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	<title>Yellowstone Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>I cowboy della giustizia sociale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 10:58:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"Yellowstone" è la serie che tutti guardano e di cui nessuno parla. Serie tv folk e reazionaria, tutta pistole e cowboy, in apparente conflitto sia con la cultura woke che con il tecno-feudalesimo conservatore dell'era Trump-Musk, analizziamola.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Joyce Carol Oates fa il solletico al Nobel e Chiara Valerio vuole portare gli occhiali come lei, solo che non ci riesce. Se Chiara Valerio potesse diventare la scrittrice che progetta di essere, probabilmente sarebbe Joyce Carol Oates. <strong>Oates ha 86 anni e 63 romanzi all’attivo</strong>; nel complesso qualche decina di migliaia di pagine che spaziano dalla vita di Marilyn Monroe alla chirurgia di asportazione del clitoride.</p>



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<p>Una certa qualità di pensiero la colloca spesso ai margini del dibattito pubblico contemporaneo. Non si spiegherebbe altrimenti il suo interesse per una serie come<strong> <em>Yellowstone</em>, lo spettacolo televisivo del conservatorismo americano.</strong></p>



<p>Oates è vedova di due mariti e ama impiegare il tempo libero sui social.</p>



<p>In un messaggio su X di qualche tempo fa, si è definita “<strong>l’unica persona che conosco a seguire <em>Yellowstone</em></strong>”, <strong>perché <strong><em>Yellowstone</em> è la serie che tutti guardano e di cui nessuno parla</strong></strong>, come pure è già stato scritto da autorevoli commentatori.</p>



<p>L’impostazione della trama è persino banale. Il proprietario di un immenso ranch del Montana di nome <em>Yellowstone</em> <strong>è disposto a tutto per proteggere il suo ranch</strong>.</p>



<p>Il patriarca si chiama John Dutton ed è interpretato da <strong>Kevin Costner </strong>col cappello da cowboy, gli stivali e il lazo. Mancherebbe la Colt di Ringo, ma all’occorrenza abbondano le armi automatiche.</p>



<p>Attorno all’interesse superiore di John Dutton e del suo ranch, si muove manco a dirlo una corte assetata di <strong>sangue, potere e soldi.</strong></p>



<p>Gli autori della serie non hanno scrupoli a servirsi degli espedienti classici della drammaturgia hollywoodiana. <strong>Sulla collina degli Oscar bisogna pur sempre ammazzarsi l’un l’altro per affermare il proprio esserci nel mondo</strong>. Al tempo stesso entra in scena una sperimentazione al rovescio della semantica egemone nel cinema commerciale di epoca <em>woke</em>.</p>



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<p>Quando si è trattato di costruire il personaggio di <strong>Beth Dutton</strong>, la figlia del patriarca, Joyce Carol Oates spiega come gli sceneggiatori abbiano lavorato contro le comuni aspettative femministe, <strong>costruendo un personaggio retrogrado e anti-progressista, che tende a risolvere i suoi problemi a coltellate, piuttosto che con psicanalisi e benzodiazepine</strong>. L’influenza “politica” e materiale di Beth sugli snodi della storia di <em>Yellowstone</em> è totale. A lei è domandato lo scioglimento decisivo dello sviluppo del racconto.</p>



<p>La visione semplificata della società americana, dunque dell’intero occidente, funziona così:<strong> la parte “rossa” </strong>(retrograda, filo-cristiana, filo-“bianco”, filo-“capitalista”, poco istruita, sospettosa nei confronti degli immigrati, anti-aborto, non così favorevole alla concessione dei diritti civili a tutti i cittadini) <strong>sta contro la parte “blu”</strong> (liberale se non effettivamente progressista, nel complesso ben istruita, incline al laicismo, alle tasse, ai programmi di assistenza sociale, ai benefici sanitari, all’istruzione, al diritto di aborto e soprattutto amichevole verso neri, immigrati, minoranze, gay/lesbiche/queer/trans).</p>



<p>Rispetto a questa geografia bio-politica,<strong> il Montana di <em>Yellowstone</em> è un’eterotopia</strong>, cioè uno spazio “reale” di contestazione del reale così come ci viene assegnato dall’autorità costituita.</p>



<p><strong>Il paesaggio, dunque la natura, dunque l’ambiente, stanno al centro del discorso</strong>. Il principale teorico del concetto di natura dentro la nostra angoscia ecologista è il marchese De Sade, così come importato in Italia dal malthusianesimo di Pasolini e dei suoi epigoni di campagna.</p>



<p>Nella dissertazione sull’omicidio che Sade mette in bocca al papa Pio VI, la natura odia la vita e il suo principale scopo è l’eliminazione del genere umano. <strong>Di qui l’adorabile marchese legittima l’infinita serie di torture e violenze da infliggere alle sue eroine della purezza</strong>. Nel quadro della morale di De Sade, il crimine è essenziale alla volontà di distruzione che “anima” la natura.</p>



<p>Se la conservazione e la riproduzione sono leggi alle quali gli uomini non possono sottrarsi, la contestazione della necessità della vita è la parola d’ordine del linguaggio sadiano. La vita, dunque l’esserci nella natura, è un diritto riservato, particolare, e comunque “in via d’estinzione”. È questa la sostanza di quella particolare esperienza che la dottrina definisce “<strong>apocalisse psicopatologica</strong>”.</p>



