Forse è arrivato il momento di rivalutare Gabriele Muccino. O meglio: di osservarlo in un’ottica più adeguata. Non più considerarlo semplicemente “il regista di drammi sentimentali borghesi ben girati, ma…”, bensì riconoscergli un ruolo preciso nel rinnovamento formale del cinema italiano contemporaneo. Con Le cose non dette Muccino firma finalmente un’opera pienamente equilibrata, capace (come accadeva nei suoi film americani) di far soffrire lo spettatore in profondità senza risultare stucchevole o sopra le righe. Il principale limite del suo cinema, in passato, risiedeva infatti nello schematismo dei personaggi: figure spesso ridotte allo stereotipo della classe sociale rappresentata. Tuttavia, a differenza di molti altri registi italiani impegnati in scialbi racconti borghesi, a Muccino va riconosciuta una qualità tecnica evidente: una regia dinamica, una macchina da presa mobile, un’attenzione costante al ritmo e una direzione degli attori personale e sempre presente.
Quando uscì L’ultimo bacio, il commento ricorrente tra gli appassionati era: «È la solita storia, ma almeno è girata come un film americano». Ed era vero. Muccino è stato tra i primi, nel mainstream autoriale italiano post-anni Novanta, a muovere la macchina da presa con un’energia e una fluidità più vicine al cinema statunitense che alla tradizione italiana dell’epoca. Questo, di per sé, non è automaticamente un pregio; lo diventa però se inserito in un contesto produttivo spesso statico, in cui né la regia né la costruzione narrativa sembravano preoccuparsi del ritmo complessivo dell’opera.
Nel cinema di genere italiano non sono mancate figure tecnicamente dotate (basti pensare a Lucio Fulci, abilissimo nei movimenti di macchina e nella composizione dell’inquadratura, soprattutto nell’uso dei campi lunghi). Ma, nella sorta di tabula rasa del cinema italiano post anni Ottanta, Muccino ha introdotto un modo di girare che, per quel periodo storico, appariva nuovo e vitale.
Ancora più interessante è il fatto che Muccino abbia iniziato a raccontare il berlusconismo senza mai nominarlo esplicitamente. Questo è evidente in Ricordati di me, ma anche nello stesso L’ultimo bacio: protagonisti insofferenti alla routine, incapaci di assumersi responsabilità, pronti a tradire o a fuggire verso nuovi lidi. È il ritratto di un’epoca segnata da un’eterna adolescenza. In Le cose non dette lo schematismo viene finalmente smussato e si trasforma in un’analisi più cristallina delle macerie lasciate da quella “stagione”. In fondo, il film è proprio questo: una riflessione sulle macerie del berlusconismo. Il padre è un “papi”; le figlie sono donne senza padre che, proprio per questa mancanza, finiscono per innamorarsi di uomini più grandi, cercando in loro una guida che non hanno avuto.
Un tempo si diceva che a cinquant’anni si è ancora giovani, ma il sottinteso era diverso: (si è ancora giovani) “per morire”, non giovani in senso assoluto. Oggi, invece, l’idea di una giovinezza permanente tende ad annullare i ruoli sociali. Se nessuno invecchia davvero, se nessuno accetta la propria posizione nella dialettica generazionale, viene meno il confronto necessario alla crescita. In Le cose non dette Muccino mette in scena proprio questo spaesamento: l’assenza di ruoli chiari, la fuga dalle responsabilità, la confusione tra padri e figli.
Nel film, solo le “figlie” sembrano prendersi la responsabilità di amare; i padri, invece, appaiono vampiri assetati di giovinezza, incapaci di assumere fino in fondo il proprio ruolo. Non è un caso che la maternità venga vissuta come un problema e che l’aborto emerga come soluzione estrema: generare significherebbe accettare di essere adulti. E, come oggi, non fa più troppo notizia Rocco Siffredi che, a sessantadue anni, “benedica” professionalmente con una scena porno Ambra del Calippo Tour di ventidue anni. E se da una parte si tenta, spesso riuscendoci, di far passare l’idea che il sex working sia un lavoro come tanti altri e quindi, in questo caso, il professionista Siffredi, col suo buon cuore, abbia dato una chance a questa giovane promettente, dall’altra viene spontaneo chiedersi: la spettacolarizzazione del proibito potrà mai avere un limite? I “vecchi” torneranno mai a essere saggi, ad accettare quella stanchezza biologica che dovrebbe condurre a una forma di “serenità finale”? O l’eterna frenesia moderna impedisce anche questo?
Nel film, Claudio Santamaria è un padre inadeguato; Stefano Accorsi un “marito/figlio”, amante e irrisolto; Miriam Leone una moglie che finisce per fare da madre al proprio marito; Carolina Crescentini (mai così brava) una madre fragile con una figlia adolescente. Tutti i personaggi sono “sbagliati”, ed è proprio questa loro imperfezione a renderli coerenti con un film che ha al centro il fallimento.
Fallire nel non dire parole decisive. Fallire nel desiderare ciò che non si ha perché “non è per te”. La Leone desidera un figlio ma non può averlo. Accorsi vorrebbe scrivere un libro e non ci riesce. Santamaria sogna la libertà. Crescentini vorrebbe essere una buona madre. La figlia adolescente reclama di essere riconosciuta come adulta, mentre la giovane interpretata da Beatrice Savignani sogna un amore romantico con chi non può darglielo.
Ognuno corre verso ciò che non ha, non lo ottiene e non si cura di quello che ha. Fino alla distruzione. Che porta a una nuova, possibile costruzione?