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	<title>shahid Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Vedi Nablus e poi muori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2025 10:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quarto e ultimo capitolo di un viaggio nei territori occupati illegalmente da Israele della Cisgiordania. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/vedi-nablus-e-poi-muori/">Vedi Nablus e poi muori</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In Palestina abbiamo respirato solo una volta.</strong> È successo quando siamo arrivati a <strong>Nablus, una delle ultime città “libere” della Palestina, senza dubbio la più bella</strong>. Capita poche volte nella vita di avere così tanto bisogno di una città e trovarsela difronte. A noi è capitato di giovedì sera, all’ultima ora del mercato, prima del riposo settimanale del venerdì.</p>



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<p>Erano state settimane faticose. <strong>Ogni singola informazione che avevamo ricevuto fino a quel punto, ogni tassello in più del fragile e complesso mosaico che vedevamo comporsi di giorno in giorno raccontava una storia sempre più sconfortante.</strong><br><br>Sono davvero pochi i momenti sereni che ci si riesce a ritagliare sotto un’occupazione militare. Si tratta principalmente e perlopiù di restare in silenzio ad ascoltare e osservare,<strong> e mascherare l’imbarazzo per la banalità del dolore che si prova</strong>. La tragedia palestinese è talmente vasta per cui è quasi impossibile documentarsi esaustivamente, ci sono così tante storie da raccontare, ciascuna a suo modo importante, quasi tutte cancellate dalle infrastrutture rigogliose e tecnologiche di Israele.<br> <br>Siamo andati a Nablus dopo essere stati in un’altra città palestinese, <strong>Al-Khalil, più nota all’occidente come Hebron</strong>. È la più popolosa della Cisgiordania, ci abitano 200.000 palestinesi, e un manipolo di 1000 coloni, protetti da altrettanti militari israeliani, che hanno illegalmente occupato il centro della città. <strong>Di Hebron se n’è parlato molto, è il simbolo dell’occupazione illegale di Israele della Palestina</strong>. A molti giornalisti e scrittori basta visitarla per tre-quattro notti per avere abbastanza materiale per scrivere un paio di libri. <strong>Somiglia a un esperimento di oncologia urbanistica</strong>: cosa succederebbe a una metropoli se nel suo centro sorgesse un cancro molto aggressivo. Chiunque voglia documentarsi su quello che succede a Al-Khalil troverà in rete e in libreria tanto materiale molto meno sommario di quanto non sarebbe un nostro resoconto, perciò ve lo risparmiamo.<br><br>Alcune cose notevoli però: dentro la moschea di Abramo, poi riconvertita per metà in sinagoga dopo l’occupazione, c’è un unico punto di contatto tra arabi ed ebrei: la tomba del patriarca, di Abramo. Su di essa affacciano sia alcune finestre della moschea, sia altre speculari della sinagoga. <strong>In mezzo hanno dovuto ereggere una lastra di vetro antiproiettile</strong>, perché via del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Hebron_del_1994">massacro del 1994</a> che si è consumato al suo interno.<br> <br>L’edificio più alto di Al Khalil è <strong>una ex-scuola palestinese, convertita poi in scuola rabbinica per coloni dopo l&#8217;occupazione militare</strong>. Su di essa sventola un enorme bandiera di Israele, visibile da molti punti della città. </p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/militari-1.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">Militari che escono per una ronda nella parte &#8220;libera&#8221; della città. Sulla destra il palazzo in questione</figcaption></figure>



<p><br><br>Dentro la colonia si può leggere, nel centro della piazza, la storia di Hebron secondo l’autorità comunale israeliana. Per chi non leggesse l’inglese, ci tengono a informare che l’unica occorrenza storica della città in cui un essere umano diverso da un ebreo ha fatto qualcosa di rilevante nei dintorni, è stato quando degli <strong>“arabi jihadisti”</strong> hanno compiuto <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Hebron_del_1929">il massacro del 1929</a>.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-2265" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-1024x768.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-300x225.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-768x576.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-600x450.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p><br></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2266" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1.jpg 960w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>
</div>


