<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Turismo Archivi - Il Nemico</title>
	<atom:link href="https://ilnemico.it/tag/turismo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilnemico.it/tag/turismo/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Oct 2025 09:37:39 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>Il viaggio come performance emotiva al tempo di WeRoad</title>
		<link>https://ilnemico.it/il-viaggio-come-performance-emotiva-al-tempo-di-weroad/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/il-viaggio-come-performance-emotiva-al-tempo-di-weroad/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 09:52:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[avventure]]></category>
		<category><![CDATA[Canarie]]></category>
		<category><![CDATA[overturism]]></category>
		<category><![CDATA[storytelling]]></category>
		<category><![CDATA[surf]]></category>
		<category><![CDATA[Surfweek]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>
		<category><![CDATA[Vacanze]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[viaggiare]]></category>
		<category><![CDATA[WeRoad]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2422</guid>

					<description><![CDATA[<p>Resoconto di un viaggio che più che una vacanza è stato un qualcosa a metà tra un workshop di provincia sul turismo consapevole e un podcast motivazionale che non volevo ascoltare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-viaggio-come-performance-emotiva-al-tempo-di-weroad/">Il viaggio come performance emotiva al tempo di WeRoad</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>È ormai da un po’ di tempo che viaggio da solo. Precisamente da quel capodanno 2020 a Madrid, di cui l’unico evento memorabile fu lo scippo subìto da uno dei ragazzi della comitiva a Lavapiès. Quest’anno, complice una certa stanchezza emotiva accumulata durante l’inverno, ho prenotato un viaggio con Surfweek, destinazione Fuerteventura. Il format è simile al ben più conosciuto<strong>WeRoad, nel senso che si parte con un gruppo di sconosciuti, si spende decisamente troppo, si spera di accoppiarsi</strong>. Con Surfweek però il focus è il surf da onda, quindi si alloggia in una surfhouse e si fanno lezioni di surf tutti i giorni. Uno spasso, insomma. Invece no. Se le mie rimostranze verso lo staff sono più materiale da feedback interno, è il mood generale della vacanza che mi ha lasciato piuttosto perplesso: <strong>continui richiami al “viaggio” come momento di cambiamento e scoperta interiore, accompagnati da una rincorsa continua alla life-changing-experience anche nella più banale delle attività</strong>. Ne è venuta fuori un’esperienza forzata e artificiale, viziata nel profondo da una romanticizzazione piuttosto infantile dell’idea di viaggio e ricoperta da una patina spessa e maleodorante di self-improvement tipicamente milanese che mi ha fatto riflettere su cosa significhi realmente viaggiare nell’era dei social.</p>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><br>Che tirasse una brutta aria l’avevo già capito quando il tizio dello staff si è presentato scalzo ad accoglierci in aeroporto: “So che a voi sembra un po’ strano ma credetemi vi abituerete.” “Sì, Maestro, insegnami a vivere. Sono qui per apprendere.”. Forse si aspettava una risposta del genere, fatto sta che quella scena mi ha subito irritato. Non perché io sia un provinciale bigotto che si scandalizza se uno gira a piedi nudi, ma perché quel gesto, abbinato a quella frase, mi è sembrato uno stunt un po’ presuntuoso per dare l’impressione che da questa settimana ne saremmo usciti cambiati fino al punto di abbandonare l’utilizzo delle calzature. Il primo segnale di quell’atmosfera di falsa intimità che avrei respirato per tutta la vacanza. I miei presagi hanno poi trovato conferma nel briefing iniziale, che lungi dall’essere una chiara spiegazione delle regole di ingaggio scopro essere il primo pep talk. La capo staff, dopo averci chiesto perché avessimo deciso di fare questa esperienza (oddio, quale esperienza?), <strong>ci comunica che qui possiamo essere noi stessi, che è un safe space, che dobbiamo toglierci le nostre maschere</strong>, infarcendo l’eloquio, reso già fastidioso dal marcato accento brianzolo, di espressioni come “chill” (declinata nel suo verbo chillare e nel suo superlativo top del chill), “vibes” “top del top”, “energia”, “esperienza local”.</p>



