C’è una categoria di lavoratori in Italia che vive in uno stato di sospensione permanente, come un personaggio di Palahniuk che non sa ancora se sta per far esplodere un palazzo o semplicemente la propria vita finanziaria.
È la giovane Partita IVA, quella creatura che per lo Stato è privilegiata, per la banca è indigesta e per l’azienda è un “collaboratore continuativo”, ma non abbastanza continuativo da essere assunto.
È una specie di cittadino di serie B che deve far finta di essere di serie A.
Un soldato dell’economia della precarietà che lavora come un dipendente, ma risponde alle mail delle 22:47, subisce come un dipendente… ma guai a chiamarlo dipendente.
È “autonomo”.
Autonomo come uno Stato che deve chiedere il permesso ogni giorno di esistere: per capirci, un po’ come la Palestina sotto Israele, ma senza che nessuno si indigni sui social.
Lavora per un’unica azienda, spesso un gruppo imprenditoriale che cambia nome come un ladro di notte, ma deve fatturare come se fosse un freelance stellare.
«Questo mese fattura a X Edizioni, il prossimo a Y Produzioni. Sì, sono entrambe nostre, ma la legge vuole così.»
La legge non vuole così. La legge vieta così.
Ma l’ipocrisia normativa è un’economia parallela, e bisogna partecipare al gioco: chiudere un occhio, aprire la partita IVA.