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	<title>Tinder Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Come sbaragliare la competizione su Hinge</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 16:32:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Iperdispositivi]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Tinder]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ormai tutto compete contro tutto. Una persona compete contro mille video. Un messaggio compete contro cento messaggi. E se vuoi essere notato non devi essere interessante. Devi interrompere il flusso dell’attenzione con un cortocircuito...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Martedì sera, cena tra uomini. Atmosfera classica: birre, cibo a volontà, discorsi sul niente. A un certo punto, un amico posa il coltello sul bordo del piatto, alza lo sguardo e spara un numero: “Sei”. Sei ragazze diverse. In un mese. Tutte da Hinge.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, intendiamoci: non è un brutto ragazzo, ma non è nemmeno il tipo per cui la gente si gira per strada. Nessuno al tavolo ci crede. Pensiamo alla solita mitomania che sale dopo un digestivo di troppo. Allora lui, infastidito, tira fuori il telefono. Sblocca lo schermo, fa girare le prove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Iniziamo a scorrere le chat con lo stesso scetticismo dei membri del Pentagono mentre analizzano le immagini degli ufo arrivate da un cittadino qualunque. In men che non si dice è evidente: tutto vero. E non è la bellezza, nemmeno la simpatia. Il segreto è che ha capito il codice. In un mare di scoppiati che scrivono “Ehi, ciao” o fanno complimenti banali, lui apre le conversazioni spiazzando la persona dall’altra parte. Piccole offese ironiche senza senso, parole criptiche che nemmeno Beppe Severgnini riuscirebbe a decodificare, frasi del tutto fuori contesto e dettagli insignificanti relativi alla propria vita lanciati al vento senza un perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver letto quelle chat ho avuto un sospetto. Forse lui non ha capito le donne. Ha capito internet. Ormai tutto compete contro tutto. Una persona compete contro mille video. Un messaggio compete contro cento messaggi. E se vuoi essere notato non devi essere interessante. Devi interrompere il flusso dell’attenzione con un cortocircuito. La sua tecnica funzionerebbe quasi ovunque. Hinge, Instagram, TikTok. Forse persino a un colloquio di lavoro. Perché la competizione non è con gli altri. È con l’attenzione. Per questo oggi non vince ciò che è interessante. Vince ciò che interrompe. Per anni ci hanno detto che per emergere bisognava essere migliori. Più intelligenti, più simpatici, più preparati. Adesso spesso basta non farsi ignorare. La differenza sembra sottile, ma cambia tutto. Forse è per questo che abbiamo iniziato a comportarci tutti come piccoli pubblicitari di noi stessi.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">La prima battuta deve colpire. La foto deve incuriosire. La bio deve differenziarsi. Persino le opinioni sembrano progettate per attirare attenzione più che per essere vere. Siamo entrati in una fase storica in cui, se non sei fuori dagli schemi, rischi di passare inosservato. E quando la visibilità diventa il valore principale, la sorpresa prende il posto della profondità. È la dittatura della distrazione. In un ecosistema digitale saturo di stimoli, dove lo scroll è un flusso anestetizzante, la nostra soglia di attenzione è diventata impermeabile alla simpatia, alla gentilezza, alla bellezza lineare. Alla normalità. L’unico modo per svegliare una persona dal torpore dell’interfaccia è darle uno schiaffo. Ovviamente in senso figurato. Per questo il&nbsp;<em>match&nbsp;</em>non nasce più dall’attrazione, nasce dallo spiazzamento. Devi rischiare per intrattenere una conversazione, farti ascoltare. E se cerchi di piacere, se provi a essere rassicurante o educato, vieni assimilato al rumore di fondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è che il metodo del mio amico funziona davvero. Funziona così bene che si può anche riciclare. Ma più lo guardavo scorrere quelle conversazioni, più mi veniva un dubbio. La sua esperienza è una spaventosa pseudo-spiegazione di come funzionano molte delle nostre relazioni oggi, anche fuori dagli schermi. E vale più di molti manuali di seduzione. Perché non mostra come piacere alle donne. Mostra come si ottiene attenzione. E le due cose non sono affatto le stesse. Se facciamo un passo indietro, la promessa di queste piattaforme era semplice: accesso infinito alle possibilità. Organizzare rapidamente un appuntamento. Massima rendita con il minimo sforzo. Il