È da qualche settimana che una parte della redazione si trova in Siria. Mentre in tutto il resto del Medioriente impazza una guerra di missili e droni, qui, per la prima volta da anni, non succede un bel niente. Per le strade e i vicoli delle grandi città è pieno di bossoli di proiettili mezzo annegati in piccole pozzanghere scure. Ma non sono il lascito dell’ennesima guerriglia urbana. Al contrario. Alla notizia della morte di Khamenei, l’ayatollah iraniano, per mano dell’asse israelo-americano, la gente è scesa in strada a sparare di gioia, come nei giorni della liberazione, due dicembre fa.
Almeno così è successo dove ci trovavamo noi, a Soultanie, quartiere storico della resistenza di Homs, nel periodo prima della radicalizzazione islamica del conflitto, quando le barbe lunghe e gli ak-47 sembravano ancora conciliabili, nell’interpretazione mediatica occidentale, con le rivendicazioni democratiche del popolo siriano. Ma è successo anche altrove, ci raccontano; quasi ovunque, invece, la gente si è semplicemente riunita, magari con una shisha condivisa, a godersi lo spettacolo in tv della morte del nemico di sempre, del simbolo supremo dell’Asse della Resistenza, oltre ai bombardamenti ai danni di Hezbollah.
In questi giorni, addirittura si inizia a vociferare di una possibile invasione siriana del Libano, su richiesta esplicita americana, che dati gli umori soppressi e la cinghia corta preventiva che il nuovo governo di Al-Sharaa ha dovuto mantenere nel settore militare, verrebbe accolta dai suoi uomini armati come un rilascio di tensione. Alcuni checkpoint al sud sono già sguarniti dalla mobilitazione, e si è visto molto movimento di uomini e mezzi al confine con il Libano. Hezbollah, la milizia sciita libanese fedele all’Iran, è al momento pesantemente ferita e in stato moribondo, non avrebbe perciò alcun interesse ad aprire anche il fronte a nord con la Siria, ma per Israele raggiungere quei territori via terra risulta molto complicato, mentre agli uomini di Al-Sharaa fremono le mani all’idea di una vendetta diretta.
Gli ex miliziani siriani, oggi inquadrati nell’esercito regolare, incattiviti da 15 anni di miseria e distruzione, hanno già avuto modo di togliersi qualche sassolino dalla scarpa negli ultimi mesi ai danni dei loro nemici storici, facendo stragi di alawiti sulla costa, di curdi su al nord, di drusi dalle parti di Sweida (questo il fronte di cui prossimamente sentiremo parlare di più). Ma una mobilitazione sistematica per ora non si è ancora vista, e il nuovo esercito siriano sembra non vedere l’ora di una provocazione da parte di Hezbollah per mostrarsi, abilmente, un fedele alleato dei suoi ex-nemici dei tempi della jihad islamica, ma nuovi sponsor internazionali all’ora della realismo politico, sebbene Israele ancora bombardi fastidiosamente le infrastrutture siriana al sud, e si sia notevolmente espanso nell’ultimo anno e mezzo nella regione del Golan, che controlla illegalmente sul suolo siriano.
Può anche darsi però che la mobilitazione al confine libanese serva solo lo scopo di un contenimento preventivo del moto di fuga dai bombardamenti, in un beffardo capovolgersi dei destini, se si considera che fino a un anno e mezzo fa erano i libanesi a dover contenere i siriani in fuga dalla guerra nel loro paese. Si sa già di decine di migliaia di persone, più che altro ex-profughi siriani, che hanno varcato un confine ancora molto poroso in questi giorni.
Ma il paese è comunque, tutto sommato, allegro. I siriani sono finalmente solo spettatori di un conflitto mediorientale, fuori dall’intreccio che li vedeva, per una ragione o per un’altra, perennemente chiamati in causa ad ogni escalation. E come pretendere che non lo siano a prescindere? Gli uomini oggi al governo, prevalentemente sunniti, così come la stragrande maggioranza di quelli che sono rimasti o sono tornati in Siria, hanno tutti dei conti in sospeso con l’Asse della Resistenza. Chi ha perso uno o più famigliari, chi la casa, chi ha vissuto per 12 anni da profugo, in un tempo degradante e sospeso; chi tutte e tre le cose insieme. La notizia della morte di Khamenei, dei funzionari iraniani, e dei miliziani libanesi, rinnova la festa della cacciata di Assad e della fine della sua brutale dittatura.
