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	<title>bestiario Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>I vecchi sono inutili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jan 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bestiario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo estratto dall'ultimo numero della Rivista "Il Bestiario". </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/i-vecchi-sono-inutili/">I vecchi sono inutili</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I vecchi, mia nonna, tuo nonno, la signora al piano di sotto, sono inutili. Lo sono diventati col tempo, ogni giorno lo diventano di più. Più si afflosciano le loro braccia, più si deprimono i lineamenti del loro volto, <strong>più perdono d’importanza all’interno della società. E con essi perdono importanza anche i loro valori</strong>. Non si tratta qui della solita intuizione blasonata, dell’adagio fatto proprio dai sociologi virtuali che recita che in una cultura come la nostra, basata sull’apparenza, sulla produttività, sull’obsolescenza programmata, sulla superficialità e sul ricambio &#8211; in breve calibrata per venire incontro alle funzionalità dell’ultimo iPhone &#8211; i vecchi, <strong>con la loro lentezza, la loro bruttezza, la loro motilità ridotta, la precarietà della loro salute, non servono a nulla, e vengono buttati giù dalla rupe sociale</strong>. </p>



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<p>Questa critica, per quanto accurata, si ferma all’evidenza, più o meno dove si ferma il film <em>The Substance</em>, recente successo internazionale al botteghino, che non va oltre questo dato implicito e lo interpreta insofferentemente &#8211; sfogandosi con violenza sulla parte vecchia di noi stessi, che tutti odiamo, soprattutto le donne e i pelati, e che vorremmo vedere morta &#8211; in uno splatter di due ore e mezza tra calci in faccia e <em>body horror</em>.</p>



<p>C’è dell’altro però. <strong>C’è qualcosa di più hegeliano nell’inutilità dei vecchi di oggi, e nell’irrilevanza dei loro valori.</strong> Un tempo, siamo tutti d’accordo, non era così. Nessuno di noi può dirlo con certezza, perché nessuno di noi c’era, ma pare che quelle reliquie senescenti che oggi dilapidano le casse dell’INPS e riempiono i profili TikTok dei loro nipoti, in una società neanche così lontana</p>



<p>dalla nostra nel tempo, ricoprissero un ruolo sociale fondamentale. Anche qui siamo nell’ovvio. Quando la sopravvivenza della specie dipendeva dalla volubilità delle stagioni, tenevamo in enorme considerazione l’esperienza diretta, sul campo, il <em>know</em> <em>how</em>, il <em>bricolage, </em>le capacità predittive, la ragionevolezza, tutte qualità che maturano con gli anni, tra errori e cicatrici, e che migliorano con l’età. <strong>Questa condizione sociale favoriva l’impostazione gerontocratica della società. Se non erano i vecchi a comandare direttamente, erano quantomeno i vecchi a consigliare, a orientare l’andamento della società, a imporre i propri valori</strong>. Primo fra tutti il rispetto degli anziani, guarda caso. E dunque rispetto dell’autorità prestabilita, predilezione per la stabilità, gli <em>antiqui mori</em>, i costumi dei padri. I giovani sembravano ridicoli, sbarbatelli privi di grazia, belle cosce da possedere, nulla più. Nessuno voleva essere giovane, perché la vecchiaia era un segno di distinzione, era la condizione più ambita, peraltro difficile da raggiungere per via degli alti tassi di mortalità infantile.</p>



<p>Oggi al contrario sono i giovani a comandare. Almeno in termini di valori. Non ci si faccia illudere dalle apparenze, anche i capi di governo vecchi (seppure ne restino sempre di meno) hanno alle spalle un esercito di giovani <em>consigliori </em>con gli smartphone sempre sguainati. Si osservino le recenti elezioni americane: i due dinosauri che stavano per competersi la Casa Bianca, non fosse per la diserzione di Biden<strong>, lottavano per il favore dei giovani</strong>, dei veri dittatori assiologici della società: Trump è l’incarnazione di un meme reazionario, mentre Biden, incapace di nascondere la propria senilità, è stato per l’appunto sostituito con una donna più giovane e più recettiva dei trend di IG.</p>