<p><br>Abbiamo scelto di andare ad Al-Khalil perché siamo venuti a sapere di una manifestazione di coloni che vi ha luogo ogni sabato. Degli israeliani, principalmente adolescenti, sfilano settimanalmente per la città, nelle zone vietate loro anche dalla stessa legge comunale della colonia (colonia già di per sé illegale, come tutte le altre, secondo il diritto internazionale). Sono scortati da un equivalente numero di militari armati, e da un conferenziere, che si ferma negli stessi punti del centro-città ogni sabato, punti ormai semi-deserti, e racconta ai presenti la storia ebraica di Hebron.<strong> Un assaggio del bottino di guerra futuro, in età impressionabile</strong>. La nostra semplice presenza in una delle piazze in cui si sono fermati è stata tutt’altro che gradita. I militari passati per la ronda preventiva ci avevano già intimato di andarcene, prendendoci i passaporti e dichiarando la nostra presenza in città illegale – sebbene, ripetiamolo ulteriormente che non fa mai male, secondo il loro stesso &#8220;protocollo di Hebron&#8221;, oltre al diritto internazionale, <strong>fosse illegale la loro</strong>. Essendoci rifiutati di seguirli non hanno potuto fare molto altro. Alla manifestazione ci prendiamo qualche sguardo di sbieco, ci fanno qualche video, sputano per terra guardandoci negli occhi. Dietro di noi si nascondono dei bambini palestinesi di Al-Khalil, che ci stavano un po&#8217; importunando prima dell&#8217;arrivo dei militari. Ora sono in silenzio alle nostre spalle. Ci colpisce la serenità con cui i giovani coloni si fanno scortare dai militari, che liberano la strada preventivamente dai bambini e i commercianti di Al-Khalil. Non fosse per i loro vestiti alla moda sembrerebbero usciti da un altra epoca.<strong> Non c&#8217;è un&#8217;etnia di riferimento, si deducono le origini europee, nord-africane, centro-africane, medio-orientali</strong>. Tutti accomunati da quell&#8217;aria di serena e beffarda superiorità che potrebbe darti, in un cortile di un liceo, l&#8217;essere amico dei ragazzi più grandi, o in un&#8217;occupazione militare essere scortato dai soldati. La nostra presenza è pressoché inutile, se non per darci una prova tangibile del lato della barricata dietro la quale vogliamo stare.  <br><br><br><strong>Arriviamo a Nablus perciò dopo settimane di un viaggio sconfortante</strong>. Nella Valle del Giordano avevamo testimoniato a più riprese cosa significasse provare a condurre una vita normale in Cisgiordania, ovvero attendere, aspettare, accettare qualsiasi sopruso, senza una reale speranza, senza la possibilità di raccogliere i frutti del proprio lavoro, far crescere un’attività, conquistare col lavoro una speranza diversa per i propri figli. Fino a che, un giorno o l’altro, esauriti, non si prova a emigrare altrove (ma dove?) oppure a rivoltarsi singolarmente, e quindi finire inevitabilmente o in carcere per decenni o al campo santo.</p>



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<p><br><br>Dopo di che eravamo andati a Beita, sfiorando Nablus, per provare a vedere che forma potessero ancora avere le manifestazioni pubbliche palestinesi, le lotte collettive e pacifiche. <strong>A Beita abbiamo visto il rimasuglio di un movimento pacifico, un piccolo manipolo di vecchi veramente poco minacciosi, riuniti per una preghiera simbolica di un quarto d’ora</strong>. Come abbiamo raccontato, di giovani non se ne vedeva neanche uno, perché negli anni erano stati <strong>decimati dagli arresti militari e dai cecchini dei coloni,</strong> appostati sulla collina di fronte, e non ne valeva più la pena di esporli a un tale rischio per una preghiera simbolica. <strong>Anche a Beita perciò, nessun tipo di speranza, tanto meno perciò di progettualità.</strong></p>



