Io ci sono, eccomi, sono dalla parte giusta del discorso, della storia, della vita. Io ci sono, eccomi, sono nel gruppo che ha espulso il male a favore del bene del gruppo.

Partendo dal presupposto comune che tutti, e ripeto tutti, abbiamo commesso, detto, fatto qualcosa che una morale più alta di noi riteneva inaccettabile o sbagliata; presupponendo poi che, per ognuna delle tante cose sbagliate che abbiamo fatto, almeno altre dieci ne avevamo pensate; verrebbe da chiedersi: in base a quale parametro (o metro di misura) morale si genera il proprio giudizio verso l’altro e verso se stessi? O meglio: in che misura questo giudizio tiene in considerazione le intenzioni e l’identità pubblica?

The Drama, distribuito da A24, con protagonisti Zendaya e Robert Pattinson, parla essenzialmente di questo. Troviamo i due protagonisti a circa una settimana dal loro matrimonio che, durante una cena di prova del menù per l’evento, dopo ormai diversi bicchieri, iniziano a fare un gioco alcolico, per l’appunto, in cui ci si confessa il peggior atto commesso.

Cyberbullismo, viltà, crudeltà infantile sono le prime tre confessioni. Atti terribili, innegabilmente terribili, sui quali però i protagonisti ridono fino a quando non tocca ad Emma (Zendaya), che racconta il suo non-atto – Emma, dei quattro a tavola, è l’unica che progetta ma non esegue – e questa narrazione irrompe e interrompe non solo la serata, ma tutte le “certezze” che queste persone, futuro marito compreso, avevano nei suoi confronti.

SPOILER

A quindici anni Emma progetta di entrare nella sua scuola e sparare contro i suoi compagni di classe.

Si allena nel bosco, e per questo perde l’udito da uno dei due orecchi, il destro; lo fa nelle paludi del Sud, con il fucile di un padre militare (forse assente?) e lontano da una famiglia che si percepisce, per tutto il film, quasi evanescente. Nel discorso del matrimonio la madre non viene nominata, la camera a stento la inquadra.

La diegesi qui ci impone una riflessione che viene poi completata quando capiamo che la piccola Emma non era in relazione. Non lo era con la famiglia: riuscire a prendere un fucile e usarlo senza che nessuno se ne accorgesse rende questa asserzione abbastanza solida. Non aveva relazioni a scuola. Non si sentiva compresa nel suo dolore, si sentiva “diversa”, e questo provocava vergogna. E la vergogna, da sola, danneggia l’individuo; ma se si trasferisce sugli altri la responsabilità della propria vergogna e della propria incomprensione, si può innescare un’esternalizzazione della colpa che diventa violenza.

Emma però non commette quell’atto. Non lo commette perché, prima che il progetto si trasformi in azione, una sua amica viene uccisa in una sparatoria in un centro commerciale. Da quel momento qualcosa si spezza e, insieme, qualcosa si ricompone. Il fantasma della vendetta smette di apparirle come una soluzione e comincia a mostrarsi per quello che è: una forma terminale della disperazione. Da lì in poi Emma diventa un’attivista contro le armi, e proprio la costruzione di un gruppo – il sentirsi finalmente parte di un legame, di una causa, di un noi – la sottrae alla deriva e la salva. È come se il film ci dicesse che, a volte, ciò che ci salva non è la morale, ma la relazione; non la paura della colpa, ma l’esperienza improvvisa e vitale di appartenere a qualcosa che ti rimette nel mondo.

SPOILER TERMINATO

Vedendo questo film ti si parano davanti due domande:

  • Ho mai fatto qualcosa di “terribile”? Risposta: sì.
  • So mettere in prospettiva, in una finestra di contesto, il “terribile” errore di qualcun altro? Risposta: sì, ma è molto difficile.

Perché è così difficile?

A causa della cultura morale pubblica, del “virtue signaling”, della ricerca del capro espiatorio, e della volontà di trovare un fondamento morale. Ma soprattutto perché non si è ancora capita fino in fondo la differenza fra un giudizio retributivo e uno riparativo. Fra la vergogna e la colpa. Tuttavia questo non ci ferma dall’erigerci a giudici, giuria, giustizieri.

Qual è la differenza fra vergogna e colpa? La prima tende più facilmente a connettersi con la svalutazione del sé, operata dal soggetto interno e da quello esterno, in una diffusione più ampia, più tossica, più pervasiva dell’Io. La seconda tende più facilmente a sostenere empatia, responsabilità e quindi riparazione.

Sia ben chiaro: non si parla del senso di colpa, il vecchio cappotto di lana intriso di morale familiare che spesso veste la vergogna. Si parla della colpa quasi nel senso più vicino a un concetto legislativo. Come riconoscimento di un atto. Come possibilità di attribuirgli un nome, un confine, una conseguenza.

