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	<title>umorismo Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 10:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E anche Woody tace su Bibi; fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico. Una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/necrologio-dellumorismo-ebraico/">Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>“L’umorismo ebraico non esiste. L’epoca delle barzellette ebraiche, cioè della situazione che le ha generate, è da tempo finita. In altre parole: come sono affrontati i conflitti oggi nella comunità ebraica? Con molto meno spirito – ma forse è proprio questa la vera emancipazione”. Così scriveva il drammaturgo e romanziere ebreo-svizzero Charles Lewinsky, in un articolo dal titolo “Un necrologio” uscito nel 2012 su <em>Tachles</em>, settimanale ebraico del suo Paese. Lo scrittore non aveva ragione: aveva doppiamente ragione. <strong>Fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico, e come tutti i prodotti della Storia, una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere</strong>. Ma se la Storia ha un senso e uno soltanto, dovrebbe farsi maestra, a maggior ragione nell’animo di chi custodisce come tappa fondativa la Shoah ma ha oggi sulla coscienza la guerra di sterminio a Gaza. Di chi, dopo il 7 ottobre 2023, si presenta unilateralmente come unica vittima, dopo esserlo stato nei secoli della diaspora. In questo caso, vittima dotata di uno spiccato e tutto particolare <em>sense of humour</em>: nero, caustico, impietoso. Se tanta parte degli israeliani e, con loro, degli ebrei del pianeta (due categorie, ricordiamolo, che di loro andrebbero distinte) non sembrano mostrare più alcuna percepibile attitudine a ridere di sé, significa che la lezione del passato, un passato che pesa e viene fatto pesare di continuo, non è servita a nulla.</p>



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<p>Di fronte al dolore dei palestinesi nel sistematico massacro di Gaza e nei soprusi dei coloni in Cisgiordania, non si ode né si legge una voce, un fiato, una singola uscita da parte di appartenenti allo Stato d’Israele, o delle organizzazioni ebraiche, <strong>che</strong> <strong>prenda sonoramente per il culo non la destra di Bibi Netanyahu (“un criminale e basta”, cit. Franco Cardini, <em>Il Fatto Quotidiano</em> 3 giugno 2025), ma la barbarie dell’apartheid israeliano in sé e per sé</strong>. Certo, da un anno e mezzo a Tel Aviv c’è chi contesta, chi freme d’indignazione e urla in piazza, a partire dai familiari dei superstiti ostaggi di Hamas. Ma un’opposizione degna di questo nome, non c’è. Né interna, né esterna. E anche se, a dispetto del Sessantotto, la risata non ha seppellito mai nessuno, un sussulto di quella corrosiva capacità di prendere le distanze dai propri difetti, errori (e orrori) dovrebbe pur saltar fuori, da chi ne aveva fatto un’arte. Invece, a parte qualcosina, <em>nada, nisba, nix</em>. Il silenzio dei (non) innocenti.</p>



<p>Dice: ma come si fa umanamente a ridere di una tragedia? Domanda malposta da riformulare così: <strong>come si fa a <em>non</em> ridere di una tragedia</strong>, e a non farlo con quel riso così intriso di sofferenza, specie se la tragedia in corso ripropone, in versione certamente differente, le esalazioni del genocidio, fantasma che popola gli incubi degli ebrei di tutto il mondo. Più di vent’anni fa, la psicologa israeliana Chaya Ostrower aprì un coraggioso filone di ricerca indagando il ruolo dell’umorismo come rifugio difensivo degli internati nei campi di concentramento nazisti. Nel suo libro, pubblicato dall’istituto Yad Vashem, viene ricostruito l’ultima apparizione, la più macabra e la più commovente, di quella sensibilità <em>yiddish</em> al motteggio e alla storiella sviluppatasi dal Settecento in poi, e più ancora nell’Ottocento, specialmente fra gli ashkenaziti, gli ebrei dell’Europa centro-orientale, i più religiosi e i più discriminati, sotto l’influenza del <em>chassidismo</em>, variante mistica caratterizzata da una mitezza stemperante che non si fatica a collegare alla successiva tradizione di dissacranti risate analizzate già da Sigmund Freud nel saggio “Il motto di spirito” (1905). La più famosa delle storielle nate dai lager è forse la seguente: “Su una nuvola in cielo ci sono due ex deportati, che si raccontano storie sulla vita nel ghetto e nel campo: ricordano e ridono. Dio li sente e li rimprovera con asprezza: ‘Come osate ridere di certe cose? I due lo zittiscono: ‘Che ne sai tu? Non c’eri!’.&nbsp;</p>