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<p><br><br>Ad Al-Khalil infine, abbiamo avuto un assaggio del probabile destino futuro anche delle grandi città palestinesi, <strong>dove Israele intende raggruppare e spingere tutti coloro sparsi per la Cisgiordania, per poi disperderli nuovamente verso il nulla</strong>, senza casa e senza un terreno, <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-01/cisgiordania-centinaia-di-persone-in-fuga-da-jenin.html">come ha fatto con il campo profughi di Jenin</a>. Anche qui poca speranza, molta rassegnazione, quasi nessuna progettualità. Di contro abbiamo visto la luce negli occhi dei coloni, l’odio con cui ci guardavano dietro i fucili, per la nostra piccola e ininfluente presenza lungo un percorso di deportazione e sterminio dal quale non vogliono essere distratti in alcun modo.<br><br>A Nablus però, per la prima e ultima volta, abbiamo visto qualcosa di diverso. Era giovedì all’ora del tramonto, la città era stordita dai rumori dei banchi del mercato che chiudeva. Un cartello all’ingresso segnalava la presenza della ferrovia ottomana. Nablus è una città antica, Flavia Neapoli, colonia (sic!) romana. Nei millenni è stato un centro importante per ogni potenza che ha conquistato o provato a conquistare la Terra Santa, in particolare per i primi crociati. Gli ottomani l’avevano inserita nella loro rete ferroviaria. La ferrovia di Nablus è una testimonianza archeologica di quella che potrebbe essere la<strong> No-State Solution</strong>, un miraggio di anti-nazionalismo assolutamente improponibile al tavolo delle grandi potenze moderne, un allucinazione nel deserto della politica internazionale: <strong>nessuna dogana, passaggio libero delle persone attraverso un unico grande territorio, indipendentemente dalla religione, dall’etnia, dal popolo di appartenenza</strong>. Divisione culturale, certo, ma non nazionale, arabi palestinesi nel vagone con ebrei sefarditi, arabi egiziani, ebrei samaritani, europei dei balcani, turchi. Poco più che un esercizio mentale, probabilmente qualcosa di molto lontano dalla realtà storica, ma quel cartello ci predispone già a uno stato d’animo, e apre le strade di Nablus.<br><br>Quello che abbiamo visto a Nablus non è niente di meno e niente di più della resistenza palestinese. Non quella di tutti i giorni, quella di cui abbiamo provato a parlare negli altri articoli, quella la cui esistenza è di per sé già resistenza. Abbiamo visto i partigiani palestinesi, i martiri, la loro sagoma impressa sui muri, le impronte insanguinate dei palmi delle loro mani, nascoste tra i vicoli, protette da teche in vetro a memoria futura. <strong>Camminando per le strade di questa città ci siamo ricordati di cosa doveva voler dire il sogno di una Palestina liberata da Israele</strong>.<br><br><br>Non bisogna illudersi però. Nablus è una città relativamente piccola, anch’essa a disposizione militare di Israele, che entra periodicamente a caccia di terroristi e combattenti, compiendo stragi sommarie. Ci sono varie lapidi, per l’appunto, in giro per la città. Segnano i luoghi in cui sono morti i martiri, gli <em>shahid</em>, fucilati per strada. Alcune sono nei vicoli, sotto i portici, agli angoli delle strade; <strong>lasciano intendere una guerriglia o un inseguimento, operazioni militari speciali, furtive.</strong> Una in particolare ci colpisce, la data è recente (2024), la gigantografia del martire è enorme. Avrà avuto trent’anni, e per la grandezza dell’immagine doveva ricoprire un ruolo di prestigio. <strong>Tutti gli altri manifesti celebrano giovani, 18enni o poco più</strong>. Per chi sceglie di resistere appropriandosi della violenza l’aspettativa di vita è molto bassa, a 30 anni si è già probabilmente in un ruolo di comando, per il semplice fatto di essere ancora vivi.<br><br>Se non fosse per Israele, Nablus sarebbe oggi una città come tante altre, certo millenaria e affascinante, incastonata in una valle tra le montagne, ricca di cultura e reperti archeologici, un crocevia di vicoli di mercati e negozi. Oggi è invece una delle ultime città della Cisgiordania, insieme a Jenin, <strong>nella quale i palestinesi possono rivendicare liberamente e rendere onore al proprio martirio</strong>, i giovani morti in battaglia, quelli innocentemente uccisi da Israele, quelli che hanno consegnato la propria vita a un attentato.</p>



