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	<title>uomini Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Make Incel and Transfeminism punk again</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 11:08:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un 2025 liscio, ottimizzato, dove anche il dissenso è un prodotto da playlist, il caos implosivo o iper-attivo di questi movimenti è l’unico graffio rimasto sulla superficie di cristallo di un presente sempre più finto. Incel e Transfemministe radicali sono i punk di fine mondo, che ballano non sulle macerie, ma sul sesso dell’uomo e della donna»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tra i primi punk vi era una frangia nichilista che non faceva un cazzo, non beveva, non si drogava, era talmente antisistema da rifiutare una contaminazione con i paradisi artificiali. <strong>Il vero punk è grazia, purezza, rozzezza sdrucita</strong>, di vestiti non esageratamente punk, quella è Vivienne Westwood, quello è come vi è stato venduto il punk.</p>



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<p><br>Il &#8220;non fare un cazzo&#8221; non è apatia, ma rifiuto attivo e provocatorio di partecipare agli aspetti più ovvi e consumistici della ribellione giovanile contemporanea (anni &#8217;70). Mentre altre controculture (hippie, psichedelia) cercavano paradisi artificiali attraverso droghe, alcol o misticismo per evadere o contestare il sistema, <strong>i primi punk rifiutavano persino queste forme di evasione e alterazione.</strong></p>



<p><br>La loro ribellione stava proprio nella negazione assoluta: <strong>i punk non offrivano un&#8217;alternativa costruita (come le comuni hippie), ma si ponevano come vuoto, assenza, rifiuto puro (&#8220;grazia, purezza&#8221;).</strong> Il loro essere antisistema era così integrale e spinto all&#8217;estremo che respingeva qualsiasi strumento utilizzato non ritualmente, ma solo come divertimento (come l&#8217;ubriacarsi o il drogarsi) e che potesse essere visto come una forma di dipendenza, di evasione illusoria o, peggio, di commodity assimilabile dal mercato o dal &#8220;sistema&#8221; stesso.</p>



<p><br>Il loro &#8220;non fare&#8221; era quindi un atto di purezza nichilista: la contestazione più radicale possibile, che consisteva nel non partecipare nemmeno alle forme tradizionali (o commercializzate) di dissenso, rimanendo nella loro &#8220;rozzezza sdrucita&#8221; autentica e non spettacolarizzata. Era un rifiuto di essere cooptati.</p>



<p>Ora, benvenuti nel punk del 2025, amici miei. Non cercate creste iodate o giubbotti borchiati. <strong>Cercate occhiaie digitali e sguardi iperfocalizzati su schermi che riflettono un vuoto cosmico</strong>. Cercate tute arcobaleno olografiche e droni da sorveglianza patriarcale in miniatura.</p>



<p><br>Sì, perché l’ultimo grido della ribellione in questo pantano post-tutto ha due facce della stessa medaglia: gli Incel e le Femministe di Quinta Ondata, sono il vero punk oggi.</p>



<p>Gli Incel veri Punk del fallimento totale. Immaginate Johnny Rotten, ma senza energia, senza sesso, senza speranza. Solo un ronzio costante di risentimento e un’ossessione per metriche corporee decodificate da forum oscuri, esoterici, quasi stregoneschi. Sono i nuovi reietti, gli scarti della macchina dell’iper-connessione. È la loro ribellione. Un’implosione monumentale.</p>



<p><br>Non sputano in faccia al sistema, ci annegano dentro, perché il vero punk è uno spleen rabbioso e depresso.</p>



<p><br>Li trovi non più in bar maleodoranti, lì ora ci stanno i fighetti che fanno i punk perfettamente inseriti dal sistema, il loro attimo di ribellione dura il tempo dei vari step: matrimonio fallimentare, aziendetta di famiglia che sfonda il muro del suono dei debiti, start-up creativa, ritiro nella tenuta di famiglia a fare l’olio.</p>



<p><br>Il vero cyber punk sta nei &#8220;covi&#8221; digitali: <strong>Discord, Telegram, quelle cloache dove l’aria è catrame</strong>.</p>



<p><br>Ascoltano hyperpop distorto con bassi che simulano battiti con testi indie cinici. La loro estetica è un &#8220;normcore disfunzionale&#8221;: felpe grigie da 20 euro, occhi vitrei fissi su streamer che urlano teorie sul &#8220;mercato sessuale&#8221; come fossero analisi di borsa.</p>



