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	<title>settlers Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Come nasce una colonia illegale in Palestina </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2025 09:56:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni. Ripercorriamo gli eventi per capire come nasce un avamposto illegale israeliano, la struttura che solitamente precede una colonia illegale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/come-nasce-una-colonia-illegale-in-palestina/">Come nasce una colonia illegale in Palestina </a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 <strong>il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni</strong>. Le macchine a targa gialla (israeliane) si sono fatte largo nel paese ad alta velocità, fino a raggiungere la collina a nord del paese. Da due mesi circa su quella collina si era insediato un avamposto israeliano, a pochi metri dalla casa di Abu R., uno degli abitanti di Bardala, la cui famiglia, come molte, vive di pastorizia e agricoltura. Da quel punto rialzato del paese hanno iniziato a sparare verso il basso con i fucili d’assalto. L’obiettivo principale era la casa di Abu R., dove era accorso un nutrito gruppo di cittadini di Bardala, in sostegno al loro vicino. A generare le tensioni era stata la risposta dei figli di Abu R. al sabotaggio delle condutture di acqua che irrigano i campi della famiglia. </p>



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<p>Nelle due settimane precedenti, da quanto avevamo potuto testimoniare, era già successo almeno altre 2 volte che i palestinesi trovassero i propri sistemi di irrigazione distrutti o danneggiati, così come le proprie macchine o i propri raccolti. Questa volta i coloni erano stati colti in flagrante, e cacciati via a sassate. <strong>Nella mentalità di un colono israeliano, rispondere alle vessazioni è un affronto imperdonabile.</strong> La risposta è stata perciò una scarica di fuoco dalla collina, e i rinforzi che sfrecciano nel paese, accorsi dalle altre colonie poco lontane. Finito di sparare, e scappati via tutti i palestinesi, i coloni hanno proceduto a dare alle fiamme la casa di Abu R., bruciandone vivo il bestiame, rimasto intrappolato all’interno.</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. la notte del 23/04, circondata dai militari.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-2192" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-300x169.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-768x432.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-600x338.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2194" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1.jpg 960w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">La schiena di uno dei figli di Abu R., colpito a distanza mentre correva via</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="576" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2191" style="width:498px;height:auto" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg 576w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-169x300.jpg 169w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-600x1067.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06.jpg 720w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /></figure>
</div>


<p><br>I militari israeliani, accorsi sulla scena, hanno dichiarato il coprifuoco, che oltre all’effetto di bloccare i soccorsi e i vigli del fuoco all’ingresso di Bardala, non è servito a molto altro. Il mattino seguente è stato permesso ad Abu R. e i suoi figli di tornare a casa, o quel che di essa ne rimaneva, <strong>così da poterlo arrestare nel pomeriggio.&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled-2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">Soccorsi e vigili del fuoco bloccati all&#8217;ingresso del paese di Bardala dai militari, la notte del 23/04.</figcaption></figure>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-2204" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-300x225.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-768x576.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-600x450.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. il giorno dopo l&#8217;attacco</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Questa strategia vessatoria, basata su uno sbilanciamento di forze spropositato tra le due fazioni opposte, i coloni e i palestinesi, rientra in uno schema ben documentato del quale può conoscere i minimi dettagli chiunque vi presti interesse e attenzione, per poi però non poter fare molto altro, oltre a contemplarne il meccanismo. <strong>Sono anni che il mondo osserva, documenta, registra; anni che se ne parla qui in occidente. E non vediamo altro che la stessa storia ripetersi, lo stesso copione: avamposto illegale, colonia illegale, a volte un libro/documentario/articolo di denuncia (come questo), e poi nulla, la colonia si espande, i palestinesi muoiono, vengono arrestati o si spostano altrove</strong>, in attesa di un nuovo colonia che nasca loro affianco, in un altro punto a caso della Cisgiordania. &nbsp;</p>



