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	<title>uffici Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Uffici cool e smartworking: come le aziende capitalizzano sul nostro benessere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli uffici che oggi sopravvivono somigliano sempre più a luoghi di riposo e socialità, mentre i luoghi di lavoro classici si svuotano, perché a prendere il loro posto sono i nostri i nostri dispositivi, i nostri punti di ritrovo, il letto di casa nostra. Benefit aziendale o nuova servitù? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mentre gli annunci per lavori da remoto e per attività di microworking crescono esponenzialmente, nelle grandi metropoli occidentali, <strong>la domanda di spazi per uffici é al minimo storico.</strong> La città di Chicago ha registrato un calo del 25% di richieste, e in un recente articolo del <em>Times</em>&nbsp;si afferma provocatoriamente che <strong>servirebbero ventisei Empire State Buildings per riempire gli spazi per uffici ora vacanti nella città di New York</strong>. (1) Solo per citare due casi emblematici di una situazione oggettivamente complessa, come testimoniano i dati del mercato immobiliare di riferimento, e che non riguarda solo le principali metropoli americane ma anche quelle europee. (2)</p>



<p><br>Nell&#8217;ultimo biennio sono infatti moltissime le aziende e le multinazionali riorganizzatesi <strong>senza una sede fisica vera e propria</strong>, mentre aumentano quelle che cercano spazi ridotti di taglia e quelle che affittano gran parte delle loro proprietá, prima destinate a un numero importante di dipendenti.&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-828" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-1024x683.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-300x200.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-768x512.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Welcome to the desert of the real estate</figcaption></figure>
</div>


<p>Siamo di fronte a un fenomeno importante e ormai strutturale. <strong>Può essere che l&#8217;era degli uffici sia finita?</strong> Che non lavoreremo più in ufficio? Sicuramente oggi ci lavoriamo meno, molto meno.</p>



<p>Per tentare di capire il perché di questa grande delocalizzazione virtuale e urbana dei luoghi della produzione occorre fare alcune premesse &#8211; anche se bisognerebbe in realtà partire dalla domanda: &#8220;<strong>perché ancora lavoriamo così tanto?</strong>&#8220;</p>



<p>Perché, forse a torto, il <em>remote working</em> incoraggiato sin dagli anni &#8217;80 dalle opere di innumerevoli sociologi e designer, porta con sé, storicamente, l&#8217;idea di un <strong>allontanamento non solo fisico ma concettuale dal lavoro</strong>&nbsp;&#8211; o quanto meno l&#8217;occasione per un&#8217;orizzontalizzazione dei rapporti gerarchici come conseguenza della maggiore autonomia fisica e decisionale riservata ai dipendenti.&nbsp;</p>



<p>Nel suo&nbsp;<em>Open Plan. A design history of American Office</em>,&nbsp;Kaufmann ci ricorda come la storia del design degli uffici «sia profondamente intrecciata con la storia della gestione e delle<strong> idee manageriali</strong>» e che il progetto dei luoghi di lavoro «é sempre stato uno strumento di gestione e un&#8217;incarnazione spaziale degli ideali manageriali&#8230; riprodotto nell&#8217;architettura degli uffici ripetutamente nel tempo».&nbsp;(3)</p>



<p>A partire dagli anni fine degli anni &#8217;80 del Novecento, (cioè dal mutamento della società post-fordista in organizzazioni e strutture decentralizzate di servizi, determinante per un assetto sociale sempre più lavorocentrico) <strong>molti nuovi e subdoli modelli di filosofia aziendale (e politica) hanno contribuito a dare forma alle relazioni sociali nel mondo del lavoro e quindi ai suoi luoghi</strong>.&nbsp;Si é parlato di<em>&nbsp;employee engagement</em>, cioè del «processo capace di imbrigliare l&#8217;identità delle persone nel proprio ruolo produttivo, con la speranza che questa si appaghi attraverso il lavoro».&nbsp;(4)</p>



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<p>Come affermato da Kahn «Non vogliamo solo che le persone siano impegnate [al lavoro], <strong>ma che siano sposate [con il lavoro]</strong>». In un&#8217;economia «sempre più pronta a licenziare per chiedere ai lavoratori di dedicarsi al proprio impiego con devozione, amore e fedeltà» è necessario «farli innamorare dei valori e del brand aziendale». (5)</p>