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<p><br><br>Passeggiando per i vicoli della città, scatta l’ora della preghiera. Nablus è immersa in una valle, le registrazioni in alto dai campanili rimbombano sulle montagne e immergono la piana, confuse in un rumore pieno e sacro. Il cielo è fermo, qualche scia di rosa spezza le nuvole bianche e basse. <strong>Vediamo, volto dopo volto, i ragazzi morti; ogni porta del mercato ha appeso il manifesto di un martire diverso.</strong> Cosa avrei fatto al posto loro? Chi sarei stato se fossi nato in Cisgiordania? Dove sarei? Sarei fuggito? Magari ce l’avrei fatta ad andarmene via, in qualche altro paese arabo, o in Europa. Oppure starei cercando di vivere una vita normale? Magari sarei già uscito un paio di volte di prigione, starei sperando di riuscire a evitare un altro arresto, o peggio, guardando con rassegnazione la casa del mio vicino mentre viene rasa al suolo, i militari che si addestrano, i territori requisiti, quelli rubati, pregando la notte i fratelli morti e ringraziando che perlomeno non sono nato a Gaza? O sarei stato un attivista? Andrei ancora alle manifestazioni? Proverei ad organizzarle a testa alta, schivando i proiettili dei coloni e disposto al carcere militare? Mi sarei tolto la vita? Avrei tradito la mia gente per qualche soldo e vantaggio in più? O starei su uno di questi manifesti che mi circondano, vestito di nero col fucile tra le mani, morto sapendo che sarei morto, che avrei onorato il martirio del mio popolo con il martirio della mia vita? Che avrei esposto, andando incontro a morte certa, l’insopportabile oppressione che è toccata alla mia gente e che ha una data di inizio, il 1948, e vede da una parte un popolo invaso e dall’altra uno invasore? Sarei stato capace di uccidere un innocente? Riuscirei ad avere pietà di un colono israeliano? Accordargli il lusso, per me sconosciuto da una vita, di essere considerato un innocente? <br><br>E invece se fossi nato in Israele? Sarei riuscito a fare finta di nulla? Mi sarei radicalizzato, andando in avanscoperta a fondare nuove colonie in Giudea e Samaria?<strong> Avrei avuto la forza e il coraggio, come hanno fatto molti, di litigare con la mia famiglia, perdere gli amici, ripudiare l’educazione che ho ricevuto e che il mio Stato ha provato a innestare sulla mia etnia?</strong> Avrei risposto alla chiamata alle armi? Sarei andato a Gaza? Ci sarei tornato tutte le volte che i miei generali me lo avrebbero chiesto? Sarei morto per Israele? <br><br> <br>Non so cosa avrei fatto, non ho modo di saperlo. In cuore mio spero davvero, però, che avrei disertato l’esercito e la cultura israeliana e avrei avuto il coraggio di fare parte della resistenza, se fossi stato palestinese. Non per l’onore, la gloria, per la retorica partigiana, o per le promesse nell’aldilà, ma perché qui, in mezzo a tutti questi morti, vedo per la prima volta in tutta la mia vita, <strong>qual è il prezzo della libertà. </strong></p>



