Ormai tutto compete contro tutto. Una persona compete contro mille video. Un messaggio compete contro cento messaggi. E se vuoi essere notato non devi essere interessante. Devi interrompere il flusso dell’attenzione con un cortocircuito...

Martedì sera, cena tra uomini. Atmosfera classica: birre, cibo a volontà, discorsi sul niente. A un certo punto, un amico posa il coltello sul bordo del piatto, alza lo sguardo e spara un numero: “Sei”. Sei ragazze diverse. In un mese. Tutte da Hinge.

Ora, intendiamoci: non è un brutto ragazzo, ma non è nemmeno il tipo per cui la gente si gira per strada. Nessuno al tavolo ci crede. Pensiamo alla solita mitomania che sale dopo un digestivo di troppo. Allora lui, infastidito, tira fuori il telefono. Sblocca lo schermo, fa girare le prove.

Iniziamo a scorrere le chat con lo stesso scetticismo dei membri del Pentagono mentre analizzano le immagini degli ufo arrivate da un cittadino qualunque. In men che non si dice è evidente: tutto vero. E non è la bellezza, nemmeno la simpatia. Il segreto è che ha capito il codice. In un mare di scoppiati che scrivono “Ehi, ciao” o fanno complimenti banali, lui apre le conversazioni spiazzando la persona dall’altra parte. Piccole offese ironiche senza senso, parole criptiche che nemmeno Beppe Severgnini riuscirebbe a decodificare, frasi del tutto fuori contesto e dettagli insignificanti relativi alla propria vita lanciati al vento senza un perché.

Dopo aver letto quelle chat ho avuto un sospetto. Forse lui non ha capito le donne. Ha capito internet. Ormai tutto compete contro tutto. Una persona compete contro mille video. Un messaggio compete contro cento messaggi. E se vuoi essere notato non devi essere interessante. Devi interrompere il flusso dell’attenzione con un cortocircuito. La sua tecnica funzionerebbe quasi ovunque. Hinge, Instagram, TikTok. Forse persino a un colloquio di lavoro. Perché la competizione non è con gli altri. È con l’attenzione. Per questo oggi non vince ciò che è interessante. Vince ciò che interrompe. Per anni ci hanno detto che per emergere bisognava essere migliori. Più intelligenti, più simpatici, più preparati. Adesso spesso basta non farsi ignorare. La differenza sembra sottile, ma cambia tutto. Forse è per questo che abbiamo iniziato a comportarci tutti come piccoli pubblicitari di noi stessi.

La prima battuta deve colpire. La foto deve incuriosire. La bio deve differenziarsi. Persino le opinioni sembrano progettate per attirare attenzione più che per essere vere. Siamo entrati in una fase storica in cui, se non sei fuori dagli schemi, rischi di passare inosservato. E quando la visibilità diventa il valore principale, la sorpresa prende il posto della profondità. È la dittatura della distrazione. In un ecosistema digitale saturo di stimoli, dove lo scroll è un flusso anestetizzante, la nostra soglia di attenzione è diventata impermeabile alla simpatia, alla gentilezza, alla bellezza lineare. Alla normalità. L’unico modo per svegliare una persona dal torpore dell’interfaccia è darle uno schiaffo. Ovviamente in senso figurato. Per questo il match non nasce più dall’attrazione, nasce dallo spiazzamento. Devi rischiare per intrattenere una conversazione, farti ascoltare. E se cerchi di piacere, se provi a essere rassicurante o educato, vieni assimilato al rumore di fondo.

Il paradosso è che il metodo del mio amico funziona davvero. Funziona così bene che si può anche riciclare. Ma più lo guardavo scorrere quelle conversazioni, più mi veniva un dubbio. La sua esperienza è una spaventosa pseudo-spiegazione di come funzionano molte delle nostre relazioni oggi, anche fuori dagli schermi. E vale più di molti manuali di seduzione. Perché non mostra come piacere alle donne. Mostra come si ottiene attenzione. E le due cose non sono affatto le stesse. Se facciamo un passo indietro, la promessa di queste piattaforme era semplice: accesso infinito alle possibilità. Organizzare rapidamente un appuntamento. Massima rendita con il minimo sforzo. Il risultato è stato la desertificazione dell’impegno. Il personaggio vince sulla persona. Il colpo di scena sul carattere. L’effetto sulla sostanza. Se un legame non ci bombarda costantemente di picchi emotivi, se non oscilla tra il rischio di perdersi e ritrovarsi, lo cataloghiamo come “morto”.

Nel momento esatto in cui il meccanismo per agganciare un altro essere umano si basa sullo shock di una battuta e sull’efficienza di una foto, l’altro smette di essere una persona e diventa un livello da superare. Un date, due drink, forse una notte insieme (che va anche bene), e poi il vuoto. Si torna a scrollare. Perché impegnarsi davvero con qualcuno richiede tempo, attrito e noia. E la noia è l’unica cosa che l’algoritmo non ci permette più di tollerare. C’è sempre un altro pattern da interrompere cinque metri più in là. Dobbiamo ammetterlo: siamo diventati così pigri che preferiamo ottimizzare profili e messaggi al posto di rischiare davvero parlando a qualcuno senza uno schermo a proteggerci. Non è normale aver bisogno di uno spiazzamento per accorgerci che qualcuno esiste. Ma siamo diventati così incapaci di sentire che preferiamo una scintilla superficiale all’invisibilità.

Ho guardato il mio amico rimettersi in tasca il telefono, soddisfatto delle nostre facce incredule. Ha pagato il conto e ci siamo alzati. Ho pensato a quelle sei chat aperte, a quelle sei ragazze, a lui. Sembravano tutti vincitori di un gioco bellissimo. Eppure, penso se per essere notati dobbiamo imparare a richiamare continuamente l’attenzione di qualcuno, cosa succede quando finalmente qualcuno ci nota? Prima o poi resti solo tu. E forse il vero problema delle relazioni moderne non è riuscire a farsi scegliere. È capire cosa rimane quando puoi smettere di sorprendere.