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<p><br>Il loro &#8220;fuck you&#8221; alla società è un gigantesco &#8220;fuck me&#8221; esistenziale. Sono punk perché hanno fatto del fallimento personale una trincea, una bandiera strappata.</p>



<p><br>Non vogliono cambiare il mondo, vogliono che il mondo riconosca la loro sofferenza come l’unica verità sacra. E in questo nichilismo digitale, questo rifiuto di qualsiasi logica di &#8220;riscatto&#8221; o &#8220;positività tossica&#8221;, c’è un’amara, sgradevole purezza.</p>



<p><br>Sono la distorsione finale del sogno capitalista dell’individuo: atomi isolati che implodono in silenzio, che illuminano un’esistenza disperata, nel buio romantico della loro stanzetta.</p>



<p>Le Femministe di Quinta Ondata: sono invece cyberpunk con il vibro controllo remoto. Esplodono dall’altro lato dello specchio. Se gli Incel sono implosione, queste <strong>sono iper-esplosione pura</strong>; i loro ideali non trovano spazio nel variegato carro dei gay-pride, sono pirateria pura.</p>



<p><br>Hanno lasciato alle spalle le battaglie per il voto, per l’aborto, per il lavoro, per i diritti. La Quinta Onda naviga nel post-umano, nel digitale, nel micro-aggressivo dell’infinitamente piccolo.</p>



<p><br>La loro ribellione è un tribunale costante di codice e bio-hacking, ed hateraggio a chi le contraddice su Instagram. Vestono tute adattive ed aderenti, hanno capelli che cambiano colore in base al livello di &#8220;male gaze&#8221; percepito nell’ambiente. I loro meeting non sono in centri sociali, i gay-pride, ma in metaversi criptati, i loro sogni sono droni-sentinella che proiettano ologrammi di vulve giganti a scansione laser che rilevano &#8220;energia maschile cis non-consensuale&#8221;.</p>



<p><br>La loro musica è generata da IA addestrate su testi di Audre Lorde e Donatella Rettore con mix di rap maschilita e manuali di ingegneria genetica. <strong>Il loro &#8220;fuck you&#8221; è un algoritmo: identificano, classificano, cancellano brani e film maschilisti, li reinterpretano</strong>. Con la stessa ferocia sarcastica con cui i punk sputavano, loro de-platformano, sono psicotiche, utopicamente incantevoli, ma brutte e pelosette.</p>



<p><br>È una guerriglia del significato, combattuta con hashtag esplosivi e meme che sono granate semantiche di nulla puro. Due tribù, apparentemente nemiche ma in realtà complementari. Hanno l’ossessione per la purezza, qualcosa che li scorpora dal dato reale, dalla genetica, dalla cultura, da tutto. <strong>Gli Incel venerano la purezza del loro fallimento, intoccabile, incomprensibile ai &#8220;chad&#8221; e ai &#8220;normie&#8221;</strong>. Sono l’ignoto, il fallimento è un caos cosmico, un Infinite Jest, reiterato dal loro nume tutelare Michel Houellebecq.<br><br>Le Femministe di Quinta Ondata lottano per la purezza degli spazi (fisici e digitali), liberi da qualsiasi contaminazione tossica e di genere, liberi dalla matrice maschilista e patriarcale, anelano la macchina asessuata e pura.</p>



<p>Entrambi rifiutano la narrazione del &#8220;progresso&#8221; lineare. Gli Incel lo vedono come una barzelletta crudele, le Quinte Onde come una trappola patriarcale da smantellare pezzo per pezzo.</p>



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<p><br><br>Entrambi sono profondamente, disperatamente tecnologici. Gli Incel vivono nella prigione digitale del loro risentimento; le Quinte Onde usano il digitale come arma e scudo per costruire utopie iper-controllate, <strong>nella loro eterna ossessione di osservare tutto, offendersi per tutto.</strong></p>



<p>Immaginateli per un attimo insieme. Gli Incel in un angolo, a mormorare statistiche sulla lunghezza delle mascelle. Le Femministe di Quinta Ondata nell’altro, a calibrare droni per rilevare micro-aggressioni nel tono di voce. Non si parlerebbero mai. Si cancellerebbero a vicenda all’istante.</p>