risultato è stato la desertificazione dell’impegno. Il personaggio vince sulla persona. Il colpo di scena sul carattere. L’effetto sulla sostanza. Se un legame non ci bombarda costantemente di picchi emotivi, se non oscilla tra il rischio di perdersi e ritrovarsi, lo cataloghiamo come “morto”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel momento esatto in cui il meccanismo per agganciare un altro essere umano si basa sullo shock di una battuta e sull’efficienza di una foto, l’altro smette di essere una persona e diventa un livello da superare. Un date, due drink, forse una notte insieme (che va anche bene), e poi il vuoto. Si torna a scrollare. Perché impegnarsi davvero con qualcuno richiede tempo, attrito e noia. E la noia è l’unica cosa che l’algoritmo non ci permette più di tollerare. C’è sempre un altro pattern da interrompere cinque metri più in là. Dobbiamo ammetterlo: siamo diventati così pigri che preferiamo ottimizzare profili e messaggi al posto di rischiare davvero parlando a qualcuno senza uno schermo a proteggerci. Non è normale aver bisogno di uno spiazzamento per accorgerci che qualcuno esiste. Ma siamo diventati così incapaci di sentire che preferiamo una scintilla superficiale all’invisibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho guardato il mio amico rimettersi in tasca il telefono, soddisfatto delle nostre facce incredule. Ha pagato il conto e ci siamo alzati. Ho pensato a quelle sei chat aperte, a quelle sei ragazze, a lui. Sembravano tutti vincitori di un gioco bellissimo. Eppure, penso se per essere notati dobbiamo imparare a richiamare continuamente l’attenzione di qualcuno, cosa succede quando finalmente qualcuno ci nota? Prima o poi resti solo tu. E forse il vero problema delle relazioni moderne non è riuscire a farsi scegliere. È capire cosa rimane quando puoi smettere di sorprendere.</p>



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		<title>L’insaziabilità delle relazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 08:02:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[poliamore]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tinder]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si intende qui formulare una condanna moralistica della pluralità relazionale o della fluidità delle identità. Piuttosto, bisogna solo interrogarsi sulle condizioni simboliche in cui tali forme si sviluppano. Ad esempio, quando la molteplicità dei legami nasce da una reale capacità di amare più persone, di sostenere la complessità emotiva, può costituire davvero un’esperienza arricchente. Ma quando deriva dall’incapacità di tollerare la mancanza, il limite e la durata, rischia di essere solo l’altra faccia dell’insaziabilità consumistica, confondendo inevitabilmente desiderio e bisogno. Il problema, ovviamente, non è il numero dei partner, ma la logica e la struttura del desiderio che li attraversa, col capitalismo che colonizza l’eros al punto tale da trasformarlo in bisogno.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’epoca contemporanea si presenta come il tempo dell’abbondanza materiale e, simultaneamente, della scarsità simbolica. Mai come oggi i corpi sono stati così visibili, esposti, desiderabili e insieme così precarizzati sul piano del riconoscimento affettivo. All’interno di questo paradosso si colloca la trasformazione delle relazioni sentimentali sotto il paradigma del consumismo capitalistico, il quale non si limita ad organizzare la produzione e lo scambio di beni, ma struttura in profondità l’immaginario, i desideri, le modalità di legame e perfino l’esperienza intima di sé. Le relazioni non sfuggono alla logica della merce: vengono desiderate, valutate, sostituite, accumulate o scartate secondo una razionalità che somiglia sempre più a quella del mercato. In tale contesto, la poligamia diffusa&nbsp;<em>de facto</em>, la fluidità relazionale e la sessualità slegata dalla durata non appaiono semplicemente come espressioni di una libertà postmoderna, ma come effetti sistemici di una cultura dell’insaziabilità, che produce anche ricadute cliniche significative, visibili in fenomeni quali il narcisismo patologico e i disturbi alimentari.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Già Erich Fromm, nel suo celebre&nbsp;<em>Avere o essere?