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<p>Freud sbagliava, tuttavia, nell’attribuire una patente letteraria di unicità all’ironia del popolo ebraico (che non è un popolo, semmai una religione; popolo è quello israeliano). Così facendo, infatti, benché lui stesso ebreo di nascita – ma ateo convinto – non faceva altro che rivestire l’ebraismo di uno stereotipo, sia pur in positivo. Vero, l’autodenigrazione era la chiave per capire il modo di ridere agrodolce dei suoi (ex) correligionari, ma <strong>le sue cause vanno fatte discendere dalla ghettizzazione e persecuzione che subivano le numerose comunità nei villaggi orientali dell’Est europeo</strong>, le cui battute e barzellette si diffusero poi, con le migrazioni, soprattutto negli Stati Uniti. E a influire, in una miscela di sacro e profano, fu anche il vento del disincanto razionalista e illuminista, che investì tutto e tutti non esclusi, naturalmente, gli israeliti (tanto è vero che di questo presunto spiritaccio ebraico, nei secoli dell’<em>ancièn régime </em>e durante il Medioevo, non c’è traccia). <strong>Il risultato, in ogni caso, fu che gli ebrei impararono a prendersi in giro, propensione che invece non hanno mai avuto i musulmani</strong> (mentre i cristiani, cattolici e protestanti, l’hanno esercitata nella forma più estrema, sconfinando nella blasfemia e nel ripudio militante della propria identità religiosa).</p>



<p>C’è poi un’altra interpretazione, emersa ad esempio nella Giornata della cultura ebraica del 2012 dedicata all’umorismo tenutasi, come ogni anno, la prima domenica di settembre. E cioè la tesi secondo cui non si tratterebbe di un escamotage psicologico per alleviare con il sorriso un’inferiorità inflitta e subìta, <strong>ma l’interiorizzazione di questa inferiorità, l’assunzione del punto di vista anti-ebraico rivolto contro sé stessi, fino a negarsi in quanto ebrei.</strong> Sarebbe, insomma, un’espressione dell’odio di sé. Per tutta risposta, il rabbino e filosofo francese Marc-Alain Quaknin, docente a Tel Aviv e Nanterre, sostiene nel libro “E Dio rise” che scherzare sui luoghi comuni di cui si è oggetto aiuta alla comprensione non solo di sé, ma più ancora dell’Altro. E giustamente sottolinea come il principale protagonista dell’auto-satira, fra gli ebrei, è Dio<strong>. L’ebreo ride con Dio e contro Dio, ma mai senza Dio</strong>. Anche qualora a firmare la freddura dovesse essere un miscredente come, per dirne uno a caso, Woody Allen. Autore, fra le tante, di questa, un grande classico: “Ho dodici anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita, ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede seicento dollari per darmi lezioni di ebraico”. Il bersaglio, qui, è l’antico pregiudizio antisemita sull’avidità di denaro che sarebbe tipica degli ebrei. In realtà, a ben guardare, un lazzo contro l’avidità dei religiosi e delle religioni organizzate in generale.</p>



<p>A proposito: che fine ha fatto, il vecchio Allen Stewart Konigsberg (Woody), nato nel 1935 nel Bronx a New York in una famiglia di immigrati ebrei ortodossi di provenienza austro-russa? Tralasciando qui il giudizio sulle sue ultime opere cinematografiche, l’esponente più famoso della schiera di comici e cineasti americani di origine ebraica (dai fratelli Marx a Mel Brooks, passando per la Goldwin Mayer, fino a Steven Spielberg) sulla questione israelo-palestinese non si fa vivo dall’ormai lontano 2013. Qualcuno dirà che ha avuto altri pensieri, su tutti quello di ribattere alle accuse di pedofilia che ogni tanto riemergono, nonostante non sia mai stata provata. Ma il caso delle molestie scoppiò nel 1992, mentre ancora nel 1997, in uno dei suoi ultimi film di genio, <em>Harry a pezzi</em>, si poteva sentire la zampata del vecchio leone in questo dialogo: “Ti risulta l’Olocausto o credi che non sia mai successo? – Non solo so che ne abbiamo persi sei milioni, ma la cosa tragica è che i record sono fatti per essere battuti”. Non male da uno che, in quella stessa pellicola, si auto-accusava scherzosamente di avere una vita tutta “nichilismo, cinismo, sarcasmo e orgasmo”. <strong>Neanche troppo scherzosamente, se pensiamo a come commentava, in quell’ultima intervista del 2013 in cui ha accennato a questi temi, la faziosa confusione fra odio contro gli ebrei (aberrante) e denuncia di Israele (legittima</strong>): “Molta gente camuffa i suoi sentimenti negativi nei confronti degli ebrei con una critica, critica politica, riguardo Israele – spiegava alla rete tv <em>Canale 2</em> &#8211; In sostanza, ciò che realmente intendono è che non gli piacciono gli ebrei”. <strong>Provaci ancora Woody, la prossima volta la dirai giusta</strong>.</p>



