In Italia c’è un momento, nella vita di una donna incinta, in cui scopre che il dolore è opzionale solo se il portafoglio è abbastanza pieno. L’epidurale, tecnica di anestesia che riduce o elimina il dolore durante il parto, dovrebbe essere un diritto garantito dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) dal 2017. In teoria. In pratica dipende da un dettaglio che nessun opuscolo del reparto maternità racconta: se l’unico anestesista è occupato in sala operatoria, il diritto aspetta. Il dolore no.
In Italia solo una donna su cinque riesce a partorire in analgesia; dai nostri vicini francesi invece, si sfiora il 90%. Non è, almeno formalmente, una questione di obiezione di coscienza. È “solo” che mancano circa tremila anestesisti. È “solo” che al Sud l’offerta è meno della metà rispetto al Nord. È “solo” che, in alcune strutture, se l’epidurale la vuoi davvero, puoi ottenerla pagando la libera professione: qualche centinaio di euro per ricevere ciò che il Servizio sanitario dovrebbe già garantire.
Tradotto: la sofferenza è pubblica. Il sollievo è una questione privata.
C’è però un altro momento in cui il corpo di una donna incontra il tanto caro Servizio sanitario. Quello in cui decide di non portare avanti una gravidanza. Qui la situazione si ribalta: il diritto all’obiezione esiste davvero, ma appartiene al medico, non alla paziente. Il 63,4% dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza, così come il 40,5% degli anestesisti. In almeno 31 strutture sanitarie, tra ospedali e consultori, il personale obiettore arriva al 100%. Se in sala parto il problema è trovare un anestesista libero, per un’interruzione volontaria di gravidanza il problema è trovare un medico disposto a praticarla. Uno solo.
Il filo che lega queste due storie è sempre lo stesso: nel Servizio sanitario pubblico italiano il corpo delle donne finisce spesso per fare i conti con qualcun altro. La disponibilità del personale, la coscienza altrui, il codice di avviamento postale o, semplicemente, il conto in banca.
Nella serie TV britannica Fleabag c’è una battuta che racconta come le donne nascano già con il dolore incorporato: mestruazioni, parto, tutto il resto. Gli uomini, invece, devono andarselo a cercare, con la guerra o con gli sport estremi. In Italia sembra quasi che il sistema sanitario abbia preso quella battuta come un protocollo operativo… Se il dolore ce l’hai già, il modo per toglierlo può diventare un servizio aggiuntivo. E se quel dolore non lo vuoi attraversare, o quella gravidanza non la vuoi portare a termine, il sistema trova spesso un altro modo per rimandare la tua decisione. In un caso manca l’anestesista, nell’altro manca il medico disposto. Il messaggio, alla fine, è lo stesso: arrangiati. Oppure paga.
L’abbiamo detto: i LEA dicono che l’epidurale è un diritto. La geografia, invece, dice altro. La media nazionale si ferma ad una donna su cinque che riesce ad avere il parto in analgesia, ma è una media che nasconde differenze enormi. In Lombardia si supera il 25%, in Veneto ed Emilia-Romagna ci si aggira intorno al 20%, mentre in alcuni ospedali, come il Sant’Anna di Torino, si arriva al 38%. Scendendo verso Sud i dati diventano sempre più frammentari e le stime parlano spesso di percentuali inferiori al 10%. In Sicilia, in alcune realtà, si è scesi fino al 4%.
Il problema, spiegano diverse Regioni, è che il diritto riconosciuto dai LEA non è mai stato accompagnato da un sistema di finanziamento e rendicontazione che obblighi davvero a garantirlo e misurarne l’erogazione. Così abbiamo un diritto nazionale di cui, quasi dieci anni dopo, non esistono ancora dati completi e omogenei. Non è una dimenticanza statistica. È una scelta amministrativa che finisce per rendere invisibile proprio ciò che dovrebbe essere garantito.
Quando il pubblico arretra, la libera professione arriva puntuale. A volte nella stessa struttura, con lo stesso anestesista, ma con una fattura allegata. Non è corruzione. È un mercato perfettamente legale che prospera sulla scarsità del servizio pubblico. E quella scarsità è strutturale. L’Italia soffre da anni di una grave carenza di anestesisti-rianimatori e il peso ricade soprattutto sui reparti considerati meno prioritari nell’organizzazione ospedaliera. La sala parto, con i suoi orari imprevedibili e le emergenze continue, è spesso la prima a pagarne il prezzo.
Anche sull’interruzione volontaria di gravidanza la geografia conta più della legge. Ci sono territori in cui basta cambiare direzione lungo un’autostrada per cambiare anche le possibilità di esercitare un diritto. A Teramo, fino al 2021, tutto il personale rilevato risultava obiettore di coscienza. Oggi l’ospedale pratica sia l’IVG chirurgica sia quella farmacologica entro la nona settimana. Non perché sia cambiata la legge, ma perché è cambiata l’organizzazione del servizio. È la dimostrazione più semplice di tutte: quando c’è la volontà di garantire un diritto, i numeri cambiano. Eppure le disuguaglianze restano profonde. Nel 2023, in Lombardia, circa il 49% delle IVG è stato effettuato con metodo farmacologico. Eppure undici strutture pubbliche su cinquanta non lo praticavano affatto. Stessa regione, stesso diritto, applicazioni completamente diverse a pochi chilometri di distanza.
La legge 194 riconosce l’obiezione di coscienza come diritto individuale del medico, ma stabilisce anche che il servizio debba comunque essere garantito. Sulla carta. Nella realtà, l’ultima rilevazione disponibile conta 31 strutture con il 100% di personale obiettore e quasi cinquanta sopra il 90%. In dieci regioni italiane oltre il 70% dei ginecologi è obiettore, con punte del 92% in Molise e dell’87% nella provincia autonoma di Bolzano. Poco più in là, nella provincia di Trento, gli obiettori sono circa il 17%; in Valle d’Aosta il 25%. Lo stesso Paese. La stessa legge. Diritti diversi a seconda del confine regionale. Ed è esattamente la stessa dinamica che riguarda l’epidurale: un diritto nazionale che finisce per essere amministrato come se fosse una concessione territoriale.
Questa non è solo una storia di parto. E non è nemmeno solo una storia di aborto. È la stessa storia raccontata da due ingressi diversi. Da una parte manca l’anestesista. Dall’altra manca il medico disposto a intervenire. In mezzo c’è sempre lo stesso corpo, quello della donna, che scopre quanto un diritto possa dipendere dall’ospedale in cui entra, dalla regione in cui vive o dal reddito che ha. La legge è nazionale. Anche il dolore. Solo il sollievo, in Italia, cambia indirizzo.