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		<title>Che senso ha parlare ancora di Palestina?</title>
		<link>https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 09:11:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Oggi è venerdì. È il giorno santo per i musulmani. Vuol dire che nelle città palestinesi è difficile trovare un negozio aperto, o un servizio di trasporto. Il venerdì si prega, ci si riposa, <strong>e si organizzano le manifestazioni contro l’occupazione militare israeliana</strong>. Fino a qualche anno fa, di venerdì, c’era l’imbarazzo della scelta rispetto a quale manifestazione seguire. La preparazione era lunga, specialmente nelle grandi città, dove spesso se ne organizzava anche più d’una, a Jenin, a Nablus, Tulkarem, Al-Khalil, Al-Quds, o nei villaggi più piccoli, a ridosso del muro, o di qualche nuova colonia; o ancora a Gaza, prima del 7/10. Si usciva la mattina, si finiva di casa in casa a bere zuccheratissimo <em>shai</em> alla menta con i partigiani palestinesi, si parlava della giornata a venire, ci si coordinava, e poi si camminava per ore sotto al sole.<strong> </strong></p>



<p><strong>Spesso la manifestazione finiva con una sassaiola contro l’esercito d’occupazione, il quale rispondeva sparando sulla folla di <em>shabab</em>, la gioventù resistente</strong>. Ogni settimana ci scappava almeno un morto, destinato a diventare uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. A volte i morti erano decine, come decine erano, di norma, anche gli arresti. Il 40% dei palestinesi maschi è stato almeno una volta in carcere, il tasso di condanna nei processi contro i palestinesi è del 99,7%,<sup data-fn="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e" class="fn"><a id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">1</a></sup> quello degli israeliani denunciati dai palestinesi è invece solo del 1.8%.<sup data-fn="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec" class="fn"><a id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">2</a></sup> I palestinesi possono inoltre essere detenuti preventivamente per 6 mesi,<sup data-fn="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792" class="fn"><a id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792">3</a></sup> rinnovabili illimitatamente, anche senza alcuna incriminazione o ragionevole sospetto, cosa che capita spesso a chi partecipa a una manifestazione, o a chi ha la sfortuna di essere nato su un terreno finito nel mirino dei coloni.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>Oggi le manifestazioni del venerdì sono molte di meno, si contano su una mano. Nell’economia di guerra israeliana, un sasso vale una pallottola, ma a volte basta meno, basta presenziare a una preghiera collettiva, od organizzare una marcia pacifica verso il muro che separa Gaza dai confini del ‘48, per meritarsi una scarica indiscriminata di fuoco. <strong>Per questo alle manifestazioni gli <em>shabab</em> non partecipano neanche più. Di giovani, quindi, non se ne vedono.</strong> Ne stavano morendo troppi, decimati dai cecchini arroccati nelle colonie illegali di Israele, o giustiziati dall’esercito di occupazione, a distanza ridotta. A Beita per esempio, una cittadina poco lontana da Nablus, il piccolo consiglio di anziani &#8211; saranno 20-30 persone &#8211; che si ritrova in cima alla collina ogni venerdì per pregare simbolicamente per un quarto d’ora in direzione della collina dove sorge la colonia illegale di Evyatar, ha scelto di escludere gli <em>shabab</em> dalla preghiera. Non ne valeva semplicemente più la pena, <strong>in città non c’erano più giovani,</strong> e il loro martirio non stava neanche riscuotendo chissà quale attenzione internazionale.</p>



<p>L’anno scorso un po’ di clamore l’ha riscosso<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Killing_of_Ay%C5%9Fenur_Eygi#Biography"> la morte di Ayşenur Eygi</a>, un’attivista turco-statunitense, che osservava pacificamente la preghiera di Beita, da una posizione defilata e verso la fine della manifestazione. <strong>Nonostante il proprio passaporto privilegiato, a condannarla a morte è stato il colore della pelle e l’aspetto arabo che hanno confuso l’esercito israeliano, convinto di aver giustiziato impunemente solo l’ennesima palestinese.</strong> Non che la dinamica della sua morte sia in qualche modo eccezionale, né che sia valsa a granché, se non a intimidire anche gli attivisti internazionali, che oggi non partecipano quasi più alle proteste.</p>



