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	<title>studenti Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il vocabolario del potere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 13:07:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[Valditara]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roccella chiama "censura" il fatto di essere contestata in pubblico. Valditara chiama "boicottaggio" la protesta silenziosa di alcuni studenti all'esame di maturità. La repressione si gioca sul potere di delegittimare il dissenso, controllandone le parole.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ho sempre creduto che il vero scandalo non sia il peccato, <strong>ma l’ipocrisia</strong>. Che la vera violenza non sia quella visibile, ma quella che si nasconde nei gesti di chi mente mentre sorride, nei comunicati istituzionali, negli slogan da talk show.</p>



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<p>Osservando <strong>la ministra Roccella e il ministro Valditara</strong> pronunciare con spocchia due parole gravissime — “censura” e “boicottaggio” — ho avuto la sensazione netta di trovarmi di fronte a quella che potremmo definire la pornografia del linguaggio del potere.</p>



<p>Sì, pornografia. <strong>Perché è osceno un potere che finge di essere vittima</strong>. Una classe dirigente che ruba al dissenso i suoi strumenti semantici per usarli contro chi dissente.</p>



<p>La ministra Roccella, contestata da un gruppo di ragazze e ragazzi, ha parlato di censura. <strong>Censura.</strong></p>



<p>Una parola enorme, una parola che ha fatto morire scrittori, esiliare poeti, bruciare giornali. Una parola che puzza di fascismo, di bavagli, di leggi speciali, di fogli strappati. Una parola che — mi si perdoni l’insistenza — <strong>non può essere usata da chi governa contro chi protesta</strong>. Perché la censura, nella sua struttura ontologica, è verticale, discende dall’alto verso il basso, mai il contrario.</p>



<p>Roccella non è stata censurata. <strong>È stata contestata</strong>. Le è stato ricordato, con le voci e con i cartelli, che il suo potere non è neutrale, che le sue politiche — in tema di aborto, maternità, donne — non parlano a tutti, ma parlano contro alcuni. Non le è stato impedito di parlare. È stata costretta ad ascoltare.</p>



<p>E questo, nel vocabolario politico, non si chiama censura. Si chiama conflitto.</p>



<p>Il suo vittimismo è un’operazione chirurgica e fredda, ideologica. Serve a delegittimare il dissenso, a dipingerlo come violenza, a ridurre ogni forma di opposizione a un disturbo dell’ordine pubblico. È lo stesso meccanismo che negli anni Settanta definiva gli operai teppisti, le femministe isteriche, i giovani provocatori.</p>



<p><strong>Il potere, oggi, si sente autorizzato a definirsi censurato solo perché non è più abituato ad essere interrotto</strong>.<strong></strong></p>



<p>E poi c’è <strong>Valditara.</strong> Il maestro dell’ordine e della disciplina, l’ultimo baluardo di un’idea di scuola come apparato di controllo. Ha definito “<strong>boicottaggio</strong>” la scelta di alcuni studenti — pochi, fragili, arrabbiati — di restare in silenzio durante l’orale di maturità.</p>



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<p>Ora, boicottare significa agire consapevolmente per colpire un sistema, danneggiarne i meccanismi. Ma qui non c’è organizzazione. Non c’è sabotaggio. Non c’è calcolo. C’è una protesta grezza, disperata, disarmata. Una protesta adolescenziale, forse ingenua, ma onesta.</p>



<p>E invece, il ministro la punisce come si punisce un crimine. Il silenzio, per lui, è provocazione. È inaccettabile. Merita la bocciatura. Ma cos’è, davvero, l’orale della maturità? Un sacramento? Una liturgia dogmatica in cui lo studente deve inginocchiarsi davanti al sistema che lo giudica?</p>



<p><strong>Se un ragazzo sceglie di non parlare, se si rifiuta di partecipare a quella messa secolare, non sta sabotando lo Stato: lo sta interrogando</strong>. Sta chiedendo se valga ancora la pena obbedire a un sistema che lo ha formato come esecutore e non come pensatore.</p>



<p>E Valditara, con la severità di un parroco offeso, decide di colpirlo. Di bocciarlo. Di insegnargli che il silenzio non è concesso se non è sottomesso.</p>



<p>Questi due casi, presi insieme, ci raccontano una cosa semplice e terribile: questo governo ha paura del dissenso, soprattutto se viene dai giovani. Non perché sia pericoloso — lo sa bene che non lo è — <strong>ma perché è incontrollabile</strong>.</p>



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<p>Un ministro può negoziare con un sindacato, può reprimere un corteo, può manipolare i giornali. Ma non può zittire una classe che fischia. Non può punire il pensiero che rifiuta di esprimersi.</p>



