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	<title>sionismo Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La No-State solution della questione palestinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2025 10:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Traduzione dell'articolo di James Herod, apparso nella 'Newsletter' del Boston Anti-Authoritarian Movement (BAAM), #18, nel febbraio 2009.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-no-state-solution-della-questione-palestinese/">La No-State solution della questione palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Né la soluzione a due Stati (Two-State) né quella a uno Stato (One-State) risolveranno il problema in Palestina. Solo la No-State Solution può farlo. <strong>Essa propone lo smantellamento dello Stato israeliano e la rinuncia a qualsiasi tentativo di creare uno Stato palestinese</strong>. Al contrario, i popoli che abitano il territorio della Palestina storica dovrebbero evolvere verso una forma sociale avanzata e decentralizzata, fondata su un&#8217;associazione di comunità autonome e autogovernate, basate sulla democrazia diretta. Verrebbe così abolito ogni forma di governo di tipo rappresentativo. Questo storico balzo in avanti dovrebbe coinvolgere immediatamente anche Libano e Giordania, due Stati artificiali creati dagli imperialisti occidentali dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano.</p>



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<p>La No-State solution permetterebbe agli abitanti della Palestina di superare le entità territoriali governate da classi dominanti capitaliste, siano esse definite in termini etnici, razziali o religiosi, o attraverso i cosiddetti diritti civili del liberalismo umanistico e laico. <strong>Il vero problema è lo Stato-nazione in sé</strong>, non che esso sia religioso o laico, etnicamente o razzialmente omogeneo o meno, mono o multiculturale, liberale o conservatore.</p>



<p><strong>Questa affascinante proposta anarchica — una soluzione così ovvia —, sfortunatamente, non è mai stata nemmeno presa in considerazione nel corso dell’intero secolo di aggressione sionista ai danni dei palestinesi. Perché?</strong> Anzitutto, la vittoria storica del marxismo sull’anarchismo nel XIX secolo ha relegato gli anarchici ai margini della scena politica per oltre un secolo. Inoltre, il sistema degli Stati-nazione, controllato dal capitalismo, è così forte e radicato che è difficile adottare una prospettiva al di fuori di esso, e quasi nessuno ci ha mai provato. Ora, tuttavia, alcune voci innovative iniziano a farsi sentire a favore dell’idea, come quella di Bill Templer o di Uri Gordon.</p>



<p>Il problema della Two-State Solution è che essa conferisce legittimità allo Stato sionista di Israele e riconosce così il suo diritto all’esistenza. Ma Israele non ha alcun diritto di esistere. È stato fondato sull’espulsione violenta degli abitanti originari (e legittimi proprietari) della Palestina (circa 750.000 persone). La campagna terroristica sionista di pulizia etnica, che dura ormai da quasi un secolo, è stata possibile solo grazie al sostegno di potenze imperialiste occidentali, in particolare degli Stati Uniti, che l’hanno alimentata con ingenti aiuti militari, finanziari e politici. <strong>Per riparare a quest’ingiustizia storica gravissima è necessario smantellare lo Stato militarista e razzista di Israele e garantire il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi</strong>, che oggi contano quasi cinque milioni di persone.</p>



<p>Ed è sempre stato questo l’obiettivo dei movimenti per la liberazione della Palestina, anche se non sempre dei loro leader o di certi intellettuali occidentali. Quanto ai leader, sia l’OLP che Hamas hanno finito per accettare la soluzione a due stati. Quanto agli intellettuali, Noam Chomsky ha sempre (fino al mese scorso) sostenuto la soluzione a due stati. (Perché mai, a proposito, Chomsky, che si definisce anarchico, non propone mai soluzioni anarchiche per le questioni di attualità?) Allora perché non sono stati istituiti due Stati? Perché Israele, in quanto entità sionista, non vuole uno Stato palestinese.</p>



<p>Il suo obiettivo fin dall’inizio è sempre stato rubare tutta la terra della Palestina — e persino altro territorio da Libano, Siria, Giordania ed Egitto — <strong>al fine di costruire una Grande Israele</strong>, e purificare la terra da tutti gli abitanti non ebrei.</p>



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<p>Inoltre, la rapina sionista delle terre palestinesi è proseguita senza sosta al punto che ormai non c’è quasi più terra sulla quale pensare di fondare uno Stato palestinese. I palestinesi sono stati rinchiusi e imprigionati nella Striscia di Gaza e in numerosi minuscoli enclave simili ai bantustan nella Cisgiordania. Non controllano nulla. <strong>Israele ha di fatto rimosso definitivamente la soluzione a due stati dal tavolo</strong>.</p>