</em>, aveva individuato nella società capitalistica una mutazione antropologica senza precedenti: il passaggio dall’orientamento all’essere a quello all’avere. L’identità, sostiene Fromm, non è più un processo vissuto, ma un possesso: si «ha» una personalità, si «ha» un partner, si «ha» un’esperienza. L’amore stesso, nel suo&nbsp;<em>L’arte di amare</em>, è descritto da Fromm come vittima di una logica di scambio, in cui due individui cercano di ottenere il miglior «affare emotivo» possibile, offrendo il proprio pacchetto di qualità sul mercato della personalità. Questa intuizione appare oggi amplificata: le relazioni sono inserite in un orizzonte di scelta potenzialmente infinito, reso tangibile dalle piattaforme digitali di incontro, dove l’altro si presenta come una serie di immagini e attributi scorribili, valutabili, comparabili. Il gesto dello “swipe” condensa simbolicamente l’intera ontologia relazionale del tardo capitalismo: l’altro è possibilità, non destino; opzione, non vincolo. Zygmunt Bauman ha parlato, non a caso, di «amore liquido». Nell’analisi di Bauman, la modernità liquida dissolve le strutture stabili e produce soggetti che temono il legame duraturo, perché lo percepiscono come una minaccia alla propria reversibilità, al “libero movimento” che si crede abbia l’atomizzazione dell’individuo odierno, che finisce col seguire la struttura capitalista del nuovo “noi”. Infatti, è bene ricordare che nemmeno fisicamente l’atomo è davvero libero di muoversi, figurarsi le persone. La relazione ideale diventa quella che può essere sciolta senza residui, come un contratto a breve termine. Questa apparente libertà si rovescia in una nuova forma di dipendenza: l’individuo resta legato non ad una persona, ma al circuito stesso del desiderio e della sostituzione. L’impegno fa perdere alternative, perché scegliere una persona viene vissuto come chiudere delle possibilità, piuttosto che costruire sicurezza. Il partner non è più un «tu» irriducibile, ma un’esperienza tra le altre, integrata in una biografia che assomiglia ad un catalogo di consumi affettivi. E la logica non cambia nemmeno nel caso di una “stabile” molteplicità di partner, perché falsa stabilità frutto di un controllo che è più simile a forme di collezionismo anaffettivo di figuri (o figurine) di uno spettacolo interpretato da un agente semplicemente avido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In effetti, in questo scenario, la poligamia contemporanea – spesso non istituzionalizzata ma praticata come successione rapida di partner o sovrapposizione di legami – può essere letta come viva espressione della logica consumistica. Non si tratta unicamente di una rottura delle norme tradizionali, ma dell’interiorizzazione di un principio di varietà illimitata. Herbert Marcuse, in&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, aveva già notato come la società industriale avanzata producesse una «desublimazione repressiva»: la liberazione apparente degli istinti sessuali non conduce ad una reale emancipazione, ma ad una loro integrazione funzionale nel sistema di controllo capitalista. La sessualità diventa campo di consumo e la moltiplicazione delle esperienze erotiche non è necessariamente segno di maggiore profondità relazionale, bensì di un adattamento al ritmo accelerato della produzione e dell’obsolescenza. È così che avviene la sostituzione, in termini capitalistici, del desiderio in bisogno, cadendo in una kafkiana traslazione di quel che resta del significato della vita umana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere effettivamente quanto brevemente tratteggiato sul piano filosofico, si considerino adesso le conseguenze di una simile impostazione dal punto di vista psicodinamico, quotidianamente apprezzabile da ognuno di noi. Sul piano psicologico, questa cultura dell’insaziabilità favorisce la diffusione di tratti narcisistici. Christopher Lasch, nel suo&nbsp;<em>La cultura del narcisismo</em>, descrive una personalità tipica delle società avanzate: fragile, bisognosa di approvazione, ossessionata dall’immagine di sé, incapace di investimenti affettivi duraturi. Il narcisismo qui non è solo una struttura clinica, ma un adattamento culturale. E, forse, è questa la vera angoscia della società odierna. L’individuo è chiamato a concepirsi come un brand, a curare la propria presentazione, a massimizzare l’attrattività. Le relazioni diventano specchi in cui cercare conferma del proprio valore. L’altro non è tanto amato, quanto utilizzato come superficie riflettente. Quando lo specchio non restituisce più l’immagine desiderata ossia il bisogno utile in quel momento, la relazione perde funzione e può essere sostituita. L’altra persona è utilizzata opportunisticamente per colmare un vuoto, ad esempio legato alla solitudine: dal non sapere cosa fare una sera, al non voler restare solo in una casa troppo grande, magari nemmeno propria vista la crisi abitativa dilagante. Il narcisismo contemporaneo è paradossale: dietro la grandiosità si cela un senso cronico di inadeguatezza. Donald Winnicott parlava dell’importanza di «sopravvivere» all’uso