<p>Tutto molto bello, se non fosse che nei giorni seguenti ho capito che una serata chill si traduceva in realtà nello stare tutti al telefono in religioso silenzio e che l’esperienza local passava soprattuto per quello che a detta dello staff era il “rispetto dei tempi dell’isola”, cosa che facilmente debordava nella nullafacenza più assoluta. Nelle poche uscite che ci siamo concessi, la sensazione non era quella di star facendo del semplice, sacrosanto “turismo”, ma di stare compiendo un passo decisivo verso il nirvana. <strong>Ogni cosa veniva infatti ammantata di un qualche misticismo, trasformando istantaneamente la vista di ogni panorama, spiaggia o scogliera, in un profondo “momento di riflessione”</strong>. Fuerteventura è un posto a detta di molti magico, dove il vento soffia imperterrito su un paesaggio marziano e falesie gigantesche stringono l’oceano in un abbraccio severo. Chi la conosce – davvero &#8211; sa che è un luogo che si presta ad un certo tipo di ragionamenti. Ciò detto, non dobbiamo stare tre ore in silenzio a fissare il cratere di un vulcano. Non dobbiamo chiederci a vicenda dieci volte “cosa abbiamo provato”, “cosa ci ha lasciato” quel momento x, o se abbiamo raggiunto “una nuova consapevolezza”. <strong>Più che una vacanza, la mia settimana è stata un qualcosa a metà tra un workshop di provincia sul turismo consapevole e un podcast motivazionale che non volevo ascoltare</strong>.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Ritengo che questo approccio derivi almeno in parte dalla demonizzazione del turista con la t minuscola alla quale assistiamo quotidianamente nel nostro paese. “Viaggiare” è uno dei miti del nostro tempo. Oggi più di prima lo si può fare in mille modi, dal tanto bistrattato mordi e fuggi-tre giorni-due notti al viaggio in solitaria, a quel fenomeno a parer mio un po’ triste del nomadismo digitale. Tutto ciò ha contribuito a sfumare i confini tra vacanza, viaggio, trasferimento, e, complice la salienza del tema dell’over-tourism nel dibattito pubblico, l’effetto è stato quello di declassare la parola “turista” a <em>paria</em> del vocabolario di settore. Nessuno vuole più essere un turista, e ciò non vale solo per Nikki from Texas che fa le <em>pasta making class</em>. Ma allora cosa differenzia il turista dal viaggiatore? Viaggiare molto? Farlo in paesi lontani? Calarsi in usi e costumi del luogo? Una combinazione delle tre? Voler tracciare una distinzione netta tra i due termini è un esercizio difficile quanto inutile, nonché sintomo della disperata ricerca di identità alla quale siamo costretti oggi. Schiacciati dalle aspettative del rapporto commerciale, mi è parso invece che qui si sia cercato di risolvere la questione <strong>con del moralismo spicciolo e una bella spruzzata di mindfulness</strong>. È così che mi spiego questa ossessione per il “provare” qualcosa a tutti i costi: come se bastasse un po’ di oversharing e un piantino davanti a un tramonto per spogliarsi delle sudicie vesti di turista. Certo, viaggiare può essere un momento di arricchimento, di confronto con l’altro, perché no, molla per un profondo cambiamento interiore. Ma tutto ciò, a dispetto di quanto ci piaccia pensare, succede di rado. Soprattuto non succede a comando. In questa vacanza, a me è sembrato che ogni nostra conversazione facesse parte di un copione scritto dentro un co-working milanese e pronto per essere dato in pasto a trentenni in crisi, il tutto non senza un certo paternalismo. Ebbene, un tale livello di etero direzione rappresenta forse quanto di più lontano vi sia dall’essenza del viaggiatore, il quale trova nell’ignoto, nella potenza del sentimento spontaneo e autentico, l’unica via possibile per la catarsi. Sotto questa luce, il viaggio stesso finisce per essere una mera performance emotiva, simulacro di tutto ciò che dovrebbe essere e che invece non è.</p>



