È un periodo veramente difficile per provare a fare l’artista. La libera impresa in ambito creativo, al giorno d’oggi, pare seriamente osteggiata. A ricevere fondi e spazi, e di conseguenza l’interesse del pubblico eterodiretto, è l’arte che rispetta i trend, i grandi flussi, le parole chiave. Dell’opera in sé, di questi tempi, interessa relativamente. A ricevere più attenzione è invece la narrazione che la sorregge, il messaggio che veicola; o meglio: se questo messaggio rientra nelle prerogative propagandistiche dell’ente il quale, elargendo i fondi, permette all’opera di esistere – quasi sempre il governo. I musei, le gallerie, le accademie, le case di produzione, al giorno d’oggi, quando non svolgono il ruolo di organi passivi di propaganda, interpretano la propria opera di curatela proponendo qualche ripescaggio di artisti già affermati o temi neutrali, estrapolati da ambiti diversi e trapiantati nel contesto artistico; strategia a rischio zero, salvo cataclismi o pandemie.
Un artista che voglia conservare uno spirito critico, al giorno d’oggi, perciò, se la passa davvero male. Spazi di libera espressione ancora resistono, ma essendo pochi, ed essendo la classe artistica sovrarappresentata, la competizione per accedervi è estenuante. All’artista che non sappia interpretare uno dei quattro o cinque trend sociali del momento, o placare le insicurezze del governo di turno, con un’opera che possa offrire una parvenza di originalità a un pubblico tendenzialmente annoiato e con un deficit di attenzione, resta sempre, tuttavia, un’ultima risorsa per realizzare i propri sogni. Trovare da qualche parte, in qualche lato del mondo, sepolto da un oblio tutelare, un prodotto autentico, per vampirizzarlo impietosamente, succhiarlo fino all’osso. Orde di creativi, giovani rampolli delle accademie di fotografia, di documentario, di teatro, partono ogni estate verso i più improbabili lidi, o le comunità più remote, con le fotocamere sguainate e i taccuini di pelle a portata di mano, a registrare ogni sussulto morente di un’autenticità sopravvissuta al ratto dalla modernità.
Non c’è festa paesana o tradizione popolare che resista; non c’è vecchia di paese dalle dita consunte che sia a riparo dal rischio di finire un giorno nel portfolio dei cadetti del mondo dell’arte, esclusi dal maggiorasco delle grandi istituzioni. Di pari passo ogni anno si aggiorna e si allunga il necrologio dell’autenticità. Perché essa, l’autenticità, non è una qualità reale del mondo, ma una risorsa, per di più finita e incapace di riprodursi, che svanisce nel suo consumo. È la brandizzazione della nostalgia, un’etichetta che serve a colonizzare e reintrodurre nella legge di mercificazione universale tutto quel che, per oblio o esplicita volontà, era riuscito a resisterne al di fuori. E il suo consumo è lo sguardo del passante, per sua natura impartecipe e oggettivante, che traduce e distorce ciò che osserva secondo le inclinazioni del suo rapporto insofferente con il mondo. Il documentario autoprodotto sull’usanza popolare, il reportage fotografico sulla comunità isolata, la performance in una scenografia incorrotta e immacolata, la ricerca antropologica sul gruppo etnico, non sono gesti artistici/intellettuali liberi e privi di conseguenze, ma ciniche strategie per sublimare l’assenza di argomenti e di idee, appropriandosi di un prodotto senza tempo, nella speranza di ritagliarsi un posto nel mondo sovrappopolato dell’arte e delle accademie. A pagarne le conseguenze è proprio la pretesa “autenticità” dei luoghi o delle tradizioni di cui si sceglie di approfittare che, sopravvissuti al buio dell’oblio per generazioni e generazioni, vengono di soprassalto sopraffatti dalle luci dello spettacolo e dalle lusinghe del consumo, trasformando in vetrine pacchiane di quella qualità che, ormai un tempo, le distingueva. Perché non esiste valore al mondo che possa essere estratto senza che, da qualche parte, prima o poi, ciò non dia luogo a sfruttamento o alienazione. E l’arte prodotta acriticamente e sotto pressione sociale o economica è solo il dispositivo creativo tramite cui viene inglobato all’interno della società tutto ciò che ne sussiste al di fuori. Come nota Anselm Jappe in Guy Debord. Un complotto permanente contro il mondo intero
Quello che abitualmente non viene visto, è il fatto che l’arte moderna, nonostante la sua attitudine contestatrice talvolta radicale, evolve quasi sempre all’interno della cornice costituita dalla società di mercato, fino ad agire frequentemente come il suo involontario pioniere.
L’unica speranza per tutto ciò che ha ancora un’essenza profonda da offrire, quando persino l’interesse artistico e intellettuale si muove in superficie, è il silenzio, l’oblio, l’aperta e fiera ostilità allo sguardo dissacrante del consumo di passaggio. Perché se esiste qualcosa come l’autenticità, sarà qualcosa di infrequentato e inusuale, e avrà la stessa natura del silenzio: proclamarlo ad alta voce, spettacolarizzandolo, storicizzandolo, significherà condannarlo alla dissoluzione.