<p><br>Durante il soggiorno in Palestina abbiamo avuto modo di testimoniare direttamente la nascita dell&#8217;avamposto in questione, ancora senza nome, sorto affianco alla città di Bardala,<strong> nel nord della Valle del Giordano, territorio palestinese di cui i palestinesi controllano ormai solo il 5%</strong>. Non è ancora classificabile come colonia, ci sono solo 4 strutture in metallo e dei pannelli solari. Del perché, date queste premesse, crediamo valga comunque la pena parlarne, abbiamo provato ad argomentare<a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/"> nell’articolo precedente</a>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>L’avamposto è dunque la fase embrionale di una colonia illegale, è un insediamento formato da hangar ed edifici prefabbricati, che si estende a ritmo costante e su spinta e sostegno delle frange più estremiste del movimento dei coloni. Chi vi abita conduce una vita spartana e armata, sostenuto nelle condizioni difficili di esistenza da una fede messianica, ovvero la convinzione di star “liberando” la terra donatagli da Dio dai suoi illegittimi invasori, <strong>ovvero dai palestinesi insediatisi in quei territori incuranti della cartografia biblica che dichiara quei territori “Giudea” e “Samaria”</strong>, dunque proprietà dei giudei e dei samaritani, in senso lato degli ebrei.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>L’avamposto in questione è situato su una collina dove fino a due mesi fa non c’era nulla. Non che fosse disabitata. Ad appena 100/150 metri di distanza sorgeva la casa di Abu R. e inizia di fatto Bardala. I coloni si sono insediati in un punto strategico: dall’alto sovrastano il paese, ne sorvegliano buona parte dei campi coltivati. I palestinesi dicono sia raro un avamposto così vicino, e in un punti così importante, affianco a un paese così grande. Solitamente vengo fondati in luoghi isolati, dove vive qualche famiglia appena, e raramente così vicini. Gli abitanti di Bardala giustificano la spavalderia sulla base dell’impunità con cui i coloni possono operare dal 7/10 in poi e <strong>grazie alla benevolenza del sesto governo di Benjamin Netanyahu, in particolare del Ministro delle finanze Bezalel Smotrich, colono a sua volta, e del Ministro della sicurezza nazionale Itmar Ben-Gvir, noto per le sue posizioni intransigenti riguardo ai diritti dei palestinesi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><br><br>Le colonie illegali non sono tutte uguali, alcune sono più pericolose di altre, più politicizzate. Diverse di esse nascono seguendo dei piani regolatori approvati, e con il beneplacito esplicito del governo di Israele; non che questo le renda meno illegali secondo il diritto internazionale. <strong>Sono spesso però abitate da persone “qualunque”</strong>, che non necessariamente sposano con zelo l’agenda messianica dei coloni sionisti, sebbene la sostengano direttamente, ma seguono anzitutto gli incentivi economici con cui Israele sovvenziona chi vi si trasferisce e il benessere con cui viene propagandata la vita in colonia. Queste colonie si distinguono comunque dai paesi palestinesi per una serie di dettagli visibili: anzitutto sono pesantemente militarizzate, circondate da mura o recinsioni sovrastate da un filo spinato; in secondo luogo anche nelle regioni più desertiche, le case delle colonie sono più verdi e rigogliose, e prive delle cisterne d’acqua che invece non possono mancare sui tetti delle case palestinesi, per via dell’irregolarità e dell’arbitrarietà dell’erogazione idrica gestita da Israele; in terzo luogo, anche il passante più distratto non potrà mancare di notare che, intorno e all’interno delle colonie, <strong>sventolano, a sedare ogni dubbio, decine di bandiere israeliane.