<p>Dopo i massacri spaventosi e orribili, i bombardamenti e le invasioni di Gaza, Libano e Jenin negli ultimi anni, e dopo decenni di assalti brutali contro i palestinesi, con assassinii mirati dei loro leader, demolizioni di case, i checkpoint, il Muro, gli omicidi sommari, le distruzioni degli uliveti, la sottrazione dell’acqua, lo strangolamento economico, la detenzione senza processo, la tortura, la fame, i furti di denaro, le restrizioni di movimento, l’annientamento della società civile, la distruzione delle infrastrutture e così via,<em> ad nauseam</em>, <strong>chi potrebbe ancora, con del buon senso, promuovere la continuità dell’esistenza di Israele in Medio Oriente?</strong> Questi crimini sono andati talmente al di là del limite da distruggere per sempre qualsiasi rivendicazione di legittimità dello Stato israeliano o desiderio di convivenza pacifica con esso.</p>



<p>E si arriva così alla One-State Solution, che ultimamente viene riproposta più di frequente e talvolta sostenuta seriamente. I suoi sostenitori immaginano uno Stato laico unico per la Palestina storica in cui i diritti civili di tutti i cittadini siano garantiti, e in cui persone di diverse religioni ed etnie possano convivere in uguaglianza, libertà e pace. <strong>Un tale Stato significherebbe ovviamente la fine del progetto sionista ed è quindi fortemente respinto dagli israeliani sionisti</strong>.</p>



<p>In verità, lo Stato laico sarebbe meglio che non fosse sostenuto da nessuno. I suoi presunti benefici sono in gran parte un miraggio<strong>. Difficilmente esiste uno Stato-nazione che non pratichi serie discriminazioni nei confronti delle minoranze razziali o etniche interne, per non parlare dell’oppressione, apparentemente insradicabile della metà femminile della razza umana, o dello sfruttamento sistematico della classe lavoratrice</strong>. Con rare eccezioni, gli Stati-nazione sono controllati dai capitalisti. Quelle poche entità che passano in mano socialista finiscono per collaborare comunque con i capitalisti. Per decenni i marxisti hanno scritto critiche dettagliate della “democrazia borghese”, come la chiamavano, smascherandola come una frode. Così hanno fatto anche gli anarchici. Kropotkin pubblicò un attacco feroce al governo rappresentativo 124 anni fa, nel 1885. È come se lo avesse scritto l’anno scorso, rivolto a noi. L’era del governo rappresentativo sta per finire. È fondamentale assicurarsi che finisca davvero.</p>



<p>Ecco perché è così importante promuovere la No-State solution in Palestina. Il fatto che oggi ciò sembri impossibile è tanto più motivo per far circolare l’idea, mettere la proposta sul tavolo. Questo è il primo passo. Solo così potremo iniziare a vedere come essa potrà realizzarsi. Dopotutto, un mondo decentralizzato, senza capitalismo né Stati, sembra impossibile ovunque. Ma magari non lo è. <strong>Dobbiamo iniziare a combattere per ciò che vogliamo, e per ciò che è giusto, non per ciò che pensiamo di poter ottenere</strong>. L’organizzazione sociale del mondo deve cambiare in modo profondo se noi, esseri umani, vogliamo avere qualche speranza di sopravvivere alle crisi senza precedenti che oggi ci affliggono e di creare una società vivibile e sostenibile.</p>



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		<title>Israele è l&#8217;Apocalisse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 10:20:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che sta perseguendo Netanyahu è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/israele-e-lapocalisse/">Israele è l&#8217;Apocalisse</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Israele [“Colui che lotta con Dio”] è il nome nuovo che il signore degli ebrei diede a Giacobbe.</p>



<p>Se anche ci fermassimo a questo, saremmo già sommersi da equivoci, contraddizioni e inesattezze.&nbsp; Innanzitutto dovremmo metterci d’accordo su cosa si intenda per “Dio”. Secondo poi dovremmo cercare di stabilire se il soggetto che si presentò con un tetragramma possa essere in senso assoluto qualcosa di lontanamente paragonabile a Dio. Terza cosa, Giacobbe non lottò con Dio, fosse anche inteso come il signore degli ebrei, ma con un angelo (Gen 32;29). Quarto, ci sarebbe da discutere su cosa si intenda con la parola “angelo” (corrispondente greco del termine “malach” dallo stesso significato). L’etimologia ci suggerisce come il termine significhi semplicemente “messaggero”. Probabile quindi che Giacobbe abbia solo fatto una rissa con un postino cananeo.</p>



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<p>Sarebbe stato meglio se Giacobbe, insoddisfatto del proprio nome (“colui che si aggrappa al tallone”; il tallone non è così male: poteva anche andare peggio), avesse cambiato nome in Ubaldo, ovvero “pastore audace”.</p>



<p>Sia come sia, il nome Israele, e quindi Giacobbe, non è stato scelto a caso quando il 14 maggio 1948 ebbe luogo la costituzione di uno stato ebraico.</p>



<p>La scelta di chiamarlo come il patriarca al quale sono state fatte delle promesse profetiche, religiose, di discendenza e soprattutto territoriali, è programmatica e di per sé esclude tutte le occasionali derive laiche di sorta che questa nazione ha avuto negli ultimi ottant’anni circa.</p>



<p>Finché non si comprende che, quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, non ha niente a che vedere con i poli opposti del sionismo, nato come movimento laico, e dell&#8217;antisemitismo, ma con promesse, profezie e sanguinarie faide condominiali, il problema non potrà mai essere risolto.</p>