che l’altro fa di noi; ma in una cultura che privilegia il piacere immediato, la sopravvivenza del legame alla disillusione diventa sempre più rara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I disturbi alimentari rappresentano un altro punto in cui il consumismo incide profondamente sui corpi e sulle relazioni. Il corpo, nella società dello spettacolo, è capitale simbolico. Michel Foucault ha mostrato come il potere moderno agisca attraverso pratiche di disciplinamento del corpo; oggi tali pratiche sono interiorizzate e mediate dall’industria dell’immagine. Anoressia e bulimia possono essere lette, tra le altre cose, come tentativi estremi di esercitare controllo in un mondo percepito come eccessivo, invadente, saturo di stimoli. Per esempio, la persona anoressica rifiuta il cibo in una cultura che la invita a consumare senza limiti; il suo gesto è insieme ribellione e iperconformismo, poiché persegue un ideale di magrezza imposto dallo stesso sistema. Sul piano relazionale, i disturbi alimentari parlano un linguaggio di desiderio e rifiuto, di bisogno e negazione. Il corpo diventa messaggio, scena su cui si iscrive il conflitto tra dipendenza e autonomia. In una cultura che erotizza la magrezza e premia l’autodisciplina, il soggetto impara a valere per come appare. L’amore, allora, si intreccia con la paura di non essere abbastanza: abbastanza attraente, abbastanza desiderabile, abbastanza performante. Il legame affettivo è minacciato da un costante lavoro sul corpo come oggetto da presentare al mercato erotico. Il godimento sessuale, ad esempio nel caso di una molteplicità di partner, è semplice performance rivolta ad un “pubblico” che gratifichi la propria insoddisfazione corporea, ma ciò che resta è sempre insoddisfazione da colmare con altro pubblico (ovvero altri partner), in maniera spasmodica, intrappolati in un circuito di insaziabilità consumistica. È, dunque, evidente che la stessa sessualità è coinvolta, anzi travolta, in questa dinamica. Se, come sostiene Anthony Giddens, la modernità ha prodotto la “relazione pura”, basata sulla soddisfazione reciproca e non su obblighi esterni, tale modello presuppone soggetti capaci di comunicazione emotiva e di negoziazione, oramai completamente inattuabile nell’odierna società. In un contesto consumistico, la relazione pura degenera in relazione provvisoria: dura finché produce piacere e conferma narcisistica. Il sesso può diventare esperienza da collezionare, performance da valutare, ambito in cui dimostrare competenza. La pornografia diffusa contribuisce a standardizzare le aspettative, accentuando la pressione sulla prestazione e sul corpo, oggettivizzando i soggetti umani.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò, è bene precisare, non implica una condanna moralistica della pluralità relazionale o della fluidità delle identità. Piuttosto, invita a interrogarsi sulle condizioni simboliche in cui tali forme si sviluppano. Ad esempio, quando la molteplicità dei legami nasce da una reale capacità di amare più persone, di sostenere la complessità emotiva, può costituire davvero un’esperienza ricca. Ma quando deriva dall’incapacità di tollerare la mancanza, il limite e la durata, rischia di essere solo l’altra faccia dell’insaziabilità consumistica, confondendo inevitabilmente desiderio e bisogno. Il problema, ovviamente, non è il numero dei partner, ma la logica e la struttura del desiderio che li attraversa, col capitalismo che colonizza l’eros al punto tale da trasformarlo in bisogno. Platone, nel&nbsp;<em>Simposio</em>, descrive Eros come tensione verso ciò che manca, forza generativa che spinge oltre il dato. Nella cultura consumistica, invece, la mancanza deve essere colmata, immediatamente; il desiderio non è più spazio di trasformazione, ma deficit da eliminare con un nuovo oggetto, una nuova esperienza, un nuovo partner. L’insaziabilità non apre all’infinito, ma condanna alla ripetizione, non tanto dei partner in una loro “stabile” molteplicità, ma di una logica che è una condanna a spingere eternamente un masso che altrimenti schiaccerebbe ogni cosa, irrimediabilmente, come del resto insegna nel suo vuoto dolore Sisifo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bibliografia</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bauman, Z.,&nbsp;<em>Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi</em>, Laterza, 2006.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fromm, E.,&nbsp;<em>Avere o essere?</em>, Bompiani, 2018.</p>