<p>E qui arriviamo a un punto centrale. Al ritorno, infatti, il mio feed di Instagram è stato invaso da dichiarazioni di amore eterno a compagni di viaggio e post con descrizioni degne di un maestro spirituale indiano. Sono rimasto basito, dato che sul momento nessuno sembrava particolarmente convinto dei poteri taumaturgici di tramonti e compagnia bella. Verrebbe facile a questo punto darmi del cinico, e consigliarmi la prossima volta di starmene a casa. Se sul secondo punto sarei costretto a darvi ragione, sul primo sareste fuori strada. Al netto di un pleonastico “il mondo è bello perché è vario”, questa celebrazione ex post mi è sembrata nient’altro che un grande sforzo di auto convincimento. Ho l’impressione che ai giorni nostri siamo così tanto abituati allo <em>storytelling</em> del successo che anche solo osare di immaginare un’alternativa sia diventato un’eresia. Agganciati dal micro-targeting, si parte già con la consapevolezza che l’unico esito possibile della vacanza sarà il calco esatto della sponsorizzata di Instagram. Se non si vuole avere il sospetto di essere inadatti, di non sapere stare al mondo, di avere in qualche modo fallito, diventa allora imperativo mostrare a noi stessi ancor prima che ai nostri follower, quasi come un istinto di sopravvivenza, che tutto è andato secondo i piani: abbiamo fatto un sacco di nuovi amici, siamo tornati profondamente cambiati, ergo siamo dei veri viaggiatori. Se non altro, adesso su Hinge ho una foto dove faccio surf che non è niente male. Ne è valsa assolutamente la pena.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-viaggio-come-performance-emotiva-al-tempo-di-weroad/">Il viaggio come performance emotiva al tempo di WeRoad</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/il-viaggio-come-performance-emotiva-al-tempo-di-weroad/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Elogio delle Keybox</title>
		<link>https://ilnemico.it/elogio-delle-keybox/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/elogio-delle-keybox/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
		<category><![CDATA[airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[fiere]]></category>
		<category><![CDATA[keybox]]></category>
		<category><![CDATA[smart city]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>
		<category><![CDATA[turismo di massa]]></category>
		<category><![CDATA[urbanistica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2109</guid>

					<description><![CDATA[<p>È un’insolita e universale avversione quella che riscuotono queste cassette del demonio. Ma verrebbe invece da riflettere più sulla natura profonda del turismo, piuttosto che sulle sue appendici visibili</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/elogio-delle-keybox/">Elogio delle Keybox</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Gli urbanisti all’avanguardia, la notte, sognano. Come del resto sognano tutti quanti. Sognano i neolaureati architetti, i dottorandi, i paesaggisti, i borsisti del comune, gli iscritti alla società geografica. <strong>Nei loro sogni c’è sempre, sembrerebbe, un’aria di utopia, di novità, declinata però a seconda della loro ascendenza politica</strong>: se nutrono passioni di destra e amano Le Corbusier la novità urbanistica sarà un elemento di smartificazzione della città, come i lampioni-wifi o i semafori regolabili a seconda del traffico, oppure, se al contrario sono urbanisti di sinistra e hanno scaffali ieni di libri di Eluthèra e Quodlibet, sognano sogni di politiche dal basso, citizen-science, riappropriazione degli spazi da parte di chi li abita (e quindi chi discende dagli stranieri che di quegli stessi spazi se ne sono appropriati in un passato ormai immemorabile).</p>



<div type="product" ids="367" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Più interessanti dei sogni dell’avanguardia urbanistica però, sono gli incubi, anch’essi si differenziati in base alle preferenze politiche: a sinistra sognano, con orrore, termovalorizzatori innestati lungo passanti autostradali che lacerano e separano periferie bucoliche dove nessuno lascia l&#8217;erba o pensa ai bambini, terrificanti e scomode panchine scaccia-barboni, piste ciclabile riasfaltate con sadismo per privilegiare il traffico delle macchine, rincari, traffico, turisti, polveri sottili, condoni, desertificazioni, amianto; a destra invece centri città invasi dai cinesi, ztl infinite, città 30 che sfociano oltre le mure, diventando province 30, regioni 30; e ancora autovelox panottici, edilizia popolare selvaggia, normative urbanistiche asfissianti. Ma da qualche tempo, in questi incubi ricorre un elemento in particolare che sembra essere indipendente dalle preferenze politiche<strong>. È la keybox</strong>, l’insopportabile e oscena scatoletta di metallo che contiene le chiavi degli appartamenti delle città d’arte con tutta probabilità affittati su airbnb, quindi con tutta probabilità ereditati da un nipote laureato in lettere e ormai stufo delle estati in free camping.</p>