<p>Ma se possibile ancor più deludente fu, sempre in quell’occasione, là dove scivolò nel cerchiobottismo gonfiandosi d’indignazione per il “trattamento che gli israeliani infliggono ai palestinesi in rivolta nell’intifada nei territori occupati in Palestina: ma dico, ragazzi, stiamo scherzando? Soldati che picchiano la popolazione civile per dare un esempio? Che rompono le mani e le braccia di ragazzi e donne per impedir loro di tirare le pietre?”. Chissà cosa pensa oggi dei 50 mila palestinesi trucidati, fra cui 20 mila bambini, o delle centinaia di migliaia di sfollati, e del resto della popolazione della Striscia affamata e presa a fucilate perfino quando si reca a prendere quel po’ di cibo e aiuti inviati sotto l’ipocrita egida Onu. Ci piacerebbe saperlo ma non lo sappiamo, perché Allen tace. Intervistato da Diego Bianchi a <em>Propaganda Live</em> per pura fatalità il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco di Hamas, se ne uscì con questa perla da novello Ponzio Pilato: “<strong>Non credo che tutti i </strong><strong>comici</strong><strong> debbano pontificare o diventare filosofi, a me non interessa il loro pensiero, non ascolto un comico per i suoi punti di vista politici, sociali o personali. Mi interessa solo chi fa ridere e chi no</strong>”. Facesse ridere come un tempo, almeno…</p>



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<p>Un artista ebreo che al contrario zitto non sta è il nostro <strong>Moni Ovadia</strong>, il quale in un aureo libretto intitolato <em>Dio ride. Nish Koshe</em> (sottotitolo che significa: <em>così così</em>) legge attraverso le illuminanti lenti del paradosso la spiritualità ebraica, concludendo che “<strong>l’umorismo è uno strumento poderoso per spiazzare il potere, le regole rigide, l’ossificazione del pensiero</strong>”. Importante, quest’ultimo punto: se con pensiero intendiamo, in senso lato, ciò che si può pensare della deriva terroristica in cui è sprofondato Israele<strong>, è palese quanto la comunità ebraica internazionale, eccettuati i pochi ebrei anti-sionisti, sia congelata in un’approvazione a priori dell’operato israeliano che rappresenta la morte stessa del pensiero</strong>. <strong>Il che getta benzina sul fuoco di chi mischia in un unico calderone governo Netanyahu, cittadini d’Israele e ebrei di ogni tipo e latitudine</strong>. In altre parole, i primi fomentatori dell’antisemitismo sono proprio coloro che additano come antisemita chiunque simpatizzi per la causa palestinese. Devono aver avuto, per citare un personaggio iconico dell’ebraismo quando ancora l’ebraismo sapeva non prendersi sul serio, una <em>yiddish mamele</em>, la “mammina ebraica” che nevrotizza fin da bambino il piccolo ebreo. Per trovare un altro alla Ovadia occorre cercarlo col lanternino, e l’unico che abbiamo trovato è lo statunitense <strong>Gianmarco Soresi</strong>, attore comico che si definisce “culturalmente ebreo, religiosamente ateo” del quale trovate su internet un monologo niente male, riguardo la cattiva coscienza d’Israele.</p>



