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	<title>TikTok Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Un libro non può competere con TikTok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 18:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Tik Tok]]></category>
		<category><![CDATA[TikTok]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I due problemi della produzione culturale - o del perché l’editoria non deve vincere la gara dell’attenzione immediata.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/un-libro-non-puo-competere-con-tiktok/">Un libro non può competere con TikTok</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non si può più fare cultura perché la cultura deve vendere: questa frase torna ogni volta che si parla di editoria, e ogni volta suona abbastanza intelligente e antisistema, quel tanto che basta per evitare di metterla adeguatamente sotto esame. Si scoprirebbe che questa tesi è un’ipersemplificazione della realtà, un’analisi superficiale condita dalla nostalgica romanticizzazione di un idilliaco passato in cui la cultura, quella vera, se ne fotteva del pubblico.</p>



<p>La cultura, ovunque e in qualsiasi tempo sia stata prodotta, ha sempre dovuto circolare. Un libro che nessuno legge (presto o tardi che sia, anche dopo la morte dell’autore se il libro è in anticipo sui tempi) non è un libro compiuto. Un saggio di cui nessuno discute resta un monologo.</p>



<p>Il rapporto con il pubblico non è il tradimento dell’arte, che un’opera venga donata (o venduta, si consentirà) a un pubblico è una condizione materiale di esistenza. Senza lettori, spettatori, visitatori, anche l’opera più ambiziosa resta lì, come un discorso pronunciato in una sala vuota (e uno che parlasse al nulla sarebbe considerato un matto, o qualcuno particolarmente innamorato del suono della propria voce).</p>



<p>Per questo il problema non può essere che la cultura debba vendere o confrontarsi con un pubblico, perché anche in passato ha dovuto farlo, in un modo o nell’altro. Il problema è un altro: oggi il mercato non si limita più a testare le opere, ma sempre più spesso applica un filtro in partenza, decidendo e progettando prima che cosa meriti di nascere.</p>



<p>Per molto tempo la sequenza è stata semplice: prima nasceva l’opera, poi arrivava il mercato. Prima c’era un’intuizione dell’autore, una ricerca, una domanda, un’ossessione che dava vita a qualcosa, poi la prova del pubblico. Il mercato interveniva dopo, come verifica capace di premiare, diffondere, ignorare o stroncare. Il punto fondamentale è che il mercato arrivava a cose fatte, a opera pubblicata. Certo, esistevano dei filtri a monte: editori e finanziatori decidevano cosa pubblicare o sostenere nel tempo, tuttavia queste decisioni venivano prese in condizioni di forte incertezza ed erano influenzate soprattutto dal gusto, dall’intuizione e da scommesse personali.</p>



<p>Adesso classifiche, velocità di vendita, percorsi di acquisto, interazioni, permanenza, conversioni, trend online o le opinioni di particolari influencer entrano nel processo creativo prima ancora che il libro (o l’opera in generale) esista. Se si sa già quali forme funzionano, o quali verranno promosse di più, si tenderà inevitabilmente a produrre variazioni di quelle forme. In questo senso il mercato smette di essere un puro meccanismo di verifica e diventa un progettista. L’opera pubblicabile con minor rischio d’impresa diventa quella prefabbricata, studiata a tavolino per piacere, conformandosi al giudizio di un pubblico tenuto costantemente sotto controllo.</p>



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<p>E poi c’è un secondo problema, se si vuole più umiliante e svilente: la produzione culturale viene spinta a competere nello stesso recinto dell’intrattenimento immediato.</p>



<p>Un libro oggi non compete solo con altri libri, ma compete con le serie su Netflix progettate per persone costantemente distratte dalle notifiche, con i reel di TikTok, con i meme, con i caroselli e le infografiche di Instagram, con la musica su Spotify pensata per entrare in playlist e massimizzare gli ascolti, con la puntata di&nbsp;<em>Falsissimo</em>&nbsp;di Corona su YouTube. E qui conviene essere chiari: non c’è niente di male nell’intrattenimento facile, ma non tutto deve per forza intrattenere subito, fornire gratificazione senza attrito, o piegarsi alle stesse regole di selezione.</p>



<p>Molte forme di intrattenimento contemporaneo sono costruite per ridurre al minimo l’attesa della gratificazione, la densità degli argomenti, lo sforzo cognitivo e per questo sono volutamente create per essere immediate, scorrevoli, facilmente digeribili. Spesso e volentieri i libri offrono l’opposto: generano resistenza, chiedono tempo e concentrazione e alcuni persino un po’ di disciplina, per questo leggere, ascoltare alcuni tipi di musica, visitare un museo con calma sono attività più simili all’allenamento, al praticare sport, rispetto al guardare una fiction in prima serata.</p>



