“Ciò di cui il tempo storico di oggi ha disperatamente bisogno è una riscoperta e una rimanipolazione propositiva del proprio mondo interiore, che segua uno slancio che dall’interno si protragga verso l’esterno.” Questo articolo è la parte III di un articolo, la cui parte I è uscita su Nemesi #31, la II su Nemesi #33.

L’inconscio e la vita dello spirito sono spesso contraddittorie, vivono in una zona grigia, sono alle volte amorali o malvagie, non evitano il dolore. Riconoscersi feriti nel momento di adesso è umiliante per via di come l’umiliazione abbia a che fare con le ferite e l’emozione, due questioni che proviamo a schivare di continuo. Ma evitare il dolore significa provare a tecnicizzare il cuore. Sarebbe un bene se qualcuno si sentisse toccato o addirittura offeso da quanto scritto in queste righe. Se lo spirito, inteso in senso simmeliano, è scisso tra spirito soggettivo (l’interiorità, dunque in un certo senso la naturale propensione verso le proprie passioni e i propri interessi) e spirito oggettivo (la cultura prodotta), la ferita dell’Io se quando interrogata ci aiuterà a prendere coscienza dello stato di compressione cui si è costretti a vivere, che crocifigge la nostra vita e quella degli altri all’interno di un sistema che richiede, per essere sopportato, uno stato di professionalizzazione e alienazione insostenibile nella lunga durata. Solo e soprattutto nel criticismo propositivo c’è la possibilità di un cambiamento. È bene dunque imparare a conoscere le proprie reazioni, per trasformarle e utilizzarle come mezzi reazionari. Questa compressione della vita interiore colpisce infatti non solo lo Spirito, ma anche il modo in cui reagiamo e critichiamo il mondo che abitiamo. Nelle società capitaliste avanzate, il sistema tollera solo alcune forme di opposizione, purché non mettano davvero in discussione le sue basi. In questo modo, anche le idee più critiche rischiano di essere assorbite e rese innocue. Il risultato è quello che Marcuse chiama pensiero uni-dimensionale: uno spazio in cui diventa sempre più difficile immaginare alternative reali al sistema esistente. La stessa limitazione viene proposta dall’istituzione e reiterata dalla cultura. Se il dissenso viene neutralizzato, anche la capacità di immaginare un altro mondo si atrofizza. Infatti, dopo il tempo e la comunità, il capitalismo ha inghiottito l’immaginazione e maciullato il cuore. Le sovrastrutture regolamentano, direzionano e commercializzano ogni forma di amore intesa come Eros, la forza motrice che spinge l’individuo verso la conoscenza suprema, ovverosia la verità, raggiungibile attraverso l’abitudine al pensiero.

La pre-visione (intesa come la capacità di prefigurare una visione del mondo), come il ragionamento, è un muscolo. Questo purtroppo rappresenta per la società contemporanea un problema: se la pre-visione è l’occhio della mente e l’occhio, come l’immaginazione, è un muscolo, allora è certo che siamo tutti prossimi alla cecità. Nel 2009 Mark Fisher afferma: è più probabile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Nel 2026 ci pare che la questione non faccia che riconfermarsi.

La natura dogmatica del Capitale è riuscita in buona parte nel suo intento: attraverso mezzi e tecnica ha convinto l’inconscio della società delle masse a credere che non esista davvero un’alternativa a quella che si sta vivendo da meno di duecento anni o che – ancor peggio – questo sia per davvero il migliore dei sistemi possibili, e dunque immaginabili. Come abbiamo detto, il nostro rapporto col tempo è governato dalla paura: il futuro si restringe, il passato svanisce. Il decrescente interesse verso una coscienza che sia prima di tutto storica, inoltre, ci impedisce di vedere come ciò che viene presentato come unica possibilità sia in realtà un sistema recentissimo. Il capitalismo, nella sua forma industriale, esiste da appena due secoli. Se comprimessimo l’intera storia della Terra in un anno occuperebbe appena 1,5 secondi.

Siamo all’intersezione tra ciò che per tutta la durata della nostra vita – ben diversa dalla durata del Cosmo – ci è stato presentato come unica possibilità (un’esistenza scandita dal lavoro e dalla solitudine) e ciò che è necessario realizzare (il mondo nuovo). Non è un caso che oggi la parola utopia venga usata come sinonimo di illusione. Nel 1516, Thomas More definisce l’utopia come “un luogo che non esiste”. Guarito il conflitto col tempo, sintomo di una società ossessionata dal controllo, potremmo aggiungere a questa definizione l’avverbio ancora: “l’utopia è un luogo che non esiste, ancora”.

In questo senso, l’utopico non è altro che uno sforzo di immaginazione concreta. Rivolgersi all’immaginazione attiva due stati fondamentali: eccitazione e attesa, entrambi capaci di stimolare la forza creatrice necessaria a generare nuove idee, possibilità e prospettive sistemiche alternative. Pensiamo, per esempio, allo stato di trepidazione che precede l’incontro con la persona amata, quello che anticipa un concerto: non serve essere già fisicamente nel luogo per proiettarsi nell’emozione di ciò che si vivrà, di ciò che cioè verrà generato. Ciò di cui il tempo storico di oggi ha disperatamente bisogno è una riscoperta e una rimanipolazione propositiva del proprio mondo interiore, che segua uno slancio che dall’interno si protragga verso l’esterno. Solo ricongiungendosi con la propria vita psichica sarà possibile sperare di ricongiungersi con il mondo.

Chi saranno i nuovi maestri?

Gli operai. I nerd. I maranza. I nativi americani. I guru. Gli sciamani. Le streghe di Etsy. I poeti. I tarologi. I nevrotici. I cani romantici. I cuori selvaggi. I fisici. I filosofi. I bambini. I funghi. I surrealisti. Le donne nell’attico. I nomadi. Le vecchie del villaggio. I parrucchieri. I vagabondi. Gli agricoltori e i contadini. I Sufi. Gli astrologi. I circensi. I blogger. I pirati. I monaci. Gli straight-edge e i punk. Gli esteti. Nietzsche. I fanatici e i cospirazionisti. Gli stregoni. Il Reiki. I mistici. I furfanti. I ladri. Gli Yogi. I ciclisti. I parassiti. I beatnik. I neoromantici. Gli edonisti. I reietti. Gli eretici.

Bibliografia

-Han, B.-C. (2025). Contro la società dell’angoscia. Speranza e Rivoluzione. Einaudi.

-Crutz, C. (2022). Melanconia di classe. Manifesto per la working class. Blu Atlantide.

-Fisher, M. (2009/2018). Realismo capitalista. Produzioni Nero.

-Han, B.-C. (2025). Contro la società dell’angoscia. Speranza e Rivoluzione. Einaudi.

-Simmel, G. (1903/1995). La metropoli e la vita dello spirito. In P. Jedlowski (a cura di), La metropoli e la vita dello spirito. Armando Editore.