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	<title>surf Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il viaggio come performance emotiva al tempo di WeRoad</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 09:52:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Airbnb]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Resoconto di un viaggio che più che una vacanza è stato un qualcosa a metà tra un workshop di provincia sul turismo consapevole e un podcast motivazionale che non volevo ascoltare.</p>
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<p><br>È ormai da un po’ di tempo che viaggio da solo. Precisamente da quel capodanno 2020 a Madrid, di cui l’unico evento memorabile fu lo scippo subìto da uno dei ragazzi della comitiva a Lavapiès. Quest’anno, complice una certa stanchezza emotiva accumulata durante l’inverno, ho prenotato un viaggio con Surfweek, destinazione Fuerteventura. Il format è simile al ben più conosciuto<strong>WeRoad, nel senso che si parte con un gruppo di sconosciuti, si spende decisamente troppo, si spera di accoppiarsi</strong>. Con Surfweek però il focus è il surf da onda, quindi si alloggia in una surfhouse e si fanno lezioni di surf tutti i giorni. Uno spasso, insomma. Invece no. Se le mie rimostranze verso lo staff sono più materiale da feedback interno, è il mood generale della vacanza che mi ha lasciato piuttosto perplesso: <strong>continui richiami al “viaggio” come momento di cambiamento e scoperta interiore, accompagnati da una rincorsa continua alla life-changing-experience anche nella più banale delle attività</strong>. Ne è venuta fuori un’esperienza forzata e artificiale, viziata nel profondo da una romanticizzazione piuttosto infantile dell’idea di viaggio e ricoperta da una patina spessa e maleodorante di self-improvement tipicamente milanese che mi ha fatto riflettere su cosa significhi realmente viaggiare nell’era dei social.</p>



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<p><br>Che tirasse una brutta aria l’avevo già capito quando il tizio dello staff si è presentato scalzo ad accoglierci in aeroporto: “So che a voi sembra un po’ strano ma credetemi vi abituerete.” “Sì, Maestro, insegnami a vivere. Sono qui per apprendere.”. Forse si aspettava una risposta del genere, fatto sta che quella scena mi ha subito irritato. Non perché io sia un provinciale bigotto che si scandalizza se uno gira a piedi nudi, ma perché quel gesto, abbinato a quella frase, mi è sembrato uno stunt un po’ presuntuoso per dare l’impressione che da questa settimana ne saremmo usciti cambiati fino al punto di abbandonare l’utilizzo delle calzature. Il primo segnale di quell’atmosfera di falsa intimità che avrei respirato per tutta la vacanza. I miei presagi hanno poi trovato conferma nel briefing iniziale, che lungi dall’essere una chiara spiegazione delle regole di ingaggio scopro essere il primo pep talk. La capo staff, dopo averci chiesto perché avessimo deciso di fare questa esperienza (oddio, quale esperienza?), <strong>ci comunica che qui possiamo essere noi stessi, che è un safe space, che dobbiamo toglierci le nostre maschere</strong>, infarcendo l’eloquio, reso già fastidioso dal marcato accento brianzolo, di espressioni come “chill” (declinata nel suo verbo chillare e nel suo superlativo top del chill), “vibes” “top del top”, “energia”, “esperienza local”.</p>



<p>Tutto molto bello, se non fosse che nei giorni seguenti ho capito che una serata chill si traduceva in realtà nello stare tutti al telefono in religioso silenzio e che l’esperienza local passava soprattuto per quello che a detta dello staff era il “rispetto dei tempi dell’isola”, cosa che facilmente debordava nella nullafacenza più assoluta. Nelle poche uscite che ci siamo concessi, la sensazione non era quella di star facendo del semplice, sacrosanto “turismo”, ma di stare compiendo un passo decisivo verso il nirvana. <strong>Ogni cosa veniva infatti ammantata di un qualche misticismo, trasformando istantaneamente la vista di ogni panorama, spiaggia o scogliera, in un profondo “momento di riflessione”</strong>. Fuerteventura è un posto a detta di molti magico, dove il vento soffia imperterrito su un paesaggio marziano e falesie gigantesche stringono l’oceano in un abbraccio severo. Chi la conosce – davvero &#8211; sa che è un luogo che si presta ad un certo tipo di ragionamenti. Ciò detto, non dobbiamo stare tre ore in silenzio a fissare il cratere di un vulcano. Non dobbiamo chiederci a vicenda dieci volte “cosa abbiamo provato”, “cosa ci ha lasciato” quel momento x, o se abbiamo raggiunto “una nuova consapevolezza”. <strong>Più che una vacanza, la mia settimana è stata un qualcosa a metà tra un workshop di provincia sul turismo consapevole e un podcast motivazionale che non volevo ascoltare</strong>.</p>