</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br><br><br>Storia ben diversa è quella della genesi delle colonie illegali più pericolose, come quelle intorno a Nablus, o a Massafer Yatta, quelle che nascono su iniziativa di qualche famiglia particolarmente motivata o di un gruppo di giovani zeloti con una predisposizione al sacrificio. Ricevono però tutte lo stesso rito d’iniziazione. La deposizione del primo hangar.<strong> Un giorno, dal nulla, spesso sulla cima di una collina o di un’altura della Cisgiordania, spunta un edificio prefabbricato</strong>. “Dal nulla” in realtà solo se si presta fede alle cartografie ufficiali. Chi abita i dintorni del luogo eletto, invece, non potrà non aver notato, nei mesi precedenti, il via vai di macchine con le targhe gialle, di ATV (all-terrain vehicles) e un generale andirivieni di coloni, riconoscibili dagli abiti, spesso bianchi e trasandati, dai lunghi riccioli che spuntano ai lati delle kippah, e dai caratteristici fucili d’assalto a tracolla. Persino Israele è costretta a condannare ufficialmente questi insediamenti illegali, ma di fatto li sovvenziona, offrendo loro protezione militare, sussidi, acqua ed energia. A volte dopo anni di processi, ordina la demolizione di un avamposto (almeno era così prima del 7/10), ma più in generale attende fino a che l’insediamento non si evolva in colonia di cemento, dove affluiscono poi cittadini “qualunque” e, avendo la Knesset fatto passare una legge che impedisce la demolizione di edifici veri e propri, non può che riconoscere la realtà <em>de facto</em> di queste propaggini illegali di Israele. Finisce così per tutelarle come parti del suo stesso Stato e assistere i militari e la polizia che vi risiedono all’interno.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Come dicevamo tutto ciò è ben documentato ed esplicitamente rivendicato dai coloni e dal governo di Netanyahu, senza che ciò attragga poco più che un disappunto verbale da parte dei governi alleati di Israele, tra cui il nostro. Ciò che è più difficile documentare e dimostrare, ma non meno evidente, è la strategia esplicita con cui le terre palestinesi vengono “liberate”, per farle passare come disabitate e incontese. Consiste nel provocare, giorno dopo giorno, vessazione dopo vessazione, con una continuità che può essere alimentata solo da una fede oltranzista e cieca, uno dei tre seguenti destini a chi si trova lungo il percorso di realizzazione messianica del popolo eletto, ovvero i palestinesi:<strong> la morte, l’arresto o la deportazione “volontaria”</strong>. Un palestinese può sempre infatti, all’ennesimo sopruso, decidere di reagire direttamente, e quindi di conseguenza andare incontro a una reazione violenta da parte dell’esercito o dei coloni stessi, oppure finire in galera<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>; altrimenti può decidere di non poterne più, e che tanto vale tentare la fortuna altrove, in un altro luogo della Cisgiordania (che prima o poi finirà nel mirino dei coloni anch’esso) o ammassati nei campi profughi delle grandi città palestinesi (dove l&#8217;IOF entra agevolmente per condurre operazioni a caccia di &#8220;terroristi&#8221;, con la stessa efficienza con cui sta conducendo la guerra a Gaza) o all’estero, se ha la fortuna, ormai rara, di avere qualche aggancio. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Questo è quello che sta succedendo a Bardala, per mano di una manciata di coloni pronti a tutto, ai danni di un intero paese di mille abitanti. Nulla di nuovo, se non per la spavalderia di un progetto così grande, comprensibile solo alla luce di un’intensificazione senza precedenti della tossicità dell’ideologia che la sostiene e dall’impunità ormai dichiarata di coloni. La comunità di Bardala è molto coesa e predisposta alla resistenza ad oltranza, <strong>ma non sembrano profilarsi tante alternative; la sorte che è toccata ad Abu R. e alla sua famiglia è solo l’inizio</strong>. </p>



<p>Un professore della scuola di Bardala, chiusa ormai qualche anno fa con un raid dei militari israeliani, ci ha raccontato di come una volta, in via del tutto eccezionale, i palestinesi siano riusciti a resistere e a cacciare i coloni da un avamposto. Avevano adottato un’originale pratica di resistenza passiva. Ogni giorno, a qualsiasi ora, bruciavano scarti organici e plastica, nel giardino della casa più vicina al neonato insediamento, che veniva così costantemente inondato da una maleodorante e tossica nube nera. Dopo qualche settimana i coloni si spostarono altrove. I palestinesi avevano vinto la battaglia. Come in tutte le guerre però i generali avveduti imparano dai propri errori. <strong>L’avamposto illegale di Bardala, come tutte le nuove colonie ormai, non sorge in un punto a caso nei pressi del paese palestinese; è stato scelto il punto certamente più alto, ma soprattutto controvento.