<p>La produzione culturale, se funziona, non dovrebbe soltanto far passare del tempo, ma dovrebbe restituirlo, lasciando qualcosa che non coincide con il piacere del momento (che sia chiaro: il piacere momentaneo può anche esserci, ma è mediamente di più difficile accesso). Questo è anche il compito del fare cultura: non fare compagnia, non intrattenere a tutti i costi, non rassicurare, non essere per forza semplice e immediata.</p>



<p>Perciò no, il problema non è che la cultura debba vendere, ma che chi la vende la stia progettando come se dovesse competere con quei contenuti nati per essere dimenticati in pochi secondi: questa è una gara persa in partenza!</p>



<p>Quando il pubblico viene anticipato, misurato e simulato prima ancora che l’opera nasca, il rischio è offrire una produzione culturale addomesticata. Continueremo a pubblicare libri, a organizzare festival, a produrre discorsi, a celebrare collane, ma a farlo dentro un orizzonte sempre più stretto, più prudente, più prevedibile, più fruibile e soprattutto lo faremo vendendo libri sempre alle stesse (poche) persone.</p>



<p>Non bisogna smettere di vendere la cultura, ma bisogna smettere di venderla come se fosse in competizione con le scariche di dopamina generate dallo scrolling, perché nessuno sano di mente venderebbe un abbonamento in palestra facendo leva sugli stessi meccanismi di gratificazione su cui si basa il consumo di contenuti sui social.</p>



<p>Se vendi qualcosa ad alto attrito con logiche di basso attrito, lo svaluti o lo falsi. In parole povere: nessuno si allena (o legge) con lo stesso spirito con cui apre TikTok.</p>
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		<title>Zang Zang Tung Tung Sahur</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2025 09:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Italian Brainrot Animals]]></category>
		<category><![CDATA[Me contro Te]]></category>
		<category><![CDATA[meme]]></category>
		<category><![CDATA[TikTok]]></category>
		<category><![CDATA[Tum Tum Sahur]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa sono gli Italian Brainrot Animals? Infanzia dissociata e animali generativi nel capitalismo allucinatorio.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’altro giorno, nei video in tendenza su Youtube, scorgo uno degli <strong>Italian Brainrot Animals</strong> in un video per bambini. Era uno di quei video di Dani e Robbi (dei Me contro Te che… ce la stanno facendo?) di un’ora e mezza, pensato per abbandonare i bambini davanti al tablet mentre si fa altro. Un’ora e mezza di delirio con recitazione paternale imbruttita e il titolo era <a href="https://www.youtube.com/watch?v=AO7ytrTefz4&amp;t=3172s">TUM TUM SAHUR HA PRESO IN OSTAGGIO DANI ! CHE COSA VUOLE</a>. <em>Rabbit hole </em>che mi avrebbe rubato diverse ore di vita. In realtà il loro canale, negli ultimi tempi ha una <em>lore</em> espansa e personale a tema<em> tum tum tum sahur</em> (come lo chiamano loro) e i commenti sono pieni di bambini che, con le poche parole che riescono a scrivere, fanno il tifo per loro. Non sono gli unici video italiani, abbiamo anche capolavori come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=s9NtwvHsSIc">EPISODIO 5: FIGLIACHIARA SI TRASFORMA IN TUM TUM TUM SAHUR , VIENE POSSEDUTA E CI INSEGUE!</a>. Su TikTok si perde il numero di video per bambini (e spesso realizzati da bambini) a tema Brainrot Animals. E io ancora non riesco bene a capire come possa succedere che un meme così volgare e violento, complesso e per certi versi inquietante possa spopolare tra i bambini<strong>.</strong> </p>



<p><strong>Ma cosa sono i Brainrot Animals?</strong></p>



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<p>Per chi si fosse perso questa wave che durerà probabilmente ancora qualche mese salvo risignificarsi e secolarizzarsi in una serie di giocattoli nel Sud-Est Asiatico come accaduto per Skibidi Toilet, <strong>gli Italian Brainrot Animals sono un trend virale emerso su TikTok all&#8217;inizio del 2025, caratterizzato da video che associano creature generate da intelligenza artificiale con nomi pseudo-italiani e narrazioni nonsense.</strong> L’effetto di voci sintetizzate in italiano che associano rime casuali e surreali è ipnotico. E si vede.​ Come scrive l’utente:</p>