<p><br>Eppure, in quel silenzio carico di odio, risuona la loro purezza, la loro grazia rozza, il loro punk maschilisto-femministoide, il loro limonare con la fine.</p>



<p><strong>La loro ribellione è sterile, per forza di cose. E&#8217; forse assurda, forse pericolosa. Sicuramente lo è la loro deriva.</strong></p>



<p>Ma in un 2025 liscio, ottimizzato, dove anche il dissenso è un prodotto da playlist, il caos implosivo o iper-attivo di questi movimenti è l’unico graffio rimasto sulla superficie di cristallo di un presente sempre più finto, dove l’irrazionale, l’irregolare è una sindrome psicotica autodefinita ed autoimposta.<br>Sono i punk di fine mondo, <strong>che ballano non sulle macerie, ma sul sesso dell’uomo e della donna</strong>.</p>



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		<title>Piccoli uomini crescono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[decostruzione maschile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco Piccolo fa il furbo con lo spirito del tempo. “Son qui: m’ammazzi” è il libro fatto a immagine e somiglianza dell’uomo sognato dal progressismo: innocuo, compiacente e in contraddizione con se stesso.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dicono sia stato folgorato al gran galà annuale della Feltrinelli, mentre alti dirigenti e autori di grido danzavano, tra estasi e grazia, sulle note di <em>Mueve la Colita </em>(sì, come in quella scena de <em>La Grande Bellezza</em>). Al fatidico “Asi, Asi!” de<em> los hombres</em>, all’atavico sprigionarsi d’energia creatrice, in quel gesto di sincretistica preghiera a Giove, a Shiva e allo yang, Francesco Piccolo ha compreso, tutto d’improvviso e inequivocabilmente, <strong>il significato dell’essere uomini, il principio della virilità</strong>. Quella sapienza l’ha poi riversata in volumi dai titoli eloquenti, come <em>Separazione del Maschio</em> e <em>L’Animale che mi porto dentro</em>, e nel recente <em>Son qui: m’ammazzi! </em>(Einaudi, 2025), commento a “tredici capolavori che […] hanno contribuito a legittimare il mito della maschilità e la cultura virile”.</p>



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<p><strong>È vero, il libro è un pacchettino confezionato apposta per esplodere nella questione del momento, con le vendite pronte ad impennarsi al prossimo femminicidio</strong> – ma dall’altro lato Piccolo, autore Einaudi con la fissazione per il tema, parrebbe avere il curriculum per parlare del maschile, con il filtro della letteratura. A libro chiuso, voglio dire, l’operazione editoriale sembrerebbe anche accettabile – poi però arriva il brutto, poi si comincia a leggere e fare i conti con una visione dell’uomo così spudoratamente sprezzante da non poter essere autentica, soprattutto vista la pretesa di rintracciarla nelle grandi (tali o presunte) opere del canone italiano. Dopo poche righe, infatti, scopriamo che “il maschile è inteso come potente, arrogante, violento, sopraffattore, egoista e famelico…”, e gli uomini, che “dovrebbero starsene buoni buoni sul banco degli imputati”, sarebbero tutto sommato coscienti della loro natura di “trogloditi, sopraffattori, violenti, arroganti, egocentrici”. Ora, badate bene, se Piccolo ritiene che la mascolinità possa essere declinata <em>anche</em> positivamente – come, ad esempio, forza, sicurezza, coraggio – si guarda bene dal farcelo sapere. Creda o meno che il maschile partecipi di questi valori, la loro totale omissione, in favore di tutte quelle altre caratteristiche concepite come detestabili, basta a configurare il libro come una (nemmeno troppo) velata critica al maschile stesso in quanto tale.</p>



<p>Eppure, per amissione dello stesso autore nella prefazione, “la denuncia in letteratura è imbarazzante”, e beh, la sua non è una denuncia ma “soltanto una testimonianza dei fatti”. <strong>Piccolo, in breve, ti tira un sasso fra le palle e poi nasconde la mano, finge di non sapere che proprio una testimonianza – sapientemente confezionata, tra enfasi e non detti, per un pubblico predisposto – può diventare un atto di accusa, </strong>che intitolare un libro sul maschile “Son qui: m’ammazzi!” – le parole che Lucia, la ragazza “molestata, concupita, vessata” rivolge all’uomo-padrone con il suo destino tra le mani – è più di un furbo ammiccamento, è surfare sull’onda del più ovvio risentimento anti-patriarcale.</p>