<p><strong>“Fintanto che il tuo senso dell’umorismo tiene, sei almeno in parte immune dal fanatismo”, ha scritto Amos Oz</strong>. Israeliani ed ebrei che plaudono alla sproporzionata e disumana vendetta in atto sono fanatici che non sanno più cos’è lo spirito. In che modo vivono la propria ebraicità (e, aggiungiamo noi, il rapporto con lo Stato ebraico)?, si chiedeva Lewinsky citato all’inizio. Con molto meno spirito, era la risposta. Appunto. Ma questa non è “emancipazione”. È non saper immedesimarsi nella vittima, che può essere alternativamente ebrea o palestinese. E se si accetta l’idea che la capacità autoironica sia legata allo status di vittima, se ne deve dedurre che a difettarne è il persecutore. Dal canto loro i palestinesi, almeno fino a quando hanno fisicamente potuto ossia fino all’estate 2023, qualche risata con retrogusto amaro hanno saputo strapparsela. Grazie a un gruppo di <em>standup comedians</em> capitanato dall’americano-palestinese Ahmed Zar, dal 2015 in poi hanno messo in piedi il Palestine Comedy Festival, su cui quest’anno è anche uscito un documentario. A un certo punto, si ascolta una frase che riassume tutto quanto, o quasi, abbiamo detto sin qui: “La commedia nasce dalla tragedia. Il dolore e la sofferenza sono esattamente il motivo per cui facciamo questo festival”. Quasi, perché lo <em>humour </em>va oltre il comico. Non è solo critico: è autocritico<strong>. Corrisponde alla più difficile delle conquiste, speculare alla potenza del perdono: essere in grado di scusarsi.</strong><br><br>Un giornalista chiede ad un israeliano, a un americano, a un polacco e a un russo: “Scusate, qual’é la vostra opinione sulla carenza della carne?”. Il polacco risponde: “cos’é la carne?”. Il russo domanda: “cos’é un’opinione?”. L’americano dice: “cos’é la carenza?”. E l’israeliano: “cosa vuol dire ‘scusate’?”.</p>



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		<title>La decadenza dell&#8217;ironia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2025 13:36:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p> L’ironia non è tutta uguale: ne esiste una alta e una bassa, cioè una buona e una scaduta. Quella scadente è la sbobba umorista tagliata coi peti che troviamo in giro adesso: pacca sulla spalla, scarto fra gli scarti del postmoderno diluito, aggravato dall’intoppo digitale e dalle sue inerzie.</p>
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<p></p>



<p class="has-text-align-right">&#8220;L&#8217;ironia è al suo posto solo come mezzo pedagogico, da parte di un insegnante nei rapporti con allievi di qualsiasi specie: il suo scopo è di umiliare e di far provare vergogna, ma a quel modo salutare che fa risvegliare buoni propositi e che ci comanda di portare venerazione e gratitudine, come a un medico, a colui che ci ha così trattati. L&#8217;ironico si finge ignorante, e lo fa così bene, che gli allievi che con lui conferiscono si illudono, e credendo in buona fede di saperla più lunga, diventano sfacciati e si scoprono da tutte le parti; perdono ogni cautela e si mostrano come sono; finché a un certo momento il lume, che essi tenevano in faccia all&#8217;insegnante, non fa ricadere i suoi raggi in modo molto umiliante su loro stessi. Dove non ha luogo un rapporto come quello tra insegnante e allievo, essa è un malvezzo, una passione volgare. Tutti gli scrittori ironici contano sullo stolto genere di uomini, i quali amano sentirsi superiori a tutti gli altri insieme all&#8217;autore, che essi considerano come il portavoce della loro presunzione. L&#8217;abitudine all&#8217;ironia, come anche quella al sarcasmo, rovina del resto il carattere, essa conferisce a poco a poco una qualità di malevola superiorità.&#8221;</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>(F. NIETZSCHE, Umano troppo umano, 1878)</strong></p>



<p>Ironia: diabolicamente nasconde l’arte che la anima, aspirando al vero. Incantesimo di sprezzatura, trucchetto difficile che dal tempo degli Auctores «educa» a vivere senza pedagogia, <em>Bildung</em> fulminea libera dal puntello didattico; dice tutto, senza trattati. Vigilanza stoica e gioia epicurea, divagazione veritiera e sapiente sulla realtà, frutto di individualismo (non irretito dall’autolatria) ed estetismo, tramite <strong>scelta di parole che si compongono divertite sullo sfondo di un pensiero notevole.</strong> Ovvero, quando la levità del dettato traveste con eleganza gravità di contenuto e desta il riso sulle idiote brutture mostrando di non esserne complice. L’ironista è un pedagogo involontario, ha la vocazione, come direbbe Nietzsche, a giudicare moralmente «in senso extramorale».</p>