<p><a href="https://www.youtube.com/@mbd1177">@mbd1177</a></p>



<p><em>&#8220;Biggest cultural impact Italy has had in decades</em>&#8220;</p>



<p>Parliamo di centinaia di milioni di views in poche ore, da tutto il mondo, per video come <em>Tung Tung Tung Sahur vs Bombardiro Crocodilo: Who is stronger?</em> o quiz quali <em>Guess The Italian Brainrot Animal, top 5 Italian Brainrot, movie compilation a 360 gradi horror a tema Tung Tung Tung Sahur, come trasformarsi in Tung Tung Tung Sahur su Roblox</em> e lore generate con IA tipo <em>impact stories</em>. Tra i personaggi più rappresentativi del trend troviamo:​ <strong>Tralalero Tralalá</strong>, uno squalo con scarpe da ginnastica (accompagnato da bestemmie rispettivamente a Dio e Allah), <strong>Chimpanzini Bananini</strong>, una creatura metà scimmia e metà banana e <strong>Lirilì Larilà</strong>, un ibrido tra un cactus e un elefante.​ Ma ce ne sono molti altri e ogni giorno ne diventa canonico uno nuovo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="890" height="668" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1.jpg" alt="" class="wp-image-2170" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1.jpg 890w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1-300x225.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1-768x576.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 890px) 100vw, 890px" /><figcaption class="wp-element-caption">La produzione culturale italiana più interessante degli ultimi decenni</figcaption></figure>
</div>


<p>Ma sono forse i due più famosi, quali <strong>Tung Tung Tung Sahur</strong> (un bastone indonesiano antropomorfo con gli occhi spalancati che tiene in mano un altro bastone) e <strong>Bombardiro Crocodilo</strong> (un ibrido tra un alligatore e un bombardiere militare che, dice la voce IA in sottofondo, bombarda i bambini di Gaza) a funzionare come <strong>significanti sciolti che non fluttuano più tra poli di senso. Fluttuano nel vuoto.</strong> E come già successo per Poppy Playtime o Skibidi Toilet, i bambini se ne appropriano, <strong>perché se la massa dirige la risignificazione nella memetica, l’ondata dei bambini su TikTok guida incontrastata il braccio di ferro semantico</strong>. E a vedere la produzione attuale, sono perfettamente consci delle dinamiche e dei lessici dei loop memetici: la ripetizione diventa godimento nel suo fallimento di significare. TikTok e YouTube Kids stanno creando un canale infantile per evacuare il senso. </p>



<p>Video pensati per il <em>digital parking</em> degli infanti che puntano alla loro dissociazione. Il bambino non oggettifica l’orsetto, ma la pace che gli dà. Tung Tung Tung Sahur è un oggetto che placa la domanda di senso con l’ipnosi da sovraccarico. <strong>Se la produzione culturale è stata per secoli uno specchio (di Narciso, della storia, dell’identità), oggi è uno sfintere. Non riflette: espelle</strong>. L’immaginario che si va tracciando nei contorni dell’estetica <em>brainrot </em>non è tanto un teatro quanto un tubo digestivo. I contenuti, lungi dal reiterare senso o analisi, puntano al rilascio immediato. La fruizione è evacuativa: si guarda per liberarsi, si consuma per svuotarsi. Il significante è tutto e il significato è superfluo, nemmeno più temporaneo. <strong>E ciò nonostante, questi video vengono capiti perfettamente</strong>. Un bambino di 4 anni riesce a riconoscere uno Skibidi, un cameraman, un G-Toilet. La grammatica c’è. <strong>Ma è oltre la parola e direttamente al sintomo.</strong></p>



<p>Questo perché nella palude semantica degli Italian Brainrot Animals si intuisce una nuova forma di alfabetizzazione. I bambini che decodificano questa estetica stanno imparando a riconoscere pattern nell&#8217;apparente nonsense, a estrarre significati frammentari da un flusso incessante di stimoli. Una forma di metalinguaggio basato sul riconoscimento di pattern che si adatta all&#8217;iperstimolazione informativa. È un&#8217;alfabetizzazione post-testuale,<strong> il senso è nelle relazioni tra frammenti audiovisivi, nei ritmi, nelle ripetizioni, nelle variazioni minime di pattern riconoscibili</strong>. Mentre gli adulti si disperano per la morte della cultura, i bambini stanno forse sviluppando gli anticorpi cognitivi per sopravvivere nell&#8217;era della singolarità algoritmica. </p>