Una festa i cui fuochi, però, si andavano già progressivamente spegnendo, soffocati da una crisi economica senza sbocco apparente, dalle tensioni inter-etniche e inter-religiose, e da una più generale normalizzazione della miseria, alla quale il governo sembra rispondere solo attraverso una frenetica esaltazione della retorica rivoluzionaria, con una moschea nuova di zecca qua e là (finanziata spesso da donatori esteri), e una perpetua e ossessiva insistenza sui crimini del regime passato. Ovunque sventolano bandiere della nuova Siria, tutti si affrettano a dipingersele in ossequio sulle inferriate dei negozi, sui muri di casa, a sventolarle dall’ossatura in cemento armato della casa che provano faticosamente a ricostruire (ne abbiamo viste solo due di quelle vecchie nelle ultime settimane, di quelle con solo due stelle: una sulla facciata dell’unica casa rimasta in piedi in una zona per lungo tempo sotto il controllo di Hezbollah, un’altra in un villaggio 100% cristiano, sbiadita e consumata dal sole – non dava l’aria di rivendicare alcunché, ma certo rivela l’assenza di entusiasmo dei cristiani siriani per quello che a detta loro non è che “un cambio di regime”).
Ci è capitato di vedere in questi giorni anche una serie televisiva siriana, reperibile su Youtube, ma prodotta da enti statali, che la tv di Stato ha dovuto interrompere al terzo episodio per via delle ritorsioni che stava generando ai danni degli alawiti (la confessione di appartenenza di Assad e dell’élite del regime passato, specifichiamo per chi non lo sapesse, che a questo punto se è arrivato fin qua nella lettura si merita una bella pacca sulla spalla). La puntata che abbiamo visto metteva in scena un attacco chimico orchestrato dal regime ai danni di un quartiere ribelle di Damasco, quindi raccontava di un crimine contro l’umanità perpetrato dagli uomini di Assad, raffigurando però da un lato i generali che se la sghignazzano fumando sigarette con gli occhiali da sole e premendo plateali bottoni rossi con teschi neri stampati sopra, e dall’altro eroici e massicci ribelli con gli occhi lucidi commentati dal fard che corrono nella notte schivando bombe e raccogliendo innocenti dal loro destino inerme di morte. I vincitori hanno sempre un ampio margine di manovra retorico quando si tratta di fissare la narrazione degli eventi che li hanno coronati tali; la loro volontà di abusarne, specialmente quando i fatti, nel caso del brutale regime di Assad, parlano da sé, dovrebbe suonare il primo campanello di allarme.
Che sia questo il lascito della rivoluzione siriana, al netto della distruzione e della tragedia decennale del suo popolo? Dopo le iniziali rivolte pacifiche e “democratiche” del 2011, la loro brutale e sproporzionata repressione da parte del regime, la conseguente militarizzazione del conflitto, infine la sua islamizzazione e l’ingresso delle potenze straniere; il bilancio qual è? La Siria sembra oggi un paese fortemente connotato confessionalmente, con una gioventù frustrata da un decennio di umiliazioni, galvanizzata dalla retorica rivoluzionaria, strozzata da una crisi febbricitante e paralitica. L’unica industria che sembra funzionare è quella militare, le uniche persone che abbiamo incontrato in questi giorni che stanno bene hanno o parenti all’estero, oppure lavorano nell’esercito o nella polizia. Un esercito adesso però allineato opportunisticamente all’occidente, non per quel famoso desiderio di democrazia che infiniti lutti inflisse ai non bianchi, ma perché gli israeliani sembrano stufi di fare il lavoro sporco, e gli americani sembrano aver trovato finalmente la loro milizia di terra in Medioriente poco esposta mediaticamente, e comprata, chissà, magari al prezzo del Rojava e del sollevamento delle sanzioni.
Ma è ancora troppo presto per dirlo, e bisogna concedere al gioco mediatico internazionale del beneficio del dubbio all’ennesima milizia che vince una guerra civile e si promette illuminata e moderata, spesso per il tempo necessario a raccogliere le forze e tappare i buchi interni. Ma è anche troppo presto per noi. Siamo perplessi. Siamo qui da poco, neanche un mese, e siamo ancora disorientati dalla complessità che ci circonda; è forte la tentazione di affidarsi a quelle grandi teorie che mischiano complottismo e analisi geopolitiche per spiegare alle fine tutto quello che è successo qui negli ultimi 15 anni come il prodotto della volontà calcolata e meschina di una manciata di uomini (tentazione peraltro prevalente nella popolazione locale), e non siamo riusciti a resistervi neanche solo per questa breve introduzione.
