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	<title>airbnb Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Elogio delle Keybox</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Airbnb]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È un’insolita e universale avversione quella che riscuotono queste cassette del demonio. Ma verrebbe invece da riflettere più sulla natura profonda del turismo, piuttosto che sulle sue appendici visibili</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Gli urbanisti all’avanguardia, la notte, sognano. Come del resto sognano tutti quanti. Sognano i neolaureati architetti, i dottorandi, i paesaggisti, i borsisti del comune, gli iscritti alla società geografica. <strong>Nei loro sogni c’è sempre, sembrerebbe, un’aria di utopia, di novità, declinata però a seconda della loro ascendenza politica</strong>: se nutrono passioni di destra e amano Le Corbusier la novità urbanistica sarà un elemento di smartificazzione della città, come i lampioni-wifi o i semafori regolabili a seconda del traffico, oppure, se al contrario sono urbanisti di sinistra e hanno scaffali ieni di libri di Eluthèra e Quodlibet, sognano sogni di politiche dal basso, citizen-science, riappropriazione degli spazi da parte di chi li abita (e quindi chi discende dagli stranieri che di quegli stessi spazi se ne sono appropriati in un passato ormai immemorabile).</p>



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<p>Più interessanti dei sogni dell’avanguardia urbanistica però, sono gli incubi, anch’essi si differenziati in base alle preferenze politiche: a sinistra sognano, con orrore, termovalorizzatori innestati lungo passanti autostradali che lacerano e separano periferie bucoliche dove nessuno lascia l&#8217;erba o pensa ai bambini, terrificanti e scomode panchine scaccia-barboni, piste ciclabile riasfaltate con sadismo per privilegiare il traffico delle macchine, rincari, traffico, turisti, polveri sottili, condoni, desertificazioni, amianto; a destra invece centri città invasi dai cinesi, ztl infinite, città 30 che sfociano oltre le mure, diventando province 30, regioni 30; e ancora autovelox panottici, edilizia popolare selvaggia, normative urbanistiche asfissianti. Ma da qualche tempo, in questi incubi ricorre un elemento in particolare che sembra essere indipendente dalle preferenze politiche<strong>. È la keybox</strong>, l’insopportabile e oscena scatoletta di metallo che contiene le chiavi degli appartamenti delle città d’arte con tutta probabilità affittati su airbnb, quindi con tutta probabilità ereditati da un nipote laureato in lettere e ormai stufo delle estati in free camping.</p>



<p>È un’insolita e universale avversione quella che riscuotono queste cassette del demonio. L’odio loro riservato ha ovviamente un valore simbolico: <strong>ricordano al passante la presenza dei famigerati turisti mordi-e-fuggi, al cui passaggio finesettimanale le tasche di alcuni si riempiono immeritatamente di soldi sudati altrove, mentre la città si svuota di spirito, di unicità, di cittadini e di calamite, per riempirsi invece di pellicole oleose di panini e bicchieri vuoti di spritz da asporto</strong>. Perciò sulle cassette di sicurezza finisce per sfogarsi tutta l’insofferenza del rincaro dei prezzi, degli affitti che costano metà degli stipendi, della mancanza di prospettive di vita, dell’insicurezza di un’economia che concepisce solo start-up e monopoli, dell’eco-ansia, della finanza al potere, della benzodiazepizzazione della serenità, e di tutto quegli altri fattori socio-economici che contribuiscono al successo di App come “Uno Bravo”.</p>



<p>L’odio riservato alle keybox, curiosamente però, si alimenta anche di considerazioni di natura estetica. La loro rozza materialità industriale, la loro pelle platicoso-metallica, nel vederle penzolare appese ai portoni secolari dell’Italia comunale, stona. Infastidiscono lo sguardo annoiato delle signore del centro (anch’esse dalla pelle plasticoso-metallica), unica figura mitologica che ancora si rifiuta di cedere alle lusinghe di airbnb, scegliendo, grazie a un’indomita fierezza e una probabile rendita passiva di origine poco elegante, di abitare le parti ormai più scomode e fuori mano delle città.</p>



