Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni. Ripercorriamo gli eventi per capire come nasce un avamposto illegale israeliano, la struttura che solitamente precede una colonia illegale.

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni. Le macchine a targa gialla (israeliane) si sono fatte largo nel paese ad alta velocità, fino a raggiungere la collina a nord del paese. Da due mesi circa su quella collina si era insediato un avamposto israeliano, a pochi metri dalla casa di Abu R., uno degli abitanti di Bardala, la cui famiglia, come molte, vive di pastorizia e agricoltura. Da quel punto rialzato del paese hanno iniziato a sparare verso il basso con i fucili d’assalto. L’obiettivo principale era la casa di Abu R., dove era accorso un nutrito gruppo di cittadini di Bardala, in sostegno al loro vicino. A generare le tensioni era stata la risposta dei figli di Abu R. al sabotaggio delle condutture di acqua che irrigano i campi della famiglia.

Nelle due settimane precedenti, da quanto avevamo potuto testimoniare, era già successo almeno altre 2 volte che i palestinesi trovassero i propri sistemi di irrigazione distrutti o danneggiati, così come le proprie macchine o i propri raccolti. Questa volta i coloni erano stati colti in flagrante, e cacciati via a sassate. Nella mentalità di un colono israeliano, rispondere alle vessazioni è un affronto imperdonabile. La risposta è stata perciò una scarica di fuoco dalla collina, e i rinforzi che sfrecciano nel paese, accorsi dalle altre colonie poco lontane. Finito di sparare, e scappati via tutti i palestinesi, i coloni hanno proceduto a dare alle fiamme la casa di Abu R., bruciandone vivo il bestiame, rimasto intrappolato all’interno.

La casa di Abu R. la notte del 23/04, circondata dai militari.

        

La schiena di uno dei figli di Abu R., colpito a distanza mentre correva via

I militari israeliani, accorsi sulla scena, hanno dichiarato il coprifuoco, che oltre all’effetto di bloccare i soccorsi e i vigli del fuoco all’ingresso di Bardala, non è servito a molto altro. Il mattino seguente è stato permesso ad Abu R. e i suoi figli di tornare a casa, o quel che di essa ne rimaneva, così da poterlo arrestare nel pomeriggio.    

Soccorsi e vigili del fuoco bloccati all’ingresso del paese di Bardala dai militari, la notte del 23/04.
La casa di Abu R. il giorno dopo l’attacco

Questa strategia vessatoria, basata su uno sbilanciamento di forze spropositato tra le due fazioni opposte, i coloni e i palestinesi, rientra in uno schema ben documentato del quale può conoscere i minimi dettagli chiunque vi presti interesse e attenzione, per poi però non poter fare molto altro, oltre a contemplarne il meccanismo. Sono anni che il mondo osserva, documenta, registra; anni che se ne parla qui in occidente. E non vediamo altro che la stessa storia ripetersi, lo stesso copione: avamposto illegale, colonia illegale, a volte un libro/documentario/articolo di denuncia (come questo), e poi nulla, la colonia si espande, i palestinesi muoiono, vengono arrestati o si spostano altrove, in attesa di un nuovo colonia che nasca loro affianco, in un altro punto a caso della Cisgiordania.  

Durante il soggiorno in Palestina abbiamo avuto modo di testimoniare direttamente la nascita dell’avamposto in questione, ancora senza nome, sorto affianco alla città di Bardala, nel nord della Valle del Giordano, territorio palestinese di cui i palestinesi controllano ormai solo il 5%. Non è ancora classificabile come colonia, ci sono solo 4 strutture in metallo e dei pannelli solari. Del perché, date queste premesse, crediamo valga comunque la pena parlarne, abbiamo provato ad argomentare nell’articolo precedente.                      

