che colonizza l’eros al punto tale da trasformarlo in bisogno.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’epoca contemporanea si presenta come il tempo dell’abbondanza materiale e, simultaneamente, della scarsità simbolica. Mai come oggi i corpi sono stati così visibili, esposti, desiderabili e insieme così precarizzati sul piano del riconoscimento affettivo. All’interno di questo paradosso si colloca la trasformazione delle relazioni sentimentali sotto il paradigma del consumismo capitalistico, il quale non si limita ad organizzare la produzione e lo scambio di beni, ma struttura in profondità l’immaginario, i desideri, le modalità di legame e perfino l’esperienza intima di sé. Le relazioni non sfuggono alla logica della merce: vengono desiderate, valutate, sostituite, accumulate o scartate secondo una razionalità che somiglia sempre più a quella del mercato. In tale contesto, la poligamia diffusa&nbsp;<em>de facto</em>, la fluidità relazionale e la sessualità slegata dalla durata non appaiono semplicemente come espressioni di una libertà postmoderna, ma come effetti sistemici di una cultura dell’insaziabilità, che produce anche ricadute cliniche significative, visibili in fenomeni quali il narcisismo patologico e i disturbi alimentari.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Già Erich Fromm, nel suo celebre&nbsp;<em>Avere o essere?</em>, aveva individuato nella società capitalistica una mutazione antropologica senza precedenti: il passaggio dall’orientamento all’essere a quello all’avere. L’identità, sostiene Fromm, non è più un processo vissuto, ma un possesso: si «ha» una personalità, si «ha» un partner, si «ha» un’esperienza. L’amore stesso, nel suo&nbsp;<em>L’arte di amare</em>, è descritto da Fromm come vittima di una logica di scambio, in cui due individui cercano di ottenere il miglior «affare emotivo» possibile, offrendo il proprio pacchetto di qualità sul mercato della personalità. Questa intuizione appare oggi amplificata: le relazioni sono inserite in un orizzonte di scelta potenzialmente infinito, reso tangibile dalle piattaforme digitali di incontro, dove l’altro si presenta come una serie di immagini e attributi scorribili, valutabili, comparabili. Il gesto dello “swipe” condensa simbolicamente l’intera ontologia relazionale del tardo capitalismo: l’altro è possibilità, non destino; opzione, non vincolo. Zygmunt Bauman ha parlato, non a caso, di «amore liquido». Nell’analisi di Bauman, la modernità liquida dissolve le strutture stabili e produce soggetti che temono il legame duraturo, perché lo percepiscono come una minaccia alla propria reversibilità, al “libero movimento” che si crede abbia l’atomizzazione dell’individuo odierno, che finisce col seguire la struttura capitalista del nuovo “noi”. Infatti, è bene ricordare che nemmeno fisicamente l’atomo è davvero libero di muoversi, figurarsi le persone. La relazione ideale diventa quella che può essere sciolta senza residui, come un contratto a breve termine. Questa apparente libertà si rovescia in una nuova forma di dipendenza: l’individuo resta legato non ad una persona, ma al circuito stesso del desiderio e della sostituzione. L’impegno fa perdere alternative, perché scegliere una persona viene vissuto come chiudere delle possibilità, piuttosto che costruire sicurezza. Il partner non è più un «tu» irriducibile, ma un’esperienza tra le altre, integrata in una biografia che assomiglia ad un catalogo di consumi affettivi. E la logica non cambia nemmeno nel caso di una “stabile” molteplicità di partner, perché falsa stabilità frutto di un controllo che è più simile a forme di collezionismo anaffettivo di figuri (o figurine) di uno spettacolo interpretato da un agente semplicemente avido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In effetti, in questo scenario, la poligamia contemporanea – spesso non istituzionalizzata ma praticata come successione rapida di partner o sovrapposizione di legami – può essere letta come viva espressione della logica consumistica. Non si tratta unicamente di una rottura delle norme tradizionali, ma dell’interiorizzazione di un principio di varietà illimitata. Herbert Marcuse, in&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, aveva già notato come la società industriale avanzata producesse una «desublimazione repressiva»: la liberazione apparente degli istinti sessuali non conduce ad una reale emancipazione, ma ad una loro integrazione funzionale nel sistema di controllo capitalista. La sessualità diventa campo di consumo e la moltiplicazione delle esperienze erotiche non è necessariamente segno di maggiore profondità relazionale, bensì di un adattamento al ritmo accelerato della produzione e dell’obsolescenza. È così che avviene la sostituzione, in termini capitalistici, del desiderio in bisogno, cadendo in una kafkiana traslazione di quel che resta del significato della vita umana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere effettivamente quanto brevemente tratteggiato sul piano filosofico, si considerino adesso le conseguenze di una simile impostazione dal punto di vista psicodinamico, quotidianamente