La nostra perplessità e il nostro timore però sono anche di natura prettamente giornalistica. C’è una parte di noi che anzitutto non vorrebbe mai svegliarsi un giorno e scoprire di essere dei giornalisti. È una categoria della quale rispettiamo la funzione sociale, viva le inchieste e vivaddio, ma non riusciamo a non deprecarne l’opportunismo relazionale. Chiunque abbia avuto a che fare a livello umano con un giornalista sa benissimo a cosa ci riferiamo, tanto più se il/la giornalista in questione è considerato di successo. Grazie al cielo tanti più bravi di noi svolgono già questo ruolo e potremmo essere solo ridondanti nel palinsesto di La7. Oggi non siamo riusciti a trattenerci dal raccontare, perché il movimento intorno a noi ci ha stordito. Ma non eravamo venuti qui per questo.
Quella stessa parte di noi di cui sopra, quella che non vorrebbe mai finire a cena affianco a Cecilia Sala, si sente infatti sinceramente in colpa di essere qua, a rovistare tra le macerie, a estrarre storie strazianti da una popolazione allo stremo, che ancora, dopo 15 anni di bombardamenti, di lutti, di esili e campi profughi, ancora adesso campa prevalentemente di speranza e di attesa che la situazione migliori. Questa parte di noi è quella che si vergogna profondamente a ogni domanda in più che formuliamo, che prova imbarazzo per la nostra curiosità macabra che si illumina in proporzione alla qualità del dolore che ha vissuto il nostro interlocutore, alla peculiarità della sua tragedia.
Quante ne abbiamo lette di storie strappalacrime? A. è un pastorello ingiustamente carcerato a Sednaya per 20 anni solo perché si trovava al posto sbagliato nel momento sbagliato. Z. è un madre allo stremo che minaccia di avvelenare i propri figli se l’UNHCR non la aiuta. M. era un padre di 7, ora di 3, che ha scavato i corpi esanimi dei suoi famigliari dalle macerie della propria casa. Storie devastanti, che invadono per il tempo della lettura la nostra vita, rinvigorendo con l’empatia che proviamo la nostra autopercezione di umanità. E poi torniamo alle nostre faccende, sia noi, sia i giornalisti che ce le hanno servite queste storie, imbattutisi per caso nel soggetto del loro racconto, armati di taccuino, giubbotto anti-proiettili e traduttore/fixer locale, e poi rincasati tutti negli stessi hotel, calata l’adrenalina delle bombe, a ordinare il loro personale bottino di disperazione, o ad ascoltare con una punta di invidia le storie ancora più strazianti raccolte dai loro colleghi.
È possibile provare a fare qualcosa di diverso? Magari esiste anche un altro approccio, non sappiamo ancora bene quale, ma che presti fede a questo senso di colpa, che sicuramente provano anche loro, senza scrollarselo di dosso eccitati dalla scenografia di sangue e distruzione. Vorremmo quasi che a guidarci, in questo tentativo di raccontare la situazione siriana nei prossimi mesi, fossero più le domande che non ce la siamo sentita di fare, quelle che ci siamo tenuti in bocca perché non era il caso formularle, non era il caso estrarre dell’altro dolore e dell’emotività; perché atteggiandoci da giornalisti, non saremmo stati altro che quello, dimenticandoci di tutti gli altri modi in cui due esseri umani possono entrare in relazione. E perdendoci così tutto il resto. Vorremmo che quello che scriviamo venisse solo dopo e in conseguenza di quello che abbiamo visto e vissuto, e non viceversa che l’esigenza di raccontare precedesse il nostro stare qua.
Non siamo qui, infatti, per raccontare, documentare, sensibilizzare. Ci penseranno quei tanti giornalisti più bravi, preparati e spregiudicati di noi a farlo. Siamo qui perché pensiamo che la questione siriana non sia una faccenda lontana ed esotica di islamisti col corano in una mano e il fucile nell’altra, o di élite spietate e diaboliche arroccate intorno a un dittatore ingenuo e insicuro, ma neanche crediamo del tutto alla favola bella delle masse pacifiste disposte a martirizzarsi per la democrazia, o degli angeli curdi e progressisti autodeterminatisi coi fucili americani e in prima linea per liberare il mondo. A questo punto della storia dovremmo meravigliarci che ci sia ancora qualcuno disposto a credere anche solo a una di queste semplificazioni.