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<p>Ma che cosa sarà invece il nemico, il contrario dell’ironia? Un sonnolento sberleffo meccanico permanente che seppellisce l’esistente. Muniti di un pensiero brodaglia, inseguire, fra Ego e Narciso, pretesti e retorica d’acido per assemblare battute secondo  i marchi della sottocultura televisiva: è il terzomondismo umoristico di massa (caro Marziale, altro che il tuo <em>fulmen in clausula</em>!). <strong>Siamo al ridere di tutto, che è ridere di niente, perché il bersaglio reale viene mancato.</strong><br><strong>L’ironista è un parresiasta, odia tutte le pose, è maniaco dell’autentico, ha sdegno del piombo vestito d’oro.</strong> Opera migliaia di distinzioni, è elitario, non è qualunquista e non fa solamente «ridere», ha un mirino drammatico inequivocabile, <strong>ci abbandona davanti alla realtà in mutande per provocare, stressandola, l’intelligenza</strong>: è un tecnico di laboratorio votato al test altrui mentre testa se medesimo. A quel punto, costringe a riconsiderare tutto secondo un proprio modo inimitabile: «for happy few», in pochi ce la fanno.<br>Purtroppo i confini fra burla di paese e umorismo «alto» (cui l’umano medio aspira partecipare) possono essere deboli in questa epoca dove sempre ridiamo e sia il tutto che il nulla vengono appiattiti. <strong>Ciascuno è ferocemente intenzionato a distinguersi da una poltiglia in cui, invece, sguazza</strong>. Chiunque può essere arguto, persino maestre d’asilo, agenti di borsa e scippatori sanno esserlo. Non è allora attributo del vero ironista. Quindi può esserci fraintendimento pensando di produrre ironia brillante o scaltra, quando invece si è solo furbi, volgarmente stupidi o mediamente <em>habilis</em>. Potrebbe essere pericoloso, per salvare il proprio senso dell’humor, frequentare ogni mattina umorismo di seconda mano, bassissimo (ma, flaubertianamente parlando, «che alternative ha un cretino»?).<br><strong>L’ironia non è tutta uguale: ne esiste una alta e una bassa, cioè una buona e una scaduta. </strong>Quella scadente è la sbobba umorista tagliata coi peti che troviamo in giro adesso: pacca sulla spalla, scarto fra gli scarti del postmoderno diluito, aggravato dall’intoppo digitale e dalle sue inerzie. Il tipo ‘scadente’ serve per conformarsi, invece che per innalzarsi rispetto a qualcosa di nauseante (effetto dell’ironia alta, v. Oscar Wilde, Chesterton, Rabelais).</p>



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<p>Sembra convincente Graf quando dice che per farla buona, si richiedono alcune cose «che in mezzo alla civiltà nostra più non si trovano, ossia ideali ben definiti, convincimenti sicuri, vivo risentimento, soprattutto morale (non moralistico), nitore d&#8217;animo, disprezzo della comune opinione, affrancamento dagli interessi volgari, coraggio (che, attenzione, non è frutto «dell’impegno», ma dell’ingegno).<br><strong>L’ironia contemporanea, biglietto da visita onnipresente, opera per la vulgata, è ormai un sostituto delle buone maniere; è al capolinea, in quanto pienamente atto dovuto, per cui una battuta «non si nega a nessuno».</strong> Nella sua forma rappresentata digitalmente, l’ironia muta in claim da <em>vù cumprà</em>, avversario del buonumore, del ragionamento. Nessun sollevamento dal suolo e nessuna leggerezza per evasioni dalla <em>gravitas</em> possono salvare in questa fattoria a cielo aperto di umorismo ufficiale così come l’algoritmo impone e richiede.<br><strong>Competitiva, martellante, ambiziosa, pulsante e ripetitiva, focalizzata sui soliti tralicci camp-trash-kitsch, l’ironia a macchia d’olio ha degradato la sua identità fino a renderla ambiguamente vicina a una paranoica malinconia.</strong> Eccoci a un triste rito, approvato e consolatorio. L’ironia sfregiata dagli «smanettoni», deragliata sui binari morti dei tic attuali, è l’ennesima trappola postmoderna.<br>Non si cerca e non si fa altro che ridere, e al tempo stesso rifugiandosi in piccolissimi, anestetici, mini-cosmi privati. Abbiamo osservato il mondo collassare e non lo abbiamo preso sul serio (a differenza dei Grandi Ironici), passando dall’immedesimazione, anche teatrale, al cinismo; dal riconoscimento per contatto, all’annientamento per distacco. Foster Wallace in <em>E unibus pluram. Gli scrittori americani e la televisione,</em> dice che usando l’ironia come paradigma di un presente strangolato dalla logica dei media (e quindi ironia-suggello dello spettacolo pervasivo), in cui si perdono le ‘differenze’, muore lo spirito critico.<br><strong>Quando l’ironia tiranneggia e opprime, non si traveste più, e abolisce la realtà, diviene tecnoscientista, distruttiva in modo elementare e non può più essere utilizzata per generare qualcosa che prenda il posto delle ipocrisie che ha demolito.</strong> Le pose «buone e giuste» sembravano essere diventate <em>mainstream</em> e l’intero mondo culturale è stato convinto di essere davanti a un efficace cambio di paradigma grazie all’<em>uncorrectness</em>. <strong>Da qui, il grave equivoco che ha reso ecumenica la scorrettezza e sovrastimato il cinismo farisaico</strong>, pensandolo unica risorsa di «rivelazione», al riparo dalle simulazioni che tradizionalmente affliggono progressismi e buone intenzioni.</p>