<p>È un’insolita e universale avversione quella che riscuotono queste cassette del demonio. L’odio loro riservato ha ovviamente un valore simbolico: <strong>ricordano al passante la presenza dei famigerati turisti mordi-e-fuggi, al cui passaggio finesettimanale le tasche di alcuni si riempiono immeritatamente di soldi sudati altrove, mentre la città si svuota di spirito, di unicità, di cittadini e di calamite, per riempirsi invece di pellicole oleose di panini e bicchieri vuoti di spritz da asporto</strong>. Perciò sulle cassette di sicurezza finisce per sfogarsi tutta l’insofferenza del rincaro dei prezzi, degli affitti che costano metà degli stipendi, della mancanza di prospettive di vita, dell’insicurezza di un’economia che concepisce solo start-up e monopoli, dell’eco-ansia, della finanza al potere, della benzodiazepizzazione della serenità, e di tutto quegli altri fattori socio-economici che contribuiscono al successo di App come “Uno Bravo”.</p>



<p>L’odio riservato alle keybox, curiosamente però, si alimenta anche di considerazioni di natura estetica. La loro rozza materialità industriale, la loro pelle platicoso-metallica, nel vederle penzolare appese ai portoni secolari dell’Italia comunale, stona. Infastidiscono lo sguardo annoiato delle signore del centro (anch’esse dalla pelle plasticoso-metallica), unica figura mitologica che ancora si rifiuta di cedere alle lusinghe di airbnb, scegliendo, grazie a un’indomita fierezza e una probabile rendita passiva di origine poco elegante, di abitare le parti ormai più scomode e fuori mano delle città.</p>



<p>Ma la demonizzazione delle keybox non è dovuta soltanto al loro aspetto. Nelle idee dell’avanguardia urbanistica tagliare le cassette, letteralmente, staccarle via dai portoni o dai pali antistanti, porterà dei benefici sensibili a tutti i disagi elencati sopra. <strong>Airbnb è il demonio, il turismo è il male, e una volta risolto, l’Italia riscoprirà la grinta necessaria per fondere il proprio spirito comunale e artistico e il proprio corpo industriale e produttivo in un sinolo adatto a prosperare nell’era digitale.</strong></p>



<p>Rendere più difficile affittare su airbnb, costringere gli affittuari a recarsi in presenza ad aprire la porta ai loro ospiti storditi dal viaggio e desensibilizzati dal rumore bianco dei trolley sul pavé, <strong>dovrebbe in qualche misura invertire la rotta fuori controllo del sovraffollamento desertificato che comporta il turismo di massa.</strong></p>