<p>C&#8217;è un livello di approssimazione &#8211; qualcuno diceva che le parole sono importanti &#8211; spaventoso.</p>



<p>Tanto per fare un esempio, anche i gazawi o i cisgiordani sono popoli semiti (e diversi: filistei-palestinesi i primi e nabatei i secondi). Questo perché tradizione vuole che Jafet abbia dato origine ai popoli europei, Sem a quelli asiatici e del Medio Oriente e Cam a quelli africani.</p>



<p><strong>Non si può capire fino in fondo l’operazione di pulizia etnica che sta avvenendo a Gaza, se non si conosce la parola Amalek</strong> e quindi non si conoscono gli amaleciti e il significato simbolico che hanno per il popolo d&#8217;Israele, così come lo hanno le infinite guerre tra israeliti e filistei.</p>



<p>I moderni palestinesi, gli antichi filistei, sarebbero nello specifico solo i gazawi; corrispondono ad Amalek e <strong>gli amaleciti per gli ebrei andavano e vanno sterminati,</strong> allora come alla Fine dei Tempi.</p>



<p>E, va detto, la cosa è stata sempre reciproca, anche se la maggior parte dei palestinesi attuali non sembra ricordarlo; ma Hamas, che è a sua volta un movimento apocalittico vocato allo sterminio, sì.</p>



<p>Per avere conferma di questi punti nodali necessari ad analizzare l’attualità, basterebbe ascoltare uno qualsiasi dei rabbini più importanti in giro per il mondo e il tipo di lezioni che sta tenendo su questi temi negli ultimi anni. Il più moderato sembra Abatantuono nelle vesti del Ras della Fossa.</p>



<p><strong>Quello che sta perseguendo Netanyahu, pertanto, è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse</strong>.</p>



<p>Se non si conosce il rapporto tra Netanyahu, Trump e Menachem Schneerson, il Lubavitscher Rebbe, è difficile comprendere l’accelerazione degli eventi negli ultimi mesi.</p>



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<p>Se non si è a conoscenza del fatto che per l’ebraismo siamo nell’anno 5785 e che il mondo finisce nell’anno 6000, o meglio gli eventi hanno termine nell’anno 6000, dopodiché ci sarebbero solo mille anni sabbatici, si rischia di non comprendere le recenti evoluzioni.</p>



<p><strong>Entro 215 anni, infatti, Israele DEVE avere un certo territorio (vedi Numeri 34; 1-12), il Terzo Tempio e un Messia</strong>. Cose che devono manifestarsi ragionevolmente prima della Fine, poiché deve in seguito esserci anche un periodo piuttosto lungo, i rabbini dicono almeno duecento anni, di pace e benessere mondiali.</p>



<p>Le operazioni militari che Netanyahu sta portando avanti, non sono coerenti con alcuna lotta al terrorismo o liberazione degli ostaggi, né con interessi meramente economici, ma seguono le direttive bibliche circa il disegnare un preciso territorio e renderlo disponibile per il ritorno da tutto il mondo degli ebrei in Israele.</p>



<p>Nel portare a compimento questo sedicente piano profetico, <strong>Netanyahu sta paradossalmente anche presentando la sua candidatura a Messia che il popolo ebraico attende da secoli</strong>. Il concetto di Messia (Mashiach), infatti, è quanto di più distante si intenda comunemente con questo termine: una figura spirituale che porta pace, giustizia, amore, reggae e cannabis gratuita. Ricordiamo quindi quelle che la principale autorità ebraica di sempre, Mosè Maimonide, ritiene le caratteristiche peculiari del Messia (ribadendo che non credere all’avvento del Messia significa di fatto non essere ebrei):</p>



<p>1) Costruire o completare il Terzo Tempio a Gerusalemme nella sua sede originaria.</p>



<p>2) Combattere e vincere la guerra di Gog e Magog. Essere quindi un condottiero e un guerriero.</p>



<p>3) Creare le condizioni per far ritornare in Israele tutti gli ebrei sparsi per il mondo.</p>



<p>4) Conoscere nel dettaglio la Torah e tutte le scritture sacre.</p>



<p>5) Discendenza dal Re Davide, del quale deve incarnare le caratteristiche: re o in generale capo politico, guerriero e finanche musicista.</p>



<p>Quindi, dopo aver combattuto (e vinto) tutte le battaglie finali, instaurare un regno mondiale di pace, benessere e giustizia.</p>



<p>Netanyahu ha di fatto preso il controllo del Monte del Tempio, aprendo la strada alla sua futura ricostruzione; sta combattendo, o si prepara a farlo, contro alcune delle nazioni di Gog e Magog, Iran in testa; sta disegnando con le sue operazioni militari il territorio previsto in Numeri 34;1-12, creando così anche le condizioni abitative per gli ebrei che dovessero fare ritorno dalle nazioni; conosce le scritture e potrebbe facilmente dimostrare di essere della discendenza davidica.</p>



