La persona peggiore che conosci va in terapia. È probabile che la persona peggiore che conosci sia fissata con la terapia. Le riconosci, queste persone che vanno in terapia, dalla frangetta, dallo Svitol sempre in borsa, dal fatto che guidano un Maggiolino, indossano una maglietta tarocca della Fiorentina di Della Valle e hanno l’abbonamento mensile a Fleabag (è un settimanale, giusto?). A cena con un gruppo di amici ti raccontano cosa direbbe la loro psicologa, Donatella, in una circostanza del genere. Al primo appuntamento cercano in tutti i modi di capire se anche tu, come loro, fai terapia. Se non te lo chiedono direttamente, trovano modi subdoli per farlo. Provano a estorcerti l’informazione con uscite del tipo:
– E tu come ti prendi cura di te?
Tu provi a resistere. Svii. Ti aggrappi come puoi al santino di Andrew Tate. Alla fine però cedi e dici che sì, ci vai, in terapia, è fondamentale farlo, questa cosa di andare in terapia. Se potessi, ci andresti ogni giorno. Ma che dico ogni giorno! Due volte al giorno, perdio!
L’uomo attento alla salute mentale risponde al nome di Matteo. È un maschio fragile che cerca conferme esterne al proprio narcisismo patologico (diagnosi fatta da me usando il linguaggio che ho imparato in questi giorni per scrivere questa cosa). La vaporizzazione nel dibattito pubblico della cultura della terapia gli ha dato la possibilità di chiamare con un nome specifico, tipo ricerca di validazione o trauma, che ne so, il suo essere così com’è. La sua terapeuta è donna, di una decina di anni più grande. Non la definisce una bella donna, ma una che sicuramente ha il suo perché. Le loro sedute sono un tentativo costante di Matteo di impressionarla. Ci tiene a essere il suo paziente preferito. Quello con la storia più matta, o con la vita sessuale più sregolata. La mattina della giornata mondiale della salute mentale, Matteo punta la sveglia alle cinque e un quarto per pubblicare sui social un post di divulgazione nella speranza che qualcuno lo noti e riconosca la sua sensibilità e magari gli chieda di uscire per bersi un ottimo pastis in santa pace al bar della stazione.
La donna fissata con la terapia, chiamiamola Camilla, è di solito attanagliata da svariati problemi di cuore. Il suo terapeuta è un uomo maturo perché lei ha i cosiddetti – attention, please – daddy issues. Durante la sua ora di reset settimanale (parole sue, non mie) racconta del caso umano con cui è uscita pochi giorni fa. Attribuisce l’attuale fase, che dura da un settennio, alla necessità di ascoltare il bambino interiore che ha ignorato per troppo tempo. Per anni è scappata da sé stessa, rincorrendo treni, aerei, relazioni, offerte lampo della Standa, per rendersi conto solo dopo tre lauree mai finite e cinquantamila euro intascati dai genitori che era tutto lì. Era tutto dentro di lei. Sulle app di incontri Camilla ribadisce che non esce con persone che non fanno terapia. È categorica: punto e basta, avete capito o no, cari maschi. L’altro giorno ha preso a bastonate in fronte sua madre perché non conosceva il significato di male gaze. La signora è uscita stamattina dalla prognosi riservata. Tutto a posto. Camilla ha firmato tutti gli appelli possibili per il bonus psicologo, per lo psicologo nelle scuole, per lo psicologo nei condomini, e ha persino (!) donato una decina di euro (per l’esattezza: dieci) per una raccolta fondi a tema, firmandosi con nome e cognome. Ha screenshottato la pagina, l’ha condivisa e ha poi spronato la sua bolla a fare altrettanto. Non a screenshottare. A donare, dico. Non si capiva e di questo chiedo scusa.
È l’ossessione che tutto ci riguardi a fomentare la passione per la terapia o viceversa? Che gusto sublime però avere il lasciapassare di esclamare, senza che nessuno ci consideri delle persone ignobili, che siamo noi il centro del creato, il luogo da cui tutto origina, e quindi noi la persona più importante che ci sia. La massimizzazione della mia felicità prevale su qualunque cosa, anche su di te. Mi dispiace, fratellì. Sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu non lo possa dire, o qualcosa del genere (non so niente di Voltaire e ringrazio Dio di non saperlo, direbbe qualcuno). Comunque, taglio corto: abbiamo tutti bisogno di fare terapia. Anzi, mi spingerò un passettino più in là. Mi spingerò a dire che il mondo sarebbe un posto migliore se tutti andassero in terapia. Anche i capi di stato genocidari. Sicuramente, se partissero dal loro piccolo e frammentato io, se ascoltassero il loro bambino, ancora ferito per non aver ricevuto in regalo Verde Foglia nel Natale 2004, non farebbero quello che fanno. Ne sono più che certo. Sia messo agli atti.
Prima o poi Matteo e Camilla si incontrano. È scritto nelle stelle. Lei gli confessa a metà serata di aver capito di avere sempre avuto un attaccamento evitante. Poi si volta, come per guardare in camera. Eh-eh: capito, attaccamento evitante, senti come te lo dico. Lui riconosce di essersi auto-sabotato troppo spesso in passato. Si sentono capiti. Si piacciono. Condividono quel codice linguistico onnipresente che fino a tre anni fa non conosceva nessuno. Ora non puoi neanche fare un soffritto senza che Massimo Recalcati sfondi la porta di casa tua e ti interroghi su come hai elaborato la perdita della tua prima moglie Charlotte mentre tu, in ginocchio, gli dici “Basta, basta, non ne posso più” e intanto la tua seconda moglie, Erlinda, dal bagno urla “What is happening! What is going on! Who is this weird guy!” e l’olio bollente comincia a schizzare da tutte le parti e tu piangi piangi disperato perché la morte di Charlotte non l’hai mai superata.
Matteo e Camilla cominciano a uscire. Primi baci, cene fuori, denunce per atti osceni, fine settimana al lago, udienze in tribunale, sedute su UnoBravo: tutto il pacchetto. A un certo punto smettono entrambi di andare in terapia. Ma le cose crollano presto. Iniziano i litigi. È così per tutti. Solo che in due, questi qua, conoscono sì e no cinquanta parole, e sono le stesse, e quindi non è facile neanche litigare. A cena, dopo sei mesi, lui le dice:
– Camilla, stai lasciando troppo spazio ai tuoi pensieri intrusivi.
– Eri tu che non avevi mai esplicitato quali erano i nostri boundaries.
– Non gaslightarmi, Camilla!
– Ultimamente mi hai breadcrumbato come mai mi era successo prima. Forse dovresti parlarne con la tua terapista di questo comportamento.
– Già fatto, Camilla. Non è colpa mia se sono un people pleaser. Accetto me stesso.
– Non posso farmi carico io dei tuoi trigger.
E insomma potremmo andare avanti all’infinito, ma voi avete capito e io sono stanco e ho le lenticchie su e poi c’è mio nipote Mario che piange disperato perché è l’ora della pappa (fai un attimo di silenzio Mariuccio ché nonno sta scrivendo una cosa un filo più importante della tua fame).
Per farla breve: Matteo e Camilla si lasciano.
Un’ultima cosa, prima di chiudere: relazione tossica. Non lo avevo ancora scritto e non sapevo dove metterlo.