</strong></p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="480" style="aspect-ratio: 848 / 480;" width="848" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/video_2025-05-15_12-33-20.mp4"></video><figcaption class="wp-element-caption">Nascita di una colonia a Massafer Yatta.</figcaption></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a id="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Ciascuno degli uomini con cui abbiamo parlato, nel villaggio di Bardala, gente qualunque che tira a campare, ha almeno una cicatrice da arma fuoco sul corpo o è stato in galera almeno una volta; spesso entrambe le cose.</p>
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		<title>Che senso ha parlare ancora di Palestina?</title>
		<link>https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 09:11:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Oggi è venerdì. È il giorno santo per i musulmani. Vuol dire che nelle città palestinesi è difficile trovare un negozio aperto, o un servizio di trasporto. Il venerdì si prega, ci si riposa, <strong>e si organizzano le manifestazioni contro l’occupazione militare israeliana</strong>. Fino a qualche anno fa, di venerdì, c’era l’imbarazzo della scelta rispetto a quale manifestazione seguire. La preparazione era lunga, specialmente nelle grandi città, dove spesso se ne organizzava anche più d’una, a Jenin, a Nablus, Tulkarem, Al-Khalil, Al-Quds, o nei villaggi più piccoli, a ridosso del muro, o di qualche nuova colonia; o ancora a Gaza, prima del 7/10. Si usciva la mattina, si finiva di casa in casa a bere zuccheratissimo <em>shai</em> alla menta con i partigiani palestinesi, si parlava della giornata a venire, ci si coordinava, e poi si camminava per ore sotto al sole.<strong> </strong></p>



<p><strong>Spesso la manifestazione finiva con una sassaiola contro l’esercito d’occupazione, il quale rispondeva sparando sulla folla di <em>shabab</em>, la gioventù resistente</strong>. Ogni settimana ci scappava almeno un morto, destinato a diventare uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. A volte i morti erano decine, come decine erano, di norma, anche gli arresti. Il 40% dei palestinesi maschi è stato almeno una volta in carcere, il tasso di condanna nei processi contro i palestinesi è del 99,7%,<sup data-fn="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e" class="fn"><a id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">1</a></sup> quello degli israeliani denunciati dai palestinesi è invece solo del 1.8%.<sup data-fn="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec" class="fn"><a id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">2</a></sup> I palestinesi possono inoltre essere detenuti preventivamente per 6 mesi,<sup data-fn="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792" class="fn"><a id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792">3</a></sup> rinnovabili illimitatamente, anche senza alcuna incriminazione o ragionevole sospetto, cosa che capita spesso a chi partecipa a una manifestazione, o a chi ha la sfortuna di essere nato su un terreno finito nel mirino dei coloni.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>Oggi le manifestazioni del venerdì sono molte di meno, si contano su una mano. Nell’economia di guerra israeliana, un sasso vale una pallottola, ma a volte basta meno, basta presenziare a una preghiera collettiva, od organizzare una marcia pacifica verso il muro che separa Gaza dai confini del ‘48, per meritarsi una scarica indiscriminata di fuoco. <strong>Per questo alle manifestazioni gli <em>shabab</em> non partecipano neanche più. Di giovani, quindi, non se ne vedono.</strong> Ne stavano morendo troppi, decimati dai cecchini arroccati nelle colonie illegali di Israele, o giustiziati dall’esercito di occupazione, a distanza ridotta. A Beita per esempio, una cittadina poco lontana da Nablus, il piccolo consiglio di anziani &#8211; saranno 20-30 persone &#8211; che si ritrova in cima alla collina ogni venerdì per pregare simbolicamente per un quarto d’ora in direzione della collina dove sorge la colonia illegale di Evyatar, ha scelto di escludere gli <em>shabab</em> dalla preghiera. Non ne valeva semplicemente più la pena, <strong>in città non c’erano più giovani,</strong> e il loro martirio non stava neanche riscuotendo chissà quale attenzione internazionale.</p>