<p>Per questo ormai a Beita il venerdì sulla collina si vedono solo vecchi e bambini, i vecchi si stendono sui tappeti in preghiera, hanno scelto un punto dal quale i rami li proteggono dal sole e dai mirini dei cecchini. I bambini sorvegliano invece l’ingresso, nella speranza che i cecchini risparmino almeno loro. La polizia israeliana presidia, riprende e intimidisce, in tenuta d’assalto. Appena abbandona il posto, finita la preghiera, arrivano puntualmente i coloni, scesi da Evyatar, che avanzano tra gli ulivi; si vedono le macchie di seta bianca confuse tra i rami, i riccioli neri al vento,<strong> i fucili d’assalto a tracolla</strong>. Se ci sono anche attivisti internazionali, o meglio ancora israeliani, che si frappongono fra i due schieramenti, interviene l’esercito, uscendo dalla colonia illegale,<strong> nella quale risiede con il proprio accampamento</strong>, e prova a schedare tutti i presenti, tranne i coloni ovviamente. Se in collina ci sono solo palestinesi spesso i coloni aprono il fuoco, e dei militari nessuna traccia.</p>



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<iframe title="The Settlers (inside the Jewish settlements)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/prqtXMSdeUw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p><br><br>A Beita siamo passati nel contesto di un viaggio in Palestina. O sarebbe meglio dire un viaggio nei territori occupati da Israele in Cisgiordania, <strong>nelle briciole scollegate che rimangono della terra assegnata come Stato ai palestinesi dagli accordi di Oslo</strong>. Quello che segue perciò è l’ennesimo resoconto di un viaggio in Palestina, l’ennesimo tentativo di fissare nero su bianco la storia recente di un popolo, il suo massacro, l’apartheid a cui è soggetto, <strong>l’oppressione più documentata della storia dell’umanità</strong>, che continua a peggiorare e aumentare d’intensità, nonostante i libri, i documentari, i film, i racconti, i fumetti, gli articoli, le prese di posizione di personaggi celebri e influenti. E che non riguarda un popolo lontano sul quale l’occidente non ha alcuna influenza, ma una costola di esso, <strong>il prodotto dell’irrisolto antisemitismo occidentale militarizzato per colonizzare il Medio Oriente</strong>, con la scusa di emendare i peccati della Seconda Guerra Mondiale. È perciò il resoconto dello sconforto e del dilemma di provare ancora una volta a parlare di Palestina, quando nonostante i fiumi di parole e di pellicole la situazione non fa che accelerare in brutalità, la Cisgiordania continua a dissolversi a ritmo crescente, mentre Gaza vive, può darsi, gli ultimi giorni da territorio palestinese, in un cumulo di macerie, cadaveri e tende di fortuna.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Si potrebbe perciò parlare ancora una volta di come, dal 7/10, la situazione palestinese sia diventata catastrofica. Di come le operazioni di insediamento di nuove colonie in Cisgiordania abbiano preso una velocità senza precedenti all’indomani dell’attacco di Hamas, del livello di impunità e di ferocia con cui operano i coloni, di come la loro società si stia espandendo guidata da fanatici religiosi sovvenzionati e armati fino ai denti, abituati a una economia di guerra che non potrà arrestarsi neanche con la conquista di Gaza e della Cisgiordania, <strong>dei progetti della Grande Israele e del suo <em>Lebensraum</em> che già la proietta in Libano, in Siria, e magari un giorno anche in Egitto, in Giordania</strong>… di tutto questo e di tante altre considerazioni allarmanti e angoscianti si potrebbe parlare ancora, ma lo hanno già fatto in molti e più autorevoli, le informazioni e le considerazioni sono disponibili a chiunque se ne voglia interessare, e un viaggio in Palestina, sebbene costringa a confrontarcisi, non offre alcuna prospettiva più ampia di quella che non possa essere abbracciata da una serie di ricerche su internet. <strong>E allora che senso ha continuare a parlarne?</strong> Che senso può avere avuto anche esserci andati di persona, oltre al proprio tornaconto personale nel poter dire di esserci stati, i punti militanza riscossi, e la pace dell’anima di chi si può raccontare di aver quantomeno provato a fare qualcosa?&nbsp;</p>