<p>Ma la demonizzazione delle keybox non è dovuta soltanto al loro aspetto. Nelle idee dell’avanguardia urbanistica tagliare le cassette, letteralmente, staccarle via dai portoni o dai pali antistanti, porterà dei benefici sensibili a tutti i disagi elencati sopra. <strong>Airbnb è il demonio, il turismo è il male, e una volta risolto, l’Italia riscoprirà la grinta necessaria per fondere il proprio spirito comunale e artistico e il proprio corpo industriale e produttivo in un sinolo adatto a prosperare nell’era digitale.</strong></p>



<p>Rendere più difficile affittare su airbnb, costringere gli affittuari a recarsi in presenza ad aprire la porta ai loro ospiti storditi dal viaggio e desensibilizzati dal rumore bianco dei trolley sul pavé, <strong>dovrebbe in qualche misura invertire la rotta fuori controllo del sovraffollamento desertificato che comporta il turismo di massa.</strong></p>



<p>Ma verrebbe invece da riflettere più sulla natura profonda del turismo, piuttosto che sulle sue appendici visibili. Viene spesso dipinto come un male esterno, il turismo, un malanno che invade un paese consumandone le risorse, favorendo la corruzione comunale e l’omologazione culturale, per l’arricchimento di pochi. <strong>Piuttosto, esso andrebbe concepito come un virus opportunista, uno di quei virus che coabitano con l’organismo simbioticamente, ma diventano invece virali e latenti se le difese immunitarie dell’organismo ospite scendono al di sotto di una soglia limite, se il corpo è debole</strong>. Il turismo di per sé non è un male, come recita l’adagio che ci ripetiamo ogni volta in testa invece di prestare attenzione alle misure di sicurezza dell’hostess di Ryanair, è il suo essere la risorsa di riferimento di un’economia il dato critico. Come dice Marco D’Eramo in un’intervista al Tascabile “il turismo non è un problema di per sé, ma lo diventa quando c’è solo turismo”. Il problema non è il volere estrarre dai propri immobili ereditati una rendita passiva, e il volerlo fare nel modo più efficiente possibile, per esempio tramite le keybox, senza doversi presentare di persona. <strong>Il problema è non avere la possibilità di vivere dignitosamente facendo altro</strong>.</p>



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<p>Chi si ritrova nella condizione di mettere la propria casa su airbnb abita quel limbo economico in cui languisce la maggior parte della popolazione, <strong>ovvero la classe media dei piccoli proprietari il cui privilegio non è autosufficiente</strong>. Il boom degli anni ’60 ha creato le condizioni per cui la maggior parte di noi si ritrova qualche piccola proprietà o attività ereditata dai nostri nonni insieme a un mare di debiti collettivi per ripagare le loro baby-pensioni e le politiche scellerate del ventennio berlusconiano. In molti perciò abbiamo, o avremo tra qualche funerale, un bacino di partenza, il quale però senza entrate costanti rischia di dissolversi nel giro di qualche anno. L’obiettivo della pianificazione urbanistica dovrebbe essere quello di rendere le città più vivibili, attrattive per chi vi porta valore, e non per chi lo estrae come i turisti o i nomadi digitali. Rendere la vita più difficile a chi affitta a breve termine, senza smantellare le cause che hanno sistematicamente portato una buona fetta della popolazione a dovervi ricorrere, avrà come conseguenza soltanto di rendere ancora meno produttiva l’unica attività economica che separa molti dal collasso, dal default economico.</p>



<p>Invece di liberare del tempo a chi sceglie di umiliarsi lavorativamente nel settore dell’accoglienza ai turisti, &#8211; perché tutti odiano airbnb, soprattutto chi ne deve campare &#8211; <strong>la risposta arrogante delle amministrazioni comunali, con guizzo urbanistico, è quella di costringerli a faticare inutilmente di più, senza che ciò comporti alcun vantaggio economico per nessuna delle parti coinvolte, una penitenza insomma, perché altrimenti è troppo facile</strong>. Invece di avere il coraggio di detassare progressivamente gli affitti a lungo termine, di ostacolare la speculazione edilizia dei palazzinari e dei Caltagirone di turno, pareggiando il bilancio con un proporzionale rincaro delle tasse di quelli a breve termine, fino a che la situazione non raggiunge l’equilibrio sperato, e investire in strategie ad ampio raggio, che non promuovano irrealisticamente delle soluzioni immediate e markettizabili, come il Giubileo o la grande fiera del consumo dell’oggetto ‘x’, ma che creino le condizioni per un lento rifiorire dell’economia locale e specifica, che liberino del tempo per la produzione di valore, la soluzione promossa dai comuni è invece sempre e soltanto quella più populistica e appariscente<strong>. Il problema sono le keybox, e gli airbnb, la soluzione è il mega-evento finanziato dal comune ma incassato da terzi, grazie al quale finalmente aprirà la linea di metropolitana</strong> che permetterà a chi si è dovuto spostare in periferia di tornare a lavorare in centro, arrotolando panini e preparando gli spritz da asporto per i turisti.</p>