<p>Il risultato è la solita sfilza di osservazioni sul maschio, l’autore che passa l’acqua calda al microscopio letterario per dirci che gli uomini usano il cazzo come l’ago della bussola, che sono prevaricatori o sottoni, che il forte (pregiudizialmente maschio) se la prende con il debole (necessariamente donna) – quel tipo di profonda e matura consapevolezza che in genere si raggiunge tra i banchi della terza media. <strong>Anche turandosi il naso davanti ai miasmi ideologici di Piccolo, il libro scorre senza un brivido, senza una parola vagamente rivelatoria sulle questioni che ci si propone di mettere in luce</strong>, è tutta un’attesa di un guizzo che non c’è, insomma è una minchia che non si alza, tragicamente arresa all’impotenza (che si tratti di un geniale espediente metanarrativo, per colpire il lettore con un esemplare contrappasso?).</p>



<p>Il problema, in definitiva, va ricondotto tanto alla scelta dei testi – che Piccolo, furbescamente, definisce personale per coprirne la faziosità – quanto alla loro interpretazione, talmente imbevuta di preconcetti e storture logiche da essere offensiva per quasi tutti gli autori nominati, oltre che per l’intelligenza dei lettori (primo assunto, per rendere l’idea, del <em>Tractatus</em> piccoliano: in un’opera letteraria, ogni uomo malvagio prova la brutalità del maschio, ogni donna malvagia la misoginia dell’autore). I brani affrontati, così veniamo informati all’inizio, dovrebbero costituire per l’uomo-lettore “uno specchio molto evidente”, ma <strong>proprio l’insistenza sui caratteri scontati del maschile, la descrizione, ingenua, di personaggi stupidamente colpevoli o patetici, schiavi dei più prevedibili istinti finisce con il deformarli fino a una insulsa, irriconoscibile caricatura.</strong> Se anche il punto fosse la messa in scena di <em>tutto e solo</em> il peggio del maschio, bisognerebbe comunque mostrare (per imporre un’altezza allo sguardo, mica per altro, per un po’ di prospettiva) che ogni viltà è il rovescio di una grandezza, che la ferocia è complementare all’amore e la virilità un edificio instabile sul confine tra eroismo e mostruosità. Per ogni Zeno (<em>Un uomo ridicolo</em>, uno dei commenti più “personali”) che, in preda all’arrapamento (parola di Piccolo), chiede la mano alla sorella più brutta dopo i rifiuti di quelle belle, esiste uno Stavrogin, un giudice Holden, in grado di concupire la creatura più indifesa con agghiacciante autocoscienza; per ogni Federí (<em>Le generazioni</em>, il capitolo omaggio all’amico Starnone) con il pugno sempre in canna c’è un Amleto incapace di farsi la propria violenta giustizia. <strong>Anche l’Innominato (che per Manzoni era mille altre cose, prima di essere un mammifero pene-munito), convertito dalla debolezza di Lucia, sarebbe la prova che il maschile sta in bilico tra l’esercizio crudele della potenza e la rinuncia a quest’ultima – e non, come Piccolo vuole, il simbolo del potere assoluto che il maschio esercita sulla femmina.</strong></p>



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<p>Vedete la differenza? <strong>Da un lato ci sono gli uomini come ce li racconta l’autore, per metà anime belle per metà scimpanzé, invischiati nel male soltanto nella misura in cui cedono alle proprie maschie pulsioni, dall’altro lato una ambiguità rivelatrice, l’idea che c’è una nobiltà negli istinti e il male si sceglie col cervello, mica col cazzo.</strong> Il punto è come può, proprio uno scrittore – uno che dovrebbe sguazzare nelle sfumature, via dal paludoso bla bla dei giorni –, rifiutarsi di contemplare il più banale complemento delle proprie soffocanti convinzioni? Ci vorrebbe il coraggio della vera scrittura o un pensiero un filo più affilato, mentre Piccolo ha scritto un libro per fare engagement e lusingare la (sacrosanta, c’è da dirlo?) lotta delle donne contro le prevaricazioni dei bruti, una strizzatina d’occhio alle adepte del femminismo mainstream. Si capisce, gli uomini moderni – che sotto sotto lavorano, comunque, sempre, per fottersele – alla sfida devono prediligere la compiacenza, all’audacia la furbizia. Piccolo, buonuomo, non fa eccezione.</p>
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