Partiamo dalla scena finale (e ce ne freghiamo degli spoiler perché ci interessa analizzare, chi prosegue è complice): un Cillian Murphy che impartisce lezioni di storia alla figlia in un presente post-apocalittico. In questo contesto viene evocata una celebre frase spesso attribuita a Winston Churchill: «Chi dimentica la storia è condannato a ripeterla». In realtà (sarà vero?), secondo internet, la formulazione più vicina è da ricondurre al filosofo George Santayana; tuttavia, sempre in rete, sembra che un pensiero simile sia già rintracciabile anche nelle riflessioni del filosofo Edmund Burke.
Quale sia l’origine “autentica” è però una questione secondaria: la nozione si è ormai radicata nell’immaginario collettivo perché nasce da una considerazione spontanea dell’essere umano in relazione alle catastrofi generate dai suoi stessi comportamenti. L’uomo fa ordine analizzando gli eventi del passato, li organizza creando una logica invisibile al momento del loro verificarsi ed estrapola una narrazione storica che dovrebbe servire a non commettere nuovamente gli stessi errori. Chi non impara dai propri errori continuerà a farne.
Ed è proprio dei “soliti” errori commessi dall’uomo che tratta la saga di 28 giorni dopo, ideata da Danny Boyle e Alex Garland, i quali decidono di rispolverare questa riflessione in un periodo storico in cui appare evidente l’incapacità dell’uomo di imparare dal proprio passato.
In 28 anni dopo – Il tempio delle ossa (2026) – terzo capitolo della serie di film iniziata con 28 giorni dopo (2002) e proseguita con 28 settimane dopo (2007), a cui era preceduto anche il film 28 anni dopo (2024), diretto da Danny Boyle – il mondo non lo ha fatto: nonostante le macerie interiori ed esteriori prodotte da un virus che trasforma gli esseri umani in bestie rabbiose, e nonostante una lotta per la sopravvivenza estrema, l’umanità continua a contrastarsi e a tentare di prevalere.
Garland scrive questo capitolo in un mondo completamente devastato dal virus della rabbia, dove la civiltà non è soltanto crollata, ma è regredita a uno stato primordiale. Il benessere è esistito, è finito, e l’individuo ne è conscio e, per questo, si aggrappa alla propria tensione verso l’assoluto, declinandola nella razionalità scientifica o nell’irrazionalità religiosa. Nel sottotesto di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, questa è la storia che si ripete.
Da un lato troviamo la figura di un uomo di scienza con un’elevata spiritualità, il dottor Ian Kelson (interpretato da Ralph Fiennes). Non più semplice osservatore, ma quasi sacerdote laico della nuova umanità, che tenta di comprendere gli infetti, di studiarli e persino di guarirli. Ha creato un santuario con tutte le ossa degli esseri umani che ha incontrato, infetti e non. Il suo tempio di ossa non è soltanto un’immagine macabra, ma un monumento alla memoria dell’uomo: un tentativo disperato di riconoscere dignità anche nella mutazione mostruosa. In questo senso, il «fatti non foste a viver come bruti» diventa centrale: Kelson incarna la volontà di resistere alla regressione, cercando una possibile convivenza tra umano e mostruoso. La scienza è il suo strumento verso la compassione, la prova che, oltre alla scienza medica, fondamentale per la sopravvivenza e la guarigione dell’uomo, esiste anche un fattore metafisico da considerare; per questo crea un luogo per la memoria dei defunti. Lo scienziato che crede nel trascendente, perché la sua indole, da uomo acculturato, reagisce in maniera empatica con la naturale ricerca dell’assoluto.
Sul versante opposto si colloca Jimmy Crystal (Jack O’Connell), leader di una setta che mescola, per estetica e struttura, le derive nichiliste del black metal norvegese degli anni Novanta a un look stradaiolo fatto di tute e croci rovesciate in bella vista. Figura disturbante e disturbata, figlio di un pastore cristiano, Jimmy afferma di sentire «la voce del caprone». Nel suo caso, però, la dimensione non è soltanto simbolica: si configura come una vera e propria psicosi. Jimmy, probabilmente influenzato dagli insegnamenti del padre, ribalta la valenza religiosa e sente non la voce di Dio ma quella di Satana nella propria mente. Anche lui, come Kelson, ha un’inclinazione verso la ricerca dell’assoluto, ma anziché cercarla attivamente, la percepisce come conferma nelle voci che sente. Quando incontra il dottor Kelson e lo identifica come il “caprone” in carne e ossa, pretende da lui una legittimazione messianica per mantenere il potere sulla cricca dei suoi seguaci (ragazzi perduti che obbliga a chiamarsi Jimmy come lui e a indossare parrucche bionde).
Se Kelson rappresenta la scienza che dalla materia arriva alla trascendenza, Jimmy incarna una trascendenza imposta, piegata al mantenimento del potere materiale. La scienza di Kelson è funzionale alla comunità ed è più spirituale della religione di Jimmy, che è invece uno strumento di dominio.
Il film apre così una riflessione sulla psicosi e sulla soggettività: gli infetti, secondo Kelson, sono preda di allucinazioni che li portano a reagire con violenza; allo stesso modo, Jimmy percepisce entità e voci invisibili, costruendo una realtà alternativa altrettanto coerente, ma profondamente distorta. Garland descrive quindi l’impossibilità di una verità condivisa e la presenza di prospettive concorrenti: una prospettiva scientifica orientata al bene comune e una prospettiva religiosa, egoistica, piegata al dominio individuale.
Chi, come il dottor Kelson, è mosso da un impulso etico, guarire gli infetti per comprendere “ciò che vedono” e liberarli dal male, si contrappone a chi, come Jimmy, intende elevarsi, facendo leva sulle sue psicosi che lo “condannano” a essere il messia, attraverso la sottomissione altrui.
28 anni dopo – Il tempio delle ossa è diretto diligentemente da Nia DaCosta, ha un ritmo sufficientemente frenetico da intrattenere lo spettatore contemporaneo, ettolitri di sangue e, come il primo capitolo, è stato girato prevalentemente con degli iPhone 15 Pro Max. La colonna sonora si avvale di diversi brani dei Duran Duran e la coreografia eseguita da Kelson/Fiennes su The Number of the Beast degli Iron Maiden è sublime.
Ma alla fine, ciò che resta dopo la visione, non è una risposta, bensì una domanda radicale: in un mondo privo di senso, cosa significa ancora “credere”?