<p>Ciò detto, grande stima invece per chi si muove di notte a segare le cassette via dai centri storici. L’avversione dal punto di vista comunale a chi fa airbnb è <strong>ridicola, contraddittoria e propagandistica</strong>. La rappresaglia da parte di chi ne subisce le conseguenze è però inevitabile, e legittima.</p>



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		<title>La soluzione è la criminalità</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-soluzione-e-la-criminalita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jan 2025 10:41:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una soluzione anti-costituzionale all'overtourism, dalla newsletter di GOG Edizioni "Preferirei di no".</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una soluzione noi ce l&#8217;avremmo pure. Probabilmente è una soluzione anti-costituzionale,&nbsp;<strong>come la maggior parte delle soluzioni che proponiamo per risollevare l&#8217;editoria, la cultura, la letteratura in questo Paese</strong>. E anche per quanto riguarda l&#8217;overtourism abbiamo abbozzato un ddl da repubblica popolare centroafricana, proprio in questi ultimi giorni, tra una pausa e l&#8217;altra, mentre passeggiavamo abbottati da pranzi e cenoni nel centro storico di Roma,&nbsp;<strong>un grande cantiere con dentro gente che si fa le foto scambiando gli scavi della metro C per rovine</strong>, i ponteggi sopra il palazzaccio per un&#8217;installazione del bulgaro Christo, il Giubileo per una festa a tema con il satanista Padre Guillerme in console, o l&#8217;Osteria da Fortunata per un ristorante, quando invece è chiaramente una specie di Alcatraz&nbsp;<strong>dove finiscono i pentiti di mafia a fare la pasta a mano dentro una teca</strong>. </p>



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<p>A camminare per il centro, ma solo se si è di buonumore per la tredicesima,&nbsp;<strong>si ha persino l&#8217;illusione di vivere in una grande metropoli, si respira l&#8217;aria progressista della globalizzazione</strong>&nbsp;– vedi che belli gli scambi culturali, il dialogo tra i popoli, la condivisione del proprio patrimonio artistico. Ma poi rinsavisci subito al bestemmione del tassista che stava per mettere sotto Kim Jong Un a Corso Vittorio Emanuele, quando per prendere un gelato ti devi fare un&#8217;app, per una carbonara spendi tutta la tredicesima e ti arriva una fetta di cane, e quando scopri che Castel Sant&#8217;Angelo non lo rivedrai mai più – a meno che non decidi di fare un sit-in di tre giorni e tre notti davanti alla biglietteria insieme al cast di Squid Game.&nbsp;<strong>Allora capisci che ci hanno inculato</strong>. </p>



<p>E che il turismo è la più grande impostura di questo secolo, la simulazione di un viaggio autistico che in realtà non avviene. Tutta la città, dalle osterie ai negozi, dai musei al paesaggio, si adegua al pregiudizio che il turista ha di Roma, che non ha niente a che fare con Roma. Non è che l&#8217;amplificazione artificiale di quei caratteri e costumi che crediamo possano piacere di più allo straniero. E così, non solo dobbiamo sorbirci gli innumerevoli disturbi che creano le orde di barbari in bermuda, ma dobbiamo anche cambiare noi per compiacerli, ed ecco che Roma, quella reale, diminuisce, si fa più piccola, si conforma all&#8217;immaginario che altrove si è creato di essa, e perciò anche noi romani siamo sempre più in contatto con la finzione di noi stessi.</p>