<p>C’è una verità clinica dentro tutto questo: <strong>solo il trauma ripetuto è ormai confortante</strong>. Come i soldati che dormono solo nel rumore delle esplosioni, <strong>i bambini del capitalismo digitale trovano quiete solo nella frenesia iperstimolante</strong>.<strong> Tung Tung Tung Sahur non è un cartone: è una ninna nanna da trincea per l’iperstimolo.</strong> YouTube Kids pullula di video da un’ora di gesti compulsivi, micro-narrazioni cripto-traumatiche. Si potrebbe quasi vedere nell&#8217;estetica brainrot l’evoluzione o il pastiche dell’MLG di dieci anni fa. Eppure quel linguaggio era sovraccarico e situato, una rappresentazione nevrotica dell’estetica gamer, questo è collassato e vitale. Dominato da bambini e dall’autoreferenzialità. </p>



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<p>I bambini guardano questi video per dissociarsi e questa è la chiave del loro successo. <strong>Già nell’infanzia stanno evadendo dal reale, catturandosi in loop egodistonici per prepararsi al mondo dopo.</strong> La pedagogia della violenza, dopotutto, si tramanda attraverso l’alienazione, non con la presenza. In un’epoca di promotori del rinascimento psichedelico che punta al reincantamento, <strong>potremmo definirlo capitalismo allucinatorio, un sistema economico che produce esperienze dissociative strutturate algoritmicamente.</strong> Questo è il potere del brainrot, i media contemporanei non stimolano più il desiderio attraverso la promessa di soddisfazione, <strong>ma attraverso la promessa di sospensione temporanea della necessità stessa di desiderare</strong>. Un ecosistema di valore puramente circolatorio: conta solo la velocità e l&#8217;ampiezza della circolazione, indipendentemente da qualsiasi contenuto. </p>



<p>La fuga dal reale serviva a creare un reale a cui tornare, ora a far diventare la fuga l’unico spazio abitabile. Rimangono solo algoritmi che fanno girare spettri linguistici in necrosi semantica. È la forma aggiornata del <em>lapsus freudiano</em>, solo che nessuno vuole interpretarlo: visualizza, consumati, crepa.</p>



<p>Non voglio certo che passi una nostalgia implicita per un passato supposto in cui i contenuti per bambini avevano più senso o valore pedagogico. Non dev’essere necessariamente così. Non è il contenuto, ma l’ideologia mediale a strutturare il campo del senso. <strong>L&#8217;estetica brainrot è la pedagogia perfetta per il tardo capitalismo digitale: non comunica niente, nel bene o nel male, ma insegna cognitivamente la resilienza all&#8217;assurdo</strong>. Il bambino che sopravvive a novanta minuti di Tung Tung Sahur è lo stesso che domani navigherà senza bussola tra lavori precari, crisi climatica e relazioni liquefatte dall&#8217;algoritmo. Non è un caso che questi contenuti prosperino mentre collassa la narrazione del progresso: l’alfabetizzazione al nonsense è il simulacro del futuro mancante. Il sistema educativo tradizionale prometteva senso e linearità in un mondo che non ne ha più; YouTube Kids promette almeno l&#8217;anestesia. I genitori che parcheggiano i figli davanti a questi video sono maestri di pragmatismo. Stanno addestrando la prole all&#8217;entropia. Impareremo già così la dipendenza negativa, cercare lo stimolo oltre il piacere atrofizzato che procura, per l&#8217;assenza di stimolo che segue, per quel momento di esaurimento cognitivo che rappresenta l&#8217;unica forma di quiete accessibile. </p>



<p>Gli Italian Brainrot Animals sono uno dei primi casi di successo di industria culturale completamente algoritmizzata: contenuti generati da macchine, distribuiti da macchine, consumati attraverso algoritmi che ne perpetuano la viralità in un ciclo perfettamente autopoietico. E i bambini imparano a dissociarsi. Nel frattempo, abbiamo su TikTok quei lobotomizzati dei <em>lionfield </em>che mostrano al nonno i vari abomini generati con IA mentre lui, incosciente e passivo, ripete i nomi. Nei commenti, centinaia di persone li ringraziano per non aver inserito quelli “cattivi” o “blasfemi” e per questo dimostrano di essere veri italiani. Commenti come: <em>Tysm for not adding the ones that gives hate on muslims -love from Palestine</em>. Nel 2025, con il passare di strani eoni, <strong>chi è sotto le bombe ringrazia chi vende quelle bombe di non nominare in un video su TikTok un animale generato con l’IA che tra parole detto a caso, nomina anche il suo Dio.</strong></p>



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