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	<title>Arbasino Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Cultura della pigrizia</title>
		<link>https://ilnemico.it/cultura-della-pigrizia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 18:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Arbasino]]></category>
		<category><![CDATA[pigrizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Cultura, ridotta a gesto accessorio e rassicurante, ha smesso di essere un luogo di conflitto e quindi di trasformazione, divenendo piuttosto il santuario dell’immobilismo, un rifugio caldo e accogliente aperto a tutti. È un sapere debole, che non lascia traccia, che non costruisce e non decostruisce, ma serve solamente a darsi un tono, a legittimarsi socialmente. Una Cultura alla quale siamo disposti a dare poco, non può che darci ancora meno. E il decadimento a cui assistiamo è lento, inesorabile, silenzioso. Non fa scandalo, perché non pretende più nemmeno quello.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/cultura-della-pigrizia/">Cultura della pigrizia</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Esiste un equivoco di fondo, oggi, intorno all’idea stessa di Cultura. Non tanto su cosa essa sia (anche se pure qui ci sarebbe da polemizzare), quanto su cosa richieda, e di conseguenza di cosa si nutra. Si è diffusa l’idea che basti esporsi a un contenuto — un film, una mostra, un podcast — perché un arricchimento avvenga da sé, senza attrito: per osmosi. Ma non esiste cultura senza attrito. Se non oppone resistenza, allora è mero intrattenimento.</p>



<p>Risulta evidente per esempio, sfogliando le pagine di&nbsp;<em>Fratelli d’Italia</em>, capolavoro di velleità di Alberto Arbasino, quanto siano mutati i canoni culturali e gli orizzonti immaginari che definivano (e definiscono) il “grado” di intellettuale; partendo dall’ignorante, passando per il semi-colto per giungere lentamente a quel livello di “sicurezza culturale” che permetteva a personaggi del calibro di A.A. di scrivere romanzi così pretenziosi.</p>



<p>Constatare il desolante impoverimento culturale al cospetto dei giganti del Novecento è un esercizio di per sé banale; ma ciò che colpisce davvero è come, negli ultimi decenni, quell’ “idiozia intellettuale” di cui Flaubert già scriveva nella Parigi dei salotti non sia più soltanto idiozia, ma persino pigrizia. In sostanza, non leggiamo più libri — e quei pochi che leggiamo sono spesso paccottiglia — però ci piace tanto andare alle mostre, a volte al cinema (o comunque avere l’abbonamento a Mubi, o a Netflix se si pretende meno) e ascoltare il podcast di turno mentre facciamo altro (almeno così ottimizziamo pure i tempi).</p>



<p>Prediligiamo essenzialmente le attività che non comportano una fatica, ma solo passività, e che oltretutto hanno anche più valore se esibite con gli amici o pubblicate sui social. Siamo i fautori della cultura del sentito dire, o meglio del “l’ho visto su Tik Tok”, del “l’ho letto su Instagram”, del “so di cosa parla, più o meno”. Un sapere per interposta persona, superficiale, anestetizzato, lacunoso, che non pretende né verità né approfondimento, perché l’approfondimento richiede tempo, il tempo fatica, e la fatica sacrifici.</p>



<p>La Cultura è fatica. Dobbiamo (ri)abituarci ad accogliere un impulso che non ci restituisce necessariamente una gratificazione immediata, anzi, spesso non ci restituisce nulla. La Cultura vera incrina certezze, ci obbliga a fare i conti con la nostra ignoranza, a prenderne consapevolezza critica. Predicare la complessità, oggi, è un atto rivoluzionario. In un mondo ammorbidito, ammaestrato, chi pretende lo sforzo viene tacciato di elitismo, o peggio di snobismo, e viene escluso (ironia della sorte) proprio a causa del suo auspicare un sistema più esclusivo.</p>



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<p>Meglio perciò una Cultura innocua, passiva, che non offende e che possa essere consumata, e che come ogni consumo renda sazi per un istante, ma vuoti subito dopo. Ancora meglio se è una cultura che può essere esibita pubblicamente, comunicata, attraverso un post o una conversazione a tavola o davanti a un matcha (per fare esempi squisitamente contemporanei), per impressionare chi a sua volta non possiede gli strumenti per cogliere la superficialità e la supponenza che lo circonda.</p>



