Nella bio di Instagram Azzurra ha scritto:
– Di ciò che siamo stati rimarranno solo dei timbri su un passaporto.
Seguono la massima una serie di bandierine e il nome dell’attuale città di residenza con uno spillo rosso accanto. Dieci anni fa Azzurra è partita per l’Olanda e dall’Olanda non è mai tornata. Si è messa in tasca il double degree in Diritti Umani, conseguito in gemellaggio con un’università bretone, e ha inseguito, come ripete in videochiamata ai suoi genitori, il sogno di una vita diversa. Quella che vive adesso.
Gli inizi dal leggero sentore claustrofobico, in salsa fuga dei cervelli, sono distanti. I riflessivi corsi d’acqua brunastri e le stazioni dei treni filtro seppia che pubblicava nei primi anni da espatriata sono stati sostituiti da una palette luminosa, piena di spiagge e festival musicali e panorami sempre più aperti.
Azzurra fa la social media manager per un osservatorio sullo stato di salute delle democrazie europee. Il ritmo delle sue giornate è scandito da una puntata di Morning di prima mattina, una base eurodance messa su durante le pulizie di casa, un film di serie b visto sull’aereo tra una trasferta e l’altra. L’unico segno distintivo di Azzurra è quello di vivere all’estero. Si concede frequenti incursioni in città mitteleuropee, in occasione di festività o di fine settimana lunghi, durante i quali prova specialità culinarie locali e visita musei (di solito alla ricerca dell’ultima mostra del suo artista contemporaneo preferito: Banksy). Passeggia in vie affollate che mischiano il profumo di curry e di cannella e con curiosità infantile si addentra nei suoi amati vicoletti nascosti, mano nella mano con lo spilungone danese del tutto sprovvisto di senso estetico con cui è fidanzata. L’ultima volta sono andati a Francoforte per il concerto degli Imagine Dragons, band di cui hanno un poster autografato in casa. La prossima andranno a San Siro a sentire i Pinguini Tattici Nucleari.
Una stella polare la guida nelle avventure intercontinentali che si concede annualmente: il contatto umano con i local. Stare con i local, vivere a tempo determinato da local, sentirsi per l’istante di un’experience come chi? Come un local, certo. È il feticcio del viaggiatore post-moderno, ricercare un’autenticità prêt-à-porter, e a tempo molto determinato, che non riscontra nella sua quotidianità sanificata, in cui la metro lucidissima e non puzzolente di piscio arriva in orario, i servizi ci sono e funzionano tutti e il resto delle ovvietà che ti sparano in faccia quelli che vivono in un paese civile. Due volte all’anno Azzurra rientra alla base. Rivede la famiglia (è molto legata a sua nonna Anna, che chiama affettuosamente Annina nei suoi post di saluto) e organizza rimpatriate in giro per il belpaese con le sue due migliori amiche, expat pure loro. Più di una volta si sono riviste a Napoli. Chissà perché. Forse perché anche qui i famosi local diventano poco più che comparse allegre di una simulazione messa in piedi per i turisti fortunelli: la signora che stende i panni, il mariuolo senza casco, il guascone olivastro con cui fantasticare il brivido di una notte o due, il vecchio con un tatuaggio sbiadito al centro del petto che prende il sole sul lungomare. Il filtro con cui l’Italia ha deciso ormai di farsi guardare. La vita lenta. La noia mediterranea.
Le tre amiche sono molto legate. Hanno persino lo stesso tatuaggio sul polso. Un ciclamino. Giada, la matta del gruppo, o comunque quella che si è autodefinita tale, è rimasta in Spagna dopo l’Erasmus. Alla soglia dei trent’anni vive a Valencia, dove era arrivata a ventidue, e fa la deejay. A tempo perso si diletta come insegnante di pilates e promotrice di mostre fotografiche. Ogni venerdì sera guarda Propaganda, anche dall’estero, poi esce a fare serata con le coinquiline o, se va bene, suona in qualche scantinato. Chiara, la terza amica, invece, è lanciata in una carriera scintillante. Vive a Bruxelles e lavora come assistente parlamentare. Si interessa a temi sociali e crede che buona parte di questi possano essere risolti abolendo il suffragio universale e salvando la democrazia con l’introduzione del patentino di voto. Iscritta ad Azione e avida lettrice di Will, Chiara ama le piante d’interno, segue la pagina DG MEME e possiede una collezione d’epoca di cataloghi Bauhaus.
Insieme agli amici polacchi, tedeschi e portoghesi incontrati lungo il cammino internazionale, le tre rappresentano quella nicchia generazionale che ha costruito la propria identità europea a cavallo degli anni dieci attraverso programmi di scambio, Eurovision, interrail e giochi alcolici negli ostelli di Bucarest e Cracovia. Erano tempi più ingenui, di effimere possibilità che si schiudevano per i figli della classe media di provincia e di continenti che garantivano l’illusione di vivere liberamente, in pace, tutto a distanza di un volo low cost: per un amore a distanza o per un’amicizia che travalicava i confini nazionali. Ma il tempo lascia i segni. L’Europa prende sberle, decide di riarmarsi, vegeta, si gira dall’altra parte mentre il mondo esplode.
E chi rimane a preservare quei valori comuni? Forse solo Azzurra, e le sue fidate amiche, che di tutto questo hanno fatto una ragione di vita.
La sera, commossa, riguarda le foto appese in camera: lei e Chiara davanti al Parlamento Europeo in un gelido inverno di due lustri fa, Giada con la chitarra in mano, una mandria di ubriachi a Lisbona, la despedida della compagna di corso messicana. Si chiede che ne sarà della sua vita. Ora che è felice, e che sta ottenendo quello che voleva, Azzurra si guarda attorno e sente come un bruciore risalirle dall’esofago. Una sensazione che non sa spiegare.
È il kebab che ha mangiato due ore fa, in quel posto carinissimo che no vabbè lo devi troppo provare ti ci porto la prossima volta che vieni anzi no a proposito come va con Magnus raccontami.