L’avamposto è dunque la fase embrionale di una colonia illegale, è un insediamento formato da hangar ed edifici prefabbricati, che si estende a ritmo costante e su spinta e sostegno delle frange più estremiste del movimento dei coloni. Chi vi abita conduce una vita spartana e armata, sostenuto nelle condizioni difficili di esistenza da una fede messianica, ovvero la convinzione di star “liberando” la terra donatagli da Dio dai suoi illegittimi invasori, ovvero dai palestinesi insediatisi in quei territori incuranti della cartografia biblica che dichiara quei territori “Giudea” e “Samaria”, dunque proprietà dei giudei e dei samaritani, in senso lato degli ebrei.            
              
L’avamposto in questione è situato su una collina dove fino a due mesi fa non c’era nulla. Non che fosse disabitata. Ad appena 100/150 metri di distanza sorgeva la casa di Abu R. e inizia di fatto Bardala. I coloni si sono insediati in un punto strategico: dall’alto sovrastano il paese, ne sorvegliano buona parte dei campi coltivati. I palestinesi dicono sia raro un avamposto così vicino, e in un punti così importante, affianco a un paese così grande. Solitamente vengo fondati in luoghi isolati, dove vive qualche famiglia appena, e raramente così vicini. Gli abitanti di Bardala giustificano la spavalderia sulla base dell’impunità con cui i coloni possono operare dal 7/10 in poi e grazie alla benevolenza del sesto governo di Benjamin Netanyahu, in particolare del Ministro delle finanze Bezalel Smotrich, colono a sua volta, e del Ministro della sicurezza nazionale Itmar Ben-Gvir, noto per le sue posizioni intransigenti riguardo ai diritti dei palestinesi.        

Le colonie illegali non sono tutte uguali, alcune sono più pericolose di altre, più politicizzate. Diverse di esse nascono seguendo dei piani regolatori approvati, e con il beneplacito esplicito del governo di Israele; non che questo le renda meno illegali secondo il diritto internazionale. Sono spesso però abitate da persone “qualunque”, che non necessariamente sposano con zelo l’agenda messianica dei coloni sionisti, sebbene la sostengano direttamente, ma seguono anzitutto gli incentivi economici con cui Israele sovvenziona chi vi si trasferisce e il benessere con cui viene propagandata la vita in colonia. Queste colonie si distinguono comunque dai paesi palestinesi per una serie di dettagli visibili: anzitutto sono pesantemente militarizzate, circondate da mura o recinsioni sovrastate da un filo spinato; in secondo luogo anche nelle regioni più desertiche, le case delle colonie sono più verdi e rigogliose, e prive delle cisterne d’acqua che invece non possono mancare sui tetti delle case palestinesi, per via dell’irregolarità e dell’arbitrarietà dell’erogazione idrica gestita da Israele; in terzo luogo, anche il passante più distratto non potrà mancare di notare che, intorno e all’interno delle colonie, sventolano, a sedare ogni dubbio, decine di bandiere israeliane.       

Storia ben diversa è quella della genesi delle colonie illegali più pericolose, come quelle intorno a Nablus, o a Massafer Yatta, quelle che nascono su iniziativa di qualche famiglia particolarmente motivata o di un gruppo di giovani zeloti con una predisposizione al sacrificio. Ricevono però tutte lo stesso rito d’iniziazione. La deposizione del primo hangar. Un giorno, dal nulla, spesso sulla cima di una collina o di un’altura della Cisgiordania, spunta un edificio prefabbricato. “Dal nulla” in realtà solo se si presta fede alle cartografie ufficiali. Chi abita i dintorni del luogo eletto, invece, non potrà non aver notato, nei mesi precedenti, il via vai di macchine con le targhe gialle, di ATV (all-terrain vehicles) e un generale andirivieni di coloni, riconoscibili dagli abiti, spesso bianchi e trasandati, dai lunghi riccioli che spuntano ai lati delle kippah, e dai caratteristici fucili d’assalto a tracolla. Persino Israele è costretta a condannare ufficialmente questi insediamenti illegali, ma di fatto li sovvenziona, offrendo loro protezione militare, sussidi, acqua ed energia. A volte dopo anni di processi, ordina la demolizione di un avamposto (almeno era così prima del 7/10), ma più in generale attende fino a che l’insediamento non si evolva in colonia di cemento, dove affluiscono poi cittadini “qualunque” e, avendo la Knesset fatto passare una legge che impedisce la demolizione di edifici veri e propri, non può che riconoscere la realtà de facto di queste propaggini illegali di Israele. Finisce così per tutelarle come parti del suo stesso Stato e assistere i militari e la polizia che vi risiedono all’interno.             