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<p>E nella grande spiaggia mondiale si parla di malesseri invernali, angurie da affettare, supposizioni proctologiche, digestione, medicina popolare e cosmesi pettegola, <strong>e si fanno battute su battute su battute</strong> con i panzoni sempre a vista e sotto mano e i culoni sotto sale.  Questo meccanico e ossessivo microcosmo assolato delle piccole vacanze molto poco arbasiniane, però, non ha dighe, si è trasferito tutto l’anno altrove, fra gli intervalli «online» di bacheche e baldacchini digitali.<br><strong>L’Italia in particolare, a quanto sembra, è interminabile penisola virtuale al culmine di una secolarizzata sindrome Litizzetto</strong>, modalità derisoria per disincanto d’ufficio, ubiqua e «insolente», praticata all’uscio e in società secondo una formula costretta e digestiva, accessibile e riproducibile dai qualsiasi, dove l’obiettivo è la «dissacrante ironia» appiccicosa che fa da sottofondo in cucina.<br>Tante risonanze retoriche da agrituristica tosco-emiliana, in questo menu pedante della risata amara, dove ci sono tutti i piatti rancidi dell’argomento del giorno, oltre a quelli da sempre «più gettonati» (incomprensioni littorie, boutique dell’insolito, insofferenze coniugali, bastonate al lavoro, solitudini, aneddotica&amp;surrealtà, stronzi, sgarri civici, conflitti, relitti familiari, rivendicazioni morali e sindacali, autoironia ipocrita, sesso fatto o mancato, fastidi politici) presenti nella <strong>billboard dell’individuo medio affaticato dalla sua realtà, ma chiamato a esibire senza sbavature la piena efficienza sociale e familiare, anche nel ribrezzo.</strong><br><strong>Litizzetto, che poi non è che Bisio o Bonolis, ha redatto questo esercito di starnazzanti dalla lingua lunga,</strong> senza pistola e col bavaglino sporco di latte, molto più di quanto ci si illuda abbiano invece fatto Woody Allen o Monty Python. Ma qualcuno osi dirglielo che non sono dritti e non sono «puntuti», sottili, né arguti né ‘taglienti’, perché la teledipendenza li ha mutilati <strong>e precocemente infartuati e omogeneizzati</strong>, anche nello sbuffo e nel risentimento.<br>La sveglia del battutista fa “drrriiiin” prestissimo: schizza puntuale dal letto come un frammento vivente di Striscia La Notizia, e i malcapitati devono oscurare la sua ultima «novità» per non esserne orribilmente travolti (come un venditore ambulante di fritture, si sgola per venderci le sue panelle di ‘vetriolo’: chi le comprerà?).<br>La pesantezza che si finge brio, nel calendario di un quotidiano miserabile, magari odioso, non intervallato da stimoli complessi e incontri salienti, produce difficilmente memorie per kafkiane o flaubertiane o balzachiane «commedie umane». Non basta credere di ‘capire’, avere disgrazie o saltuari episodi grotteschi nel proprio arco, men che mai avere un vissuto condito da parlantina, <strong>per ottenere il lasciapassare letterario a sfondo satirico.</strong><br>E perciò, ritrarre il mondo e i suoi talvolta paradossali frammenti secondo un ambito «modello ironico» può rivelarsi un’impresa fuori portata e non più che goffa presunzione <strong>quando l’emittente è a servizio della mediocrità e della morte delle idee.</strong><br><strong>Ridere non è mai stato tanto noioso, al punto che ora piangere è quasi un bisogno e una purificazione.