<p>L’anno scorso un po’ di clamore l’ha riscosso<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Killing_of_Ay%C5%9Fenur_Eygi#Biography"> la morte di Ayşenur Eygi</a>, un’attivista turco-statunitense, che osservava pacificamente la preghiera di Beita, da una posizione defilata e verso la fine della manifestazione. <strong>Nonostante il proprio passaporto privilegiato, a condannarla a morte è stato il colore della pelle e l’aspetto arabo che hanno confuso l’esercito israeliano, convinto di aver giustiziato impunemente solo l’ennesima palestinese.</strong> Non che la dinamica della sua morte sia in qualche modo eccezionale, né che sia valsa a granché, se non a intimidire anche gli attivisti internazionali, che oggi non partecipano quasi più alle proteste.</p>



<p>Per questo ormai a Beita il venerdì sulla collina si vedono solo vecchi e bambini, i vecchi si stendono sui tappeti in preghiera, hanno scelto un punto dal quale i rami li proteggono dal sole e dai mirini dei cecchini. I bambini sorvegliano invece l’ingresso, nella speranza che i cecchini risparmino almeno loro. La polizia israeliana presidia, riprende e intimidisce, in tenuta d’assalto. Appena abbandona il posto, finita la preghiera, arrivano puntualmente i coloni, scesi da Evyatar, che avanzano tra gli ulivi; si vedono le macchie di seta bianca confuse tra i rami, i riccioli neri al vento,<strong> i fucili d’assalto a tracolla</strong>. Se ci sono anche attivisti internazionali, o meglio ancora israeliani, che si frappongono fra i due schieramenti, interviene l’esercito, uscendo dalla colonia illegale,<strong> nella quale risiede con il proprio accampamento</strong>, e prova a schedare tutti i presenti, tranne i coloni ovviamente. Se in collina ci sono solo palestinesi spesso i coloni aprono il fuoco, e dei militari nessuna traccia.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="The Settlers (inside the Jewish settlements)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/prqtXMSdeUw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p><br><br>A Beita siamo passati nel contesto di un viaggio in Palestina. O sarebbe meglio dire un viaggio nei territori occupati da Israele in Cisgiordania, <strong>nelle briciole scollegate che rimangono della terra assegnata come Stato ai palestinesi dagli accordi di Oslo</strong>. Quello che segue perciò è l’ennesimo resoconto di un viaggio in Palestina, l’ennesimo tentativo di fissare nero su bianco la storia recente di un popolo, il suo massacro, l’apartheid a cui è soggetto, <strong>l’oppressione più documentata della storia dell’umanità</strong>, che continua a peggiorare e aumentare d’intensità, nonostante i libri, i documentari, i film, i racconti, i fumetti, gli articoli, le prese di posizione di personaggi celebri e influenti. E che non riguarda un popolo lontano sul quale l’occidente non ha alcuna influenza, ma una costola di esso, <strong>il prodotto dell’irrisolto antisemitismo occidentale militarizzato per colonizzare il Medio Oriente</strong>, con la scusa di emendare i peccati della Seconda Guerra Mondiale. È perciò il resoconto dello sconforto e del dilemma di provare ancora una volta a parlare di Palestina, quando nonostante i fiumi di parole e di pellicole la situazione non fa che accelerare in brutalità, la Cisgiordania continua a dissolversi a ritmo crescente, mentre Gaza vive, può darsi, gli ultimi giorni da territorio palestinese, in un cumulo di macerie, cadaveri e tende di fortuna.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Si potrebbe perciò parlare ancora una volta di come, dal 7/10, la situazione palestinese sia diventata catastrofica. Di come le operazioni di insediamento di nuove colonie in Cisgiordania abbiano preso una velocità senza precedenti all’indomani dell’attacco di Hamas, del livello di impunità e di ferocia con cui operano i coloni, di come la loro società si stia espandendo guidata da fanatici religiosi sovvenzionati e armati fino ai denti, abituati a una economia di guerra che non potrà arrestarsi neanche con la conquista di Gaza e della Cisgiordania, <strong>dei progetti della Grande Israele e del suo <em>Lebensraum</em> che già la proietta in Libano, in Siria, e magari un giorno anche in Egitto, in Giordania</strong>… di tutto questo e di tante altre considerazioni allarmanti e angoscianti si potrebbe parlare ancora, ma lo hanno già fatto in molti e più autorevoli, le informazioni e le considerazioni sono disponibili a chiunque se ne voglia interessare, e un viaggio in Palestina, sebbene costringa a confrontarcisi, non offre alcuna prospettiva più ampia di quella che non possa essere abbracciata da una serie di ricerche su internet. <strong>E allora che senso ha continuare a parlarne?</strong> Che senso può avere avuto anche esserci andati di persona, oltre al proprio tornaconto personale nel poter dire di esserci stati, i punti militanza riscossi, e la pace dell’anima di chi si può raccontare di aver quantomeno provato a fare qualcosa?&nbsp;</p>