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<p>       <br>Vittorio Arrigoni suggeriva di ridurre al minimo i personalismi e la retorica nei resoconti sul campo, di limitarsi a documentare quanto più possibile quello che stava succedendo, senza orpelli e abbellimenti, senza cadere nella tentazione di autocompiacersi. Quando è morto a Gaza, 15 anni fa, la situazione era ben diversa, così come la natura della resistenza, e il ruolo dei mediatori internazionali al suo interno, gli attivisti, i giornalisti. <strong>15 anni fa si pensava che lo sguardo internazionale potesse ancora fare da deterrente, limitare le ingiustizie e gli abusi di potere. Oggi la pressione che esercita è minima</strong>. I palestinesi, ormai del tutto disumanizzati agli occhi dei sionisti, si sentono certamente più al sicuro con la presenza solidale dei bianchi, sono i primi a confermarlo, ma che questo corrisponda a una loro effettiva sicurezza è discutibile.          <br><br><strong>La percezione diffusa è che agli israeliani ormai interessi poco di quel che pensa di loro la società civile internazionale</strong>. L’impunità per le atrocità commesse a Gaza ha anzi rassicurato i coloni della Cisgiordania, che ormai non sembrano neanche prendersi più la briga di fabbricare dei pretesti legali per l’occupazione illegale dei territori. Fino a qualche mese fa, inoltre, si poteva usare anche la solita giustificazione coloniale, che Israele sarebbe l’unica democrazia del Medio Oriente &#8211; come i coloni inglesi erano gli unici cristiani di America -, mentre gli arabi sono per cultura terroristi machisti, e che nell’esercito di occupazione israeliana sono ammesse anche le donne, i gay e i vegani. <strong>Oggi però Israele somiglia sempre di più a un pericoloso e spregiudicato regime militare di estrema destra, che vive di guerra e conquista, alle quali non può rinunciare se non a rischio di implodere, che incentiva e sovvenziona fanatici xenofobi, guerrafondai e suprematisti, incurante delle condanne internazionali e della vita umana; parlarne oggi in termini di democrazia dovrebbe apparire a tutti quantomeno strumentale e miope, e la giustificazione ha perso molta credibilità</strong>. Oltre a ciò la felicità propagandata dalle spiagge di Tel Aviv con i cocktail in mano somiglia ormai più all’isterico giardinaggio del film <em>La zona d’interesse</em>, a ridosso di un muro oltre il quale si consuma un genocidio (un recente sondaggio vede Israele all’ottavo posto al mondo per tasso di felicità percepita dei propri abitanti, se i palestinesi fossero anche solo i loro vicini e gli israeliani non avessero nulla a che fare con la guerra il dato rivelerebbe comunque un allarmante disumanità). Ormai ai coloni non rimane che il mantra che ripetono ossessivamente, ovvero che quelle terre si chiamano Giudea e Samaria, come recita l’Antico Testamento, e i palestinesi non esistono, o se esistono sono arabi jihadisti e farebbero meglio ad andarsene e smettere di opporre resistenza all’inevitabile realizzazione territoriale del popolo eletto, <em>from the river to the sea</em>…       </p>



<p><a href="https://t.me/PalestineMovies">https://t.me/PalestineMovies</a> <sup data-fn="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9" class="fn"><a id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">4</a></sup></p>