<p>Ma verrebbe invece da riflettere più sulla natura profonda del turismo, piuttosto che sulle sue appendici visibili. Viene spesso dipinto come un male esterno, il turismo, un malanno che invade un paese consumandone le risorse, favorendo la corruzione comunale e l’omologazione culturale, per l’arricchimento di pochi. <strong>Piuttosto, esso andrebbe concepito come un virus opportunista, uno di quei virus che coabitano con l’organismo simbioticamente, ma diventano invece virali e latenti se le difese immunitarie dell’organismo ospite scendono al di sotto di una soglia limite, se il corpo è debole</strong>. Il turismo di per sé non è un male, come recita l’adagio che ci ripetiamo ogni volta in testa invece di prestare attenzione alle misure di sicurezza dell’hostess di Ryanair, è il suo essere la risorsa di riferimento di un’economia il dato critico. Come dice Marco D’Eramo in un’intervista al Tascabile “il turismo non è un problema di per sé, ma lo diventa quando c’è solo turismo”. Il problema non è il volere estrarre dai propri immobili ereditati una rendita passiva, e il volerlo fare nel modo più efficiente possibile, per esempio tramite le keybox, senza doversi presentare di persona. <strong>Il problema è non avere la possibilità di vivere dignitosamente facendo altro</strong>.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Chi si ritrova nella condizione di mettere la propria casa su airbnb abita quel limbo economico in cui languisce la maggior parte della popolazione, <strong>ovvero la classe media dei piccoli proprietari il cui privilegio non è autosufficiente</strong>. Il boom degli anni ’60 ha creato le condizioni per cui la maggior parte di noi si ritrova qualche piccola proprietà o attività ereditata dai nostri nonni insieme a un mare di debiti collettivi per ripagare le loro baby-pensioni e le politiche scellerate del ventennio berlusconiano. In molti perciò abbiamo, o avremo tra qualche funerale, un bacino di partenza, il quale però senza entrate costanti rischia di dissolversi nel giro di qualche anno. L’obiettivo della pianificazione urbanistica dovrebbe essere quello di rendere le città più vivibili, attrattive per chi vi porta valore, e non per chi lo estrae come i turisti o i nomadi digitali. Rendere la vita più difficile a chi affitta a breve termine, senza smantellare le cause che hanno sistematicamente portato una buona fetta della popolazione a dovervi ricorrere, avrà come conseguenza soltanto di rendere ancora meno produttiva l’unica attività economica che separa molti dal collasso, dal default economico.</p>



<p>Invece di liberare del tempo a chi sceglie di umiliarsi lavorativamente nel settore dell’accoglienza ai turisti, &#8211; perché tutti odiano airbnb, soprattutto chi ne deve campare &#8211; <strong>la risposta arrogante delle amministrazioni comunali, con guizzo urbanistico, è quella di costringerli a faticare inutilmente di più, senza che ciò comporti alcun vantaggio economico per nessuna delle parti coinvolte, una penitenza insomma, perché altrimenti è troppo facile</strong>. Invece di avere il coraggio di detassare progressivamente gli affitti a lungo termine, di ostacolare la speculazione edilizia dei palazzinari e dei Caltagirone di turno, pareggiando il bilancio con un proporzionale rincaro delle tasse di quelli a breve termine, fino a che la situazione non raggiunge l’equilibrio sperato, e investire in strategie ad ampio raggio, che non promuovano irrealisticamente delle soluzioni immediate e markettizabili, come il Giubileo o la grande fiera del consumo dell’oggetto ‘x’, ma che creino le condizioni per un lento rifiorire dell’economia locale e specifica, che liberino del tempo per la produzione di valore, la soluzione promossa dai comuni è invece sempre e soltanto quella più populistica e appariscente<strong>. Il problema sono le keybox, e gli airbnb, la soluzione è il mega-evento finanziato dal comune ma incassato da terzi, grazie al quale finalmente aprirà la linea di metropolitana</strong> che permetterà a chi si è dovuto spostare in periferia di tornare a lavorare in centro, arrotolando panini e preparando gli spritz da asporto per i turisti.</p>



<p>Ciò detto, grande stima invece per chi si muove di notte a segare le cassette via dai centri storici. L’avversione dal punto di vista comunale a chi fa airbnb è <strong>ridicola, contraddittoria e propagandistica</strong>. La rappresaglia da parte di chi ne subisce le conseguenze è però inevitabile, e legittima.</p>



