di Carlotta Lorandi
Che la nostra educazione sentimentale affondi le sue radici in un prodotto culturale statunitense di inizi anni 2000 come Sex and The City dice molte cose della nostra generazione. Comunque, riguardandolo oggi, era geniale.
C’è quest’episodio: “Single e favolosa?”. Carrie, la protagonista, viene chiamata per fare un servizio di copertina sulla sua vita da single pazzesca – lei tutta carriera fantastica, Manhattan, scarpe, eventi, brunch con le amiche. Il titolo concordato è: Single e favolosa!
Poi, plot twist. La sera prima del servizio Carrie fa serata, la mattina non sente la sveglia, arriva sul set distrutta, struccata, con la sigaretta e le occhiaie da panda. La fotografano così. Esce la copertina e il titolo è cambiato. Addio punto esclamativo. È diventato: Single e favolosa?

Davanti alla rivista fresca di stampa lei e le amiche inorridiscono. Il solito articoletto fatto per convincere le donne che essere single fa schifo, dovrebbero trovarsi un uomo da sposare. C’è spazio per una causa legale? Chiedono a Miranda, l’avvocata del gruppo. Questo è un attacco, un attacco alle loro vite, le loro vite single e favolose (punto esclamativo).
Il fidanzato non è brand-safe
Vent’anni dopo, l’incubo del punto di domanda è tornato. Solo che stavolta non è una rivista patinata a portarlo alla ribalta, ma un’economia costruita attorno alla performance dell’indipendenza femminile.
Ora la protagonista non è Carrie, bensì l’influencer di turno. Una macchina da guerra della “singletudine”. Fa l’adv per Bumble e recensisce i suoi date, con uomini ai quali non si affeziona mai. Fa l’adv per il rossetto a prova di primo appuntamento. Riceve fiori che lei attribuisce prontamente alle amiche. Perché nel 2025 le amiche sono i nuovi mariti: portano fuori a cena, fanno regali e soprattutto sono brand-safe.
Il fidanzato? Non c’è spazio per il fidanzato nel feed. O meglio, c’è, ma è nascosto come un tempo si nascondevano gli amanti. In questa economia della favolosità, il partner è diventato un bel problema di branding. Non vende. Ai brand non piace tanto la coppia: preferiscono la narrativa della girlboss emancipata, quella che “si compra la borsa da sola” e che ha bisogno di continui weekend fuori porta per scapparre dalla propria vita celebrare la propria indipendenza. E nemmeno alle follower piace: il fidanzato nel feed abbassa l’engagement, rompe la tensione narrativa, trasforma la serie tv action in una replica di Casa Vianello.
E così, il povero partner viene demansionato ad assistente tecnico, quello che scatta le foto della lei single e favolosa (punto esclamativo).
Ma la follower mica è scema. Lei è una detective. Scruta, zooma, analizza i riflessi sui bicchiere. Ed è un attimo che nota l’anomalia: in quella storia, accanto alle ballerine Miu Miu (misura 39) abbandonate sul tappeto dell’hotel, compaiono un paio di mocassini Prada (misura 46). Panico. Il mondo crolla. “Ma come? Mi sta mentendo? Non era single come me?”.
La follower si sente truffata. Lei stava seguendo per benino tutte le regole del manuale della Cool Girl. Non farsi vedere troppo disponibile, non farlo dormire a casa, trattarlo come un accessorio, essere stronza. Il risultato? Alla follower i ragazzi hanno smesso di rispondere, perché nella vita reale la gente si stanca di essere trattata così. Lei è rimasta sola sul divano a chiedersi cosa ha sbagliato.
L’influencer, invece, stava solo recitando la sua parte, mentre il proprietario dei mocassini 46 le versava il vino al ristorante. Il telefono sempre pronto per una story, magari contro la comitiva di maschi rumorosi nel tavolo acconto. Commenta “Guardateli. E poi ci chiedono perché stiamo così bene da sole (punto esclamativo)”.
L’Angelo dell’aperitivo
Ecco servita la dose quotidiana di eteropessimismo, quella corrente di pensiero che va per la maggiore: le relazioni eterosessuali ormai sono spacciate e gli uomini fanno-schifo. Stiamo tutte abbandonando le app di incontro, la dating culture, ci dichiariamo “man sober” e tanti altri aggettivi che alimentano dozzine di articoli su Vogue. Ora, mi domando e ti domando. L’etero-pessimismo non è semplicemente l’altra faccia della medaglia di un single-ottimismo spinto?. Vero, nessuno vuole più il modello imposto della donna “Angelo del focolare” con un unico destino davanti (sposarsi NDR). Ma siamo sicure che il modello alternativo, quello dell’Angelo dell’aperitivo sempre perfetta, sempre fuori, sempre performante, sempre sola ma mai solitaria – non sia un modello imposto tanto quanto il primo?
Sembra che qualcuno l’abbia presa alla lettera la Lina Sotis che nel 2006 in una ristampa del suo Bon Ton alla voce “Single” scriveva che “L’unica regola, sia comportamentale che psicologica, ste nel convincersi, e soprattutto convincere gli altri, di essere una single e non una donna sola” – senza ulteriori aggettivi nè punti esclamatavi. Terrificante