<p>Non è un caso il fatto che <strong>ogni azienda faccia della sua comunicazione un impegnato&nbsp;<em>storytelling</em></strong>,&nbsp;spesso proposto con toni eroici, accattivanti, piacevolmente&nbsp;<em>trendy</em> e&nbsp;sempre più&nbsp;<em>smart.</em></p>



<p>Così gli stessi manager si adoperano per dare vita a <strong>vere e proprie creazioni comunicative, che fanno leva su alcuni aspetti psicologici dell&#8217;essere umano </strong>&#8211; come ad esempio i complimenti, un potente motore di rendimento &#8211; fondate su vere e proprie «regole per un matrimonio aziendale di successo, nel quale indurre i dipendenti a garantire una disponibilità illimitata». (6)</p>



<p>Molte e diverse letture sociologiche evidenziano come questa sia una pratica dietro cui «si annida il tentativo di <strong>estendere gli orari di lavoro oltre i limiti pattuiti</strong>; l&#8217;aspettativa che cadano tutte le barriere tra lavoro e vita privata, che le persone siano disponibili ventiquattro ore al giorno e che considerino il lavoro come una passione, un hobby e una priorità affettiva <strong>pari alla necessità di trascorrere del tempo con i cari</strong>».(7)</p>



<p>Il risultato è che non ci si meraviglia affatto nel sentir parlare un dipendente della propria azienda come di <strong>una vera e propria famiglia.</strong> Questo <em>soft power</em> aziendale assume i connotati tipici di un&nbsp;&#8220;corteggiamento&#8221;&nbsp;e si traduce anche da un punto di vista pratico: <strong>le aziende sono sempre pronte ad assistere i loro dipendenti</strong>. Ovviamente da un punto di vista spaziale: la competitività fra le aziende sta anche nella capacità di procurare per loro i migliori&nbsp;benefit&nbsp;all&#8217;interno di sedi sempre più <em>fancy</em>&nbsp;e all&#8217;avanguardia, (tecnologicamente e non solo) dotate di accattivanti e modernissime <em>amenities</em>.&nbsp;</p>



<p>Già quarant&#8217;anni fa, negli uffici delle prime aziende soft-tech della Silicon Valley, assistevamo alla fine della pianificazione&nbsp;<em>stricht</em>&nbsp;di derivazione industriale e tayloriana&nbsp;(la cosiddetta &#8220;scienza dell&#8217;ufficio&#8221;)&nbsp;che costringeva i dipendenti nei cubicoli o in postazioni del tutto anonime e disorientanti (si veda lo splendido film <em>Playtime</em> di Jacques Tati) in favore di una cultura legata sostanzialmente alla liberalizzazione e all&#8217;informalitá, che<strong> estendeva la vita da campus universitario istituzionalizzandola all&#8217;interno di una start-up</strong>.&nbsp;</p>



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<p>Ovviamente grazie all&#8217;uso di strumenti e tecnologie più minute, autonome ed efficienti che dissolvevano e progressivamente rimpiazzavano la materialità degli strumenti di lavoro, questa nuova idea di&nbsp;company culture&nbsp;informava spesso luoghi abbandonati, loft,&nbsp;garage e gli stessi nuovi uffici di migliaia di dot-com e aziende soft-tech di quegli anni, <strong>trasformati o pensati come contenitori pop, sempre più &#8220;cool&#8221;</strong>, ma partendo dall&#8217;assunto che «Il design è di norma nemico della cultura (così come la intende la Silicon Valley): se qualcosa deve essere progettato od oggetto di design, ciò comporterà l&#8217;introduzione di un <strong>qualche tipo di limite nello spazio personale</strong>». (8)</p>



<p>I nuovi principi organizzativi mettevano infatti al centro l&#8217;idea di una più ampia libertà di movimento possibile e una sorta di <strong>disponibilità alla colonizzazione&nbsp;quasi selvaggia di questi luoghi</strong>, accettando che alcuni ambienti avessero un&#8217;atmosfera di trascuratezza con «scrivanie a forma di tavolo da picnic disposte ad angolo, pile di carta e cavi incrociati ovunque, lavoratori trasandati accovacciati davanti ai loro schermi in pigiama». (9)</p>