<p>Curiosità: <strong>Netanyahu si è anche esibito come cantante, anche se non accompagnandosi alla cetra come faceva il re Davide</strong>, ma solo un paio di volte al karaoke. Il giorno in cui sarà in grado di fare pure gli assoli di chitarra elettrica ci sarà da preoccuparsi ancor più seriamente.</p>



<p>Basta tutto questo a far convergere i rabbini più autorevoli nel decretare che Netanyahu sia il Messia? Improbabile. Anche se è opinione di molti che saranno i summenzionati fatti, di per sé, a determinare l’identità del Messia e non un pur autorevole sinedrio.</p>



<p>Vale la pena comunque ricordare come il rabbino più importante degli ultimi secoli, il Lubavitscher Rebbe Menachem Schneerson, abbia a più riprese predetto a Netanyahu che il suo ruolo sarebbe stato quello di preparare la strada all’avvento del Messia.</p>



<p><strong>Non servirebbe la ragione della geopolitica a fermare qualcuno che sente di perseguire un piano divino, né le risoluzioni dell’ONU, così come le delibere di una Corte Penale Internazionale.</strong></p>



<p>Dire a Netanyahu, a Israele e agli ebrei osservanti, che quello che fanno è sbagliato, è doppiamente inutile<strong> perché le loro scritture prevedono che nei Tempi della Fine avrebbero avuto tutti contro</strong>.</p>



<p>Ogni accusa di trovarsi in errore non è altro che una conferma di essere nel giusto. Proprio come vi accade di sperimentare con vostra suocera.</p>



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<p>Lo stesso dicasi per qualsiasi tipo di minaccia che venga da Iran, Turchia e Russia: tutto il mondo ebraico più autorevole, sia rabbinico che cabalistico, non fa che parlare della guerra di Gog e Magog (Ezechiele 38-39) in cui Israele è insidiato dal settentrione, grossomodo presso le Alture del Golan, proprio dalla Persia (Iran), da Togarma (Turchia) e da Magog/Ros (Russia).</p>



<p>Né potrebbe fungere da deterrente che queste tre potenze dichiarino guerra e magari riescano in una prima fase a radere al suolo gran parte di Israele, perché anche ciò è dettagliatamente profetizzato negli stessi passi.</p>



<p><strong>Accuse di essere in errore, minacce, dichiarazioni di guerra e anche distruzione quasi totale, per Israele e per tutti gli ebrei che conoscono e osservano le scritture, non rappresentano altro che l’ulteriore tassello del pieno compimento delle profezie stesse e la conferma che il tempo della redenzione e dell’avvento del Messia è vicino</strong>.</p>



<p>A questo punto, tuttavia, ci sarebbe da capire con esattezza di quale “messia” si tratti. Perché, proprio all’esistenza dello stato d’Israele, è legata una delle profezie più importanti del cristianesimo, anche se nessuno sembra saperlo, men che meno Leoni primi, secondi, tredicesimi o quattordicesimi.</p>



<p>&#8220;Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l&#8217;estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. In verità vi dico: <strong>non passerà questa generazione</strong> prima che tutto questo accada&#8221;.</p>



<p>[Matteo 24; 32-34]</p>



<p>Non fate come quegli esegeti distratti che prendono la singola frase &#8220;non passerà questa generazione&#8221; per dire che G.C. non sapeva manco lui quando sarebbero arrivati i Tempi della Fine e il Secondo Avvento, perché li riferiva alla sua generazione.</p>



<p><strong>La generazione è quella dell&#8217;albero del fico.</strong> Per questo è chiamata Parabola del Fico. &#8220;Cosa rappresenta l&#8217;albero del fico, Maestro?&#8221; gli chiedevano a più riprese discepoli e apostoli, tra cui pure Pietro, che era duro di comprendonio come la pietra. <strong>L&#8217;albero del fico rappresenta la nazione d&#8217;Israele, rispondeva Colui</strong>. Un albero che però deve avere un ramo tenero e veder spuntare le foglie.</p>



<p>Non si tratta quindi di Israele a lui contemporanea, che stava per essere distrutta insieme al Tempio, evento del quale si parla sempre in apertura di Matteo 24 per chiarire il concetto. La generazione che non deve passare, tra i 70 e gli 80 anni (Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, recita Salmi 90;10), <strong>è quella in cui lo Stato di Israele, l&#8217;albero del fico, torna a mettere le foglie e ha i rami teneri, quindi nasce di nuovo</strong>. 14 maggio 1948 + 70-80 anni= 14 maggio 2018-14 maggio 2028.</p>



<p>Israele e Tempi della Fine, Israele e Apocalisse; ma qui si tratta di scritture che gli ebrei non riconoscono e anzi ripudiano nel modo più assoluto.</p>



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<p>Forse, l’unico modo per fermare Israele, sarebbe quello di ipotizzare che il copione che loro stanno seguendo non sia il solo e che ce ne sia un altro molto dettagliato dove le cose vanno a finire malissimo.</p>