<p><br>Perciò che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? Offrono un po’ di conforto le parole di Ilan Pappé, storico israeliano anti-sionista, che sebbene dipinga un quadro sconfortante, ricorda, con sensibilità da storico, <strong>che è proprio quando i regimi diventano così spudoratamente incuranti dell’opinione internazionale e non si preoccupano neanche più di nascondere i propri crimini all’esterno, è proprio allora che iniziano a crollare, anzitutto da dentro</strong>. E sembra in effetti che il numero di disertori dell’esercito e di israeliani che si dichiarano anti-sionisti sia in crescita, soprattutto tra quelli tra di loro che parlano arabo. Il tema del ruolo degli attivisti israeliani è comunque spinoso, perché sebbene siano ad oggi gli occidentali più utili sul campo, per via della continuità che possono offrire, per la lingua che parlano, e per i maggiori diritti di cui godono, è difficile trovarne qualcuno che metta in discussione la legittimità del progetto sionista <em>tout court</em>; sono più spesso invece favorevoli alla “soluzione” a due Stati, una moderazione che dovrebbe convenire sulla realtà <em>de facto </em>dello Stato israeliano, ma limitarne l’estensione ai confini del ‘48.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Oggi perciò il ruolo degli occidentali in Palestina, così come in altri posti caldi del pianeta, <strong>deve necessariamente ridimensionarsi ed evolvere, adattarsi all’indifferente cinismo con cui si risolvono i conflitti nel clima di tensioni internazionali, accettare la propria crescente irrilevanza, e riconoscere la desensibilizzazione mediatica dell’occidente</strong>. La maggior parte delle associazioni si sono oggi infatti ridimensionate, non pretendono più di coordinare azioni dirette contro Israele o contro le sue infrastrutture, quanto invece offrire una presenza idealmente costante di solidarietà, aiuto e documentazione. È un lavoro dignitoso, utile, arricchente, permette a una parte della cultura palestinese di raccontarsi, aiuta chi sceglie di resistere all’oppressione e non cede al ricatto dei coloni a recuperare energia e vigore, a non sentirsi abbandonato, a durare un altro po’, a non lasciare la propria terra che verrebbe immediatamente requisita dai coloni o dall’esercito, e mai più restituita. </p>



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<p>Non si tratta più, perciò, della speranza di agevolare direttamente il processo di liberazione della Palestina da parte dei palestinesi, questa speranza, ad oggi, è poco influente. Qualsiasi forma di resistenza pacifica viene repressa, spesso violentemente; qualsiasi forma di resistenza violenta o armata incontra invece una rappresaglia israeliana di una violenza molto superiore, che è difficile distinguere dalla cieca vendetta.<strong> Si tratta invece, per ora, soltanto di resistere, e di farlo il più a lungo possibile, guidati da una nuova speranza, che Israele collassi sotto la spinta della sua stessa onda distruttiva, che il martirio degli <em>shahid</em> palestinesi non sia invano, ma costringa Israele a mostrare la sua vera natura, costringa il progetto sionista a realizzarsi per quel che è sempre stato, un progetto di colonizzazione occidentale a sfondo razzista e teocratico</strong>. Si tratta di raccontare ancora, fino allo stremo, la storia dei palestinesi, di tutti i palestinesi, ciascuna piccola storia di oppressione quotidiana e tragedia, darle dignità, renderla visibile, non perché serva a qualcosa, non con il fine di impietosire le potenze occidentali, o di invertire la rotta, <strong>ma per testimoniare di un’umanità diversa, che si esprime nella solidarietà con i popoli oppressi, anche e soprattutto quando sembra che non serva a nulla. </strong>        <br><br>Per questo motivo racconteremo, nelle prossime settimane, sempre di venerdì, tre storie di quello che abbiamo visto in Palestina. La nascita e lo sviluppo di un accampamento illegale a ridosso di un villaggio palestinese, la storia di resistenza di una famiglia eroica, circondata dai militari, e le impressioni diverse che si provano nell’introdursi in due grandi città palestinesi, una ancora “libera” e fiera, Nablus, l’altra divorata dal cancro di una colonia israeliana che si espande al suo interno, sopprimendone la vitalità, divenuta il simbolo più noto dell’oppressione palestinese: Al-Khalil (Hebron).   </p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">https://www.972mag.com/conviction-rate-for-palestinians-in-israels-military-courts-99-74-percent/ <a href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">https://www.haaretz.com/israel-news/2023-08-03/ty-article/.premium/a-quarter-of-palestinians-jailed-in-israel-are-imprisoned-without-charges-or-trial/00000189-bce5-d9f3-a1cd-bfff64f00000 <a href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792"><em>ibidem</em> <a href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li><li id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">Canale telegram che raccoglie prodotti audiovisivi e libri sulla Palestina, in particolare consigliamo il recente documentario di Louis Theroux, The Settlers (2025).  <a href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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