<p>Questi uffici sono diventanti un modello a cui moltissime altre aziende negli Usa e in Europa hanno guardato con attenzione fino ad oggi per la loro capacita di esprimere <strong>un&#8217;ibridazione funzionale fra ambienti domestici (lounge, bar), sportivi (campi da gioco dentro e fuori) e scenografici (sale riunioni e atrii di grandi dimensioni e con gigantografie di aritsiti, motti, loghi ecc) </strong>con l&#8217;obiettivo di suscitare stimoli diversi per insoliti processi creativi e, soprattutto, perché quest&#8217;ibridazione si è dimostrata <strong>efficacissima nel trattenere i propri dipendenti sempre all&#8217;interno dello spazio di lavoro</strong>. I dipendenti non erano (e non sono) motivati solo dal denaro, e in quelle bolle artificiali si sentivano artisti, autonomi e liberi.&nbsp;«Finché i lavoratori credevano di star creando qualcosa di nuovo e che stavano svolgendo un lavoro unico, non per gli altri, ma per se stessi, era più facile lavorare per ore e ore». (10)</p>



<p>Oggi invece cosa é cambiato?&nbsp;Quasi tutto, seppure nulla di fatto è poi così diverso.&nbsp;</p>



<p>Il sogno degli anni &#8217;90 (così sentito dalla generazione di nerd creativi e psicolabili di cui sopra) di connettere tutto il mondo e annullare le distanze si è in parte avverato, avendo oggi l&#8217;infrastruttura tecnologica, sempre più performante, dato forma a una società-mondo dove, grazie al virtuale,<strong> i luoghi sembrano essersi allargati, mescolati e resi costantemente interconnessi</strong>.</p>



<p><strong>L&#8217;ufficio in quanto strumento</strong>, ora nelle vesti di in un telefono, ora di un iPad, ora di un PC, all&#8217;interno di un ecosistema di aziende che monitorano la produttività con software sempre aggiornati, e in cui gli orari sono di fatto indicativi, se non relativi &#8211; perché contano ormai solo i risultati con le loro improrogabili e continue scadenze &#8211; <strong>ci consente di lavorare ovunque e di personalizzare la nostra routine con l&#8217;obiettivo di &#8220;ottimizzare&#8221;</strong> <strong>in luoghi e tempi diversissimi le nostre mansioni lavorative</strong>.  Tra uno scroll di tik tok, un like su Instagram, mentre scorre in approfondo la voce di un podcaster qualsiasi e una finestra sulle ultime news, il lavoro svolto all&#8217;interno delle mura domestiche o altrove ha portato, per moltissime aziende, a un sostanziale <strong>aumento della produttività</strong>, come testimoniato ultimamente da diverse ricerche.</p>



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<p><strong>Il lato negativo dello smartworking alle Hawaii</strong></p>



<p>Al lavoro dislocato consegue un complesso sistema di&nbsp;<em>workflow</em>.&nbsp;&nbsp;Il critico d&#8217;arte e curatore Domenico Quaranta afferma chiaramente che «l&#8217;avvento congiunto di dispositivi mobili, connessioni ubique e piattaforme sociali ha condotto la società post-fordista a un ennesimo salto qualitativo, che può essere sintetizzato nel termine&nbsp;<em>hyperemployment</em>: <strong>la condizione in cui il lavoro viene frammentato in una miriade di micro-prestazioni, spesso simultanee (multitasking), e in gran parte difficili da percepire come lavoro, invadendo progressivamente gli spazi fisici della vita privata e quelli temporali del tempo libero</strong>». (11)</p>



<p>In quella sfera che oggi chiamiamo lavoro vi sono infatti una miriade di attività come, <strong>viaggi, telefonate, chiamate, email, messaggi e interazioni su whatsapp</strong> a cui milioni di lavoratori sono sottoposti ogni giorno.</p>