<p>Ovviamente parlarne in Israele, o più in generale agli ebrei, illustrare nei dettagli lo svolgersi degli eventi apocalittici con riferimenti precisi alle Scritture della cristianità, sarebbe inutile; spiegarlo agli americani, invece, che nelle profezie del Nuovo Testamento dovrebbero crederci, potrebbe cambiare l’intero panorama geo-profetico.</p>



<p>Altrimenti di pace si parla e pace si avrà: una “pace disarmata e disarmante” (cit.); ma si tratterà di quella dell’Anticristo, appoggiata dal Falso Profeta, qualcuno che finge di parlare in nome di Cristo, e che lo farà in maniera più disarmante che disarmata.</p>



<p>Quando diranno «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso.</p>



<p>[1Tessalonicesi 5;3]</p>



<p>“Egli (Anticristo ndr) stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l&#8217;offerta; sull&#8217;ala del tempio porrà l&#8217;Abominio della Desolazione”.</p>



<p>[Daniele 9; 27]</p>



<p><strong>E, a quel punto, le scene che stiamo vedendo a Gaza finiranno per coinvolgere anche Israele</strong>.</p>



<p>“Quando dunque vedrete l&#8217;Abominio della Desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo &#8211; chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. <strong>Pregate perché la vostra fuga non accada d&#8217;inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall&#8217;inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà</strong>”.</p>



<p>[Matteo 24; 15-21]</p>



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		<title>La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 11:07:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel complicatissimo conflitto in corso sinistra e destra nostrane riescono a fare il tifo per l’una o l’altra parte. Ma in fondo non contano niente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/">La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-5d624b46c5da90edbc0bcd29d77d445a">Articolo uscito sulla rivista Domino</p>



<p>Dal 7 ottobre del 2023 la questione israelo-palestinese è tornata a occupare le prime pagine e i palinsesti dei media occidentali,<strong> dando all’opinione pubblica l’ennesima occasione per polarizzarsi</strong>, allestendo le parti di un dibattito che dovrebbe dimostrare la buona salute di una democrazia e che invece ne sancisce l’impotenza.</p>



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<p>Più si parla di pace, armistizio, de-<em>escalation</em>, più il conflitto si estende, tanto che oggi aumentano gli attori coinvolti, i popoli offesi, e così anche le vittime. <strong>Più che sulla guerra in sé, allora, conviene soffermarci sulla guerra sopra la guerra, che avviene sul piano dei simboli e delle ideologie</strong>: la guerra che si compie nell’interregno mediatico, in quello spazio dove danzano i simulacri, dove ci arrivano immagini riflesse di una lotta che si gioca su un piano puramente iconografico e discorsivo, perché informata dai media, cioè messa in forma da essi, <strong>di modo che ognuno di noi possa posizionarsi e scegliere da che parte stare</strong>.</p>



<p>Ci sono troppi intermediari tra noi e la guerra, e, come in un gigantesco gioco del telefono senza fili, tra la realtà dei fatti bellici e quello che vediamo o ascoltiamo su di essi si perde la sostanza: <strong>rimangono sbiaditi fotogrammi di un conflitto etnico, religioso, geografico, che siamo costretti a filtrare con le nostre categorie occidentali per digerirlo</strong>, al costo però di snaturarlo e di farlo diventare qualcosa di completamente diverso da ciò che è.</p>



<p>E se fosse proprio questa incomprensione, questo enorme malinteso<strong>, a rendere problematico qualsiasi nostro intervento o azione che partecipi a risolvere uno scontro che abbiamo, storicamente e politicamente, contribuito a creare? </strong>Cosa rimane, oggi, nei media occidentali, nel dibattito pubblico, negli opposti schieramenti della questione israelo-palestinese?</p>



<p>Chi si appropria dei termini del conflitto, chi ne monopolizza i simboli? E perché spesso proprio questi termini e questi simboli non coincidono con la realtà che vorrebbero rappresentare? Sia nell’universo di sinistra che in quello di destra, sia tra i filo-palestinesi che i filo-israeliani, <strong>si avvicendano una serie di fraintendimenti e incomprensioni dettate da pregiudizi ideologici che, già in passato, si sono rivelati i prodromi delle catastrofi a venire.</strong></p>



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<p>Buona parte dei partiti, movimenti, associazioni che si collocano nell’area politica progressista, e difendono pubblicamente la causa palestinese, <strong>sembra non tenere conto di tante contraddizioni in cui sono costretti a imbattersi </strong>e che minacciano la comprensione del fenomeno in tutta la sua portata, innescando facili strumentalizzazioni.</p>