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<p>       <br>Vittorio Arrigoni suggeriva di ridurre al minimo i personalismi e la retorica nei resoconti sul campo, di limitarsi a documentare quanto più possibile quello che stava succedendo, senza orpelli e abbellimenti, senza cadere nella tentazione di autocompiacersi. Quando è morto a Gaza, 15 anni fa, la situazione era ben diversa, così come la natura della resistenza, e il ruolo dei mediatori internazionali al suo interno, gli attivisti, i giornalisti. <strong>15 anni fa si pensava che lo sguardo internazionale potesse ancora fare da deterrente, limitare le ingiustizie e gli abusi di potere. Oggi la pressione che esercita è minima</strong>. I palestinesi, ormai del tutto disumanizzati agli occhi dei sionisti, si sentono certamente più al sicuro con la presenza solidale dei bianchi, sono i primi a confermarlo, ma che questo corrisponda a una loro effettiva sicurezza è discutibile.          <br><br><strong>La percezione diffusa è che agli israeliani ormai interessi poco di quel che pensa di loro la società civile internazionale</strong>. L’impunità per le atrocità commesse a Gaza ha anzi rassicurato i coloni della Cisgiordania, che ormai non sembrano neanche prendersi più la briga di fabbricare dei pretesti legali per l’occupazione illegale dei territori. Fino a qualche mese fa, inoltre, si poteva usare anche la solita giustificazione coloniale, che Israele sarebbe l’unica democrazia del Medio Oriente &#8211; come i coloni inglesi erano gli unici cristiani di America -, mentre gli arabi sono per cultura terroristi machisti, e che nell’esercito di occupazione israeliana sono ammesse anche le donne, i gay e i vegani. <strong>Oggi però Israele somiglia sempre di più a un pericoloso e spregiudicato regime militare di estrema destra, che vive di guerra e conquista, alle quali non può rinunciare se non a rischio di implodere, che incentiva e sovvenziona fanatici xenofobi, guerrafondai e suprematisti, incurante delle condanne internazionali e della vita umana; parlarne oggi in termini di democrazia dovrebbe apparire a tutti quantomeno strumentale e miope, e la giustificazione ha perso molta credibilità</strong>. Oltre a ciò la felicità propagandata dalle spiagge di Tel Aviv con i cocktail in mano somiglia ormai più all’isterico giardinaggio del film <em>La zona d’interesse</em>, a ridosso di un muro oltre il quale si consuma un genocidio (un recente sondaggio vede Israele all’ottavo posto al mondo per tasso di felicità percepita dei propri abitanti, se i palestinesi fossero anche solo i loro vicini e gli israeliani non avessero nulla a che fare con la guerra il dato rivelerebbe comunque un allarmante disumanità). Ormai ai coloni non rimane che il mantra che ripetono ossessivamente, ovvero che quelle terre si chiamano Giudea e Samaria, come recita l’Antico Testamento, e i palestinesi non esistono, o se esistono sono arabi jihadisti e farebbero meglio ad andarsene e smettere di opporre resistenza all’inevitabile realizzazione territoriale del popolo eletto, <em>from the river to the sea</em>…       </p>



<p><a href="https://t.me/PalestineMovies">https://t.me/PalestineMovies</a> <sup data-fn="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9" class="fn"><a id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">4</a></sup></p>



<p><br>Perciò che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? Offrono un po’ di conforto le parole di Ilan Pappé, storico israeliano anti-sionista, che sebbene dipinga un quadro sconfortante, ricorda, con sensibilità da storico, <strong>che è proprio quando i regimi diventano così spudoratamente incuranti dell’opinione internazionale e non si preoccupano neanche più di nascondere i propri crimini all’esterno, è proprio allora che iniziano a crollare, anzitutto da dentro</strong>. E sembra in effetti che il numero di disertori dell’esercito e di israeliani che si dichiarano anti-sionisti sia in crescita, soprattutto tra quelli tra di loro che parlano arabo. Il tema del ruolo degli attivisti israeliani è comunque spinoso, perché sebbene siano ad oggi gli occidentali più utili sul campo, per via della continuità che possono offrire, per la lingua che parlano, e per i maggiori diritti di cui godono, è difficile trovarne qualcuno che metta in discussione la legittimità del progetto sionista <em>tout court</em>; sono più spesso invece favorevoli alla “soluzione” a due Stati, una moderazione che dovrebbe convenire sulla realtà <em>de facto </em>dello Stato israeliano, ma limitarne l’estensione ai confini del ‘48.