<p>Per capire in cosa consiste l’idea di natura di un immaginario cowboy del Montana di nome John Dutton, e in cosa differisce da quanto appena descritto, <strong>bisogna considerare <em>Yellowstone</em> un’opera d’arte. Al netto di ogni intrinseca qualità di eccellenza visiva e poetica, da Warhol in poi ogni opera d’arte è un genere di pubblicità</strong>.<strong> Le opere d’arte pubblicizzano l’identità degli artisti che le producono</strong>. Questa identità si divide adesso in tre categorie:<strong> l’artista <em>queer,</em> l’artista <em>outsider </em>e l’artista<em> folk</em>.</strong> A loro spetta il compito di esercitare la semantica eletta della marginalità, un codice di segni che si condensa di fatto in una specie d’ipomania dell’apocalisse.</p>



<p>Per Ernesto de Martino, di cui è stata recentemente rieditata la raccolta di scritti <em>La fine del mondo</em>, il campo della congiuntura culturale dell’occidente è dominato da un senso di «disperata catastrofe del mondano, del domestico, del significante e dell’operabile: una catastrofe che narra con meticolosa e ossessiva accuratezza <strong>il disfarsi del configurato, l’estraniarsi del domestico, il perder di senso del significante, l’inoperabilità dell’operabile</strong>»<em>.</em></p>



<p>Nel descrivere i sintomi di una neurastenia apocalittica, de Martino si riferisce tra gli altri all’episodio dello sradicamento di una quercia davanti alla casa di un contadino di Berna e al pastore dell’Appennino calabro che, durante un occasionale tragitto in auto, perde di vista il campanile del suo paese, Marcellinara. In entrambi i casi, si attivano il disagio e la schizofrenia di una sindrome da spaesamento. <strong>L’effetto di una condizione di spaesamento è, per il contadino di Berna e il pastore di Marcellinara, l’inizio di un «vissuto di fine del mondo»</strong>. Nella visione di de Martino, il contadino e il pastore, esauriti dalla perdita del proprio orizzonte domestico, sono i prodromi etnologici di Antoine Roquentin nella <em>Nausea</em> di Sartre.</p>



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<p>L’esemplificazione neo-western del cowboy di Kevin Costner è la nemesi di Roquentin. J<strong>ohn Dutton è “appaesato” a Yellowstone, nel senso del suo radicamento al paesaggio di una patria culturale</strong>.</p>



<p>Il nostro rapporto con il paesaggio è ambiguo. Siamo in grado di percepirlo in forma reificata, e reale, solo dopo averne acquisito una concreta possibilità di trasformazione. La fotografia, d’altra parte, funziona come appagamento simbolico di questo impulso. Eppure, nonostante una certa tendenza a infarcire le scene di <em>Yellowstone</em> della struggente bellezza delle praterie, nessun cowboy si sogna di tirar fuori il telefono per postare un selfie all’alba su instagram.</p>



<p>Per John Dutton vale il principio contrario alla trasformazione. Da questo punto di vista, il paesaggio del Montana è materia intangibile. <strong>L’idea di custodire una patria culturale “così come è” sta alla base dell’ambientalismo conservatore dei cowboy di <em>Yellowstone</em>, e ha poco da condividere con l’esaltazione nazionalista del partito della restaurazione MAGA</strong>.</p>



<p>L’ironia vuole che sia <strong>più facile trovare un’istanza di rivoluzione nel retrogradismo insolente di un allevatore di bovini piuttosto che in tanti proclami del più evoluto progressista</strong>. Depurato della sua pur lunga serie di grottesche pacchianate, <em>Yellowstone</em> va presa così, come il paradosso semiotico della conservazione, <strong>dove conservare è l’unica possibilità generativa di un <em>ethos</em> della salvezza</strong>.</p>



<p><strong>Donald Trump e John Dutton adottano modelli di affari incompatibili.</strong></p>



<p>L’impresa del ranch, che in Yellowstone per sineddoche diventa l’impresa del mondo, <strong>non deve per forza produrre utili. Basta stare in pari con le spese</strong>. Il conservatorismo dell’aristocrazia terriera americana, per quanto opposto alle istanze turbospeculative dell’immobiliarista di Gaza, ne costituisce tuttavia l’ineludibile piattaforma elettorale.</p>



<p><strong>L’innesto sul tecno-feudalesimo di Elon Musk sembra ancora più critico</strong>. Dutton è <em>anche </em>un cowboy, ma prima di tutto un proprietario terriero, un latifondista. Incarna i valori plastici di un proto-feudatario del nuovo millennio.</p>



<p>Ai signori della tecnologia elettrica interessa il dominio del tempo, da cui derivano l’azzeramento dello spazio e il suo astratto controllo. <strong>La natura del potere di John Dutton è invece tipicamente spaziale</strong>. Per un cowboy latifondista del Montana, il tempo consiste in un patto tra vivi, morti e chi deve ancora nascere. L’oggetto di questo contratto è la terra, per questo tutto il feudalesimo di <em>Yellowstone</em> si gioca intorno ai vincoli giuridici della successione ereditaria. Di qui discende una gerarchia di valori difficilmente condivisibile con i preziosi geni della Silicon Valley, pronti a trasferirsi su Marte in attesa dell’olocausto digitale.</p>



<p><strong>Il colpo di scena della scrittura di <em>Yellowstone </em>sta nel mettere insieme i due piani, tecno-feudalesimo e conservatorismo, nella prospettiva di una visione escatologica</strong>, cioè nel considerare la schizofrenia dell’America di Trump e Musk come una forma conclamata di apocalittismo psicopatologico, <strong>per offrire ai sintomi di questa sindrome l’occasione di un riscatto, di una palingenesi a cavallo, sotto le stelle del Montana</strong>.</p>



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