Pensiamo piuttosto che, qui in Siria come ovunque, abbia avuto luogo un’inevitabile commistione delle singole volontà, che solo a conti fatti e in retrospettiva sembrano confluire per seguire direttrici ben ordinate, mentre nello svolgersi degli eventi prevalevano invece le singole paure, le singole insicurezze, i desideri, le speranze, le paranoie; soprattutto le paranoie. Di queste passioni vorremmo provare a parlare. Di quelle che si evincono dagli sguardi, dai silenzi, dai movimenti, da tutto ciò che per un giornalista spesso passa in secondo piano, distratto dai fatti, e guidato dalla fame di conferma dell’interpretazione a priori che ha formulato per non perdersi nella confusione. Ovviamente per farlo dovremo parlare anche dei fatti, per contestualizzare e provare a capire; e anche perché, diciamocelo, sono la parte più succulenta della narrazione; cercheremo di farlo però partendo da due presupposti (o almeno gli unici due dei quali siamo coscienti):
— Per quanto possa sembrare difficile, bisogna sforzarsi nell’immaginare come tutto quello che è successo in Siria negli ultimi 15 anni sarebbe potuto succedere anche in qualsiasi altra parte del mondo. Fare riferimento a uno spirito del popolo, o a una natura intrinseca di determinate etnie o confessioni, è precisamente il gioco delle ideologie e delle grandi narrazioni, che acceca nelle paranoie reciproche i singoli individui e li porta a distruggersi vicendevolmente. Certo esistono specifiche attitudini regionali, delle abitudini, dei costumi, degli odi e delle affiliazioni, germogliati nell’isolamento, così longevi da confondersi col corredo genetico dei popoli, ma bisogna sforzarsi a rintracciare aldilà di esse quelle paure, quei desideri e quegli interessi anche fin troppo comuni e riconoscibili. Che poi l’estrema radicalizzazione delle parti in conflitto oggi ce la faccia sembrare uniche e specifiche, e per quanto possa sembrare strano immaginarsi un universo possibile nel quale a casa nostra qualcuno sarebbe disposto a martirizzarsi per una qualsiasi causa, figurarsi una religiosa, questa tensione empatica deve essere mantenuta viva. O almeno questo è quello che crediamo e che proveremo a fare.
— Il secondo presupposto, che può sembrare entrare in conflitto con il vago sentore relativista del primo, è che la cacciata di Bashar al-Assad e la fine del suo regime, sono da considerare un netto positivo per l’umanità intera. La dittatura siriana, specialmente la sua versione degli ultimi 15 anni, verrà ricordata come uno dei peggiori esempi di cosa può arrivare a fare un’élite economica al popolo che governa pur di mantenere il potere. Non ci facciamo problemi a partire dal dato, ormai evidente, che a muovere inizialmente le parti in conflitto siano state da un lato la sete di potere, e la paura di perderlo – quella di Assad, dell’élite sciita e degli shabbiah – e dall’altro un desiderio di una parte consistente del popolo siriano di maggiore “libertà”, una parola abbastanza vuota da integrare quelle richieste ben più materiali che ne animavano la rivendicazione, ovvero di sicurezza, economica e personale, e maggiore autodeterminazione. Ciò non deve però portarci in alcun modo a sottovalutare la gravità del destino che incombe sul popolo siriano, all’indomani della sua supposta “liberazione”, poiché l’aria che si respira dal campo è sempre più tesa, e man mano che si spengono i fuochi della festa per la maggioranza sunnita, con esse sembrano dissiparsi, giorno per giorno, anche le speranza per il futuro dopo la fine della dittatura baathista. La Siria di oggi, almeno vista da qui, sembra essere tutt’altro che pronta a ripartire, bloccata in una crisi economica profondamente sbilanciata, sommersa da macerie che nessuno ha ancora i soldi per smaltire, e oltre a qualche moschea e qualche suuk nuovo di zecca, e qualche timido accenno di rivendicazione sociale dal basso, regnano ancora le stesse paranoie di qualche anno fa, acuite dalla miseria e dagli odi emersi in guerra, solo che gli uomini armati hanno adesso colori diversi, una stella in più sul petto, barbe più lunghe, e armi turche e americane.