<div type="post" ids="572" class="wp-block-banner-post"></div>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/elogio-delle-keybox/">Elogio delle Keybox</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/elogio-delle-keybox/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La soluzione è la criminalità</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-soluzione-e-la-criminalita/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/la-soluzione-e-la-criminalita/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jan 2025 10:41:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
		<category><![CDATA[airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Giubileo]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Appignani]]></category>
		<category><![CDATA[Over-Turism]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>
		<category><![CDATA[Turisti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1786</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una soluzione anti-costituzionale all'overtourism, dalla newsletter di GOG Edizioni "Preferirei di no".</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-soluzione-e-la-criminalita/">La soluzione è la criminalità</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una soluzione noi ce l&#8217;avremmo pure. Probabilmente è una soluzione anti-costituzionale,&nbsp;<strong>come la maggior parte delle soluzioni che proponiamo per risollevare l&#8217;editoria, la cultura, la letteratura in questo Paese</strong>. E anche per quanto riguarda l&#8217;overtourism abbiamo abbozzato un ddl da repubblica popolare centroafricana, proprio in questi ultimi giorni, tra una pausa e l&#8217;altra, mentre passeggiavamo abbottati da pranzi e cenoni nel centro storico di Roma,&nbsp;<strong>un grande cantiere con dentro gente che si fa le foto scambiando gli scavi della metro C per rovine</strong>, i ponteggi sopra il palazzaccio per un&#8217;installazione del bulgaro Christo, il Giubileo per una festa a tema con il satanista Padre Guillerme in console, o l&#8217;Osteria da Fortunata per un ristorante, quando invece è chiaramente una specie di Alcatraz&nbsp;<strong>dove finiscono i pentiti di mafia a fare la pasta a mano dentro una teca</strong>. </p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>A camminare per il centro, ma solo se si è di buonumore per la tredicesima,&nbsp;<strong>si ha persino l&#8217;illusione di vivere in una grande metropoli, si respira l&#8217;aria progressista della globalizzazione</strong>&nbsp;– vedi che belli gli scambi culturali, il dialogo tra i popoli, la condivisione del proprio patrimonio artistico. Ma poi rinsavisci subito al bestemmione del tassista che stava per mettere sotto Kim Jong Un a Corso Vittorio Emanuele, quando per prendere un gelato ti devi fare un&#8217;app, per una carbonara spendi tutta la tredicesima e ti arriva una fetta di cane, e quando scopri che Castel Sant&#8217;Angelo non lo rivedrai mai più – a meno che non decidi di fare un sit-in di tre giorni e tre notti davanti alla biglietteria insieme al cast di Squid Game.&nbsp;<strong>Allora capisci che ci hanno inculato</strong>. </p>



<p>E che il turismo è la più grande impostura di questo secolo, la simulazione di un viaggio autistico che in realtà non avviene. Tutta la città, dalle osterie ai negozi, dai musei al paesaggio, si adegua al pregiudizio che il turista ha di Roma, che non ha niente a che fare con Roma. Non è che l&#8217;amplificazione artificiale di quei caratteri e costumi che crediamo possano piacere di più allo straniero. E così, non solo dobbiamo sorbirci gli innumerevoli disturbi che creano le orde di barbari in bermuda, ma dobbiamo anche cambiare noi per compiacerli, ed ecco che Roma, quella reale, diminuisce, si fa più piccola, si conforma all&#8217;immaginario che altrove si è creato di essa, e perciò anche noi romani siamo sempre più in contatto con la finzione di noi stessi.</p>



<p>Quindi ben vengano tutte quelle iniziative alla Tourist Go Home, e quelle degli attivisti che invitano a mettere adesivi o gomme da masticare sopra i lucchetti con le chiavi degli Airbnb sparsi nel centro della città.&nbsp;<strong>Che sia vietato Airbnb, che si mettano limiti ai giorni di affitto, che si tassino i locatori senza pietà, che si buchino le gomme agli autobus a due piani che intasano il Lungotevere.</strong>&nbsp;Meglio morire definitivamente come Paese, sommerso dallo scioglimento dei debiti, che pensare di poter campare con il turismo. Ma che razza di progetto a lungo termine è? Con che voglia ci alzeremo dal letto la mattina, per prenderci cura del giardinetto del mondo che diventerà l&#8217;Italia, dove i cinesi verranno a comprare scatolette d&#8217;aria compressa del Lago di Stocazzo? Dove gli americani verranno a giocare a beerpong – non potevano farlo nel Minnesota? – credendo, come credono tutti gli americani,&nbsp;<strong>che l&#8217;Europa sia un&#8217;invenzione di Walt Disney</strong>? </p>



<p>Ma la nostra soluzione è ancora più radicale dell&#8217;attivismo civile, delle proteste virtuose, delle pressioni sull&#8217;amministrazione. Queste scappatoie ci ricordano quegli stucchevoli suggerimenti pasoliniani di Parise contro la società dei consumi, in un libretto pubblicato nel 1972,&nbsp;<em>Il Rimedio è la povertà</em>. Come pretendi che nel mezzo dell&#8217;espansione consumistica e del benessere le persone scelgano di rinunciare al comfort? Dice Parise: «Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. </p>