<p>La difesa del soggetto palestinese in ciò che rimane della striscia di Gaza, in questo momento storico, <strong>passa per Hamas</strong>, un’organizzazione politica islamista che perpetua una linea offensiva e sacrificale nella gestione del conflitto. Alla tradizionale figura del <em>fida&#8217;i, o fedayn</em> (a cui si rifà l’inno nazionale palestinese), il combattente per la libertà, di matrice laica, pronto ad attaccare per poi rientrare alla base, Hamas predilige l’<em>istishhadi</em>, <strong>colui che è disposto a morire nell’attacco</strong>, cercando proattivamente il martirio, in un’accezione religiosa, millenarista, che abbraccia quella mistica della morte cara all’imam <strong>Ruhollah Khomeini</strong> &#8211; leader della rivoluzione iraniana, che vedeva nella guerra uno «sbocco vitale attraverso il quale i giovani martiri iraniani sperimentarono la trascendenza mistica». Il martirio è parte di una filosofia complessiva, un pilastro ideologico centrale e un ideale organizzativo di Hamas. Questa organizzazione politica vede nell’Islam «l&#8217;ideologia più solida attraverso cui raggiungere gli obiettivi della lotta nazionale palestinese»<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p>Rispetto alla prima Intifada, che aveva suscitato, per metodi, per iconografia e immaginario, per le sue componenti marxiste e nazionaliste laiche, le simpatie della società civile occidentale e dei suoi organismi internazionali<strong>, le modalità di lotta della resistenza palestinese sotto l’egida di Hamas</strong> ora sono molto cambiate: ha imparato dagli errori della precedente Olp, la cui via pacifista e diplomatica <strong>si rivelò troppo ingenua</strong>. Non soltanto sono cambiati i mezzi di cui dispone e gli armamenti, ma è variato anche l’impianto ideologico, il quale, col tempo, si è avviato verso una risemantizzazione della causa in chiave profondamente <strong>religiosa, teleologica, fondamentalista</strong>.</p>



<p>Hamas, che oltre ad essere l’acronimo arabo di Movimento di Resistenza Islamico, significa “zelo”, ha come scopo dichiarato quello di sostituire lo Stato d’Israele con un Stato musulmano governato secondo la legge della <em>sharia</em>, così come vuole l’organizzazione dei Fratelli Musulmani di cui è stata l’iniziale propaggine. Si impegna a perorare tale missione, come si legge nel suo statuto, «<strong>nelle visioni e nelle credenze, in politica e in economia, nell’educazione e nella società, nel diritto e nella legge, nell’apologetica e nella dottrina, nella comunicazione e nell’arte, nelle cose visibili e in quelle invisibili, e comunque in ogni altra sfera della vita</strong>».</p>



<p>Per Hamas la Palestina non è terra dei palestinesi, ma dell’<em>umma</em> musulmana in generale, in una visione ancora più allargata di nazionalismo; <strong>sicché, suona molto controintuitiva l’adesione cieca e infervorata di una sinistra che continua a proclamarsi laica, globalista, <em>no-border</em>, LGBTQ, alla causa palestinese</strong>, inserita all’interno di una dinamica che vede coinvolti nel sostegno attori come l’Iran (che ogni anno stanzia circa cento milioni di dollari per Hamas) e gli Stati arabi del Golfo Persico che l’universo progressista da sempre condanna per la lesione dei diritti umani e il mancato rispetto delle libertà individuali. &nbsp;</p>



<p>È chiaro tuttavia che la sinistra occidentale non ha come scopo volontario spalleggiare l’islamismo più estremo, come vorrebbe farci credere la destra conservatrice, sempre pronta a paventare l’impossibile <em>clash of civilization</em>; <strong>ma riconosce in modo più che naturale la precarietà della condizione in cui sono intrappolati i palestinesi</strong>, ostaggio di un popolo di coloni «che si rifiuta di parlare un linguaggio politico con coloro che rende abietti, che si affida a violenza eccessiva e impunità diplomatica e legale e che impiega un complesso sistema di forme di controllo architettonico, tecnologico e indiretto»<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>Di fronte a questa evidenza, la resistenza palestinese, anche nella sua forma più radicale che urta la sensibilità dei liberali più della violenza sistematica di Israele, ha indubbiamente le sue fonti di legittimità.<ins> </ins>Ci chiediamo però perché il sostegno alla causa palestinese non si sia palesato con altrettanta veemenza prima che la questione, la cui genealogia è di molto anteriore al 7 ottobre, si esacerbasse al punto da diventare più religiosa che politica. <strong>Questi abissi non scompariranno all’indomani di una vittoria dell’una o dell’altra parte</strong>, o anche solo di una <em>pace</em>, ma ritorneranno con fisionomie diverse, in luoghi diversi, poiché i progressisti e l’universo <em>woke</em> rimangono una delle due facce di una medaglia occidentale che proprio Hamas e il fondamentalismo islamico annoverano tra i loro nemici giurati.</p>



<p>Questa guerra testimonia come l’opinione pubblica, oggi prevalentemente filopalestinese, giochi un’influenza limitatissima di fronte all’egemonia di Israele sulle istituzioni. Qualsiasi forma di sostegno, anche la più urgente e necessaria deve comunque essere consapevole di sé, della sua natura e di quella dei soggetti politici che coinvolge il suo <em>endorsement</em>. </p>



