L'operazione San Damiano ci lascia un po' perplessi. Il film è godibile. Il soggetto, la regia, tutto è al posto giusto. Dopo averlo visto però non riusciamo a scrollarci di dosso la sensazione che i due registi abbiano un po' pescato a strascico nell'ipermercato della disperazione di Termini, in cerca di degrado. Un po' per caso, un po' per occhio, riescono a far abboccare tale Damian, e perciò lo si segue per un po' di tempo, telecamera alla mano. Lui è ben felice di spezzare la monotonia della vita da strada, quindi alla fine sono tutti contenti, giusto?

Il paradosso che riguarda film come San Damiano (Alejandro Cifuentes, Gregorio Sassoli, 2024) è quello di scioccare con immagini che – soprattutto nelle grandi città – si è piuttosto abituati a vedere. Ma questo è vero solo in apparenza. Il documentario di Cifuentes-Sassoli si addentra nella vita di Damian, ragazzo polacco fuggito da un ospedale psichiatrico e arrivato in treno fino a Roma Termini. Damian non vuole vivere per strada, dormendo sopra i cartoni; perciò, decide di occupare una delle torri delle antiche mura della capitale, nella quale – ci dice – è possibile arrivare solamente dall’alto, dal cielo.

San Damiano è il film di due avventurieri che scelgono, direbbe Godard, l’etica all’estetica, scelgono di raccontare la verità nella maniera più oggettiva che credono, nonostante del resto sia impossibile liberarsi della finzione nel documentario e del documentario nella finzione. L’opera segue un andamento fumettistico e aneddotico, e per questo casuale. Questo perché il genere documentario permette di “accontentarsi” del caso. I suoi personaggi sono in un certo senso dei freaks – e un po’ viene da pensare anche al capolavoro di Tod Browning – sono emarginati, realmente invisibili alla maggior parte della popolazione. Si seguono le loro imprevedibili mosse, come questo tipo di documentario esige.

Sorge però una questione: molte delle persone che vediamo nel film sono visibilmente alterate, non del tutto coscienti o, addirittura, completamente squilibrate: è giusto filmarle? Lo si fa per amor loro o, in fondo, per amor proprio? Lo si fa sempre per coerenza, per quella ricerca di una verità oggettiva? Se si volesse schematizzare tale problema in una contrapposizione etica/estetica, alla prima corrisponderebbe la verità a tutti i costi del documentario, mentre alla seconda lo stile e le finzioni dello spettacolo cinematografico. Se la scelta di seguire i protagonisti, senza confinarli a una struttura “estetica” quale può essere una sceneggiatura, è una scelta etica – propria di molti documentari, peraltro – quella di riprendere i momenti più fragili, meno lucidi e forse meno consapevoli di alcuni senzatetto rientra invece nell’estetica? In altre parole: fino a che punto è lecito spingersi tanto a fondo nella rappresentazione di una verità?

I registi sembrano voler filmare la loro stagione all’inferno, qualsiasi siano le situazioni in cui si troveranno immischiati. D’altronde, loro hanno vissuto da vicino San Damiano e la sua cerchia di conoscenti. Dal principio, la vita, il cinema – e questa non è nuova – non può far altro che “viverla o morirla”. Con le parole, ad esempio, sarebbe più complesso, più faticoso, e poi non tutti ne sono in grado. Per raccontare questa vita, il cinema può essere definitivamente bestiale. Damiano riempie lo schermo con la sua violenza e il suo amore. E come il film giunge alla sua fine, alla sua morte, così si svuota della vita, perché si svuota di Damiano, che viene allontanato dai fumi di un rogo da lui stesso acceso.