<p>Quindi ben vengano tutte quelle iniziative alla Tourist Go Home, e quelle degli attivisti che invitano a mettere adesivi o gomme da masticare sopra i lucchetti con le chiavi degli Airbnb sparsi nel centro della città.&nbsp;<strong>Che sia vietato Airbnb, che si mettano limiti ai giorni di affitto, che si tassino i locatori senza pietà, che si buchino le gomme agli autobus a due piani che intasano il Lungotevere.</strong>&nbsp;Meglio morire definitivamente come Paese, sommerso dallo scioglimento dei debiti, che pensare di poter campare con il turismo. Ma che razza di progetto a lungo termine è? Con che voglia ci alzeremo dal letto la mattina, per prenderci cura del giardinetto del mondo che diventerà l&#8217;Italia, dove i cinesi verranno a comprare scatolette d&#8217;aria compressa del Lago di Stocazzo? Dove gli americani verranno a giocare a beerpong – non potevano farlo nel Minnesota? – credendo, come credono tutti gli americani,&nbsp;<strong>che l&#8217;Europa sia un&#8217;invenzione di Walt Disney</strong>? </p>



<p>Ma la nostra soluzione è ancora più radicale dell&#8217;attivismo civile, delle proteste virtuose, delle pressioni sull&#8217;amministrazione. Queste scappatoie ci ricordano quegli stucchevoli suggerimenti pasoliniani di Parise contro la società dei consumi, in un libretto pubblicato nel 1972,&nbsp;<em>Il Rimedio è la povertà</em>. Come pretendi che nel mezzo dell&#8217;espansione consumistica e del benessere le persone scelgano di rinunciare al comfort? Dice Parise: «Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. </p>



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<p>Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l&#8217;automobile, le motociclette, le famose e cretinissime &#8220;barche&#8221;». Parise era un grande ma queste sono tutte cazzate con cui probabilmente Goffredo si è comprato una barchetta. Nei fatti, però, non lo ha ascoltato nessuno.&nbsp;<strong>Se le persone possono scegliere tra una cosa giusta che però comporta fatica e impegno e una sbagliata ma facile da fare, opteranno per la seconda.&nbsp;</strong>Con in mano un qualsiasi mezzo o tecnologia, l&#8217;umanità li impiegherà sempre nel peggiore dei modi possibili. Vedi Intelligenza artificiale. La useremo per fare più guerre e per cambiare i pannoloni agli anziani. Siamo fatti così, siamo belli anche per questo. </p>



<p>Lo stesso vale per il turismo: se porta soldi facili, allora vincerà sempre. La nostra soluzione all&#8217;overtourism perciò è un&#8217;altra, benché mutuata da quella di Parise:&nbsp;<strong><em>Il rimedio è la criminalità</em>.</strong>&nbsp;Bisogna incentivare il ritorno della criminalità disorganizzata e diffusa nel centro storico di Roma. </p>



<p>Piccoli delinquenti saranno allocati negli Airbnb sfitti, convertiti in case popolari, e incoraggiati a compiere furti, scippi, rapine, borseggi, sequestri di persona, minacce di ogni genere nei confronti dei turisti. Se non possiamo vincere con la giustizia, possiamo vincere con la paura. Il centro deve diventare luogo ostile, brutale, feroce, per chi non conosce le dinamiche locali, la lingua, le vie giuste in cui passare. La pagina Instagram del Comune di Roma appalterà la comunicazione istituzionale a Welcome to Favelas. Il Monte di Pietà, nel rione Regola, si occuperà della ricettazione della refurtiva, generando inizialmente un indotto sufficiente a pareggiare gli scompensi della diminuzione dei turisti. </p>



<p>La città dovrà tornare ad avere pessima fama su Tripadvisor e sulle Lonely Planet (strumenti di egemonia planetaria anglosassone), come ai tempi del Conte di Montecristo, quando al carnevale si rapivano i figli dei nobili stranieri in cambio di un riscatto, o ai tempi del Marchese del Grillo. Si creeranno nuove situazioni epiche, rinnoveremo l&#8217;immaginario ormai stantio della Banda della Magliana e quello netflixiano di Suburra, per riscoprire la romanità dei bulli di quartiere, dei Più, dei Meo Patacca, dei duelli, delle zaccagnate in panza (che ci hanno reso, nell&#8217;Ottocento, i chirurghi più bravi d&#8217;Europa), delle osterie piene di puttane e eunuchi e cardinali e nobili, la Roma mazziniana di Ciceruacchio,&nbsp;<strong>quella notturna e situazionista di Mario Appignani, degli sballati, degli strippati, delusi, stralunati, sgabbiati, dei terroristi del sistema, l&#8217;irascibile schiera degli infelici</strong>, la Roma dimmerda di Remo Remotti, la Roma di Dario Bellezza, invivibile e incresciosa, perciò liberata da chi vuole bonificarla per renderla gradita al turista. Il centro ritornerà ad essere quello che è sempre stato: crocevia di tendenze assurde, punto di incontro di aristocrazia e sottoproletariato, commistione di generi e stili di vita improbabili, che dialogano sul serio, frizionano fino a generare una vitalità spontanea e violenta che fu la principale ricchezza cittadina, prima dei monumenti e dei musei. </p>