<p>E allora lo ridicolizza. Lo criminalizza. Lo svuota. Lo definisce censura. Lo definisce boicottaggio.</p>



<p>Perché se un governo chiama “censura” ciò che è protesta, e “boicottaggio” ciò che è disagio, allora non sta più solo esercitando il potere: lo sta sacralizzando. Sta dicendo che è intoccabile, che ogni opposizione è eresia. Che ogni voce che non è in coro è una bestemmia.</p>



<p>Ed è qui, cari lettori, che sta la vera urgenza. Non solo nella politica, non solo nella scuola. Ma nel vocabolario. Perché il primo passo della repressione non è la legge: <strong>è la nominazione sbagliata</strong>. È l’atto sacrilego di chiamare censura la contestazione, boicottaggio il silenzio.</p>



<p>È così che si chiude lo spazio politico: non impedendo di parlare, ma facendo finta che chi urla sia il carnefice e chi comanda la vittima.</p>



<p>E allora tocca a noi — studenti, cittadini — custodire il significato delle parole, come si custodisce un bene sacro. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché se perdiamo il senso delle parole, perdiamo anche la capacità di resistere.</p>



<p>E se c’è una cosa che ci è rimasta da difendere, in questo paese pieno di bugie, è la verità che abita nel linguaggio.</p>



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		<title>Tutti i motivi per non trasferirsi a Bologna</title>
		<link>https://ilnemico.it/bologna-puzza-di-piscio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2024 10:30:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Bolo]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[fuorisede]]></category>
		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piccolo bestiario delle maschere studentesche che potreste trovare sotto i portici o nelle piazze del capoluogo emiliano. Pubblicato in origine sulla rivista "Il Bestiario" numero 19.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/bologna-puzza-di-piscio/">Tutti i motivi per non trasferirsi a Bologna</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È un’impressione condivisa quella di sentirsi &#8211; aggirandosi, ventenni o poco più, per le strade di Bologna, eletta a dimora per il tempo di una triennale o un 3+2 &#8211; <strong>come in un grosso villaggio vacanze, un Valtur esistenziale: studi, amori, amicizie, il pacchetto completo</strong>. Non è solo che la città è “a misura d’uomo”, “la puoi girare tutta in bici”, “se piove non ti bagni grazie ai portici”, “il 50% della popolazione sono giovani fuori sede”. C’è qualcos’altro, qualcosa di meno evidente, meno adatto a uno slogan promozionale. </p>



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<p>A Bolo, almeno questa è la percezione, è come se il tempo non scorresse, o scorresse al di là, al di fuori della storia. Non che i grandi avvenimenti storici non la impattino, <strong>che Bologna non sia soggetta al progresso coatto della gentrificazione, della turisticizzazione, della perdita d’identità</strong> inversamente proporzionale al successo di Tripadvisor, Airbnb, e compagnia bella. Non che non venga divorata, poi, dai piccoli imprenditori di Dispensa Emilia, degli Svapo Shop, degli Amsterdam Cannabis Shop, degli Habanero e tutte quelle altre lavatrici fiscali della ‘ndrangheta che aprono e chiudono in zona universitaria nell’arco di un ciclo di studi (tendenzialmente però rivenditori di brodaglie asiatiche).</p>



<p>Insomma anche Bologna, come tutto, cambia. In particolare da una decina d’anni o poco più è stata eletta a sede della pausa pranzo dei cinesi in transumanza da Firenze a Venezia. Il suo aspetto in superfice, di conseguenza, è profondamente mutato. <strong>Che sia in meglio o in peggio è un giudizio di solito correlato all’ISEE.</strong> Ma questa sua qualità eterea, questa sua a-cronicità, il suo essere fuori dal tempo, non sembrano riuscire a scalfirla nemmeno la dislocazione dei campus all’americana in periferia, o l’avvento dei monopattini elettrici. Sarà “questo cielo sempre così grigio”, questa cappa umida che insieme nasconde, protegge e soffoca la “Parigi minore”. <strong>O forse è il peso ingombrante del suo passato</strong>, la memoria mai sopita della gloria settantasettina &#8211; mitizzata dal catalogo di Derive&amp;Approdi &#8211; delle barricate e della morte di Lorusso, esposta in vetrina a via Mascarella.</p>