<p>Se i personaggi del romanzo di A.A. si muovevano su un asse intellettuale di spregiudicata ostentazione, riempiendo le pagine di futili digressioni un po’ barocche sui più disparati temi e soggetti, oggi ci si limita al compitino; dal film d’autore su cui hai letto qualche recensione positiva su Letterbox, alla mostra fotografica sulla quale hai visto un reel di mezzo minuto di un influencer che per non farti scrollare è costretto a sembrare più un venditore di aspirapolveri che un operatore culturale.</p>



<p>La Cultura, ridotta a gesto accessorio e rassicurante, ha smesso di essere un luogo di conflitto e quindi di trasformazione, divenendo piuttosto il santuario dell’immobilismo, un rifugio caldo e accogliente aperto a tutti. È un sapere debole, che non lascia traccia, che non costruisce e non decostruisce, ma serve solamente a darsi un tono, a legittimarsi socialmente. Una Cultura alla quale siamo disposti a dare poco, non può che darci ancora meno. E il decadimento a cui assistiamo è lento, inesorabile, silenzioso. Non fa scandalo, perché non pretende più nemmeno quello.</p>
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		<title>Pasolini visto da Arbasino</title>
		<link>https://ilnemico.it/pasolini-visto-da-arbasino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2024 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Anni '60]]></category>
		<category><![CDATA[Arbasino]]></category>
		<category><![CDATA[Mutazione antropologica]]></category>
		<category><![CDATA[Omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Società dei consumi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La critica opportunista di Pasolini, secondo Arbasino, rimpiangeva un età dell'oro della disponibilità dei "pischelli di borgata", ormai sedotti dall'accessibilità delle donne e del lusso, e indifferenti, se non indisposti, nei confronti delle avances di PPP.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per una interpretazione profonda di PPP suggerisco di leggere il profilo acuminato che ne fa Arbasino in <em>Ritratti italiani</em>. È una spiegazione di un<strong> omosessuale conservatore, brillante e giramondo</strong> (chi meglio di lui ha descritto la &#8220;bellezza&#8221; del miracolo economico degli Anni Sessanta ? &#8211; decennio secondo lui in cui il futuro aveva ancora un avvenire, altro che catastrofe antropologica!) <strong>nei confronti di un altro omosessuale più cupo e angosciato e forse masochista</strong>, il quale imputava chissà quale scasso antropologico degli italiani ai consumi e all&#8217;avvento della libertà sessuale degli anni &#8217;70, che invece <strong>rendeva disponibili finalmente le ragazze ai suoi pischelli di borgata</strong>, e smentiva l&#8217;assunto corrente tra gli omosessuali internazionali, da Winkelmann a von Gloden e di tanti altri viaggiatori dal &#8216;700 al &#8216;900, di una bisessualità o omoerotia spontanea presso i ragazzi italiani, i quali in verità andavano con loro <strong>solo perché poveri e non avendo donne disponibili se non a pagamento</strong>. PPP fu sconvolto secondo Arbasino, che lo frequentò fin dai primi anni Sessanta, da questi mutamenti economici e sessuali.</p>



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<p>Ecco alcuni brani, necessariamente scuciti, tratti da <em>Ritratti italiani</em> di Alberto Arbasino:</p>



<p>Sulle consuetudini sessuali di due scrittori omo quali Pasolini e Comisso</p>



<p>Prima fase:</p>



<p><strong>Segregazione serale dei sessi.</strong> <strong>L&#8217;età dell&#8217;oro della omosessualità internazionale.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«&#8230;diari appena mossi (da leggerezza rapsodica, non da strategie narrative) di una <strong>inquietudine ingorda e inesausta nel &#8220;battere&#8221; teneri ragazzi contadini</strong> (Pasolini) oppure giovanotti in età militare (Comisso) con una passionalità quantitativa che raggiunge risultati strepitosi, numericamente, in una Italia minore ancora antica e rustica e attonita e gentile, e semivuota, <strong>ma tradizionalmente bisessuale</strong> e disponibile anche più della Grecia e della Tunisia, finché durò <strong>la segregazione serale dei sessi.</strong>»</p>
</blockquote>



