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	<title>terapia Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La persona peggiore che conosci va in terapia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2025 09:32:39 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È l’ossessione che tutto ci riguardi a fomentare la passione per la terapia o viceversa? Che gusto sublime però avere il lasciapassare di esclamare, senza che nessuno ci consideri delle persone ignobili, che siamo noi il centro del creato, il luogo da cui tutto origina, e quindi noi la persona più importante che ci sia. </p>
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<p><br><br>La persona peggiore che conosci va in terapia. È probabile che la persona peggiore che conosci sia fissata con la terapia. Le riconosci, queste persone che vanno in terapia, dalla frangetta, dallo Svitol sempre in borsa, dal fatto che guidano un Maggiolino, indossano una maglietta tarocca della Fiorentina di Della Valle e hanno l’abbonamento mensile a Fleabag (è un settimanale, giusto?). A cena con un gruppo di amici ti raccontano cosa direbbe la loro psicologa, Donatella, in una circostanza del genere. Al primo appuntamento cercano in tutti i modi di capire se anche tu, come loro, fai terapia. Se non te lo chiedono direttamente, trovano modi subdoli per farlo. Provano a estorcerti l’informazione con uscite del tipo:<br><br><strong>&#8211; E tu come ti prendi cura di te?<br></strong><br>Tu provi a resistere. Svii. Ti aggrappi come puoi al santino di Andrew Tate. Alla fine però cedi e dici che sì, ci vai, in terapia, è fondamentale farlo, questa cosa di andare in terapia. Se potessi, ci andresti ogni giorno. Ma che dico ogni giorno! Due volte al giorno, perdio!</p>



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<p><br><br>L’uomo attento alla salute mentale risponde al nome di Matteo. È un maschio fragile che cerca conferme esterne al proprio narcisismo patologico (diagnosi fatta da me usando il linguaggio che ho imparato in questi giorni per scrivere questa cosa). La vaporizzazione nel dibattito pubblico della <em>cultura della terapia</em> gli ha dato la possibilità di chiamare con un nome specifico, tipo ricerca di validazione o trauma, che ne so, il suo essere così com’è. La sua terapeuta è donna, di una decina di anni più grande. Non la definisce una bella donna, ma una che sicuramente ha il suo perché. Le loro sedute sono un tentativo costante di Matteo di impressionarla. Ci tiene a essere il suo paziente preferito. Quello con la storia più matta, o con la vita sessuale più sregolata. La mattina della giornata mondiale della salute mentale, Matteo punta la sveglia alle cinque e un quarto per pubblicare sui social un post di divulgazione nella speranza che qualcuno lo noti e riconosca la sua sensibilità e magari gli chieda di uscire per bersi un ottimo pastis in santa pace al bar della stazione.</p>



<p>La donna fissata con la terapia, chiamiamola Camilla, è di solito attanagliata da svariati problemi di cuore. Il suo terapeuta è un uomo maturo perché lei ha i cosiddetti – attention, please – <em>daddy issues</em>. Durante la sua ora di reset settimanale (parole sue, non mie) racconta del caso umano con cui è uscita pochi giorni fa. Attribuisce l’attuale fase, che dura da un settennio, alla necessità di ascoltare il bambino interiore che ha ignorato per troppo tempo. Per anni è scappata da sé stessa, rincorrendo treni, aerei, relazioni, offerte lampo della Standa, per rendersi conto solo dopo tre lauree mai finite e cinquantamila euro intascati dai genitori che era tutto lì. Era tutto dentro di lei. Sulle app di incontri Camilla ribadisce che non esce con persone che non fanno terapia. È categorica: punto e basta, avete capito o no, cari maschi. L’altro giorno ha preso a bastonate in fronte sua madre perché non conosceva il significato di <em>male gaze</em>. La signora è uscita stamattina dalla prognosi riservata. Tutto a posto. Camilla ha firmato tutti gli appelli possibili per il bonus psicologo, per lo psicologo nelle scuole, per lo psicologo nei condomini, e ha persino (!) donato una decina di euro (per l’esattezza: dieci) per una raccolta fondi a tema, firmandosi con nome e cognome. Ha screenshottato la pagina, l’ha condivisa e ha poi spronato la sua bolla a fare altrettanto. Non a screenshottare. A donare, dico. Non si capiva e di questo chiedo scusa.</p>