apprezzabile da ognuno di noi. Sul piano psicologico, questa cultura dell’insaziabilità favorisce la diffusione di tratti narcisistici. Christopher Lasch, nel suo&nbsp;<em>La cultura del narcisismo</em>, descrive una personalità tipica delle società avanzate: fragile, bisognosa di approvazione, ossessionata dall’immagine di sé, incapace di investimenti affettivi duraturi. Il narcisismo qui non è solo una struttura clinica, ma un adattamento culturale. E, forse, è questa la vera angoscia della società odierna. L’individuo è chiamato a concepirsi come un brand, a curare la propria presentazione, a massimizzare l’attrattività. Le relazioni diventano specchi in cui cercare conferma del proprio valore. L’altro non è tanto amato, quanto utilizzato come superficie riflettente. Quando lo specchio non restituisce più l’immagine desiderata ossia il bisogno utile in quel momento, la relazione perde funzione e può essere sostituita. L’altra persona è utilizzata opportunisticamente per colmare un vuoto, ad esempio legato alla solitudine: dal non sapere cosa fare una sera, al non voler restare solo in una casa troppo grande, magari nemmeno propria vista la crisi abitativa dilagante. Il narcisismo contemporaneo è paradossale: dietro la grandiosità si cela un senso cronico di inadeguatezza. Donald Winnicott parlava dell’importanza di «sopravvivere» all’uso che l’altro fa di noi; ma in una cultura che privilegia il piacere immediato, la sopravvivenza del legame alla disillusione diventa sempre più rara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I disturbi alimentari rappresentano un altro punto in cui il consumismo incide profondamente sui corpi e sulle relazioni. Il corpo, nella società dello spettacolo, è capitale simbolico. Michel Foucault ha mostrato come il potere moderno agisca attraverso pratiche di disciplinamento del corpo; oggi tali pratiche sono interiorizzate e mediate dall’industria dell’immagine. Anoressia e bulimia possono essere lette, tra le altre cose, come tentativi estremi di esercitare controllo in un mondo percepito come eccessivo, invadente, saturo di stimoli. Per esempio, la persona anoressica rifiuta il cibo in una cultura che la invita a consumare senza limiti; il suo gesto è insieme ribellione e iperconformismo, poiché persegue un ideale di magrezza imposto dallo stesso sistema. Sul piano relazionale, i disturbi alimentari parlano un linguaggio di desiderio e rifiuto, di bisogno e negazione. Il corpo diventa messaggio, scena su cui si iscrive il conflitto tra dipendenza e autonomia. In una cultura che erotizza la magrezza e premia l’autodisciplina, il soggetto impara a valere per come appare. L’amore, allora, si intreccia con la paura di non essere abbastanza: abbastanza attraente, abbastanza desiderabile, abbastanza performante. Il legame affettivo è minacciato da un costante lavoro sul corpo come oggetto da presentare al mercato erotico. Il godimento sessuale, ad esempio nel caso di una molteplicità di partner, è semplice performance rivolta ad un “pubblico” che gratifichi la propria insoddisfazione corporea, ma ciò che resta è sempre insoddisfazione da colmare con altro pubblico (ovvero altri partner), in maniera spasmodica, intrappolati in un circuito di insaziabilità consumistica. È, dunque, evidente che la stessa sessualità è coinvolta, anzi travolta, in questa dinamica. Se, come sostiene Anthony Giddens, la modernità ha prodotto la “relazione pura”, basata sulla soddisfazione reciproca e non su obblighi esterni, tale modello presuppone soggetti capaci di comunicazione emotiva e di negoziazione, oramai completamente inattuabile nell’odierna società. In un contesto consumistico, la relazione pura degenera in relazione provvisoria: dura finché produce piacere e conferma narcisistica. Il sesso può diventare esperienza da collezionare, performance da valutare, ambito in cui dimostrare competenza. La pornografia diffusa contribuisce a standardizzare le aspettative, accentuando la pressione sulla prestazione e sul corpo, oggettivizzando i soggetti umani.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò, è bene precisare, non implica una condanna moralistica della pluralità relazionale o della fluidità delle identità. Piuttosto, invita a interrogarsi sulle condizioni simboliche in cui tali forme si sviluppano. Ad esempio, quando la molteplicità dei legami nasce da una reale capacità di amare più persone, di sostenere la complessità emotiva, può costituire davvero un’esperienza ricca. Ma quando deriva dall’incapacità di tollerare la mancanza, il limite e la durata, rischia di essere solo l’altra faccia dell’insaziabilità consumistica, confondendo inevitabilmente desiderio e bisogno. Il problema, ovviamente, non è il numero dei partner, ma la logica e la struttura del desiderio che li attraversa, col capitalismo che colonizza l’eros al punto tale da trasformarlo in bisogno. Platone, nel&nbsp;<em>Simposio</em>, descrive Eros come tensione verso ciò che manca, forza generativa che spinge oltre il dato. Nella cultura consumistica, invece, la mancanza deve essere colmata, immediatamente; il desiderio non è più spazio di trasformazione, ma deficit da eliminare con un nuovo oggetto, una nuova esperienza, un nuovo partner. L’insaziabilità non apre all’infinito, ma condanna alla ripetizione, non tanto dei partner in una loro “stabile” molteplicità, ma di una logica che è una condanna a spingere eternamente un masso che altrimenti schiaccerebbe ogni cosa, irrimediabilmente, come del resto insegna nel suo vuoto dolore Sisifo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bibliografia</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bauman, Z.,&nbsp;<em>Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi</em>, Laterza, 2006.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fromm, E.,&nbsp;<em>Avere o essere?</em>, Bompiani, 2018.</p>