<p>Eccolo il punto. « la segregazione serale dei sessi»</p>



<p>Altro punto:</p>



<p><strong>Bisessualità di necessità</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Le condizioni maschili erano semplici e basiche, secondo i requisiti tipici d’una bisessualità &#8220;di necessità&#8221; <strong>in una società dove le ragazze sono tradizionalmente inaccessibili</strong> [&#8230;]. Permissività, movimenti giovanili e discoteche spazzeranno poi questa tradizione o illusione (e Pasolini stesso si lagnerà della mutazione antropologica: «Ora devo fare centinaia di chilometri per cercare sulle cime dei monti ciò che fino a poco fa trovavo sotto casa»). Ma la caratteristica di queste pagine è una capacità di<strong> fissazione amorosa</strong> continua, ripetuta, erratica, insaziabile.»</p>
</blockquote>



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<p><strong>Fine dell&#8217;età dell&#8217;oro della presunta bisessualità mediterranea</strong><br><br>Seconda fase:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Roma, anni Cinquanta: a detta di ogni tradizione orale e di testimonianze innumerevoli, <strong>l’ultima età d’oro per la bisessualità mediterranea</strong>, latina, rinascimentale, sia popolare sia di élite, come l’hanno conosciuta tanti viaggiatori, per consuetudine antica.»</p>
</blockquote>



<p>Terza fase:<br><br>Quando<strong> un&#8217;alfa romeo in piazzetta non è più un avvenimento</strong>. </p>



<p>Come si scambia un mutamento nel costume sessuale per una catastrofe antropologica (ah i maledetti consumi!)? Semplice: è cambiato lo scenario della presunta bisessualità dei ragazzi poveri. <strong>Per PPP le occasioni diminuiscono</strong>. I ragazzi escono con le ragazze. Ninetto si sposa. Sono gli anni &#8217;70. Il benessere è diffuso. <strong>PPP è disperato</strong>.</p>



<p>Ecco il brano:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Terzo tempo. L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci. Smentita, empirica, della tesi della bisessualità antropologica, pagana, dei ragazzi italiani. Fine delle bande avventurose di ragazzi sperimentali; omologazione, omogeneizzazione dei comportamenti. Fine dell’originalità individuale, dei caratteri regionali, del sapore locale. <strong>Standardizzazione e spersonalizzazione anche dell’atteggiamento omosessuale</strong>, riservato a ‘gay’ o ‘checche’ fatte con lo stampino, invase da galatei che impongono baffi e canottiere e orecchini identici in ogni paese. Ghettizzazione in discoteche dove si ‘investe’ il tempo e i soldi del sabato sera in un amalgama impersonale, o in baretti dove si passano le ore gemendo sui bei tempi passati e sulle nuove malattie. Inoltre, non solo la droga e le armi rendono ormai pericolose e criminali quelle periferie già familiari e amichevoli: <strong>i ragazzi adesso hanno soldi e automobili, oltre che le ragazze</strong>. L’arrivo di un’Alfa Romeo in una piazzetta non è più un avvenimento, l’offerta di una pizza fa sorridere di compatimento. Questi sono i temi della <strong>mutazione antropologica</strong> drammaticamente trattati dall’ultimo Pasolini disperato: forse è stato anche frainteso, perché chi rimpiange un’Italia sana e frugale e lieta può sembrare un nostalgico del fascismo. Ma le<strong> </strong><em><strong>motivazioni autobiografiche</strong></em> delle sue <em><strong>anacronistiche invettive</strong></em> contro la <strong><em>società dei consumi e del benessere</em></strong> (corsivi miei) possono rendere ancora più straziante quella tragica fine di Pier Paolo.»</p>
</blockquote>



<p>Conclusione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Pier Paolo lanciò il suo ostinato masochismo caratteriale e sperimentale contro i torti inestinguibili di una società malevola nel suo cattolicesimo come nel suo comunismo.»</p>
</blockquote>



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