<p>È l’ossessione che tutto ci riguardi a fomentare la passione per la terapia o viceversa? Che gusto sublime però avere il lasciapassare di esclamare, senza che nessuno ci consideri delle persone ignobili, che siamo noi il centro del creato, il luogo da cui tutto origina, e quindi noi la persona più importante che ci sia. La massimizzazione della mia felicità prevale su qualunque cosa, anche su di te. Mi dispiace, fratellì. Sono d&#8217;accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu non lo possa dire, o qualcosa del genere (non so niente di Voltaire e ringrazio Dio di non saperlo, direbbe qualcuno). Comunque, taglio corto: abbiamo tutti bisogno di fare terapia. Anzi, mi spingerò un passettino più in là. Mi spingerò a dire che il mondo sarebbe un posto migliore se tutti andassero in terapia. Anche i capi di stato genocidari. Sicuramente, se partissero dal loro piccolo e frammentato io, se ascoltassero il loro bambino, ancora ferito per non aver ricevuto in regalo Verde Foglia nel Natale 2004, non farebbero quello che fanno. Ne sono più che certo. Sia messo agli atti.</p>



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<p>Prima o poi Matteo e Camilla si incontrano. È scritto nelle stelle. Lei gli confessa a metà serata di aver capito di avere sempre avuto un attaccamento evitante. Poi si volta, come per guardare in camera. Eh-eh: capito, attaccamento evitante, senti come te lo dico. Lui riconosce di essersi auto-sabotato troppo spesso in passato. Si sentono capiti. Si piacciono. Condividono quel codice linguistico onnipresente che fino a tre anni fa non conosceva nessuno. Ora non puoi neanche fare un soffritto senza che Massimo Recalcati sfondi la porta di casa tua e ti interroghi su come hai elaborato la perdita della tua prima moglie Charlotte mentre tu, in ginocchio, gli dici “Basta, basta, non ne posso più” e intanto la tua seconda moglie, Erlinda, dal bagno urla “What is happening! What is going on! Who is this weird guy!” e l’olio bollente comincia a schizzare da tutte le parti e tu piangi piangi disperato perché la morte di Charlotte non l’hai mai superata.</p>



<p>Matteo e Camilla cominciano a uscire. Primi baci, cene fuori, denunce per atti osceni, fine settimana al lago, udienze in tribunale, sedute su UnoBravo: tutto il pacchetto. A un certo punto smettono entrambi di andare in terapia. Ma le cose crollano presto. Iniziano i litigi. È così per tutti. Solo che in due, questi qua, conoscono sì e no cinquanta parole, e sono le stesse, e quindi non è facile neanche litigare. A cena, dopo sei mesi, lui le dice:</p>



<p>&#8211; Camilla, stai lasciando troppo spazio ai tuoi <strong>pensieri intrusivi</strong>.</p>



<p>&#8211; Eri tu che non avevi mai esplicitato quali erano i nostri <strong><em>boundaries</em>.</strong></p>



<p>&#8211; Non <strong>gaslightarmi</strong>, Camilla!</p>



<p>&#8211; Ultimamente mi hai<strong> breadcrumbato</strong> come mai mi era successo prima. Forse dovresti parlarne con la tua terapista di questo comportamento.</p>



<p>&#8211; Già fatto, Camilla. Non è colpa mia se sono un <strong><em>people pleaser</em></strong>. Accetto me stesso.</p>



<p>&#8211; Non posso farmi carico io dei tuoi <strong><em>trigger</em>.</strong></p>



<p>E insomma potremmo andare avanti all’infinito, ma voi avete capito e io sono stanco e ho le lenticchie su e poi c’è mio nipote Mario che piange disperato perché è l’ora della pappa (fai un attimo di silenzio Mariuccio ché nonno sta scrivendo una cosa un filo più importante della tua fame).</p>



<p>Per farla breve: Matteo e Camilla si lasciano.</p>



<p>Un’ultima cosa, prima di chiudere: <strong>relazione tossica</strong>. Non lo avevo ancora scritto e non sapevo dove metterlo.</p>



