Andare a ballare è, per molti, un atto di distacco. La pista da ballo crea uno spazio sottratto alla quotidianità. Il fatto che questo accada quasi sempre di notte non è un caso: le ore notturne si concatenano senza peso, l’azione è tutta concentrata nel presente, e il tempo del giorno appare lontano, così come il lavoro, le preoccupazioni, gli impegni. L’innegabile magia che le tenebre portano con sé apre lo spazio al possibile.
Viene in mente in questo senso uno dei primi film di Martin Scorsese, After Hours: un povero disgraziato che cerca di tornare a casa dopo un appuntamento fallimentare, ma la città e strane creature glielo impediscono. Ecco, un film così non poteva che ambientarsi di notte. Quando il tempo si ferma e i mostri si svegliano, abbiamo la possibilità di perderci e di fare subentrare il caos. Fare festa e la notte sono due facce della stessa medaglia: l’una alimenta l’altra, e funzionano così bene perché creano una parentesi estranea alla vita ordinaria.
Ma la notte non è solo buio: è sospensione della ripetitività e della monotonia, apertura di una crepa attraverso cui può insinuarsi il caos. È proprio in questa crepa che si realizza la perdizione – la possibilità di uscire da sé stessi, di lasciarsi andare – che, a mio avviso, è il discrimine principale tra il clubbing tradizionale e il soft clubbing.
Innanzitutto, inquadriamo il fenomeno. Il soft clubbing è l’ultima moda partorita dal mondo anglosassone che, a colpi di vinile e matcha latte, sta arrivando anche in Italia. Il format consiste in colazione o brunch, rigorosamente la mattina, accompagnata da musica elettronica o techno, preferibilmente su vinile.
Nell’epoca post-covid, una modalità di clubbing di questo tipo non può che prosperare. Vogliamo essere tutti più sani, in contatto con il nostro benessere, fare sport e, soprattutto, stiamo invecchiando.
Gli anni di Covid hanno ricordato quanto sia prezioso stare insieme, ma ci hanno anche convinti che farlo debba costare il meno possibile in termini di benessere. Per la nostra generazione, che non vuole ancora rinunciare a fare serata, il soft clubbing risulta una versione edulcorata, addomesticata delle feste, o se preferite, una colazione un po’ frizzantina. L’idea di fondo è che ci si possa divertire senza sfasciarsi, anzi, che può essere a tutti gli effetti una sana attività, perfettamente inseribile all’interno della settimana lavorativa.
In sostanza, il soft clubbing riformula il fare serata in evento mondano, un’esperienza equiparabile al vedere una mostra o fare un aperitivo, che non richiede impegno, e non a caso si svolge all’ora della colazione, appena svegli e freschi dalla lunga notte di riposo.
Il target, a differenza del clubbing tradizionale, è volutamente più ampio – non serve essere nottambuli né avere una particolare familiarità con la cultura club – e un bacino d’utenza ampio vuol dire, inevitabilmente, più soldi. Trova d’accordo l’amico che ama la techno ma ha messo su famiglia e chi beve solo latte d’avena. Il problema di questo format è quello che rappresenta, ossia l’addomesticarsi del divertimento, il suo progressivo deperimento in luogo di una socialità più healthy e senza pericoli.
A ben guardare, “andare a ballare”, non assomiglia affatto a questo. È un evento senza funzionalità, isolato, estraneo, se non addirittura avverso alla quotidianità della vita. Sballarsi, in senso lato, è sempre stato parte di questo rito: non si tratta necessariamente di droghe, ma di eccesso, di sfinimento. Edulcorare questo momento non vuol dire renderlo più accessibile, ma privarlo della sua vera natura. Un aspetto che parla da sé è la renderlo più accessibile, ma privarlo della sua vera natura. Un aspetto che parla da sé è la direzione che stanno prendendo alcuni club rispetto alla questione cellulari, adottando la policy del “no pictures”; tutt’altra storia per gli eventi di soft clubbing, curati in ogni dettaglio affinché i partecipanti possano produrre il contenuto perfetto. La luce del sole illumina i volti rilassati, i telefoni riprendono il cappuccino e il cornetto, la canzone scelta per la storia Instagram è l’ultima hit di Fred Again.
In nome di una vita sana a 360 gradi, la musica passa molte volte in secondo piano. Tanti eventi soft clubbing si accompagnano a lezioni di pilates o yoga, esposizioni di bancarelle, selezioni accurate di attività che si fanno ben pagare e che nulla hanno a che fare con il mondo della notte. A Milano il collettivo Nul organizza il Rave a colazione al Club Giovanile, rigorosamente senza alcol, con sessioni di yoga integrate ai dj set. Radio m2o ha creato un apposito Morning Club, con appuntamenti domenicali alla Fabbrica del Vapore, a cui ha partecipato il nostrano Jovanotti lo scorso 15 febbraio. A Bologna si replica al bar Ca’ di Mezzo, a Roma al Vinile in zona Garbatella. Anche dal punto di vista imprenditoriale il soft clubbing fa gola, basta infilare un paio di parole chiave sul volantino e la gente è pronta a sborsare i propri soldi. In qualità investigativa, stavo per andare ad un evento in un locale a Milano che offriva lezione di pilates, dj set e brunch ma ho poi scoperto che il tutto veniva a costare novanta euro (170mila delle vecchie lire).
Certamente i due modi di fare festa possono coesistere pacificamente, e non è difficile immaginare uno stesso individuo che va a ballare il venerdì sera e a fare un brunch-minimal-techno la domenica. Tuttavia il successo inarrestabile degli eventi soft clubbing sta silenziosamente privandoci di qualcosa di importante: il momento della perdizione.
Più le serate si fanno perbene, più lo diventiamo anche noi. Privati dei momenti di libertà totale in nome di un divertimento sano, calibrato, non esagerato, non possiamo che trovare in Jovanotti il nostro guru.
È quindi lecito chiedersi se un divertimento che non ci fa evadere più sia ancora davvero tale, o se effettivamente un gin tonic può essere sostituito da un cappuccino e una pasticca da una pasta, o come si dice ora, da un lievitato.