<p class="wp-block-paragraph">ID.,&nbsp;<em>L’arte di amare</em>, Mondadori, 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Foucault, M.,&nbsp;<em>Sorvegliare e punire. Nascita della prigione</em>, Einaudi, 2014.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giddens, A.,&nbsp;<em>Modernity and Self-Identity: Self and Society in the Late Modern Age</em>, John Wiley and Sons Ltd., 1991.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marcuse, H.,&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, Einaudi, 1999.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lasch, C.,&nbsp;<em>La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive</em>, Neri Pozza, 2020.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Platone,&nbsp;<em>Simposio</em>, Feltrinelli, 2000.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Winnicott, D. W.,&nbsp;<em>Gioco e realtà</em>, Armando Editore, 2020.</p>



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		<title>L’insaziabilità delle relazioni: ad ogni swipe su Tinder una piccola parte di te muore per sempre</title>
		<link>https://ilnemico.it/linsaziabilita-delle-relazioni-ad-ogni-swipe-su-tinder-una-piccola-parte-di-te-muore-per-sempre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 13:59:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si intende qui formulare una condanna moralistica della pluralità relazionale o della fluidità delle identità. Piuttosto, bisogna solo interrogarsi sulle condizioni simboliche in cui tali forme si sviluppano. Ad esempio, quando la molteplicità dei legami nasce da una reale capacità di amare più persone, di sostenere la complessità emotiva, può costituire davvero un’esperienza arricchente. Ma quando deriva dall’incapacità di tollerare la mancanza, il limite e la durata, rischia di essere solo l’altra faccia dell’insaziabilità consumistica, confondendo inevitabilmente desiderio e bisogno. Il problema, ovviamente, non è il numero dei partner, ma la logica e la struttura del desiderio che li attraversa, col capitalismo che colonizza l’eros al punto tale da trasformarlo in bisogno.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’epoca contemporanea si presenta come il tempo dell’abbondanza materiale e, simultaneamente, della scarsità simbolica. Mai come oggi i corpi sono stati così visibili, esposti, desiderabili e insieme così precarizzati sul piano del riconoscimento affettivo. All’interno di questo paradosso si colloca la trasformazione delle relazioni sentimentali sotto il paradigma del consumismo capitalistico, il quale non si limita ad organizzare la produzione e lo scambio di beni, ma struttura in profondità l’immaginario, i desideri, le modalità di legame e perfino l’esperienza intima di sé. Le relazioni non sfuggono alla logica della merce: vengono desiderate, valutate, sostituite, accumulate o scartate secondo una razionalità che somiglia sempre più a quella del mercato. In tale contesto, la poligamia diffusa&nbsp;<em>de facto</em>, la fluidità relazionale e la sessualità slegata dalla durata non appaiono semplicemente come espressioni di una libertà postmoderna, ma come effetti sistemici di una cultura dell’insaziabilità, che produce anche ricadute cliniche significative, visibili in fenomeni quali il narcisismo patologico e i disturbi alimentari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Già Erich Fromm, nel suo celebre&nbsp;<em>Avere o essere?</em>, aveva individuato nella società capitalistica una mutazione antropologica senza precedenti: il passaggio dall’orientamento all’essere a quello all’avere. L’identità, sostiene Fromm, non è più un processo vissuto, ma un possesso: si «ha» una personalità, si «ha» un partner, si «ha» un’esperienza. L’amore stesso, nel suo&nbsp;<em>L’arte di amare</em>, è descritto da Fromm come vittima di una logica di scambio, in cui due individui cercano di ottenere il miglior «affare emotivo» possibile, offrendo il proprio pacchetto di qualità sul mercato della personalità. Questa intuizione appare oggi amplificata: le relazioni sono inserite in un orizzonte di scelta potenzialmente infinito, reso tangibile dalle piattaforme digitali di incontro, dove l’altro si presenta come una serie di immagini e attributi scorribili, valutabili, comparabili. Il gesto dello “swipe” condensa simbolicamente l’intera ontologia relazionale del tardo capitalismo: l’altro è possibilità, non destino; opzione, non vincolo. Zygmunt Bauman ha parlato, non a caso, di «amore liquido». Nell’analisi di Bauman, la modernità liquida dissolve le strutture stabili e produce soggetti che temono il legame duraturo, perché lo percepiscono come una minaccia alla propria reversibilità, al “libero movimento” che si crede abbia l’atomizzazione dell’individuo odierno, che finisce col seguire la struttura capitalista del nuovo “noi”. Infatti, è bene ricordare che nemmeno fisicamente l’atomo è davvero libero di