<p class="wp-block-paragraph">ID.,&nbsp;<em>L’arte di amare</em>, Mondadori, 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Foucault, M.,&nbsp;<em>Sorvegliare e punire. Nascita della prigione</em>, Einaudi, 2014.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giddens, A.,&nbsp;<em>Modernity and Self-Identity: Self and Society in the Late Modern Age</em>, John Wiley and Sons Ltd., 1991.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marcuse, H.,&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, Einaudi, 1999.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lasch, C.,&nbsp;<em>La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive</em>, Neri Pozza, 2020.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Platone,&nbsp;<em>Simposio</em>, Feltrinelli, 2000.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Winnicott, D. W.,&nbsp;<em>Gioco e realtà</em>, Armando Editore, 2020.</p>



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		<title>La persona peggiore che conosci va in terapia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2025 09:32:39 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È l’ossessione che tutto ci riguardi a fomentare la passione per la terapia o viceversa? Che gusto sublime però avere il lasciapassare di esclamare, senza che nessuno ci consideri delle persone ignobili, che siamo noi il centro del creato, il luogo da cui tutto origina, e quindi noi la persona più importante che ci sia. </p>
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<p class="wp-block-paragraph"><br><br>La persona peggiore che conosci va in terapia. È probabile che la persona peggiore che conosci sia fissata con la terapia. Le riconosci, queste persone che vanno in terapia, dalla frangetta, dallo Svitol sempre in borsa, dal fatto che guidano un Maggiolino, indossano una maglietta tarocca della Fiorentina di Della Valle e hanno l’abbonamento mensile a Fleabag (è un settimanale, giusto?). A cena con un gruppo di amici ti raccontano cosa direbbe la loro psicologa, Donatella, in una circostanza del genere. Al primo appuntamento cercano in tutti i modi di capire se anche tu, come loro, fai terapia. Se non te lo chiedono direttamente, trovano modi subdoli per farlo. Provano a estorcerti l’informazione con uscite del tipo:<br><br><strong>&#8211; E tu come ti prendi cura di te?<br></strong><br>Tu provi a resistere. Svii. Ti aggrappi come puoi al santino di Andrew Tate. Alla fine però cedi e dici che sì, ci vai, in terapia, è fondamentale farlo, questa cosa di andare in terapia. Se potessi, ci andresti ogni giorno. Ma che dico ogni giorno! Due volte al giorno, perdio!</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br><br>L’uomo attento alla salute mentale risponde al nome di Matteo. È un maschio fragile che cerca conferme esterne al proprio narcisismo patologico (diagnosi fatta da me usando il linguaggio che ho imparato in questi giorni per scrivere questa cosa). La vaporizzazione nel dibattito pubblico della <em>cultura della terapia</em> gli ha dato la possibilità di chiamare con un nome specifico, tipo ricerca di validazione o trauma, che ne so, il suo essere così com’è. La sua terapeuta è donna, di una decina di anni più grande. Non la definisce una bella donna, ma una che sicuramente ha il suo perché. Le loro sedute sono un tentativo costante di Matteo di impressionarla. Ci tiene a essere il suo paziente preferito. Quello con la storia più matta, o con la vita sessuale più sregolata. La mattina della giornata mondiale della salute mentale, Matteo punta la sveglia alle cinque e un quarto per pubblicare sui social un post di divulgazione nella speranza che qualcuno lo noti e riconosca la sua sensibilità e magari gli chieda di uscire per bersi un ottimo pastis in santa pace al bar della stazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La donna fissata con la terapia, chiamiamola Camilla, è di solito attanagliata da svariati problemi di cuore. Il suo terapeuta è un uomo maturo perché lei ha i cosiddetti – attention, please – <em>daddy issues</em>. Durante la sua ora di reset settimanale (parole sue, non mie) racconta del caso umano con cui è uscita pochi giorni fa. Attribuisce l’attuale fase, che dura da un settennio, alla necessità di ascoltare il bambino interiore che ha ignorato per troppo tempo. Per anni è scappata da sé stessa, rincorrendo