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Oggi perciò il ruolo degli occidentali in Palestina, così come in altri posti caldi del pianeta, <strong>deve necessariamente ridimensionarsi ed evolvere, adattarsi all’indifferente cinismo con cui si risolvono i conflitti nel clima di tensioni internazionali, accettare la propria crescente irrilevanza, e riconoscere la desensibilizzazione mediatica dell’occidente</strong>. La maggior parte delle associazioni si sono oggi infatti ridimensionate, non pretendono più di coordinare azioni dirette contro Israele o contro le sue infrastrutture, quanto invece offrire una presenza idealmente costante di solidarietà, aiuto e documentazione. È un lavoro dignitoso, utile, arricchente, permette a una parte della cultura palestinese di raccontarsi, aiuta chi sceglie di resistere all’oppressione e non cede al ricatto dei coloni a recuperare energia e vigore, a non sentirsi abbandonato, a durare un altro po’, a non lasciare la propria terra che verrebbe immediatamente requisita dai coloni o dall’esercito, e mai più restituita. </p>



<p></p>



<p>Non si tratta più, perciò, della speranza di agevolare direttamente il processo di liberazione della Palestina da parte dei palestinesi, questa speranza, ad oggi, è poco influente. Qualsiasi forma di resistenza pacifica viene repressa, spesso violentemente; qualsiasi forma di resistenza violenta o armata incontra invece una rappresaglia israeliana di una violenza molto superiore, che è difficile distinguere dalla cieca vendetta.<strong> Si tratta invece, per ora, soltanto di resistere, e di farlo il più a lungo possibile, guidati da una nuova speranza, che Israele collassi sotto la spinta della sua stessa onda distruttiva, che il martirio degli <em>shahid</em> palestinesi non sia invano, ma costringa Israele a mostrare la sua vera natura, costringa il progetto sionista a realizzarsi per quel che è sempre stato, un progetto di colonizzazione occidentale a sfondo razzista e teocratico</strong>. Si tratta di raccontare ancora, fino allo stremo, la storia dei palestinesi, di tutti i palestinesi, ciascuna piccola storia di oppressione quotidiana e tragedia, darle dignità, renderla visibile, non perché serva a qualcosa, non con il fine di impietosire le potenze occidentali, o di invertire la rotta, <strong>ma per testimoniare di un’umanità diversa, che si esprime nella solidarietà con i popoli oppressi, anche e soprattutto quando sembra che non serva a nulla. </strong>        <br><br>Per questo motivo racconteremo, nelle prossime settimane, sempre di venerdì, tre storie di quello che abbiamo visto in Palestina. La nascita e lo sviluppo di un accampamento illegale a ridosso di un villaggio palestinese, la storia di resistenza di una famiglia eroica, circondata dai militari, e le impressioni diverse che si provano nell’introdursi in due grandi città palestinesi, una ancora “libera” e fiera, Nablus, l’altra divorata dal cancro di una colonia israeliana che si espande al suo interno, sopprimendone la vitalità, divenuta il simbolo più noto dell’oppressione palestinese: Al-Khalil (Hebron).   </p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">https://www.972mag.com/conviction-rate-for-palestinians-in-israels-military-courts-99-74-percent/ <a href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">https://www.haaretz.com/israel-news/2023-08-03/ty-article/.premium/a-quarter-of-palestinians-jailed-in-israel-are-imprisoned-without-charges-or-trial/00000189-bce5-d9f3-a1cd-bfff64f00000 <a href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792"><em>ibidem</em> <a href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li><li id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">Canale telegram che raccoglie prodotti audiovisivi e libri sulla Palestina, in particolare consigliamo il recente documentario di Louis Theroux, The Settlers (2025).  <a href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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