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<p>E si tornerà a cantare per le vie del centro, si tornerà a fare l&#8217;amore a Trastevere, torneranno i macellai, i bordelli, i coltelli, torneranno i poeti.</p>
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		<title>Tutti i motivi per non trasferirsi a Bologna</title>
		<link>https://ilnemico.it/bologna-puzza-di-piscio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2024 10:30:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Bolo]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[fuorisede]]></category>
		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piccolo bestiario delle maschere studentesche che potreste trovare sotto i portici o nelle piazze del capoluogo emiliano. Pubblicato in origine sulla rivista "Il Bestiario" numero 19.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>È un’impressione condivisa quella di sentirsi &#8211; aggirandosi, ventenni o poco più, per le strade di Bologna, eletta a dimora per il tempo di una triennale o un 3+2 &#8211; <strong>come in un grosso villaggio vacanze, un Valtur esistenziale: studi, amori, amicizie, il pacchetto completo</strong>. Non è solo che la città è “a misura d’uomo”, “la puoi girare tutta in bici”, “se piove non ti bagni grazie ai portici”, “il 50% della popolazione sono giovani fuori sede”. C’è qualcos’altro, qualcosa di meno evidente, meno adatto a uno slogan promozionale. </p>



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<p>A Bolo, almeno questa è la percezione, è come se il tempo non scorresse, o scorresse al di là, al di fuori della storia. Non che i grandi avvenimenti storici non la impattino, <strong>che Bologna non sia soggetta al progresso coatto della gentrificazione, della turisticizzazione, della perdita d’identità</strong> inversamente proporzionale al successo di Tripadvisor, Airbnb, e compagnia bella. Non che non venga divorata, poi, dai piccoli imprenditori di Dispensa Emilia, degli Svapo Shop, degli Amsterdam Cannabis Shop, degli Habanero e tutte quelle altre lavatrici fiscali della ‘ndrangheta che aprono e chiudono in zona universitaria nell’arco di un ciclo di studi (tendenzialmente però rivenditori di brodaglie asiatiche).</p>



<p>Insomma anche Bologna, come tutto, cambia. In particolare da una decina d’anni o poco più è stata eletta a sede della pausa pranzo dei cinesi in transumanza da Firenze a Venezia. Il suo aspetto in superfice, di conseguenza, è profondamente mutato. <strong>Che sia in meglio o in peggio è un giudizio di solito correlato all’ISEE.</strong> Ma questa sua qualità eterea, questa sua a-cronicità, il suo essere fuori dal tempo, non sembrano riuscire a scalfirla nemmeno la dislocazione dei campus all’americana in periferia, o l’avvento dei monopattini elettrici. Sarà “questo cielo sempre così grigio”, questa cappa umida che insieme nasconde, protegge e soffoca la “Parigi minore”. <strong>O forse è il peso ingombrante del suo passato</strong>, la memoria mai sopita della gloria settantasettina &#8211; mitizzata dal catalogo di Derive&amp;Approdi &#8211; delle barricate e della morte di Lorusso, esposta in vetrina a via Mascarella.</p>



