Che noia i film che chiedono i permessi.

Roma clandestina, America spettacolare: Punishment Park, quando il falso diventa più vero del reale

Oltre a essere invivibile, Roma è anche indecifrabile: stratificata, antica e dunque misteriosa. È proprio grazie a questa sua natura opaca che, talvolta, ci si imbatte in eventi strani, mai pubblicizzati perché completamente privati, borderline, quasi clandestini. Può così capitare di ritrovarsi nel centro della capitale a partecipare a un cineforum segreto (il Cinegiordani) di cui non esiste traccia online, ospitato in uno di quegli spazi romani che da anni sopravvivono nell’ombra della produzione audiovisiva indipendente, lontano dai circuiti ufficiali.

Ed è lì che può accadere di vedere un film assurdo e dimenticato come Punishment Park (1971). Diretto da Peter Watkins in piena epoca nixoniana, è un mockumentary militante (un finto documentario) e un feroce atto d’accusa contro la violenza istituzionale americana. Il film immagina un’America alternativa (ma non troppo) in cui giovani dissidenti politici vengono processati da tribunali speciali.

Ai condannati è offerta una scelta: sei anni di carcere oppure l’accesso a Punishment Park, un deserto da attraversare per tre giorni senza acqua né cibo, con l’obiettivo di raggiungere e toccare una bandiera americana per riconquistare la libertà. A sorvegliarli ci sono polizia e Guardia Nazionale, autorizzate a sparare.

Un’idea potente, probabilmente devastante all’epoca, che oggi appare in parte datata. Non tanto per il contenuto politico, quanto perché la violenza che il film condanna è la stessa che la società e il cinema americani hanno imparato a metabolizzare, spettacolarizzare ed esportare. In questo senso, Punishment Park rende esplicito un meccanismo più profondo: l’America ha bisogno della violenza per raccontarsi, per trasformare il conflitto in intrattenimento.

Questo tema riaffiorò in un altro evento romano di qualche anno fa, anch’esso semi-clandestino ma annunciato: un incontro in un pub di San Lorenzo (l’Underdogs) con Abel Ferrara. Il regista, tra una provocazione e l’altra (arrivando persino a sostenere di sapere con certezza chi abbia ucciso Pier Paolo Pasolini, salvo poi rimandare la rivelazione a una futura autobiografia per “ragioni di sicurezza”) sottolineava un punto significativo: quando negli Stati Uniti arrivò la notizia della morte di Pasolini, non passò quasi nulla del poeta. Passò invece il truce assassinio, l’immagine folcloristica e brutale, il dettaglio scandalistico, la sua Lancia blu e le marchette nei luoghi malfamati.

È la violenza che eccita l’America, sia essa messa in scena in un mockumentary, sia essa appartenente alla cronaca. La violenza è alla base dello spettacolo americano. Questa contrapposizione poteva funzionare finché l’America produceva prevalentemente intrattenimento violento e l’Europa realizzava opere più introspettive. Fino agli anni Ottanta la distanza tra cinema europeo e statunitense appariva netta: pop e spettacolare il primo, filosofico e autoriale il secondo.

Oggi questa separazione è meno evidente. Il cinema americano ha integrato l’autorialità anche all’interno di forme apparentemente commerciali. Ciò rende più complessa la lettura contemporanea di Punishment Park, che resta un’opera figlia del suo tempo ma conserva una forza inquietante. È un film militante che flirta con la stessa violenza che denuncia? Forse. E i titoli di coda, dove una voce fuori campo rivela che alcune persone coinvolte ebbero in seguito problemi legali e conseguenze reali, aumentano l’ambiguità tra rappresentazione e realtà.

Il punto più rilevante che emerge da un’opera simile è però un altro: il potenziale del mockumentary come arma di destabilizzazione, capace di incrinare la credibilità dei media. Una ferita che oggi si riapre con i fake video prodotti dall’intelligenza artificiale. Con una differenza sostanziale: nel mockumentary esiste un’intenzione autoriale esplicita, un progetto politico deciso a monte. L’inganno è dichiaratamente artistico e finalizzato a produrre consapevolezza, non semplice disorientamento.

In Italia, tuttavia, il documentario è ancora percepito come “moralmente vero” e, quando è falso (come nel caso di Fascisti su Marte) viene perlopiù assimilato alla satira. Negli Stati Uniti, invece, il successo di celebri mockumentary come This Is Spinal Tap ha reso possibile un’ulteriore evoluzione del genere attraverso i film di Sacha Baron Cohen, come Borat (2006) e Brüno (2009), che hanno trasformato il mockumentary in una performance totale: personaggi fittizi incarnati nel mondo reale, reazioni autentiche catturate e restituite come dispositivo critico. Realizzare un mockumentary alla Sacha Baron Cohen in Italia é un qualcosa che nessuno ha mai pensato, ma potrebbe seriamente portare alla luce interessanti ingranaggi nascosti del nostro belpaese.

In un’epoca ossessionata dal “tratto da una storia vera”, in cui i reel di Instagram risultano spesso più seducenti di qualsiasi biopic e l’intelligenza artificiale produce narrazioni false ma realistiche, prive di reale urgenza politica, il mockumentary potrebbe tornare a essere una forma decisiva. Non come gioco postmoderno, ma come strumento di disturbo. Non come parodia, ma come atto sovversivo. Come un cinema che, ancora una volta, non chiede il permesso.