muoversi, figurarsi le persone. La relazione ideale diventa quella che può essere sciolta senza residui, come un contratto a breve termine. Questa apparente libertà si rovescia in una nuova forma di dipendenza: l’individuo resta legato non ad una persona, ma al circuito stesso del desiderio e della sostituzione. L’impegno fa perdere alternative, perché scegliere una persona viene vissuto come chiudere delle possibilità, piuttosto che costruire sicurezza. Il partner non è più un «tu» irriducibile, ma un’esperienza tra le altre, integrata in una biografia che assomiglia ad un catalogo di consumi affettivi. E la logica non cambia nemmeno nel caso di una “stabile” molteplicità di partner, perché falsa stabilità frutto di un controllo che è più simile a forme di collezionismo anaffettivo di figuri (o figurine) di uno spettacolo interpretato da un agente semplicemente avido.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">In effetti, in questo scenario, la poligamia contemporanea – spesso non istituzionalizzata ma praticata come successione rapida di partner o sovrapposizione di legami – può essere letta come viva espressione della logica consumistica. Non si tratta unicamente di una rottura delle norme tradizionali, ma dell’interiorizzazione di un principio di varietà illimitata. Herbert Marcuse, in&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, aveva già notato come la società industriale avanzata producesse una «desublimazione repressiva»: la liberazione apparente degli istinti sessuali non conduce ad una reale emancipazione, ma ad una loro integrazione funzionale nel sistema di controllo capitalista. La sessualità diventa campo di consumo e la moltiplicazione delle esperienze erotiche non è necessariamente segno di maggiore profondità relazionale, bensì di un adattamento al ritmo accelerato della produzione e dell’obsolescenza. È così che avviene la sostituzione, in termini capitalistici, del desiderio in bisogno, cadendo in una kafkiana traslazione di quel che resta del significato della vita umana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere effettivamente quanto brevemente tratteggiato sul piano filosofico, si considerino adesso le conseguenze di una simile impostazione dal punto di vista psicodinamico, quotidianamente apprezzabile da ognuno di noi. Sul piano psicologico, questa cultura dell’insaziabilità favorisce la diffusione di tratti narcisistici. Christopher Lasch, nel suo&nbsp;<em>La cultura del narcisismo</em>, descrive una personalità tipica delle società avanzate: fragile, bisognosa di approvazione, ossessionata dall’immagine di sé, incapace di investimenti affettivi duraturi. Il narcisismo qui non è solo una struttura clinica, ma un adattamento culturale. E, forse, è questa la vera angoscia della società odierna. L’individuo è chiamato a concepirsi come un brand, a curare la propria presentazione, a massimizzare l’attrattività. Le relazioni diventano specchi in cui cercare conferma del proprio valore. L’altro non è tanto amato, quanto utilizzato come superficie riflettente. Quando lo specchio non restituisce più l’immagine desiderata ossia il bisogno utile in quel momento, la relazione perde funzione e può essere sostituita. L’altra persona è utilizzata opportunisticamente per colmare un vuoto, ad esempio legato alla solitudine: dal non sapere cosa fare una sera, al non voler restare solo in una casa troppo grande, magari nemmeno propria vista la crisi abitativa dilagante. Il narcisismo contemporaneo è paradossale: dietro la grandiosità si cela un senso cronico di inadeguatezza. Donald Winnicott parlava dell’importanza di «sopravvivere» all’uso che l’altro fa di noi; ma in una cultura che privilegia il piacere immediato, la sopravvivenza del legame alla disillusione diventa sempre più rara.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">I disturbi alimentari rappresentano un altro punto in cui il consumismo incide profondamente sui corpi e sulle relazioni. Il corpo, nella società dello spettacolo, è capitale simbolico. Michel Foucault ha mostrato come il potere moderno agisca attraverso pratiche di disciplinamento del corpo; oggi tali pratiche sono interiorizzate e mediate dall’industria dell’immagine. Anoressia e bulimia possono essere lette, tra le altre cose, come tentativi estremi di esercitare controllo in un mondo percepito come eccessivo, invadente, saturo di stimoli. Per esempio, la persona anoressica rifiuta il cibo in una cultura che la invita a consumare senza limiti; il suo gesto è insieme ribellione e iperconformismo, poiché persegue un ideale di magrezza imposto dallo stesso sistema. Sul piano relazionale, i disturbi alimentari parlano un linguaggio di desiderio e rifiuto, di