treni, aerei, relazioni, offerte lampo della Standa, per rendersi conto solo dopo tre lauree mai finite e cinquantamila euro intascati dai genitori che era tutto lì. Era tutto dentro di lei. Sulle app di incontri Camilla ribadisce che non esce con persone che non fanno terapia. È categorica: punto e basta, avete capito o no, cari maschi. L’altro giorno ha preso a bastonate in fronte sua madre perché non conosceva il significato di <em>male gaze</em>. La signora è uscita stamattina dalla prognosi riservata. Tutto a posto. Camilla ha firmato tutti gli appelli possibili per il bonus psicologo, per lo psicologo nelle scuole, per lo psicologo nei condomini, e ha persino (!) donato una decina di euro (per l’esattezza: dieci) per una raccolta fondi a tema, firmandosi con nome e cognome. Ha screenshottato la pagina, l’ha condivisa e ha poi spronato la sua bolla a fare altrettanto. Non a screenshottare. A donare, dico. Non si capiva e di questo chiedo scusa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È l’ossessione che tutto ci riguardi a fomentare la passione per la terapia o viceversa? Che gusto sublime però avere il lasciapassare di esclamare, senza che nessuno ci consideri delle persone ignobili, che siamo noi il centro del creato, il luogo da cui tutto origina, e quindi noi la persona più importante che ci sia. La massimizzazione della mia felicità prevale su qualunque cosa, anche su di te. Mi dispiace, fratellì. Sono d&#8217;accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu non lo possa dire, o qualcosa del genere (non so niente di Voltaire e ringrazio Dio di non saperlo, direbbe qualcuno). Comunque, taglio corto: abbiamo tutti bisogno di fare terapia. Anzi, mi spingerò un passettino più in là. Mi spingerò a dire che il mondo sarebbe un posto migliore se tutti andassero in terapia. Anche i capi di stato genocidari. Sicuramente, se partissero dal loro piccolo e frammentato io, se ascoltassero il loro bambino, ancora ferito per non aver ricevuto in regalo Verde Foglia nel Natale 2004, non farebbero quello che fanno. Ne sono più che certo. Sia messo agli atti.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Prima o poi Matteo e Camilla si incontrano. È scritto nelle stelle. Lei gli confessa a metà serata di aver capito di avere sempre avuto un attaccamento evitante. Poi si volta, come per guardare in camera. Eh-eh: capito, attaccamento evitante, senti come te lo dico. Lui riconosce di essersi auto-sabotato troppo spesso in passato. Si sentono capiti. Si piacciono. Condividono quel codice linguistico onnipresente che fino a tre anni fa non conosceva nessuno. Ora non puoi neanche fare un soffritto senza che Massimo Recalcati sfondi la porta di casa tua e ti interroghi su come hai elaborato la perdita della tua prima moglie Charlotte mentre tu, in ginocchio, gli dici “Basta, basta, non ne posso più” e intanto la tua seconda moglie, Erlinda, dal bagno urla “What is happening! What is going on! Who is this weird guy!” e l’olio bollente comincia a schizzare da tutte le parti e tu piangi piangi disperato perché la morte di Charlotte non l’hai mai superata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Matteo e Camilla cominciano a uscire. Primi baci, cene fuori, denunce per atti osceni, fine settimana al lago, udienze in tribunale, sedute su UnoBravo: tutto il pacchetto. A un certo punto smettono entrambi di andare in terapia. Ma le cose crollano presto. Iniziano i litigi. È così per tutti. Solo che in due, questi qua, conoscono sì e no cinquanta parole, e sono le stesse, e quindi non è facile neanche litigare. A cena, dopo sei mesi, lui le dice:</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Camilla, stai lasciando troppo spazio ai tuoi <strong>pensieri intrusivi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Eri tu che non avevi mai esplicitato quali erano i nostri <strong><em>boundaries</em>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Non <strong>gaslightarmi</strong>, Camilla!</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Ultimamente mi hai<strong> breadcrumbato</strong> come mai mi era successo prima. Forse dovresti parlarne con la tua terapista di questo comportamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Già fatto, Camilla. Non è colpa mia se sono un <strong><em>people pleaser</em></strong>. Accetto me stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Non posso farmi carico io dei tuoi <strong><em>trigger</em>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E insomma potremmo andare avanti all’infinito, ma voi avete capito e io sono stanco e ho le lenticchie su e poi c’è mio nipote Mario che piange disperato perché è l’ora della pappa (fai un attimo di silenzio Mariuccio ché nonno sta scrivendo una cosa un filo più importante della tua fame).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per farla breve: Matteo e Camilla si lasciano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’ultima cosa, prima di chiudere: <strong>relazione tossica</strong>. Non lo avevo ancora scritto e non sapevo dove metterlo.</p>



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