L’altra sera io e i miei amici ci siamo scambiati le domande che facciamo a ChatGPT. Non le più intelligenti. Le ultime. Le abbiamo lette ad alta voce nello stesso modo in cui anni fa leggevamo i messaggi inviati alle nostre ex alle tre di notte.
“Se mi scricciola lalluce significa che ce una fattura?”
“Idee regalo originali per una tipa ricca”
“Come si fa a capire se un neo è maialino aiutami”
“Se in palestra un tipo ogni volta chiede ti serve un attrezzo ci sta provando o no e poi come dovrei rispondre gentile ma non troppo”
Ridevamo. Non per le risposte. Per le domande. La cosa più strana non era cosa chiedevamo. Era come. C’erano errori di battitura causati dal correttore automatico, verbi saltati, frasi spezzate a metà. Zero punteggiatura. Zero contesto. Erano richieste lanciate al vento come aeroplani di carta. Penso: abbiamo perso anche l’attenzione con cui deleghiamo le cose alle macchine. Cose che riguardano la nostra vita.
Scriviamo in modo rapido, svogliato e superficiale, senza precisione. Non costruiamo un pensiero, lo abbozziamo e poi lo sputiamo a qualcosa che lo capirà comunque. L’importante non è formulare bene la domanda. È avere la risposta il prima possibile.
Lo so che anche tu ti riconosci. Magari non nelle domande, ma nell’atteggiamento. Una volta, prima di scrivere a qualcuno un messaggio delicato, restavi fermo più di un minuto. Provavi una frase, la cancellavi. Ne scrivevi un’altra. Ti accorgevi che non era proprio quello che volevi dire. In quel processo un po’ goffo, un po’ lento e sicuramente frustrante, stavi facendo qualcosa di più che comporre un testo: stavi capendo cosa pensavi. Bene, ora puoi saltare quel passaggio. Basta un prompt malandato e arriva una versione pulita. Copia e incolla. È fatta.
Il punto non è che lo strumento ci renda ignoranti. Quello, probabilmente, lo siamo già. Anzi, lo strumento è utile. È potente. Il punto è che ci fa dimenticare la fatica. Ogni volta che deleghiamo la formulazione di un pensiero, risparmiamo tempo. Ogni volta che evitiamo di cercare le parole, evitiamo anche di sostare nell’incertezza. Ogni volta che chiediamo una risposta pronta, saltiamo il momento in cui grazie a quell’incognita avremmo potuto scoprire un aspetto di noi. Non perdiamo l’intelligenza. Perdiamo quell’attrito lì.
Ci stiamo abituando a un mondo in cui si può fare a meno del dubbio. Non serve nemmeno sapere davvero cosa stiamo chiedendo: l’algoritmo è addestrato a intuire. E allora scriviamo male. Perché non vogliamo fermarci abbastanza a lungo da capire cosa stiamo davvero domandando.
Spesso, mentre leggo cosa dice ChatGPT a una mia qualsiasi domanda, mi accorgo di una cosa. La risposta mi interessa gran poco. Come se perdesse valore. Perché, nel frattempo, quella stessa risposta ha fatto sorgere altre dieci domande che imperversano nella mente.
Stiamo diventando velocissimi nel domandare. Incapaci di rispondere da soli. In futuro potrebbe capitare una situazione semplice: un figlio chiede a suo padre com’era vivere nel 2026. Oppure qualcuno chiede a qualcun altro di raccontargli la sua vita. Non data e luogo di nascita, ma i fatti più rilevanti che hanno portato una persona a essere quella persona oggi. Oppure, ancora più banale, chiedono a una persona cosa vuole. Certo, in quella situazione potremmo rispondere benissimo con frasi funzionali, equilibrate, persuasive. Ma mai nostre.
Il rischio non è che l’intelligenza artificiale ci sostituisca. Più deleghiamo, più chi saprà ancora eccellere nel ragionamento, nell’intuizione e nel pensiero laterale diventerà raro, quindi utile. Tutti gli altri, chiederanno aiuto. E non c’è nulla di male. Abbiamo sempre chiesto aiuto. Libri, amici, maestri. La differenza è che prima l’aiuto arrivava dopo uno sforzo. Adesso quello sforzo lo saltiamo, e resta davvero poco altro.
Ci siamo scambiati le nostre domande quella sera. Abbiamo riso, chiuso i telefoni, bevuto una birra. Ma tornando a casa ho ripensato a quelle frasi spezzate, a quelle richieste scritte di fretta. Erano tutte diverse, eppure identiche. Volevamo risposte immediate a domande che non avevamo davvero formulato. Come se stessimo chiedendo qualcos’altro. Toglimi la fatica di pensare. Toglimi ogni dubbio. Lobotomizzami. Poi dammi la versione migliore di me, già pronta.
Funziona. Eccome se funziona. Finché non arriva il momento in cui devi essere te stesso. Senza prompt. E lì non basta una risposta corretta. Serve una risposta vera.