E comunque, nostro malgrado, siamo sempre “colpevoli” di un atto. L’impegno sta nel trasformare quell’emozione in responsabilità dell’atto, il che richiederebbe di farsene carico, e anche questo è un tema difficile.

Si deve poi parlare di quelli che sono i segnali di appartenenza. In una società come la nostra, falsamente connessa, falsamente aperta, falsamente interpretata, ci siamo costretti alla denominazione comune della segnalazione. Io ci sono, eccomi, sono dalla parte giusta del discorso, della storia, della vita. Io ci sono, eccomi, sono nel gruppo che ha espulso il male a favore del bene del gruppo.

Il problema è che questo pensiero sociale ha contagiato quello individuale al punto da fornire una maschera a ciascuno di noi, costringendoci a esprimerci ogni giorno secondo il dettato di un copione che non ci appartiene. Un copione che tende a disunirci, diffondendo il nostro sé, diluendolo al punto da non farci fare i conti con noi stessi e con le nostre azioni.

Ci si sta dimenticando che si può imparare mettendosi in gioco, anche in un gioco sbagliato, e che il rischio dell’esistenza non può essere del tutto sostituito dalla stasi e dal controllo. Mi muovo, ovvero faccio qualcosa, solo quando si muove l’altro. Che terrore della vita. Che idea asfittica dell’umano.

Il film è un meraviglioso dispositivo narrativo che porta sul tavolo questi temi e che ricorda anche, a ragione ovviamente, che le pratiche di segnalazione pubblica hanno delle funzioni legittime, come quella di supplire a istituzioni che spesso falliscono nel proteggere soggetti vulnerabili. Ricorda anche che la “pubblica umiliazione” – si vedano gli ultimi minuti del film – non è sempre puro abuso, ma può facilmente degenerare nella distruzione dei presupposti concreti per la reintegrazione.

Qui allora veniamo a un altro tema, ovvero quello dell’integrazione. Non quella razziale, o di genere, non quella socio-economica, ma quella personale. Integrare se stessi in sé. Quella capacità tutta umana di connettersi con ogni “puntino”, “isola”, “terra emersa” che costella il nostro Io e aggiungere, arricchire, completare il nostro quadro personale.

Imparare non a chiedersi se si debba o ci si debba biasimare, ma piuttosto imparare a chiedersi quale forma debba assumere il biasimo. Domandarci, nella solitudine di un nostro pensiero, cosa sia per noi il perdono. Ovviamente il perdono non equivale a una negazione del male, o a una cancellazione della responsabilità; semmai modifica il rapporto pratico, affettivo, effettivo con ciò che è accaduto.

Anziché far vergognare l’altro, o vergognarci noi stessi, possiamo costruire insieme una colpa sull’eventuale atto e rivedere, ristabilire, riparare ciò che c’è stato. La vita, quella piena, quella difficile, quella che vale la pena di essere stata vissuta, non è dei primi ma di quelli che ci mettono dieci tentativi per capire una cosa; tentativi spesso però belli, stressanti, paurosi, emozionanti, tristi, indecenti, cattivi, divertenti, severi, irrimediabili.

C’è questa necessità interna, che però non è nostra ma della società – aggiungerei cristiano-cattolica – di mantenere il sé morale attraverso l’identity signaling, il fratello adottivo del virtue signaling. Si è trasformata la morale in una commodity; un bene di scambio, anzi di ingresso, per il mercato dell’accettazione sociale e quindi anche familiare, e quindi relazionale. Tutto ciò lo si è poi distillato e destrutturato portandolo dentro le relazioni, quelle più intime e strette, dalle due alle sei persone. È passato l’idea che bisogna comportarsi secondo dettami precisi, che la sbavatura non sia tollerabile a meno che non sia estrema e ben costruita narrativamente. Il rischio è quello di perdere ancora di più il controllo su ciò che una relazione realmente è: luogo metafisico di integrazione personale e accettazione oltre i limiti imposti da una società impaurita e ferma.

Nella connessione, nell’attinenza e nell’affinità si può costruire anche un rapporto di stampo terapeutico. Dove il perdono non è necessariamente opposizione fra responsabilità e comprensione, ma dove un intervento orientato al perdono aumenta la prima migliorando anche stati depressivi, ansia, speranza, stress, soddisfazione di vita e benessere soggettivo.

Abbiamo quindi l’obbligo di imparare e di insegnare a separare l’atto dall’identità, imparando che il punto centrale non è il diritto di condanna, ma l’automatismo per cui la condanna, pubblica o privata che sia, sia la miglior risposta disponibile.

Smettere di costruire archetipi che congelano la morale biografica e accogliere un concetto più fluido di umanità. Dell’individuo che compone il proprio io, anche e soprattutto a partire dai propri errori.