Come dicevamo tutto ciò è ben documentato ed esplicitamente rivendicato dai coloni e dal governo di Netanyahu, senza che ciò attragga poco più che un disappunto verbale da parte dei governi alleati di Israele, tra cui il nostro. Ciò che è più difficile documentare e dimostrare, ma non meno evidente, è la strategia esplicita con cui le terre palestinesi vengono “liberate”, per farle passare come disabitate e incontese. Consiste nel provocare, giorno dopo giorno, vessazione dopo vessazione, con una continuità che può essere alimentata solo da una fede oltranzista e cieca, uno dei tre seguenti destini a chi si trova lungo il percorso di realizzazione messianica del popolo eletto, ovvero i palestinesi: la morte, l’arresto o la deportazione “volontaria”. Un palestinese può sempre infatti, all’ennesimo sopruso, decidere di reagire direttamente, e quindi di conseguenza andare incontro a una reazione violenta da parte dell’esercito o dei coloni stessi, oppure finire in galera[1]; altrimenti può decidere di non poterne più, e che tanto vale tentare la fortuna altrove, in un altro luogo della Cisgiordania (che prima o poi finirà nel mirino dei coloni anch’esso) o ammassati nei campi profughi delle grandi città palestinesi (dove l’IOF entra agevolmente per condurre operazioni a caccia di “terroristi”, con la stessa efficienza con cui sta conducendo la guerra a Gaza) o all’estero, se ha la fortuna, ormai rara, di avere qualche aggancio.               

Questo è quello che sta succedendo a Bardala, per mano di una manciata di coloni pronti a tutto, ai danni di un intero paese di mille abitanti. Nulla di nuovo, se non per la spavalderia di un progetto così grande, comprensibile solo alla luce di un’intensificazione senza precedenti della tossicità dell’ideologia che la sostiene e dall’impunità ormai dichiarata di coloni. La comunità di Bardala è molto coesa e predisposta alla resistenza ad oltranza, ma non sembrano profilarsi tante alternative; la sorte che è toccata ad Abu R. e alla sua famiglia è solo l’inizio.

Un professore della scuola di Bardala, chiusa ormai qualche anno fa con un raid dei militari israeliani, ci ha raccontato di come una volta, in via del tutto eccezionale, i palestinesi siano riusciti a resistere e a cacciare i coloni da un avamposto. Avevano adottato un’originale pratica di resistenza passiva. Ogni giorno, a qualsiasi ora, bruciavano scarti organici e plastica, nel giardino della casa più vicina al neonato insediamento, che veniva così costantemente inondato da una maleodorante e tossica nube nera. Dopo qualche settimana i coloni si spostarono altrove. I palestinesi avevano vinto la battaglia. Come in tutte le guerre però i generali avveduti imparano dai propri errori. L’avamposto illegale di Bardala, come tutte le nuove colonie ormai, non sorge in un punto a caso nei pressi del paese palestinese; è stato scelto il punto certamente più alto, ma soprattutto controvento.

Nascita di una colonia a Massafer Yatta.

[1] Ciascuno degli uomini con cui abbiamo parlato, nel villaggio di Bardala, gente qualunque che tira a campare, ha almeno una cicatrice da arma fuoco sul corpo o è stato in galera almeno una volta; spesso entrambe le cose.