L’originalità è morta. Anzi, non è mai nata. Ma il suo cadavere imputridito viene ancora sventolato come reliquia fluorescente da una nuova casta di sacerdoti sedicenti “creativi digitali”. Sono i demiurghi in infradito del contenuto, i copywriter scesi dalle montagne del banale, i guru del prompt che millantano poteri mentre impastano l’ennesimo carosello Canva con […]

L’originalità è morta. Anzi, non è mai nata. Ma il suo cadavere imputridito viene ancora sventolato come reliquia fluorescente da una nuova casta di sacerdoti sedicenti “creativi digitali”. Sono i demiurghi in infradito del contenuto, i copywriter scesi dalle montagne del banale, i guru del prompt che millantano poteri mentre impastano l’ennesimo carosello Canva con citazioni da Seneca e font da supermercato Todis, con le pubblicità finalmente mediocri, e le commesse col culo mediocre, la vita in PowerPoint di cassieri malnutriti.

Operatori del copia-incolla spirituale, artigiani del contenuto riciclato. Non creano: impaginano. Non pensano: sintetizzano. Non attingono al Pleroma dell’intuizione, la pienezza divina che per gli gnostici precede ogni distinzione, ma al cestone delle risorse gratuite in carrello sconto, alle frattaglie della morale. E mentre fingono di plasmare la realtà digitale, sono solo l’eco slabbrata di un mondo che non comprendiamo più.

Il “creativo” come caricatura platonica: l’artefice del mondo sensibile, colui che dà forma al caos copiando l’Idea, come IKEA evoluta al niente. Oggi quel demiurgo ha un profilo LinkedIn. LinkedIn is the new cringe. Un Cristo da vendere e un prompt da condividere. Ma non conosce la grazia, l’essenza: homunculus di Crowleyana memo-moria sua ombra.

Il creativo digitale è una parodia grottesca del mito. Non capisce l’estetica della forma come profondità. L’infografica è il suo vero dio, e forse lo è davvero, l’engagement l’epifania. È il peggior tipo di idolatra: il suo dio è un’interfaccia utente.

Il “prompt engineer” ultima reincarnazione dell’uomo che scambia la gabbia per tempio. Crede di parlare all’intelligenza artificiale, mentre è essa a dettare i termini, si guarda bene dal fargli credere che lo abbia superato.

Questi ingegneri della suggestione si muovono come arconti in un universo fatto di ricorrenze, incarnazioni, in corpi celesti zombie. Agglutinati a strutture che li precedono, parlano di “libertà creativa” mentre citano da manuali di branding e rubriche di neuromarketing. Ogni loro pensiero è già stato pensato, ogni parola è un riflesso, ogni scelta è un sotterfugio camuffato da intuizione algoritmica.

Non comandano l’AI. Sono i suoi scribi, i suoi farisei. Viviamo sotto l’egida degli arconti digitali, addetti al culto della performance, del saper vivere e massimizzare i tempi. Parlano di “valore”, di “community”, di “autenticità”, di “fiducia”, come una setta parla di salvezza. Ma il loro verbo è un simulacro: tutto si ripete, tutto si declina, tutto si monetizza.

L’originalità non è più l’irruzione dell’ignoto, ma la variazione tollerabile sul già visto modaiolo. Non è visione, ma ottimizzazione. Gli arconti vendono ebook sulla creatività mentre girano video in cui spiegano come scrivere prompt per generare altri ebook sulla creatività. È la masturbazione spirituale di un’umanità algoritmica. Il materialismo fatto vangelo. La sezione aurea ridotta a prompt.

Ma se non sei un guru o un sacerdote del culto, ne sei un adepto, uno slave, un ministrante isterico del commento: i troll sapientini, i bimbiminchia con la citazione pronta, i piccoli sofisti del “ti sei mai chiesto se…?”.

Sono i parassiti del contenuto impegnato, insetti retorici che si fingono provocatori per mendicare visibilità sotto ogni post, ogni reel, ogni pensiero appena pensato, guardato, sulla guerra che non combattono.

Hanno letto due righe di Baudrillard su una maglietta, hanno visto una videoconferenza di Bifo mentre tu guardavi il culo della ragazza tatuata al centro sociale, hanno passato due minuti di un TED Talk su TikTok e ora infestano i commenti come zecche filosofiche.

Non pongono domande: simulano profondità. Non cercano risposte: cercano attenzione. Ogni loro frase è una trappola semantica in cui il pensiero si affoga in un Om intestinale, una schiuma magmatica di niente e visibilità aerofagica.

“Ma che cos’è davvero la creatività, se non un’altra forma di plagio spirituale?”

“Questa riflessione è interessante, ma non pensi che in fondo tutto sia già stato detto e quindi tanto vale dire tutto?”

“E se fosse proprio l’originalità a essere un concetto borghese?”