Se è impossibile liberarsi della finzione nel documentario e viceversa, sarà altrettanto vero che chi opta radicalmente per l’una troverà in fondo necessariamente l’altra. Tanto per fare un esempio: San Damiano si imbosca con una ragazza e i due fanno sesso per strada. Cifuentes-Sassoli li seguono da dietro, timidamente, per poi raccontarli frontalmente – la ragazza rimane in qualche modo sempre coperta – e infine allontanarsi, lasciandoli nell’ombra. I due registi si spingono nel rappresentare un momento estremamente intimo che riguarda il protagonista e un’altra persona a noi ignota – e la scena ha generato anche i suoi piccoli ma accesi dibattiti, a seguito di alcune proiezioni. Siamo nell’“etica” nel senso che siamo nell’etica del documentario, e cioè all’interno di una (presunta) verità. Voglio dire che se per qualcuno – pur cretino che sia – i senzatetto non provano piacere sessuale, questo film, e non sarà l’unico, documenta il contrario. Poi, attraverso il montaggio, avviene una costruzione che è necessariamente estetica, che può amplificare, poeticizzare il momento. Quindi, la rappresentazione di quelle figure inconsapevoli, o di quei momenti fragili e intimi, esisterebbe al fine di mostrare una verità più da vicino. Ma la Verità, nuda e cruda, di certo non esiste, a maggior ragione nel cinema che, ripeto, non può liberarsi dell’estetica. Anche nei brevi frammenti di realtà ripresi dallo stesso Damiano con il suo telefono risiede una verità. Ma siccome si tratta di una sorta di diario-spettacolo, quasi come fosse fatto per i social, essi contengono allo stesso tempo della finzione. Ad esempio, San Damiano decide di enfatizzare un episodio della sua vita, quello in cui picchia il senzatetto Felice, filmandolo e rendendolo uno “spettacolo” – poco importa se per se stesso o per un pubblico di mille persone. Anche perché Damiano è un uomo di spettacolo. Cifuentes-Sassoli hanno montato quei frammenti perché forse credevano che avrebbero dato una maggiore autenticità al film, ma a mio avviso si sbagliavano. Al contrario, quei frammenti rappresentano una verità soggettiva e rientrano totalmente nell’economia drammaturgica delle scelte estetiche. Non sono più vere delle riprese “dall’esterno” dei due registi. Allo stesso modo, Cifuentes-Sassoli spettacolarizzano necessariamente i momenti ripresi dei loro soggetti, che siano più delicati o meno. Nel cinema – anche quello senza sceneggiatura – la regia, il montaggio, le luci, in una parola, la “scelta”, determinano la finzione, la costruzione. In ogni caso, non si sfugge all’estetica.

Per quanto riguarda la scena di sesso, poi, bisogna domandarsi altresì se lo “scandalo” si crea perché la scena acquista un sapore immotivatamente voyeuristico o perché riguarda la sfera del desiderio sessuale, con la quale nonostante tutto molti di noi non riescono a far pace. In San Damiano, ripeto, vediamo i segni della violenza come quelli dell’amore. Non si contano le volte in cui vediamo qualcuno con il volto macchiato di sangue; ugualmente, sono frequenti i momenti in cui vediamo della tenerezza. Quella scena è certamente la più carnale, la più volgare in un certo senso. Ma in fondo non ha nulla di più “spettacolare” di qualsiasi altra scena ripresa dai registi, come dallo stesso San Damiano.

Dunque, la questione del “perché spingersi fino a tanto?” va nel profondo. Cercare la “verità a tutti i costi” può essere ingenuo come può essere sciocco credere che per raccontare seriamente la realtà di un senzatetto non servano immagini forti. Mentre scrivo questi pensieri mi viene in mente il film Anna (1975), di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli e credo che la risposta più radicale – se di risposta si può parlare – e al contempo più disarmante, ce la dia Grifi. Nell’introduzione al film, infatti, il cineasta romano sostiene di aver compreso durante le prime riprese che “Anna voleva amore, non pietà”. Perché la pietà è uno strumento borghese. Poi aggiunge: “L’ultima volta – due anni dopo la fine delle riprese – che abbiamo sentito la voce di Anna, era una sua telefonata dal manicomio. Ci chiedeva piangendo e minacciando di tirarla fuori in qualche modo, e tutto quello che abbiamo saputo fare è stato di registrare la telefonata. Abbiamo preferito un film sulla realtà piuttosto che la lotta per creare una realtà un po’ meno schifosa. È più comodo”.

Nemmeno Damian voleva pietà, e in questo sembra proprio che Alejandro Cifuentes e Gregorio Sassoli siano riusciti a garantirgli una dignità, a prescindere da quello che si vede sullo schermo. Ma forse il problema, appunto, è altrove. Che al di là di come e quanto si scelga di rappresentare, al di là dell’etica e dell’estetica, forse, la sfida più faticosa per un film rimane cambiare questa vita.