<p>Fatto sta che a Bologna, tutto quel che accade non sembra avere la stessa rilevanza che avrebbe altrove. <strong>Il tempo è sospeso e più leggero, le prese di posizione e le professioni di fede valgono meno, i gesti, le usanze, gli abbigliamenti rispondono a un canone diverso, del quale non si deve rendere conto a nessuno</strong>. Risulta facile, negli anni bolognesi, diventare vegani, sognare il nomadismo (o al massimo un furgone camperizzato), sedersi in piazza a gambe incrociate e intonarsi all’ennesimo coro che canta Bella Ciao. Pure se tutto ciò non si accorda in alcun modo a quel che fino ad allora si credeva di essere. Ci si lascia convincere che in fin dei conti i peli sulle donne non sono poi così male, che l’eterosessualità è motivo di vergogna e va celata o dissimulata, che la poligamia polisessuale è l’unica forma sana di relazione amorosa, che si può viver di furti e cibo recuperato dai cassonetti della Lidl, che un maglione in più e una tisana zenzero e curcuma possono sostituire i termosifoni, che il fascismo è ancora un pericolo in agguato, o almeno più pressante della tecnocrazia liberale. </p>



<p>Non che queste affermazioni siano di per sé sbagliate, è curioso però che basti spendere del tempo a Bologna – chiaramente fuori dalle biblioteche o dalla propria cameretta sovrapprezzata – <strong>per riscoprirsi non tanto d’accordo con ognuna di essa, ma indifferente ad assumere la posa che ciascuna di esse comporta.</strong> Chiaramente ci sono coloro che arrivano a Bologna già convinti dei diktat etici imposti dal MinCulPop trans-anarco-tekno-ecologista bolognese; sono quelli che finiscono per girare scalzi, si fanno chiamare Ranza o Gea e ogni anno mettono su un carro a una street parade che celebra l’amico dj morto per overdose.</p>



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<p>A Bologna, di fatto, è facile mascherarsi, l’atmosfera è sempre di gioco, è sempre poco seria, si corre (o si pedala) da un lato all’altro, dalla facoltà, a un mercatino, a un’assemblea, a un centrosociale, a una cena, a un concertino, a una serata, <strong>e ci si rimbalza vicendevolmente il peso della contraddizione: nessuno terrà il conto, nessuno farà pesare l’incongruenza delle varie pose/posizioni, basta che, a propria volta, si faccia lo stesso</strong>. Se Milano può rendere più superficiali e Roma più cinici, Bologna, come città, rende più anarchici, ma è un’anarchia vissuta come passione giovanile. È l’anarchia dell’incongruenza, della libertà confusa con l’assenza di responsabilità. <strong>Non vi è chi non se ne stufi ben presto</strong>. È il motivo per il quale la fascia demografica meno rappresentata a Bolo va dai 25 ai 30, ovvero i giovani adulti. Si aggirano per la città come appestati, aggrappati alle rovine della propria decostruzione; di loro non rimane che una scorza vuota, dalle opinioni e abitudini più che prevedibili (e riassumibili nei punti di cui sopra), che trascinano dal bar di periferia dove lavorano a quello al quale devolvono il proprio stipendio. </p>



<p>I più assennati invece fuggono subito dopo la magistrale. I teknusi puntano al nord-Europa, si accodano a una tribe e vendono tramezzini ai rave; gli anarchici che vogliono fare qualche avanzamento di carriera sono costretti a traferirsi a Torino, gravitano intorno alla val di Susa, ma alla fine scappano via o per il freddo o per l&#8217;analfabetismo emotivo dei NOTAV; i queer squattrinati se restano in Italia puntano tendenzialmente a Roma, quelli coi soldi vanno a Milano; gli ecologisti invece, dissipata la propria carica eversiva nelle fila di XR o FFF, finiscono per lavorare alla FAO o da TooGoodToGo e simili. Gli altri, i restanti, meno classificabili, fondano diverse comuni agricole sui colli che dureranno il tempo sufficiente affinché tutti i componenti abbiano scopato tra di loro e possano tornare in paese a lavorare al ristorante dei genitori. </p>



<p>Tutti coloro che invece a Bologna ci erano finiti quasi per caso &#8211; per i dischi in macchina di Guccini e Dalla, per i CCCP in cameretta, per<em> Paz!</em> visto e rivisto, perché ci andava la ragazza, perché ci andava l’amico, per il DAMS &#8211; torneranno alla vita come si torna da una lunga vacanza, con una laurea o due in tasca, un ospitaggio garantito in ogni capoluogo di regione, qualche parola d’ordine assimilata e pronta all’uso da usare come scudo nei contesti “politicizzati”, <strong>e delle amicizie sincere, senza secondi fini, che il tempo non saprà scalfire perché nate al di fuori di esso</strong>.</p>



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