<p>Fatto sta che a Bologna, tutto quel che accade non sembra avere la stessa rilevanza che avrebbe altrove. <strong>Il tempo è sospeso e più leggero, le prese di posizione e le professioni di fede valgono meno, i gesti, le usanze, gli abbigliamenti rispondono a un canone diverso, del quale non si deve rendere conto a nessuno</strong>. Risulta facile, negli anni bolognesi, diventare vegani, sognare il nomadismo (o al massimo un furgone camperizzato), sedersi in piazza a gambe incrociate e intonarsi all’ennesimo coro che canta Bella Ciao. Pure se tutto ciò non si accorda in alcun modo a quel che fino ad allora si credeva di essere. Ci si lascia convincere che in fin dei conti i peli sulle donne non sono poi così male, che l’eterosessualità è motivo di vergogna e va celata o dissimulata, che la poligamia polisessuale è l’unica forma sana di relazione amorosa, che si può viver di furti e cibo recuperato dai cassonetti della Lidl, che un maglione in più e una tisana zenzero e curcuma possono sostituire i termosifoni, che il fascismo è ancora un pericolo in agguato, o almeno più pressante della tecnocrazia liberale. </p>



<p>Non che queste affermazioni siano di per sé sbagliate, è curioso però che basti spendere del tempo a Bologna – chiaramente fuori dalle biblioteche o dalla propria cameretta sovrapprezzata – <strong>per riscoprirsi non tanto d’accordo con ognuna di essa, ma indifferente ad assumere la posa che ciascuna di esse comporta.</strong> Chiaramente ci sono coloro che arrivano a Bologna già convinti dei diktat etici imposti dal MinCulPop trans-anarco-tekno-ecologista bolognese; sono quelli che finiscono per girare scalzi, si fanno chiamare Ranza o Gea e ogni anno mettono su un carro a una street parade che celebra l’amico dj morto per overdose.</p>



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<p>A Bologna, di fatto, è facile mascherarsi, l’atmosfera è sempre di gioco, è sempre poco seria, si corre (o si pedala) da un lato all’altro, dalla facoltà, a un mercatino, a un’assemblea, a un centrosociale, a una cena, a un concertino, a una serata, <strong>e ci si rimbalza vicendevolmente il peso della contraddizione: nessuno terrà il conto, nessuno farà pesare l’incongruenza delle varie pose/posizioni, basta che, a propria volta, si faccia lo stesso</strong>. Se Milano può rendere più superficiali e Roma più cinici, Bologna, come città, rende più anarchici, ma è un’anarchia vissuta come passione giovanile. È l’anarchia dell’incongruenza, della libertà confusa con l’assenza di responsabilità. <strong>Non vi è chi non se ne stufi ben presto</strong>. È il motivo per il quale la fascia demografica meno rappresentata a Bolo va dai 25 ai 30, ovvero i giovani adulti. Si aggirano per la città come appestati, aggrappati alle rovine della propria decostruzione; di loro non rimane che una scorza vuota, dalle opinioni e abitudini più che prevedibili (e riassumibili nei punti di cui sopra), che trascinano dal bar di periferia dove lavorano a quello al quale devolvono il proprio stipendio. </p>



<p>I più assennati invece fuggono subito dopo la magistrale. I teknusi puntano al nord-Europa, si accodano a una tribe e vendono tramezzini ai rave; gli anarchici che vogliono fare qualche avanzamento di carriera sono costretti a traferirsi a Torino, gravitano intorno alla val di Susa, ma alla fine scappano via o per il freddo o per l&#8217;analfabetismo emotivo dei NOTAV; i queer squattrinati se restano in Italia puntano tendenzialmente a Roma, quelli coi soldi vanno a Milano; gli ecologisti invece, dissipata la propria carica eversiva nelle fila di XR o FFF, finiscono per lavorare alla FAO o da TooGoodToGo e simili. Gli altri, i restanti, meno classificabili, fondano diverse comuni agricole sui colli che dureranno il tempo sufficiente affinché tutti i componenti abbiano scopato tra di loro e possano tornare in paese a lavorare al ristorante dei genitori. </p>



<p>Tutti coloro che invece a Bologna ci erano finiti quasi per caso &#8211; per i dischi in macchina di Guccini e Dalla, per i CCCP in cameretta, per<em> Paz!</em> visto e rivisto, perché ci andava la ragazza, perché ci andava l’amico, per il DAMS &#8211; torneranno alla vita come si torna da una lunga vacanza, con una laurea o due in tasca, un ospitaggio garantito in ogni capoluogo di regione, qualche parola d’ordine assimilata e pronta all’uso da usare come scudo nei contesti “politicizzati”, <strong>e delle amicizie sincere, senza secondi fini, che il tempo non saprà scalfire perché nate al di fuori di esso</strong>.</p>



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