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<p>Ritengo che questo approccio derivi almeno in parte dalla demonizzazione del turista con la t minuscola alla quale assistiamo quotidianamente nel nostro paese. “Viaggiare” è uno dei miti del nostro tempo. Oggi più di prima lo si può fare in mille modi, dal tanto bistrattato mordi e fuggi-tre giorni-due notti al viaggio in solitaria, a quel fenomeno a parer mio un po’ triste del nomadismo digitale. Tutto ciò ha contribuito a sfumare i confini tra vacanza, viaggio, trasferimento, e, complice la salienza del tema dell’over-tourism nel dibattito pubblico, l’effetto è stato quello di declassare la parola “turista” a <em>paria</em> del vocabolario di settore. Nessuno vuole più essere un turista, e ciò non vale solo per Nikki from Texas che fa le <em>pasta making class</em>. Ma allora cosa differenzia il turista dal viaggiatore? Viaggiare molto? Farlo in paesi lontani? Calarsi in usi e costumi del luogo? Una combinazione delle tre? Voler tracciare una distinzione netta tra i due termini è un esercizio difficile quanto inutile, nonché sintomo della disperata ricerca di identità alla quale siamo costretti oggi. Schiacciati dalle aspettative del rapporto commerciale, mi è parso invece che qui si sia cercato di risolvere la questione <strong>con del moralismo spicciolo e una bella spruzzata di mindfulness</strong>. È così che mi spiego questa ossessione per il “provare” qualcosa a tutti i costi: come se bastasse un po’ di oversharing e un piantino davanti a un tramonto per spogliarsi delle sudicie vesti di turista. Certo, viaggiare può essere un momento di arricchimento, di confronto con l’altro, perché no, molla per un profondo cambiamento interiore. Ma tutto ciò, a dispetto di quanto ci piaccia pensare, succede di rado. Soprattuto non succede a comando. In questa vacanza, a me è sembrato che ogni nostra conversazione facesse parte di un copione scritto dentro un co-working milanese e pronto per essere dato in pasto a trentenni in crisi, il tutto non senza un certo paternalismo. Ebbene, un tale livello di etero direzione rappresenta forse quanto di più lontano vi sia dall’essenza del viaggiatore, il quale trova nell’ignoto, nella potenza del sentimento spontaneo e autentico, l’unica via possibile per la catarsi. Sotto questa luce, il viaggio stesso finisce per essere una mera performance emotiva, simulacro di tutto ciò che dovrebbe essere e che invece non è.</p>



<p>E qui arriviamo a un punto centrale. Al ritorno, infatti, il mio feed di Instagram è stato invaso da dichiarazioni di amore eterno a compagni di viaggio e post con descrizioni degne di un maestro spirituale indiano. Sono rimasto basito, dato che sul momento nessuno sembrava particolarmente convinto dei poteri taumaturgici di tramonti e compagnia bella. Verrebbe facile a questo punto darmi del cinico, e consigliarmi la prossima volta di starmene a casa. Se sul secondo punto sarei costretto a darvi ragione, sul primo sareste fuori strada. Al netto di un pleonastico “il mondo è bello perché è vario”, questa celebrazione ex post mi è sembrata nient’altro che un grande sforzo di auto convincimento. Ho l’impressione che ai giorni nostri siamo così tanto abituati allo <em>storytelling</em> del successo che anche solo osare di immaginare un’alternativa sia diventato un’eresia. Agganciati dal micro-targeting, si parte già con la consapevolezza che l’unico esito possibile della vacanza sarà il calco esatto della sponsorizzata di Instagram. Se non si vuole avere il sospetto di essere inadatti, di non sapere stare al mondo, di avere in qualche modo fallito, diventa allora imperativo mostrare a noi stessi ancor prima che ai nostri follower, quasi come un istinto di sopravvivenza, che tutto è andato secondo i piani: abbiamo fatto un sacco di nuovi amici, siamo tornati profondamente cambiati, ergo siamo dei veri viaggiatori. Se non altro, adesso su Hinge ho una foto dove faccio surf che non è niente male. Ne è valsa assolutamente la pena.</p>



