Psicologia
Ti prego non parlarmi di “Situescionscip”
La situationship è una relazione affettiva che rifiuta deliberatamente di definirsi. Dopo questa prima riga, non userò mai più questa parola. Chiamatelo liberamente un rifiuto stilistico ostinato, ma così sarà. Mi fa, banalmente, schifo.
NB: qualunque somiglianza con persone reali, viventi o sparite senza salutare, è puramente casuale (o quasi). In realtà sono, come voi, e come tutti noi, una grande e convinta fautrice di tutto ciò che sto per demolire; il che rende questo testo, a seconda dei punti di vista, un atto di onestà intellettuale o di flagrante ipocrisia. Probabilmente entrambe le cose. Chiunque si senta preso di mira è pregato di considerare che forse ha ragione, e che in ogni caso è in buona compagnia (la mia, per prima). La coerenza è sopravvalutata. Sartre probabilmente non sarebbe d’accordo, ma cominciamo.
Chiamiamola con quello che è: una relazione senza nome. Anzi, una relazione il cui nome è precisamente l’assenza di nome. In questo si nasconde, forse, la sua ambiguità morale. Per Sartre, che in L’Essere e il Nulla costruisce l’intera architettura di ciò che stiamo per descrivere, la libertà non è un privilegio, bensì una condanna. Se, come lo considera l’autore, l’esistenza precede l’essenza, allora non esiste una natura umana predefinita che ci assolva dalle nostre scelte. Siamo, in fondo, ciò che facciamo, e siamo responsabili di tutte le nostre azioni, senza eccezioni né sconti. Non c’è Dio, non c’è istinto, non c’è società che possa integralmente portare questo peso al posto nostro. La conseguenza logica è evidente: anche non scegliere è una scelta. “Non so cosa siamo” non sarebbe quindi una descrizione effettivamente onesta di uno stato di incertezza, sebbene comprensibile, ma una posizione esistenziale; la scelta deliberata di restare nell’indefinito. La scelta di non scegliere, il che, è esattamente come scegliere, usando Sartre come chiave di lettura. Chi pronuncia tale frase non è sospeso nel vuoto, distaccato, lontano dal prendere effettive decisioni: è già atterrato da qualche parte, e sa benissimo (anche se magari, inconsciamente) dove.
La malafede (“mauvaise foi”), non sarebbe semplicemente menzogna, ma una forma di inganno di sé stessi. Se mentire richiede che si sappia la verità e la si nasconda a qualcun altro, agire in malafede è più sottile: una forma di menzogna nei confronti di sé stessi, nel fingersi determinati dall’esterno per sfuggire all’angoscia della propria libertà. Il cameriere descritto da Sartre in L’Essere e il Nulla, che recita il proprio ruolo da cameriere (gesti troppo precisi, movimenti troppo meccanici), non mente agli altri, ma a sé stesso. Si convince di essere necessariamente un cameriere, pensando di non poter essere altro, come se la sua stessa essenza precedesse la sua esistenza. Sembra essere una fuga dall’angoscia della scelta attraverso una forma fittizia di necessità. Nello stesso modo, in una relazione senza nome, appare questo meccanismo: “Non dipende da me, le cose sono andate così” o “Non abbiamo detto nulla di chiaro” o ancora “Non volevo farti intendere male”, o il peggiore dei peggiori “Non sei tu, sono io”; ciascuna di queste frasi potrebbe essere letta come una forma di recitazione. Ci si costruisce come oggetti trascinati dagli eventi anziché come soggetti che scelgono. Si sa e non si sa allo stesso tempo, una semi-consapevolezza nauseante, una zona grigia coltivata con cura, comoda comoda: una forma, alla fine, di malafede.
Per Sartre, il bastardo (“salaud”), è chi nega di essere l’autore di sé stesso. Non è necessariamente chi fa del male, ma chi si racconta di non avere scelta. Chi trasforma la propria codardia esistenziale in destino e la propria strategia in casualità. In una relazione senza nome, il bastardo sarebbe chi usa l’ambiguità deliberatamente: come scudo, come via di fuga, come strumento di irresponsabilità, sapendo esattamente che cosa sta facendo. Non è chi non sa, è chi sa e comunque finge di non sapere. La domanda giusta non sarebbe quindi “Siamo tutti dei bastardi?” (probabilmente sì, in momenti diversi ed in misura variabile), ma piuttosto “In quale momento preciso uno smette di non sapere e comincia a far finta di non sapere?”.
