Una tetralogia di discorsi si annida sotto al letto di ogni io, incombe la minaccia del nomadismo del sé. Risuonano gli echi centenari del diventa ciò chi sei nicciano, del socratico conosci te stesso. Risuonano durante le giornate di orientamento liceale, ai placement post-università; una favola la cui genesi è nel cosa vuoi da grande che ti chiedono appena hai superato la fase della lallazione, ma non sei ancora troppo sviluppato per articolare una risposta che non sia telegrafica e monadica.
Interiorizzi per la prima volta che c’è un Qualcuno indefinito e amorfo i cui bordi attendono di essere tracciati con l’indelebile come si fa con i disegni a matita per far loro assumere un po’ di spessore. Poi ti ritrovi in un futuro ipotetico in cui si fa sempre più pressante e presente l’attesa di un’epifania che ti colga mentre torni da lavoro o mentre sei sul treno che non si sa da dove arrivi e che invece di ricordarti la scadenza incombente ti rivela chi sei che cosa devi fare nel mondo e ti indica la strada giusta, il tuo ikigai. La tua ragion d’essere che ti fa svegliare ogni mattina in trepida attesa con un’ansia missionaria di portare il tuo vero Sé nel mondo e di poter fare del bene.
Fai della tua passione il tuo lavoro, o fai della tua passione e del tuo lavoro te stesso, insomma è uguale. Scegli una passione bambino, una e una sola, che però tu la possa mercificare e trasformare in denaro, così che di un sorriso obbligato e sardonico possa essere macchiato il tuo volto. Le centomila copie vendute dei libri dalla copertina lucida di self help che proliferano persino sulle bancarelle dell’usato ti insegnano a ritrovarti dopo che ti sei perso per strada e attendi la tua epifania. Le passeggiate la domenica pomeriggio prescritte dal dottore o dallo psicologo che ti invitano ad accordarti con il vibrare delle foglie e della natura, per pensare un po’ a te stesso e ritrovarti.
Così ti viene imposto questo Io monolitico e substratico il cui velo dell’inautenticità aspetta solo di essere strappato dopo l’ennesimo percorso di psicoterapia fallito. Un Io sedentario che ti aspetta sulla strada ma di cui sei troppo distratto per accorgerti, troppo preso dai ritmi della vita, troppo impegnato con le deadlines e di cui quindi il velo non potrai mai strappare. Perché ti devi conoscere, devi diventare ciò che sei, devi far coincidere te stesso con il tuo sostrato originario e se ce la fai, se ti sforzi e ti ritrovi, se ti dedichi del tempo o se una mossa fortuita ti mette sulla casella giusta, poi sei destinato a rimanerci per sempre.
Stai fermo, non osare avanzare che ti sei trovato e ritrovato. Non perderti. Scordati e sopprimi tutte le spinte disgregatrici che ti vogliono fluttuante e instabile, ritrova il tuo equilibrio, accordati al ritmo costante e periodico del tuo sostrato originario. Una passione devi avere, abbandona il tuo ulissismo, non andare oltre i confini prescritti del tuo Sé. Rimani sulla strada maestra nel centro città non ti inoltrare nelle viuzze periferiche buie mal frequentate dell’Io dove ti attengono gli amici sbagliati.
Uccidi l’Io nomade che vive dentro di te che rifiuta di scoprirsi e diventare ciò che è, che minaccia di portarti altrove, l’io inquieto ed itinerante che si tradisce e contraddice, uccidi la minaccia perché ti manca poco e se ti impegni all’improvviso sulla strada o in una passeggiata domenicale lo diventerai ciò che sei, ti conoscerai, un Io trascendente e vero ti si rivelerà.