In Immagini malgrado tutto (2003),Georges Didi-Huberman scrive: «È la circolare di Rudolf Hòss, il comandante di Auschwitz, in data 2 febbraio 1943: “Segnalo una volta ancora che è vietato scattare foto nei dintorni del campo. Punirò severamente coloro che non rispettano quest’ordine”. Ma vietare significava arrestare un’epidemia di immagini che era già cominciata e non poteva più fermarsi: la sua espansione era sovrana come quella di un desiderio inconscio. Astuzia dell’immagine contro ragione nella storia: ovunque circolavano delle foto – queste immagini malgrado tutto – per le migliori e le peggiori ragioni. A cominciare dalle terribili inquadrature dei massacri commessi dagli Einsatzgruppen, immagini realizzate perlopiù dagli stessi assassini […]. Da un lato, quest’uso della fotografia sconfinava (privatamente) nella pornografia del massacro. Dall’altro, l’amministrazione nazista era talmente ossessionata dall’abitudine di registrare tutto – era un punto d’orgoglio, una specie di narcisismo burocratico – che tendeva a fotografare tutto quanto si faceva nel campo, benché lo sterminio degli ebrei nelle camere a gas restasse un “segreto di stato”».
E invece, proprio il più grande segreto del piano nazista, quell’atto – si sarebbe detto – “inimmaginabile”, ha avuto una sua rappresentazione per mano degli stessi carnefici. Le famose quattro fotografie scattate da alcuni membri del Sonderkommando nell’agosto del 1944 nel campo di Auschwitz-Birkenau, «guardano all’inimmaginabile […] e lo confutano tragicamente». «L’invisibile si è reso visibile per sempre», ha scritto Maurice Blanchot.
Citando Georges Bataille («l’immagine dell’uomo è inseparabile ormai da una camera a gas…»), Didi-Huberman aggiunge che parlare dell’uomo, oggi, significa fare di Auschwitz un «problema fondamentale per l’antropologia», in quanto «Auschwitz è inseparabile da noi». Ciò significa anche che la distanza tra realtà e immaginazione – per quanto concerne il possibile tragico dell’uomo – si assottiglia sempre di più