Ciò detto, una lettura opposta direbbe che una relazione senza nome sarebbe un rifiuto autentico delle etichette sociali. Ignorarla sarebbe disonesto (e, ingiusto nei confronti di chi ha rivendicato il diritto al non detto, l’autrice compresa). Quelle convenzioni che Sartre chiamava “spirito di serietà”, ovvero la tendenza a trattare i valori socialmente costruiti come dati oggettivi del mondo, verrebbero smantellate a favore di relazioni senza nome. Fidanzato, fidanzata, marito o moglie che sia : sono parole che si portano dietro aspettative, ruoli, copioni già scritti. Rifiutarle potrebbe essere, in linea di principio, un atto di libertà autentica. Il problema a mio avviso, è che questa autenticità che tanto ci piace rivendicare funziona esclusivamente se è simmetrica. Se entrambi rifiutano genuinamente l’etichetta, se entrambi vivono l’indefinito come scelta consapevole e condivisa, allora sì, c’è qualcosa di onesto (nel senso inteso da Sartre, ciò in opposizione alla malafede) in quel rifiuto. Ed in quel caso viva le situationship. Mi torna anche la voglia di scrivere, leggere, dire e vivere questa parola. Ma, non appena uno vuole più dell’altro e si nasconde, non appena usa l’assenza di nome come protezione mentre l’altro la abita come una speranza futura, allora la struttura crolla. Non ci sono più due persone che scelgono insieme di non definirsi, ma una persona che usa quest’assenza di etichetta come scudo e un’altra che ancora non sa di essere già stata definita, come assenza.
In Amori Ridicoli, Kundera descrive con precisione chirurgica il momento in cui due persone credono di condividere una storia ma abitano in realtà due racconti completamente diversi. Scrive: “Lei non avrebbe mai immaginato di apparirgli come quella che gli era sfuggita. Aveva vent’anni, non sapeva vestirsi, arrossiva e la divertita con quei suoi modi da adolescente”. Lui costruisce su di lei un’intera architettura di rimpianto, e lei non sa nulla, non ha nemmeno mai acconsentito a diventare quel personaggio. Potremmo prenderla come la relazione senza nome portata all’estremo, l’apice della non corrispondenza portato da tutti i non detti, le non definizioni, le assenze: l’autore descrive due esistenze parallele, che occupano lo stesso spazio senza mai toccarsi davvero. La malafede non è per forza attiva, a volta sembra essere strutturale: si può mentire a sé stessi non con un gesto deliberato ma con la semplice comodità di non guardare qualcuno troppo da vicino. Scrive ancora Kundera: “Perché aveva sempre immaginato che la sua vita dovesse assomigliare a una bella danza”… E invece. La vita non è qui una danza, semmai assomiglia a due persone che ballano su musiche diverse e si stupiscono di pestarsi i piedi.
Esiste un paradosso ulteriore, che Kundera coglie con una certa crudeltà: “Ha dietro le spalle un amore grande come la morte. Il petto gli si gonfia ed è la sensazione più bella e più intensa che abbia mai provato. Perché ciò che lo riempie con tanta delizia è la morte: la morte che gli è stata offerta in dono, una morte splendida e consolante.” Una fine grandiosa, insomma, una conclusione che la relazione stessa non aveva mai avuto (non essendo mai nemmeno effettivamente iniziata). Si nega la forma per tutta la durata, non dando nessun nome, nessun impegno, nessuna definizione. E poi si esige il lutto come prova retroattiva di una qualche sostanza. Se era amore, allora forse non ero un bastardo. O forse sì, forse non importa.
Io comunque, esigo il diritto alla fine. Non al dramma, e nemmeno, per fortuna, alla morte splendida e consolante. Voglio quella cosa semplice e civile che si deve a chiunque abbia occupato spazio, amore, lenzuola, o labbra che siano in una vita. Un saluto, una porta che si chiude con un gesto consapevole invece di restare socchiusa per comodità di chi se ne va. Ho scoperto qualche mese fa l’esistenza dell’espressione “Irish goodbye”, detto anche “Irish exit”, l’atto di andarsene da un luogo senza avvisare nessuno, senza appunto salutare. In francese, per qualche ambigua ragione, si dice “filer à l’anglaise”, ovvero “squagliarsela all’inglese”, ed in altri paesi ancora è chiamato “French exit” o “Polish exit”. Insomma, espressione variabile a seconda di chi si vuole prendere in giro. Tutti, alla fine, se la danno a gambe, cambia solo a chi si attribuisce la responsabilità. Una relazione senza nome sarebbe quindi, strutturalmente, un “Irish goodbye” prolungato. Non si annuncia l’uscita, si sparisce per piccoli gradi, così lentamente che l’altro, colui che tutto sommato resta, non sa esattamente quando smettere di aspettare. E chi se ne va si racconta, accompagnato da una fittizia buona fede, che non c’era niente da cui andarsene.
L’Irish goodbye, in fondo, ha un certo stile. Peccato per chi resta a guardare la porta, e peccato (detto tra noi) anche per chi quella porta continua ad usarla. Buona fortuna a salutare. A tutti, me compresa.