</strong> I Grandi Ironici, i migliori tagliatori di gole, conoscevano la misura e il «controllo del mezzo» dosando il veleno, coltivato sempre di traverso in un nucleo di dolcezza per la vita priva di zuccheri semplici, su uno sfondo di grande serietà, <strong>incutendo timore reverenziale e giustamente odio nei mediocri</strong>. Si armavano di quel <em>limite </em>che sostanziava il riso, evitando di trasformare un motto di spirito in <em>vaudeville</em>, o in sarcasmo destinato ad alleggerire il turno di guardia dei votacessi (Prezzolini sarebbe d’accordo).  Si osservino, fra gli altri, per esempio Wilde, Shakespeare, Voltaire, Swift, Sterne, Marziale e Petronio, Arbasino, Flaubert, Flaiano, paragonandoli a questi <em>salami ridens</em>: <strong>vedremo che non c’è traccia di un  pavvo <em>politicamente scorretto</em> in loro, trovandosi in una prospettiva non contingente e non prevedibile.</strong><br>Cauti alchimisti nell’espressione, erano consapevoli che <strong>un’acidità di buon livello non distilla meglio che da un animo disinteressato e ricco, appassionato, da uno sguardo privo di sforzo, divinato e saggio, praticato dall’alto.</strong> Erano tutti rigorosi comunicatori, dal gusto estetico netto, erano tutti <em>severi.</em><br>Ha pretese su di sé e sugli altri molto precise, e gli spazi della conformità, per lui, sono angusti. È codice miniato di durezza colta, quella dei Grandi Ironici, che nasce da passionale disciplina intellettuale e granitico senso del bello. Erano <em>inattuali</em>, «nati domani», come piace dire a Nietzsche (venuti per farci male, e quindi bene, eccitando il cervello). Come tutta l’Arte del resto, che non è mai <em>nel</em> tempo o <em>del</em> tempo.<br>Al cospetto dell’Ironia, siamo nel pieno di un’ideale assoluto di <em>lepos</em>, di sapida arguzia, persino di fronte alla materia più refrattaria e nelle condizioni più estreme. «Cosa c&#8217;è di divertente in un sacco di persone che lavorano sodo. — Con un ulteriore sforzo, riescono a conquistare gli hobby e, giunti alla fine, non sanno altro che contare le ore che mancano al tempo». Lo dice Nietzsche, nelle sue <em>Opinioni e frasi contrastanti</em>; in <em>Umano, troppo umano</em>, parte II. Non sapeva che si potevano addirittura fabbricare imitazioni cinesi di ghigni dionisiaci e zoroastriani, grazie a un Internet dove ci si impiega a scrivere ogni giorno una battuta, resa cotechino DOP grazie al tastino “mi piace”.<br><strong>Sui social, la produzione seriale di ironia cosiddetta <em>uncorrect </em>a chilate, ha ormai il pannolone: sempre più strapaesizzata, impiegatizia, di stato, impotente </strong>(«nulla è più ignomignoso di un Priapo senza palle», rivela Marziale). <strong>Da tre post ironici in su a settimana, si è pronti per il più infimo ruolo lavorativo e psicologico del mondo: l’intrattenitore virtuale di colleghi alla macchinetta durante la pausa caffè.</strong> Ma non ci sono Kraus, solo casalinghe annoiate che timbrano il cartellino a Voghera.</p>



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<p>Il boom di tutti i «bisognini», con la cultura edonistica, nel consumo che la accompagna, ha reso possibile l’espansione umoristica secondo forme declassate? Il «fenomeno umoristico» di questo momento <strong>è una terapia per rinverdire l’alienazione dell’<em>homo videns</em>, ammalato di scrolling scrotale?</strong> Per una volta, «l’ardua sentenza» non è responsabilità dei soliti posteri, è già possibile una pronuncia. Si dovrebbe irridere divinamente, uccidere col riso, ma va in scena il monolinguismo incruento e vischioso di ridanciane bestiole così minime, inette al male di cui avremmo bisogno.</p>
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