<p>Le conseguenze di tutto ciò si rivelano tutt&#8217;altro che scontate. Diventa sempre più difficile, per via della sua natura intellettuale e degli strumenti con cui si esplica, distinguere cosa sia lavoro e cosa no.</p>



<p>Il termine&nbsp;<em>hyperemployment&nbsp;</em>coniato dal teorico dei media Bogost,&nbsp;si riferisce al lavoro estenuante di chi usa le tecnologie e «si concentra soprattutto sulla possibilità che il lavoro, attraverso email e notifiche, ci raggiunga ovunque e in qualsiasi momento, e sul convergere sui singoli professionisti di attività che in passato venivano delegate a terzi, tanto in ambiente lavorativo (come i lavori di segreteria) quanto in quello domestico&#8230;Tutto ciò arriva a noi con la sua pletora di notifiche e richiami». (12)&nbsp;<strong>Tramite i nostri dispositivi &#8220;indossabili&#8221;&nbsp;siamo infatti costantemente predisposti al lavoro e comunque in una delle bolle che ci consentirebbe di farlo</strong>. Sussistono molte ragione per cui possiamo pensare che dall&#8217;<em>animal laborans</em>&nbsp;sembriamo esser giunti a una nuova forma evolutiva.</p>



<p>Per Byung-chul Han, infatti, nella società contemporanea quale società prestazionale e non più disciplinare «i cittadini non si dicono soggetti d&#8217;obbedienza ma <strong>oggetti di prestazione</strong>. Sono imprenditori di se stessi», poiché per la prestazione, a differenza del lavoro, non esiste un inizio e una fine ma una <strong>perpetuazione continuata dell&#8217;attività lavorativa</strong>, una sorta di&nbsp;loop&nbsp;o per meglio dire una&nbsp;<em>never ending activity</em>. Egli continua: «Non è che il soggetto non voglia mai arrivare a una conclusione; piuttosto, egli non è capace di concludere. L&#8217;obbligo prestazionale lo costringe a realizzare sempre più, così che egli non giunge mai allo stadio tranquillizzante della gratificazione». (13)&nbsp;&nbsp;Sempre Byung-chul Han nello scritto&nbsp;<em>Le Non Cose</em>, ponendo l&#8217;attenzione sullo smartphone, sottolinea un aspetto cruciale relativo a questa estensione, ricordandoci da un lato che «<strong>la costante raggiungibilità non si differenzia sostanzialmente dalla servitù</strong>» e dall&#8217;altro come il nostro telefono cellulare «si rivela un campo di lavoro mobile in cui noi c&#8217;imprigioniamo di nostra sponte». (14)</p>



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<p><strong>Cosa ne sarà del futuro?</strong></p>



<p>Qualcosa inizia a muoversi fra gli <em>horizontal workers</em>, cosi definiti dal filosofo Paul Preciado, i <em>knowledge workers </em>che<strong> trasformano anche il proprio il letto in uno spazio di lavoro</strong>, data la sovente necessità di trattare con clienti o colleghi in fusi orari diversi o di fare degli straordinari. (15)</p>



<p>Molti si dicono ormai stufi di una società cosi impigliata in un<strong> sovraccarico informatico e informativo</strong>, e per evitare il&nbsp;<em>burnout</em> &#8211; ma senza necessariamente intraprendere una via già praticata e interessante quale la<em>&nbsp;early resignation&nbsp;</em>(16)-, nei soventi scambi di email, messaggi e chiamate hanno iniziato a specificare che l&#8217;invio o il contatto é avvenuto durante l&#8217;orario di lavoro,<strong> invitando cosi il destinatario a replicare solo ed esclusivamente nel proprio corrispettivo</strong>.</p>



<p>Tutto ciò evidentemente non basterà, come non basterà affidarsi a una legislazione che contempli il <strong>diritto alla disconnessione </strong>(come inizia ad avvenire in Francia). É evidente che quello che é stato barattato in questo &#8220;equilibrio&#8221; è una quantità di tempo, cura e dedizione maggiore in favore delle aziende da parte dei dipendenti, <strong>in cambio di una loro maggiore autonomia di movimento e di organizzazione</strong>; o il diritto a non dover più guardare in faccia ogni mattina il proprio odiato collega, rinunciando così implicitamente alla possibilità di esser difesi da qualcuno nell&#8217;eventualità di un licenziamento. Può darsi che la solidarietà di classe, tipica di una forte dimensione collegiale e collettiva, <strong>non sia un concetto fluttuante, non possa essere digitalizzata, ma sia esprimibile pienamente, forse, solo in un luogo fisico</strong>.</p>