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		<title>La psicanalisi è una fanfiction sulla tua infanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 10:19:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[DSM]]></category>
		<category><![CDATA[fanfiction]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Freud ha creato la più grande fanfiction della storia. Un insieme di narrazioni bastanti a sé stesse, tautologiche quanto non passibili di falsificazione. Tramite una costruzione narrativa retroattiva (ovvero creata analizzando fatti di ieri con schemi interpretativi di oggi) Freud prende elementi sparsi della tua storia personale, ne enfatizza alcuni, ne omette altri e li riorganizza in una macro-narrazione coerente capace di spiegare tutto l’orizzonte del visibile</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Entrate in una qualsiasi libreria, superate la sezione sui romanzi cosiddetti rosa, circumnavigate i libri di cucina, lasciatevi meravigliare di trovare Erri de Luca proprio in quest’ultimo scaffale. I <em>topoi</em> urbanistici delle librerie sono parte di un gigantesco inconscio collettivo, si riproducono all’infinito mostrando spesso una disposizione simile.</p>



<p>Ovunque adesso sarete, è verosimile vi si ponga davanti un bivio. A destra lo stantio corridoio con saggistica-manuali di scienze politiche &#8211; trashate <em>new age</em> varie intervallati dai libri dei parlamentari/sindaci dalle copertine dal gusto <em>minimal</em>. A sinistra, accanto, o forse proprio davanti la sezione di psicologia. <strong>La sezione di psicologia vi attrae come un magnete</strong>, atavica risposta alla più umana delle questioni: cosa pensano gli altri? Come si muovono nelle loro storie? Esiste l’alterità o siamo tutti condannati a vivere con la sindrome del protagonista?</p>



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<p>Tra gli scaffali in compensato cominciate così a leggere i nomi di autori e autrici che han fatto la storia della disciplina: Freud, Jung, Wilhelm, Williams, Miller, Lowen, Lacan, Recalcati che parla di Lacan, Fadini che parla di Recalcati che parla di Lacan. <strong>Ben piazzati al centro ci sono loro, gli onnipresenti terapeuti da salotto televisivo, Morelli e Crepet, vere e proprie catene di montaggio tayloriste di manuali per vivere felici, anzi felicissimi.</strong></p>



<p>Ecco che però il vostro cervello limbico si attiva improvvisamente. In un attimo l’evoluzione vi porta a riconoscere un <em>pattern</em>, abilità sempre più necessaria e attuale nella società del semio-abuso. <strong>Tutti o quasi i nomi susseguenti all’interno degli scaffali possiedono qualcosa in comune</strong>. Ad un occhio superficiale si potrebbe notare un divario di genere apparentemente incolmabile: sono quasi tutti uomini.</p>



<p>La sensazione di essere arrivati lascia spazio ad un forte <em>déjà-vu</em>, come se questa spiegazione fosse in realtà sommaria, insufficiente. <strong>No, non può esser unicamente una questione di genere, dev’esserci qualcos’altro, un altro pattern, stavolta più sotteso, ermetico</strong>. I nomi scorrono un dopo l’altro. Freud, Jung, Reich, Lowen, Lacan. Sigmund, Carl Gustav, William, Alexander.</p>



<p>Le libere associazioni fluiscono oramai ineluttabili all’interno della neocorteccia. La parte più evoluta, più profondamente umana del cervello mette in ordine tutti i vostri ricordi mischiandoli e contaminandoli col senso comune delle cose. Notate una continuità storica, una linea del tempo viaggiante dalla nascita della psicoanalisi fino a giorni nostri. Il quadro si fa sempre più nitido, i nomi vengono scanditi ancora un’ultima volta prima di esclamare “eureka!”.</p>



<p>L’inconscio, la psicoanalisi, la libido, i sogni, le metafore si rifanno tutte ad un preciso frame teorico. <strong>Sono tutti terapeuti psicodinamici</strong>.</p>



<p>Vi chiedete ora com’è possibile, la vostra mente proverà a tornare congrua, ad integrare i nuovi dati nelle vostre conoscenze già consolidate. Non è possibile, probabilmente siete nevrotici o addirittura psicotici. Ve la raccontate, trovate le vie di fuga più consone e adeguate alla situazione. Del resto, negli scaffali in basso ci sono Paul Waklawick, proprio lui, scuola di Palo Alto, George Kelly, qualche manuale di <em>self help</em> dal titolo grottesco e un paio di autori della terapia strategica. Relegati negli inferi, troppo in basso per esser notati dallo sguardo baldanzoso dell’utente medio di una libreria, le quote paloaltiane riemergono talvolta dal sottosuolo con energia ctonia, come a volerci ricordare che ci sono anche loro.</p>