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		<title>Ridateci l&#8217;ufficio e le &#8220;8 ore&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2024 09:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Davis Clarke]]></category>
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		<category><![CDATA[surf]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[ufficio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In cambio della possibilità di surfare alle Canarie abbiamo svenduto la nostra stabilità lavorativa ed esistenziale. La precarizzazione lavorativa è tale che in America, ormai, si rimpiange persino l'alienazione del lavoro di ufficio. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli Usa, paese che anticipa – se non direttamente produce &#8211; tutte le contraddizioni che viviamo qui alle nostre latitudini, sta prendendo slancio un trend impensabile fino a qualche decennio fa. <strong>La gente sembra voler tornare in ufficio</strong>. Sempre più lavoratori in America si dicono disposti ad accettare di buon grado una vita d’ufficio, a preferire le sicurezze che essa offre rispetto agli svantaggi e le incertezze della <em>Gig Economy</em>. Pare che di conseguenza si stia sviluppando una nostalgia del <em>9-to-5</em> (le famose “8 ore”), degli orari prestabiliti, del tragitto pendolare, delle pause con i colleghi; persino, e ciò stupisce davvero, del <em>cubical</em>, del piccolo compartimento di cartongesso simbolo dell’alienazione del lavoro d’ufficio nelle grandi aziende. Il prodotto più interessante di questa moda esistenziale è questo tipo qui:</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Davis Clarke" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/lfqerR3d7hQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Davis Clarke è stato descritto da alcuni analisti come <em>the most punchable face on the internet </em>/ la faccia che vorreste più prendere a pugni su internet  </figcaption></figure>



<p><br>Tutto ciò ha che fare con le dinamiche che hanno stravolto il contesto lavorativo negli ultimi 10 anni, il grande esproprio padronale del tempo e dello spazio, a cui ciascuno di noi, in un modo o nell’altro, vuoi come lavoratori vuoi come consumatori, ha dato il proprio contributo. Dopo due secoli di lotte sindacali, nel giro di una sola generazione, <strong>la precarietà è diventata, da condizione pietosa di indigenza che era, ciò che invece è oggi, un lusso, un vantaggio, un benefit aziendale.</strong> Il grado di sofisticazione raggiunto dalla macchina lavorativa capitalista ci ha spinto al punto che oggi vantiamo come un privilegio la condizione di essere del tutto<strong> estraniati dal nostro ambiente lavorativo, dalla nostra comunità di riferimento, dall’abitudine dei luoghi e dalla familiarità degli ambienti.</strong> Scegliamo di firmare un contratto lavorativo, anzi, sulla base di quanto favorisca o meno la possibilità di coltivare la nostra solitudine e il nostro isolamento, di andare incontro a quelle che percepiamo come le nostre esigenze individuali, e che spesso possono essere inquadrate soltanto come sfoghi edonistici ed effimeri per compensare una frustrazione perennemente irrisolta. L’orizzonte limitato delle nostre possibilità immaginative sembra non riesca a concepire nulla di più desiderabile dell’attitudine post-storica <strong>di una vita in vacanza.</strong></p>



<p><br>L’esproprio di cui siamo stati sia vittime che carnefici si è consumato nel passaggio dalla società industriale a quella tecnologica. La prima era alimentata dal capitale industriale, il quale, nella sua grezza materialità, doveva necessariamente fare i conti con ciò che di materiale c’è anche nell’umanità, e quindi con l’esistenza dei corpi, con tutte le conseguenze che può generare la pretesa di gestirli a profitto. Il lavoro industriale non poteva fare a meno, perciò, di generare degli imprevedibili effetti collaterali. Ogniqualvolta si è inteso riunire un insieme di esseri umani per produrre una merce che non appartenesse loro, per quanto questo insieme fosse meccanicizzato e atomizzato per aumentare la produttività, non c’è mai stato modo di evitare che quest’unione generasse, come prodotti di scarto, <strong>delle risacche di improduttività</strong>. A partire dalla giustapposizione dei corpi in una fabbrica, inevitabile presupposto del lavoro industriale, i lavoratori hanno sempre finito, quasi involontariamente, per t<strong>rasformare la loro semplice vicinanza spaziale in solidarietà, la convergenza dei loro interessi in amicizia. </strong>Tutto ciò ha sempre ostacolato la produttività, da un lato rallentandone il processo, dall’altro generando un potenziale fronte unico e comune che poteva avvalersi della forza di ciascuno per tutelare i diritti del singolo. Il semplice fatto di dover vivere insieme, di lavorare fianco a fianco, di abitare in unico quartiere, di fare lo stesso tragitto casa-lavoro, di mandare i figli alla medesima scuola e frequentare gli stessi dopolavori, ha costituito, fin dalle origini della civiltà industriale, <strong>il più pericoloso e ingestibile prodotto di scarto della proletarizzazione e del classismo sociale</strong>. &nbsp;</p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Il passaggio alla società tecnologica, alimentata quindi dal capitale tecnologico, delocalizzandosi universalmente, traslocandosi nell’etere, ha smantellato i presupposti stessi di qualsiasi solidarietà sindacale, trasformando il lavoro, da attività multiforme e necessariamente integrata nella vita, allo svolgimento impersonale di un compito, di una <em>task</em>. Non stupisce affatto il tentativo da parte del capitale di disarticolare l’intreccio di vita e lavoro, essendo esso un’inestinguibile sorgente di improduttività. Ciò che colpisce veramente<strong> è la disposizione dei lavoratori ad accogliere l’esproprio nei loro confronti nei termini di un premio di lavoro</strong>.</p>