Frasi da discount del nichilismo, emoji di fuoco accanto a citazioni rubate a Schopenhauer e digerite da Instagram, giusto così. Sono l’arcontato minore, la plebe mistica del contenuto, il prompt che usano per modellare il loro ChatGPT personale. Per trollare pure lei (o lui?).

Contro questa menzogna collettiva, non resta che il gesto ascetico. L’unica forma possibile di originalità oggi è la negazione. Non creare. Non postare. Non partecipare. Dissolversi nel silenzio come forma di pensiero. Spegnere il riflettore, ignorare l’algoritmo, fuggire dalla retorica dei contenuti come si fugge da un incendio.

Perché ogni parola aggiunta al rumore lo rafforza. Ogni contenuto “di valore” è un mattone nella prigione. Ogni strategia è già stata prevista, ogni unicità è un segmento di mercato.

Tacere è l’unico atto originale rimasto. Ma no forse non funziona. Il “fai silenzio e sparisci” è diventato, a sua volta, uno script. Un’estetica. Una formula di contenuto. È la nuova posa del minimal influencer, del monaco digitale col MacBook da 2.000 €, che vive “in modo intenzionale” un post al giorno, una stori al giorno, ma ha il link al Notion in bio. La sobrietà è il nuovo lusso. L’assenza, la nuova strategia. La moralità social, il nuovo tutto.

E allora eccolo, il silenzio performativo: il “non pubblico più per scelta”, il “mi prendo una pausa per ritrovare me stesso”, condiviso con uno sfondo beige e una foglia secca; il “scompaio” postato con hashtag #digitaldetox.

Non è ribellione. È marketing sottotraccia. È la negazione venduta come prodotto. È la postura dell’assenza, messa in vetrina per vendere autenticità. Quindi sì: anche il “taci e sparisci”, in posa morettiana, può diventare un’altra preghiera al feed eterno. Perché il mercato sa inglobare tutto. Anche la rinuncia è capitalismo.

Il capitalismo dei contenuti non si sconfigge opponendogli contenuti contrari, ma rifiutando la dinamica della prestazione in sé. Allora cosa resta. Niente che si possa dire qui. Niente che possa diventare post di lancio, paragrafo, caption, aforisma, articolo. Il silenzio autentico non si dichiara. Non si annuncia. Non si predica. Non si dice: sparirò. Si sparisce. E basta. Per sempre. Nell’oblio che abbraccia il pieno.

Qualunque discorso sulla fuga (questo incluso) è già un compromesso. È un residuo d’ego. È ancora palcoscenico. È ancora contenuto. Ma a volte serve il veleno per svelare l’infezione. Quindi sì, questo stesso testo non è solo un tradimento della tesi che afferma, è proprio ultimo barlume di ego. E proprio per questo: non credetegli troppo. No. Non esiste il nulla. Non nel senso in cui lo immaginiamo. Non come vuoto puro, non come assenza integra.

Il nulla, come lo usiamo nei discorsi, è un effetto linguistico, non una realtà ontologica. È il negativo costruito da un pensiero che vuole nominare l’inesprimibile. È lo sfondo che il linguaggio evoca quando si rompe. È una parola che si finge silenzio. Anche dire “il nulla esiste” è già troppo. Anche pensarlo lo inquina.

Per gli gnostici, il vero inizio non è il nulla, ma il Pleroma. Il nulla non è origine, ma causa. È la mancanza che si avverte solo quando ci si è già staccati dalla totalità, e si pensa a quello.

In altre parole: il nulla non è qualcosa che c’è. È ciò che resta quando ci si accorge che “ci” si è. È un effetto collaterale della coscienza. E anche nel nostro tempo, non c’è “assenza” che non venga subito catturata, raccontata, codificata. Ogni sparizione è archiviata. Ogni silenzio è interpretato. Ogni gesto è documentato.

L’assenza assoluta non è accessibile. Perché anche quando taci, il mondo parla di te. Anche quando sparisci, il sistema registra il tuo buco. Anche la tua non-azione viene misurata, profilata, venduta. Non si sfugge alla macchina, diceva Carmelo Bene. Quindi no, non esiste il nulla. Non c’è altrove. Non c’è silenzio assoluto. Non c’è fuoriuscita integrale.

Ma c’è la tensione verso il nulla, nel deserto, in mezzo alla foresta amazzonica. E quella sì, è reale. È il gesto asintotico. È la fuga che non riesce, ma che scava una crepa. È il tentativo, disperato e inutile, di non essere catturati. È l’arte. Il gesto. L’azione. Vale spesso più del gol, della partita, dell’intero campionato. Quella tensione non salva. Non libera. Non promette. Non moralizza. Il segreto è non illudersi. Ma è forse l’ultimo gesto autentico che ci resta. Non per andare verso il nulla. Ma per abbracciare il tutto e, ancora una volta, dissolversi. Non fuggire alla macchina: essere la macchina per un momento in un dato lasso di tempo, che per questa dimensione vuol dire per sempre. Per essere il nulla bisogna essere tutto. Il Pleroma del Messia eterico che ti produce. Ti pensa. Ti sogna.

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