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<p>Spostandoci dall’altro lato dello spettro politico, è doveroso <strong>considerare cosa è ideologicamente sottointeso nel sostegno che le destre occidentali assicurano, con poche riserve, allo Stato di Israele</strong>. Secondo le dichiarazioni esplicite, questo sostegno si regge su un convinto anti-antisemitismo, la volontà di non ripetere gli errori del passato, la difesa del diritto di uno Stato sovrano a difendersi, anche con vigore, da chi ne minaccia la sopravvivenza, tanto più se si tratta di uno Stato inserito nell&#8217;asse militare occidentale. Molto spesso la presenza stessa della democrazia israeliana in Medio Oriente viene rappresentata, soprattutto dalla destra repubblicana, <strong>come un prerequisito imprescindibile per garantire l’equilibrio e la sicurezza della regione</strong>. Rispetto alle varie monarchie etniche o repubbliche teocratiche, oltre ai vari gruppi ribelli sciiti o sunniti che provano a rovesciarle, <strong>la repubblica parlamentare di Israele&nbsp;rappresenta, agli occhi della destra, un modello costituzionale legittimo che, qualora diffuso al resto della regione, porterebbe pace e stabilità</strong>.&nbsp;</p>



<p>Ma può darsi ci sia qualcosa di più profondo a guidare quest&#8217;opinione, un sentimento <strong>che si inserisce pienamente nel solco della tradizione storica della destra</strong>, quella stessa da cui oggi tanti partiti politici si affannano nel prenderne le distanze.</p>



<p>Cos&#8217;è che caratterizza, a ben vedere, la comunità ebraica? <strong>Ogni comunità di popolo è determinata da criteri di appartenenza specifici</strong>, e questi criteri dipendono a volte da principi trascendenti, ma spesso da condizioni materiali di sopravvivenza. Così la comunità americana, in origine fondata sull’appropriazione di una terra percepita come vergine agli occhi dei suoi colonizzatori, si basa sul suolo. Ciò ha corroborato il caratteristico <em>ius soli</em>.</p>



<p>La comunità ebraica, al contrario, non potendo per lungo tempo fare riferimento a una terra, se non a una perduta o promessa, ha dovuto fondare la propria appartenenza <strong>esclusivamente sul sangue e su Dio</strong>, in termini tanto più radicali quanto più lontana dovesse sembrare la prospettiva di abitare un giorno una patria propria e comune. Questo ha fatto sì che ovunque migrasse una delegazione ebraica, indipendentemente dal lembo di terra che finiva ad abitare, <strong>questa conservasse un’appartenenza costitutiva al popolo di origine</strong>, riservando a esso una fedeltà che la quotidiana commistione con comunità diverse, il comune abitare una terra condivisa, non avrebbe potuto minare in alcun modo. L’assenza di una terra propria ha trasformato <strong>la patria, per gli ebrei, in un concetto mitico e messianico</strong>, impossibile da identificare in uno spazio geografico da abitare con altri.</p>



<p>Per questo motivo il popolo ebraico, fin dalla sua diaspora, <strong>ha sempre rappresentato un insieme comunitario problematico per la frangia più identitaria dei popoli che, nei secoli, vi sono entrati a contatto o vi hanno convissuto</strong>. Benché per lungo tempo nomadi e dispersi, gli ebrei hanno da sempre avuto un’identità invidiabilmente marcata. Quelle stesse prerogative identitarie che caratterizzano la comunità ebraica, e che la separavano rigidamente anche dai suoi conterranei<ins>,</ins> garantiscono oggi agli israeliani, nel conflitto che li vede opposti al popolo palestinese, le simpatie dell’ala politica più incline all’identitarismo nazionale.</p>



<p>Quest’ala è quella che in occidente ha raccolto l’eredità ideologico-identitaria dei vari nazionalismi novecenteschi, ovvero <strong>la destra repubblicana</strong>. Fatte le dovute distinzioni, essa in sostanza si fonda su una declinazione, di volta in volta regionale, della triade <strong>Dio, patria, famiglia</strong>.</p>



<p>Dunque, un principio superiore che giustifica trascendentalmente l’eccezionalità del popolo, un suolo da difendere e una comunità di sangue cui appartenere. Agli occhi della destra moderna o dei suoi precursori ideologici, la questione ebraica è sempre stata posta nei termini di <strong>un problema da risolvere</strong>, poiché l’ostinazione degli ebrei nell’identificarsi anzitutto come tali li rendeva, agli occhi di un sovrano o di una comunità con pretese egemoniche, <strong>inassimilabili</strong>.&nbsp;<br>È noto come il nazista <strong>Adolf Eichmann</strong>, a cui il partito aveva affidato la logistica del “problema ebraico”, avesse elaborato, su ordine indiretto di Hermann Göring, un progetto di deportazione di massa degli ebrei europei verso il Madagascar, al ritmo di un milione l’anno, per quattro anni. <strong>Il “Piano Madagascar”</strong> riprendeva in realtà una proposta già avanzata dall’antisemita Paul de Lagarde nel 1885, mentre i sionisti, dal canto loro, sembravano propendere per il più vicino Uganda.</p>