bisogno e negazione. Il corpo diventa messaggio, scena su cui si iscrive il conflitto tra dipendenza e autonomia. In una cultura che erotizza la magrezza e premia l’autodisciplina, il soggetto impara a valere per come appare. L’amore, allora, si intreccia con la paura di non essere abbastanza: abbastanza attraente, abbastanza desiderabile, abbastanza performante. Il legame affettivo è minacciato da un costante lavoro sul corpo come oggetto da presentare al mercato erotico. Il godimento sessuale, ad esempio nel caso di una molteplicità di partner, è semplice performance rivolta ad un “pubblico” che gratifichi la propria insoddisfazione corporea, ma ciò che resta è sempre insoddisfazione da colmare con altro pubblico (ovvero altri partner), in maniera spasmodica, intrappolati in un circuito di insaziabilità consumistica. È, dunque, evidente che la stessa sessualità è coinvolta, anzi travolta, in questa dinamica. Se, come sostiene Anthony Giddens, la modernità ha prodotto la “relazione pura”, basata sulla soddisfazione reciproca e non su obblighi esterni, tale modello presuppone soggetti capaci di comunicazione emotiva e di negoziazione, oramai completamente inattuabile nell’odierna società. In un contesto consumistico, la relazione pura degenera in relazione provvisoria: dura finché produce piacere e conferma narcisistica. Il sesso può diventare esperienza da collezionare, performance da valutare, ambito in cui dimostrare competenza. La pornografia diffusa contribuisce a standardizzare le aspettative, accentuando la pressione sulla prestazione e sul corpo, oggettivizzando i soggetti umani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò, è bene precisare, non implica una condanna moralistica della pluralità relazionale o della fluidità delle identità. Piuttosto, invita a interrogarsi sulle condizioni simboliche in cui tali forme si sviluppano. Ad esempio, quando la molteplicità dei legami nasce da una reale capacità di amare più persone, di sostenere la complessità emotiva, può costituire davvero un’esperienza ricca. Ma quando deriva dall’incapacità di tollerare la mancanza, il limite e la durata, rischia di essere solo l’altra faccia dell’insaziabilità consumistica, confondendo inevitabilmente desiderio e bisogno. Il problema, ovviamente, non è il numero dei partner, ma la logica e la struttura del desiderio che li attraversa, col capitalismo che colonizza l’eros al punto tale da trasformarlo in bisogno. Platone, nel&nbsp;<em>Simposio</em>, descrive Eros come tensione verso ciò che manca, forza generativa che spinge oltre il dato. Nella cultura consumistica, invece, la mancanza deve essere colmata, immediatamente; il desiderio non è più spazio di trasformazione, ma deficit da eliminare con un nuovo oggetto, una nuova esperienza, un nuovo partner. L’insaziabilità non apre all’infinito, ma condanna alla ripetizione, non tanto dei partner in una loro “stabile” molteplicità, ma di una logica che è una condanna a spingere eternamente un masso che altrimenti schiaccerebbe ogni cosa, irrimediabilmente, come del resto insegna nel suo vuoto dolore Sisifo.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Bibliografia</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bauman, Z.,&nbsp;<em>Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi</em>, Laterza, 2006.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fromm, E.,&nbsp;<em>Avere o essere?</em>, Bompiani, 2018.</p>



<p class="wp-block-paragraph">ID.,&nbsp;<em>L’arte di amare</em>, Mondadori, 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Foucault, M.,&nbsp;<em>Sorvegliare e punire. Nascita della prigione</em>, Einaudi, 2014.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giddens, A.,&nbsp;<em>Modernity and Self-Identity: Self and Society in the Late Modern Age</em>, John Wiley and Sons Ltd., 1991.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marcuse, H.,&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, Einaudi, 1999.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lasch, C.,&nbsp;<em>La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive</em>, Neri Pozza, 2020.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Platone,&nbsp;<em>Simposio</em>, Feltrinelli, 2000.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Winnicott, D. W.,&nbsp;<em>Gioco e realtà</em>, Armando Editore, 2020.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/linsaziabilita-delle-relazioni-ad-ogni-swipe-su-tinder-una-piccola-parte-di-te-muore-per-sempre/">L’insaziabilità delle relazioni: ad ogni swipe su Tinder una piccola parte di te muore per sempre</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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