La Cultura, ridotta a gesto accessorio e rassicurante, ha smesso di essere un luogo di conflitto e quindi di trasformazione, divenendo piuttosto il santuario dell’immobilismo, un rifugio caldo e accogliente aperto a tutti. È un sapere debole, che non lascia traccia, che non costruisce e non decostruisce, ma serve solamente a darsi un tono, a legittimarsi socialmente. Una Cultura alla quale siamo disposti a dare poco, non può che darci ancora meno. E il decadimento a cui assistiamo è lento, inesorabile, silenzioso. Non fa scandalo, perché non pretende più nemmeno quello.

Esiste un equivoco di fondo, oggi, intorno all’idea stessa di Cultura. Non tanto su cosa essa sia (anche se pure qui ci sarebbe da polemizzare), quanto su cosa richieda, e di conseguenza di cosa si nutra. Si è diffusa l’idea che basti esporsi a un contenuto — un film, una mostra, un podcast — perché un arricchimento avvenga da sé, senza attrito: per osmosi. Ma non esiste cultura senza attrito. Se non oppone resistenza, allora è mero intrattenimento.

Risulta evidente per esempio, sfogliando le pagine di Fratelli d’Italia, capolavoro di velleità di Alberto Arbasino, quanto siano mutati i canoni culturali e gli orizzonti immaginari che definivano (e definiscono) il “grado” di intellettuale; partendo dall’ignorante, passando per il semi-colto per giungere lentamente a quel livello di “sicurezza culturale” che permetteva a personaggi del calibro di A.A. di scrivere romanzi così pretenziosi.

Constatare il desolante impoverimento culturale al cospetto dei giganti del Novecento è un esercizio di per sé banale; ma ciò che colpisce davvero è come, negli ultimi decenni, quell’ “idiozia intellettuale” di cui Flaubert già scriveva nella Parigi dei salotti non sia più soltanto idiozia, ma persino pigrizia. In sostanza, non leggiamo più libri — e quei pochi che leggiamo sono spesso paccottiglia — però ci piace tanto andare alle mostre, a volte al cinema (o comunque avere l’abbonamento a Mubi, o a Netflix se si pretende meno) e ascoltare il podcast di turno mentre facciamo altro (almeno così ottimizziamo pure i tempi).

Prediligiamo essenzialmente le attività che non comportano una fatica, ma solo passività, e che oltretutto hanno anche più valore se esibite con gli amici o pubblicate sui social. Siamo i fautori della cultura del sentito dire, o meglio del “l’ho visto su Tik Tok”, del “l’ho letto su Instagram”, del “so di cosa parla, più o meno”. Un sapere per interposta persona, superficiale, anestetizzato, lacunoso, che non pretende né verità né approfondimento, perché l’approfondimento richiede tempo, il tempo fatica, e la fatica sacrifici.

La Cultura è fatica. Dobbiamo (ri)abituarci ad accogliere un impulso che non ci restituisce necessariamente una gratificazione immediata, anzi, spesso non ci restituisce nulla. La Cultura vera incrina certezze, ci obbliga a fare i conti con la nostra ignoranza, a prenderne consapevolezza critica. Predicare la complessità, oggi, è un atto rivoluzionario. In un mondo ammorbidito, ammaestrato, chi pretende lo sforzo viene tacciato di elitismo, o peggio di snobismo, e viene escluso (ironia della sorte) proprio a causa del suo auspicare un sistema più esclusivo.

Meglio perciò una Cultura innocua, passiva, che non offende e che possa essere consumata, e che come ogni consumo renda sazi per un istante, ma vuoti subito dopo. Ancora meglio se è una cultura che può essere esibita pubblicamente, comunicata, attraverso un post o una conversazione a tavola o davanti a un matcha (per fare esempi squisitamente contemporanei), per impressionare chi a sua volta non possiede gli strumenti per cogliere la superficialità e la supponenza che lo circonda.

Se i personaggi del romanzo di A.A. si muovevano su un asse intellettuale di spregiudicata ostentazione, riempiendo le pagine di futili digressioni un po’ barocche sui più disparati temi e soggetti, oggi ci si limita al compitino; dal film d’autore su cui hai letto qualche recensione positiva su Letterbox, alla mostra fotografica sulla quale hai visto un reel di mezzo minuto di un influencer che per non farti scrollare è costretto a sembrare più un venditore di aspirapolveri che un operatore culturale.

La Cultura, ridotta a gesto accessorio e rassicurante, ha smesso di essere un luogo di conflitto e quindi di trasformazione, divenendo piuttosto il santuario dell’immobilismo, un rifugio caldo e accogliente aperto a tutti. È un sapere debole, che non lascia traccia, che non costruisce e non decostruisce, ma serve solamente a darsi un tono, a legittimarsi socialmente. Una Cultura alla quale siamo disposti a dare poco, non può che darci ancora meno. E il decadimento a cui assistiamo è lento, inesorabile, silenzioso. Non fa scandalo, perché non pretende più nemmeno quello.