<div type="product" ids="1650" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l&#8217;automobile, le motociclette, le famose e cretinissime &#8220;barche&#8221;». Parise era un grande ma queste sono tutte cazzate con cui probabilmente Goffredo si è comprato una barchetta. Nei fatti, però, non lo ha ascoltato nessuno.&nbsp;<strong>Se le persone possono scegliere tra una cosa giusta che però comporta fatica e impegno e una sbagliata ma facile da fare, opteranno per la seconda.&nbsp;</strong>Con in mano un qualsiasi mezzo o tecnologia, l&#8217;umanità li impiegherà sempre nel peggiore dei modi possibili. Vedi Intelligenza artificiale. La useremo per fare più guerre e per cambiare i pannoloni agli anziani. Siamo fatti così, siamo belli anche per questo. </p>



<p>Lo stesso vale per il turismo: se porta soldi facili, allora vincerà sempre. La nostra soluzione all&#8217;overtourism perciò è un&#8217;altra, benché mutuata da quella di Parise:&nbsp;<strong><em>Il rimedio è la criminalità</em>.</strong>&nbsp;Bisogna incentivare il ritorno della criminalità disorganizzata e diffusa nel centro storico di Roma. </p>



<p>Piccoli delinquenti saranno allocati negli Airbnb sfitti, convertiti in case popolari, e incoraggiati a compiere furti, scippi, rapine, borseggi, sequestri di persona, minacce di ogni genere nei confronti dei turisti. Se non possiamo vincere con la giustizia, possiamo vincere con la paura. Il centro deve diventare luogo ostile, brutale, feroce, per chi non conosce le dinamiche locali, la lingua, le vie giuste in cui passare. La pagina Instagram del Comune di Roma appalterà la comunicazione istituzionale a Welcome to Favelas. Il Monte di Pietà, nel rione Regola, si occuperà della ricettazione della refurtiva, generando inizialmente un indotto sufficiente a pareggiare gli scompensi della diminuzione dei turisti. </p>



<p>La città dovrà tornare ad avere pessima fama su Tripadvisor e sulle Lonely Planet (strumenti di egemonia planetaria anglosassone), come ai tempi del Conte di Montecristo, quando al carnevale si rapivano i figli dei nobili stranieri in cambio di un riscatto, o ai tempi del Marchese del Grillo. Si creeranno nuove situazioni epiche, rinnoveremo l&#8217;immaginario ormai stantio della Banda della Magliana e quello netflixiano di Suburra, per riscoprire la romanità dei bulli di quartiere, dei Più, dei Meo Patacca, dei duelli, delle zaccagnate in panza (che ci hanno reso, nell&#8217;Ottocento, i chirurghi più bravi d&#8217;Europa), delle osterie piene di puttane e eunuchi e cardinali e nobili, la Roma mazziniana di Ciceruacchio,&nbsp;<strong>quella notturna e situazionista di Mario Appignani, degli sballati, degli strippati, delusi, stralunati, sgabbiati, dei terroristi del sistema, l&#8217;irascibile schiera degli infelici</strong>, la Roma dimmerda di Remo Remotti, la Roma di Dario Bellezza, invivibile e incresciosa, perciò liberata da chi vuole bonificarla per renderla gradita al turista. Il centro ritornerà ad essere quello che è sempre stato: crocevia di tendenze assurde, punto di incontro di aristocrazia e sottoproletariato, commistione di generi e stili di vita improbabili, che dialogano sul serio, frizionano fino a generare una vitalità spontanea e violenta che fu la principale ricchezza cittadina, prima dei monumenti e dei musei. </p>



<div type="product" ids="33" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>E si tornerà a cantare per le vie del centro, si tornerà a fare l&#8217;amore a Trastevere, torneranno i macellai, i bordelli, i coltelli, torneranno i poeti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-soluzione-e-la-criminalita/">La soluzione è la criminalità</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/la-soluzione-e-la-criminalita/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