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<p>(1)&nbsp;&nbsp;Edward L. Glaeser, Carlo Ratti<strong>,&nbsp;</strong><em>26 Empire State Buildings Could Fit Into New York&#8217;s Empty Office Space.That&#8217;s a Sign,&nbsp;</em>The New York Times<em>,&nbsp;</em>10.05.2023.</p>



<p>(2) Joshua Oliver,&nbsp;<em>European commercial real estate dealmaking falls to 11-year low,&nbsp;</em>Financial Times,&nbsp; 27.04. 2023&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/16bf0b7a-8628-436a-a549-9abed859609e" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ft.com/content/16bf0b7a-8628-436a-a549-9abed859609e</a></p>



<p>(3) Kaufman,&nbsp;<em>Open Plan. A design history of American Office,&nbsp;</em>Bloomsburry,Londra, 2021, pag. 6</p>



<p>(4) Kahn, W. A.,&nbsp;<em>Psychological Conditions of Personal Engagement and Disengagement at Work</em>, in «Academy of Management Journal» (1990), vol. XXXIII, n. 4, pp. 692-724</p>



<p>(5)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>



<p>(6) Bersin, J.,&nbsp;<em>It&#8217;s Time to Rethink the Employee Engagement Issue</em>, in «Forbes», 10 aprile 2014, https://&nbsp;<a href="http://www.forbes.com/sites/joshbersin/2014/04/10/its-time-to-rethink-the-employee-engagement-issue/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.forbes.com/sites/joshbersin/2014/04/10/its-time-to-rethink-the-employee-engagement-issue/</a>&#8221;&nbsp;</p>



<p>(7) Paola Davis,&nbsp;<em>The Power Of Sticky Recognition At Work,&nbsp;</em>Forbes, Oct 5, 2023&nbsp;<a href="https://www.forbes.com/sites/pauladavis/2023/10/05/the-power-of-sticky-recognition-at-work/?sh=6b0dbe6b2e27" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.forbes.com/sites/pauladavis/2023/10/05/the-power-of-sticky-recognition-at-work/?sh=6b0dbe6b2e27</a>&nbsp;</p>



<p>(8)N. Saval, Cubed. A secret history of workplace, Doubleday, New York, 2014, pag. 361</p>



<p>(9)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>



<p>(10)<em>&nbsp;Ibidem</em></p>



<p>(11) Domenico Quaranta,&nbsp;<em>La possibilità dell&#8217;ozio nell&#8217;era dell&#8217;hyperemployment,&nbsp;</em>Il cannocchiale. Rivista di studi filosofici, Napoli, 2022, pag 62</p>



<p>(12) cfr. I. Bogost,&nbsp;<em>Hyperemployment, or the Exhausting Work of the Technology User</em>, in &#8220;The Atlantic&#8221;, 8 novembre 2013,&nbsp;<a href="http://www.theatlantic.com/techno-" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.theatlantic.com/techno-</a>&nbsp;logy/archive/2013/11/hyperemployment-or-the-exhausting-work-of-the-te- chnology-user/281149/</p>



<p><br>(13 )Byung-Chul Han,&nbsp;<em>La società della stanchezza ,&nbsp;</em>Nottetempo, 2015, pag 45.</p>



<p>(14) Byung-Chul Han,&nbsp;<em>Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale,&nbsp;</em>Einaudi, Torino, 2022, pag 27&nbsp;</p>



<p>(15) Preciado, P., Learning from Virus, giugno 2020&nbsp;</p>



<p>(16) Francesca Coin,&nbsp;<em>Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita,&nbsp;</em>Einaudi, Torino, 2021&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/come-le-aziende-capitalizzano-sul-nostro-benessere/">Uffici cool e smartworking: come le aziende capitalizzano sul nostro benessere</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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