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<p>Il fatto che siano lì sotto può benissimo essere un caso, forse dovuto alle iniziali. W, K, lettere così distanti dalla F, dalla J., dalla M. Un simpatico scherzo della storia, una differenza puramente relegata ai cognomi e a due idiomi lontani cugini. Ma a forza di inseguire coincidenze, casualità e strane geometrie alfabetiche, <strong>forse si rischia di scivolare nel primo dei sintomi: credere che tutto abbia, in fondo, un disegno</strong>.</p>



<p>Ulteriori razionalizzazioni non vi serviranno, i meccanismi di difesa crollano uno ad uno come un domino. Non potete più raccontarvela. Oramai tremanti notate il faccione stilizzato dell’ennesima ristampa economica dell’interpretazione dei sogni. <strong>Il viennese vi fissa coi suoi occhi severi e il suo sguardo cupo. Siete in trappola.</strong> <strong>Siete appena caduti nel <em>rabbit hole</em> della psicoanalisi freudiana</strong>.</p>



<p>Vero fantasma del nostro tempo, <strong>Freud ha creato la più grande fanfiction della storia.</strong> Un insieme di narrazioni bastanti a sé stesse, tautologiche quanto non passibili di falsificazione. Tramite una costruzione narrativa retroattiva (ovvero creata analizzando fatti di ieri con schemi interpretativi di oggi) <strong>Freud prende elementi sparsi della tua storia personale, ne enfatizza alcuni, ne omette altri e li riorganizza in una macro-narrazione coerente capace di spiegare tutto l’orizzonte del visibile.</strong> Presupposti discutibili, problemi personali dello stesso autore ed una concezione epistemologica del secolo scorso fanno da sfondo a una serie di congetture e castelli mentali con l’empio compito di decodificare gli abissi più reconditi dell’animo umano.</p>



<p>La chiara stele di rosetta della vita adulta è proprio l’infanzia. Su un letto di Procuste abbastanza angusto <strong>è possibile far rientrare in un copione predefinito qualsiasi tipo di comportamento</strong>. Non importa quanto i tuoi rapporti familiari siano stati, per te, vissuti nella maniera più allegra e propositiva possibile: nella migliore delle ipotesi hai sognato di scoparti tua madre o tuo padre, di uccidere l’altro <em>caregiver </em>e, nel caso tu fossi una femmina, guardarti il clitoride con gli occhi di un reduce della grande guerra al quale hanno amputato una gamba.</p>



<p>Decisamente lillipuziano per surrogare il fallo, perpetuo <em>topos</em> della psicoanalisi. Le nuove costole di Adamo, macchiate in eterno dal peccato originale e destinate perciò a sanguinare per tutta la vita, non potranno mai possedere un pene, perlomeno a livello fantasmatico. E non importa quanto portarsi dietro un inutile affare penzolante e molliccio non sia probabilmente la maggiore velleità di una persona socializzata donna. Quel bisogno, atavico fino alle viscere, è iscritto come un suggello nell’anima o, se preferite, nel DNA.</p>



<p><strong>E poi c’è l’inconscio, eterno burattinaio della tua esistenza nonché emporio di stoccaggio delle tue pulsioni più recondite</strong>. Non ti riconosci nella coazione a ripetere? Non hai voglia di risalire la linea del tempo fino al momento del parto? Hai la convinzione terribilmente positivista che aver sognato una vacanza caraibica dopo aver litigato col padrone per le ferie di agosto non indichi in maniera chiara una segreta volontà di maternità? L’acqua? Il liquido amniotico? Il parto? Ritornare all’utero?</p>



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<p><strong>Continui a non riconoscerti in questo schema? È una resistenza. È palese.</strong> Chi ammetterebbe di sognare di fare sesso con la propria madre? È chiaro che il tuo inconscio ti sta proteggendo da un pensiero per te inaccettabile, perturbante, <em>Das Unheimliche. </em>Nega l’eterna cospirazione del tuo inconscio e finirai solo a confermarla. Se credi di non aver vissuto il complesso di Edipo è perché lo hai rimosso. Ancora, nessun trauma infantile evidente? Il trauma ha operato e continua a farlo sottotraccia, ad un livello di coscienza inaccessibile.</p>