<p><br>Lo <em>smart-working</em> &#8211; ovvero la mediazione di uno strumento tecnologico che permette di lavorare ovunque si preferisce, impedendo di abitare realmente il luogo in cui si finisce per vivere &#8211; è riuscito a compiere ciò che la parcellizzazione fordista non avrebbe mai potuto neanche sognare, <strong>la totale efficienza lavorativa che esclude per principio gli effetti collaterali dell’unione dei corpi e della convivenza</strong>, che impedisce la naturale tendenza umana a socializzare improduttivamente, riducendo l’interazione tra colleghi al semplice compiersi di una funzione. Nel modo più efficiente possibile. Una video-conferenza s’interrompe una volta che si è esaurito l’argomento del giorno. Un rider va per la sua strada non appena ha consegnato il pacco di cui non conosce nemmeno il contenuto. Colleghi che popolano nomadicamente gli angoli più disparati del pianeta, ma lavorano connessi alla medesima piattaforma, non hanno alcun incentivo a condividere un’intimità che prescinda dai loro obiettivi settimanali di lavoro.&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>E se questo pare in qualche modo un vantaggio della civiltà digitale, basterebbe porre l’attenzione sulla precarietà lavorativa ed esistenziale che una tale condizione prescrive. Chi mai, tra di noi, sentirebbe l’esigenza di sviluppare ulteriormente un rapporto che si consuma bidimensionalmente, sempre intorno a un compito da svolgere, supervisionati e disposti da un algoritmo intorno a un tavolo di lavoro virtuale? Chi mai sciopererebbe per tutelare uno o più colleghi, ingiustamente licenziati, se li ha conosciuti solo su Zoom? <strong>L’amicizia, la solidarietà, la comunità non possono nascere da una convenienza di interessi o dalla collaborazione nel compimento di un’opera</strong>; esse sorgono negli interstizi dell’efficienza, nei momenti morti, nel prender fiato, nella pausa, nel gioco, nelle ricreazioni, quando non si è uniti da alcuna finalità, ma precisamente dall’assenza di qualsiasi scopo. &nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>Vale la pena surfarsi i propri 30 anni &#8211; sventrando con un immeritato turismo piccoli paeselli di pescatori che hanno avuto la sfortuna di essere stati “scoperti” da qualche australiano in cerca delle onde giuste &#8211; e rinunciare a tutto ciò che ha reso quantomeno tollerabile la vita negli ultimi due secoli? Dobbiamo davvero ridurci a nostalgizzare la vita d’ufficio, l’alienazione anni ’90 alla <em>Matrix</em> o alla <em>Fight Club</em>, <strong>incapaci di pensare un’alternativa agli agi illusori che offre il nomadismo digitale</strong>, alla performatività sportiva o alla bulimia turistica, l’una più fine a sé stessa dell’altra? Non dovremmo invece trovare il modo di <strong>politicizzare la nostra improduttività,</strong> rivendicarla come indicatore della qualità della vita, farle prendere spazio all’interno delle città, come l’erbaccia, soave e inutile, che guadagna le mura agli edifici abbandonati?</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/ridateci-lufficio-e-le-8-ore/">Ridateci l&#8217;ufficio e le &#8220;8 ore&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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