<p>Benché nessuna delle due destinazioni potesse contare, quanto la Palestina, sul supporto esegetico dei testi sacri, questo precedente storico dimostra come <strong>uno Stato ebraico fosse un’alternativa con cui lo stesso nazismo si era intrattenuto,</strong> alla ricerca di una soluzione al “problema” ebraico, prima di elaborare quella finale e spietata.</p>



<p>Il supporto che la moderna destra repubblicana offre alla causa israeliana non stride affatto, perciò, con le teorie politiche dei suoi precursori ideologici – le varie destre nazionali, aristocratiche o borghesi che fossero &#8211; spesso caratterizzate da uno spiccato <strong>e trasparente antisemitismo</strong>.</p>



<p>Non solo perché una costituzione simile a quello dello Stato di Israele, sarebbe, di fatto, <strong>la massima ambizione giuridica a cui potrebbe aspirare una destra moderna</strong> &#8211; soprattutto nella sua declinazione più autoritaria, essendo quella più moderata e liberale difficile da conciliare con un assetto teocratico – ma anche perché <strong>lo Stato di Israele rappresenta una soluzione definitiva al problema ebraico</strong>, che minaccia l’uniformità identitaria dell’Occidente fin dagli albori della sua esistenza politica. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;<br><strong>Il governo di Gerusalemme rappresenta l’esperimento più riuscito di un’elaborazione statuale in chiave moderna della triade Dio, patria, famiglia,</strong> grazie a un’interpretazione rigidamente teocratica dell’agenda politica (assicurarsi il controllo della Terra promessa da Dio), un sistema di discendenza/cittadinanza che garantisce la continuità etnica, e, finalmente, dopo una diaspora millenaria, una terra da difendere contro una persistente minaccia “esterna”.</p>



<p>Vi è dunque anche un’inconfessata radice antisemita nel sostegno che le destre nazionali elargiscono alla causa israeliane, poiché lo Stato di Israele costituisce una soluzione definitiva e conciliante al problema che la comunità ebraica ha sempre rappresentato per le frange più identitarie dei paesi occidentali. Problema che non poteva che riproporsi nel territorio dove si è acconsentito di dislocarlo.</p>



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<p>La confusione e l’aggressiva partigianeria che domina il dibattito occidentale sulla guerra non riguarda l’interrogativo principale, che l’apparato mediatico dovrebbe permettere di porre: <strong>a quale delle due parti si vuol fornire sostegno</strong>? All’Israele tendente alla teocrazia o alla Palestina di Hamas?</p>



<p>In realtà le parti coinvolte nel conflitto <strong>sono molte di più</strong>. Ci sono attori secondari e terziari che si muovono dietro le quinte e, tra i rivoli di sangue e le macerie, tirano acqua al proprio mulino. La questione che ha senso porsi, forse l’unica<strong>, riguarda la natura stessa del sostegno a una delle due parti</strong>, e quindi il ruolo che l’Occidente vuole avere nel mondo.</p>



<p>In quanto dispositivo planetario di gestione della crisi, l’Occidente contiene al suo interno, intrinsecamente, i prodromi di tutte le guerre future. Si è vista ormai la medesima dinamica, in forma diversa, ripetersi in (quasi) ogni contesto di crisi mediorientale. E se quantomeno in Libia, in Afghanistan, in Siria, in Iraq <strong>l’Occidente poteva ancora contare su una vigorosa, e spesso immatura, coscienza di sé, oggi il suo intervento sembra sempre più fiacco e meno convinto,</strong> guidato non più da un’idea presente di potenza, ma dagli spettri del passato e dall’angoscia del futuro.</p>



<p>Per questo all’opinione pubblica occidentale interessa poco comprendere chiaramente ciò che è in gioco nel conflitto israelo-palestinese, come del resto negli altri conflitti in corso. Le guerre sono un pretesto per estrapolare, a scapito di Paesi terzi, <strong>un assetto valoriale e una idea di mondo</strong>, mentre i combattimenti scorrono per conto loro<strong>. I conflitti sono solo l’occasione per giocare la propria mano, comodi e al sicuro, nella battaglia delle opinioni, per prendere posizione e affermare valori</strong>, con la serena coscienza di una pressoché totale ininfluenza.</p>



<p>La presa di posizione nella guerra mediatica permette a ciascuno di situarsi, di leggere il reale attraverso la visione preconcetta che in seguito estrapolerà dai notiziari e dai discorsi pubblici. Mentre le conseguenze sul conflitto restano limitate, tale presa di posizione risulta un ottimo strumento per discriminare la popolazione civile tra chi è incapace di liberarsi del peso opprimente del passato, da conservare cambiandogli forma, e chi è invece talmente proiettato nel <em>progresso</em> futuro da non prevedere i pericoli latenti e i disastri di domani</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A. NASSER,&nbsp;<em>La fabbricazione di una bomba umana: un&#8217;etnografia della resistenza palestinese</em>, Duke University Press, Durham 2009.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> A. OMAR, <strong><em>La questione di Hamas e della sinistra</em>,</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/">La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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