Intervista a Ketama 126. La musica di Ketama sembra una processione di santi tossici che si trascinano verso un altare di lattine, siringhe, amori finiti e notti che sudano paranoia post punk stile Joy Division, feticci affatturati.

Ketama126. L’ho cominciato a seguire con la prima ondata di rap e trap, poi l’ho perso un po’ di vista. Ma il suo flow si è riacceso dentro di me con una sorta di neomelodico romano che ti spacca il cuore. Stavo giù, per ragioni sentimentali, e un giorno l’editore mi manda un link della sua Trentatré: «Guarda cosa fa Ketama», mi dice. Stavo entrando in macchina.

Il tempo del Bluetooth e parte il pezzo. Quella canzone ero io.

Io squallido, solo, che guardavo Sportitalia: Criscitiello, Pedullà, la tristezza di essere periferici. Ho vissuto tanti anni in periferia, poi sono stato in centro: ma non è quello il punto. Ketama aveva colpito. Era me.

Ho pensato: «Se scrive ’sta roba il cantante famoso, che avrà fatto i soldi che tanto anela e sbandiera… allora siamo tutti servi della gleba etero». Una bestemmia. Volevo fumare, farmi le canne come da ragazzino. In fondo siamo tutti bambini, sempre. Chi non lo è, è un triste: uno dominato dalle convenzioni.

Gesù Cristo era bambino: è l’unico Dio per sempre giovane. Muore a 33 anni come una rockstar — come il pezzo di Ketama, innamorato pazzo della vita. Così dice la leggenda.

La musica di Ketama sembra una processione di santi tossici che si trascinano verso un altare di lattine, siringhe, amori finiti e notti che sudano paranoia post punk stile Joy Division, feticci affatturati. Ketama126 si autopsia. Roma come mito identitario, ma anche caricatura di sé. Ansia di autenticità in un mondo musicale che premia la posa. Dipendenze trasformate in narrazione, con il rischio di rendere spettacolare ciò che dovrebbe restare tragico.

C’è in lui un’ambiguità costitutiva: vuole essere vero, ma deve essere vendibile. Vuole essere sporco, ma la major ripulisce. Forse non ripuliranno mai abbastanza quelli come Ketama.

Ogni pezzo è un reperto di archeo-futurismo, un rimasuglio di sé: qualcosa che poteva diventare vita e invece si è fermato a metà strada, per sbocciare dopo. No, non è Baby Gang. È tutto vero. È centro di Roma sbandata, è Dark Polo, è Noyz vecchia scuola.

Alcuni riempiono, altri sono vuoti. Piero (così lo chiamano gli amici e le guardie) ha istinto, questo è certo: ha cuore. Non li ho mai capiti i “boomer dell’autotune”, scusate la parola. Come devo chiamare questi perversi gerontofili pronti a dire merda di tutto ciò che è nuovo? Sono vecchio, sono stronzo anch’io.

Voglio un Paese in mano agli Sbandati Luminosi di Ketama: perché oggi Ketama canta pop con l’attitudine di Califano, il marciume di Kurt Cobain, e forse ci lascerà qualcosa che affonda nel cuore prima dell’Armageddon, visto l’ultimo pezzo con Clara.

Vincenzo Profeta:
Ketama126… non è per la ketamina, vero? Scusami, volevo partire subito con una rottura di coglioni. Sennò sembra che lecco culi.

Ketama:

No, confermo che il soprannome ketama non c’entra nulla con la ketamina, che sinceramente fra tutte le droghe esistenti è la più insulsa e inutile, a meno che tu non sia un cavallo da anestetizzare. Ketama nacque dal padre di un mio amico che una volta riferendosi a me disse “quel ragazzo è un acqua cheta”. Da lì in poi i miei amici storpiarono il nome che da acqua cheta divenne keta e infine ketama.

VP:
C’è chi dice che la tua musica è solo l’ennesima estetica del disagio. “Tossico in HD.” Come lo vivi? Come un marchio di fabbrica o come il tentativo di andare oltre i soliti racconti di spaccio?

K:

Devo ammettere che per molto tempo la mia musica, essendo uno specchio della mia vita è stato anche quello. Ora io non mi pento di nulla ma devo dire che col tempo, cercando di uscire da certe dinamiche, mi sono reso conto che il messaggio che (inconsapevolmente) mandavo non era qualcosa di costruttivo. Non che mi senta in dovere di educare chi mi segue, ma l’idea di essere etichettato non mi è mai piaciuta, tantomeno come tossico in hd. Inoltre io, nonostante il disfattismo, sono una persona estremamente combattiva e testarda che difficilmente si arrende, e continuare a fare un certo tipo di vita e un certo tipo di musica avrebbe significato arrendersi, e non è questo il messaggio che voglio lasciare con la mia musica, semmai è il contrario.

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