<p>Nel panorama gotico e borghese del tardo Ottocento, la repressione sessuale e i cosiddetti “sintomi isterici” di giovani fanciulle immerse in librerie <em>kitsch</em> e sedie di velluto hanno contribuito a plasmare l’immaginario mondo “fantasmatico” <strong>fatto di mostri interiori, pulsioni sepolte e figure paterne spesso ipotrofiche, esperite in un lapsus o un atto mancato</strong>. I monumentali studi di Marie Bonaparte sul poeta gotico Edgard Allan Poe o gli stessi freudiani sulla presunta omosessualità di Leonardo da Vinci continuano, nonostante la loro natura fortemente speculativa, a plasmare il <em>modus operandi</em> dell’analisi freudiana.</p>



<p>E come ogni fanfiction anche i personaggi abitanti il mondo dell’inconscio sono stereotipici (o forse archetipici?). <strong>La madre castrante, il padre padrone, il bambino</strong> represso fanno capolino nelle narrazioni pronti a recitare battute scritte da qualcun altro, in un copione antico quanto chi lo ha applaudito per primo. Figure bidimensionali imprigionate nel loro teatro dell’assurdo dove ogni desiderio è un tabù e ogni sintomo un criptico messaggio da decifrare secondo il prontuario freudiano.</p>



<p>Definito dal turbinio di etichette, il paziente smette di essere un individuo con una sua storia biografica divenendo così un personaggio, un NPC inserito in un contesto generico e metaforico di cui solo i più zeloti adepti della IPA (International Psychoanalytical Association) possono carpirne i segreti. O perlomeno, quelli sopravvissuti alle grandi purghe dirette dallo stesso Freud. Ben pochi.</p>



<p>La presunta profondità psichica, l’onnipresente <em>iceberg</em> dell’inconscio fa capolino in tutti i manuali di psicologia insieme alla cosiddetta Seconda Topica, diviene così una questione in <em>primis</em> epistemologica.</p>



<p><strong>Quando e come ci si rende conto che l’osservato non è il dato di realtà ma il prodotto della nostra visione, degli innesti culturali e delle categorie conoscitive che utilizziamo per inferire ciò che osserviamo?</strong> Quanta di quell’osservazione è dovuta ad un reale legame col fenomeno e quanto è invece frutto di un cocktail letale di aspettative e <em>bias</em> di conferma? La storia delle civiltà umane è prima di tutto la storia dei costrutti e delle sovrastrutture, codificate poi attraverso il linguaggio e le immagini, che hanno definito e che continuano a definire oggi la patologia mentale, la nevrosi da scacco o l’investimento libidico sui piedi. Freud, complice il suo stile di vita boemo, è morto troppo presto per poter conoscere Karl Popper.</p>



<p>Sarebbe stato bello porre una semplice questione allo psicoanalista viennese. Cosa avrebbe dovuto dire o fare “l’uomo dei topi”, celebre paziente di Freud, per convincerlo che i suoi disturbi ossessivi non fossero dovuti ad una forma di erotismo anale causata dal padre?</p>



<p><strong>Nelle narrazioni autoesplicative il rischio di chiudersi in strutture a tenuta stagna è quello di piegare la realtà alla narrazione e non viceversa</strong>. Trovare escamotage retorici, speculazioni e una visione totalizzante fanno sì che, qualsiasi dato, torturato abbastanza, dirà quello che vogliamo sentirgli dire.</p>



<p>Alla fine, la psicoanalisi è forse la più riuscita delle fanfiction collettive del secolo scorso: un&#8217;epopea gotica fatta di madri spaventose, padri onnipotenti, desideri rimossi e traumi taciuti. Come in un romanzo, i suoi protagonisti sono prima di tutto icone che persone, simboli prima di individui. <strong>Più che l’inconscio, ciò che Freud ha davvero scoperto è la nostra fame inestinguibile di storie:</strong> storie che ci descrivono, che ci giustifichino, che ci illudano di mettere in ordine il caos del turbinio di emozioni, vissuti, chiavi di lettura, strumenti interpretativi, quasi esistesse davvero un cifrario universale della psiche umana.</p>



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