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<p><strong>Se i vecchi governano oggi, lo fanno adattandosi alle esigenze valoriali dei giovani, al loro modo di comunicare, alle loro insicurezze</strong>. Nessuno vuole mostrarsi appetibile per l’elettorato dei vecchi se non i partiti fragili ed effimeri, legati al filo del primo giro di influenza stagionale. Chi vuole comandare oggi cerca di farlo con i meme e con i reel, <strong>ovvero il prodotto con cui i vecchi sono convinti che comunichino i giovani</strong>. Non è un caso che l’ultima cosa memorabile che abbia fatto Berlusconi sia stata, poco prima di spirare, aprirsi un profilo TikTok.</p>



<p>Ma cos’è cambiato? Com’è avvenuto questo slittamento? Com’è che oggi essere giovani è un valore in sé ed essere vecchi è un motivo di vergogna? Che i vecchi si sforzano per sembrare al passo coi tempi, che i giovani si divertono a ridicolizzare la vecchiaia dei vecchi, l’arretratezza delle loro opinioni? Potrebbe essere un inevitabile corollario del progresso, ma potrebbe anche darsi che ciò che determina se un insieme valoriale domina o meno, non sia l’adeguatezza dei valori stessi, il loro tenore morale, la loro superiorità, ma la proprietà dei mezzi di sopravvivenza. Altrimenti detto: <strong>i vecchi dominavano e imponevano i loro valori perché detenevano i mezzi conoscitivi per permettere ai giovani di sopravvivere</strong>. Per i giovani delle due l’una: o si chinava la testa, ascoltando con rispetto e seguendo i consigli su dove seminare e quando raccogliere, oppure si usciva fuori al freddo a girovagare per il mondo, a scoprire da capo il ciclo stagionale delle piante e come riparare il tetto dopo una grandinata. Oggi vale più o meno il contrario. Nonno Pino non può che chinare la testa e bofonchiare qualcosa tra sé a sé rispetto al taglio di capelli di suo nipote Christian, se è grazie alla destrezza virtuale di quest’ultimo che riesce a scaricarsi lo SPID o capire come funziona un fondo-pensioni digitale. È grazie al <em>know how </em>dei nativi-digitale, al loro senso di orientamento sui portali online che i nonni oggi possono accedere alle risorse di cui hanno bisogno per sopravvivere, mentre, all’inverso, <strong>nulla di quello che hanno da offrire ai loro nipoti è ormai determinante per la loro sopravvivenza</strong>. Ironia della sorte che la dimestichezza con il linguaggio dei server e dei portali sia maturata in ore e ore passate a giocare ai video giochi o a scaricare illegalmente file da Emule.</p>



<p>Ma la rivoluzione giovanile non si ferma qui: con la digitalizzazione che procede a un ritmo sempre più accelerato, sempre più incomprensibile per gli analfabeti digitali, ai vecchi non resterà che adeguarsi e vergognarsi dei loro corpi esausti, mentre nuove tecnologie inaccessibili e gestite verticalmente dai giovani condizioneranno completamente le loro capacità di sopravvivere. L’unico tesoro che custodiranno non sarà più quello immateriale e magico del tramandare, <strong>ma quello ben più concreto e quantificabile della casa al mare da spartirsi tra nipoti</strong>, garantita a patto di smaltire le cianfrusaglie e le bigiotterie accumulate in tutta una vita da <em>boom </em>economico.</p>



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<p>Sempre più inutili, sempre più soli, i vecchi non serviranno più a nulla se non a riempire con un po’ di colore e qualche ruga autorevole i profili social dei giovani, i loro padroni digitali. La blockchain universalizzata li costringerà a tatuarsi in faccia o fondare un gruppo drill per ottenere il rispetto dei loro nipoti <strong>ormai</strong> <strong>dispensatori delle loro stesse condizioni di</strong> vita, gli unici capaci di interagire con l’Uber automatizzato che porterà loro le medicine per il cuore, e il portale pieno di icone incomprensibili per gestire i risparmi di una vita.</p>



<p>Rimane loro la via dell’affetto, la speranza di riuscire ad ammansire i loro nuovi padroni in giovane età, quando sono più vulnerabili e ancora “alti così”, con la tenerezza, gli zuccheri raffinati, la cucina tradizionale; <strong>puntare tutto su quella segreta e silenziosa complicità che si intesse, in un gioco di facce buffe e sorrisi, tra i due lati opposti della tavola da pranzo, tra gli ultra vecchi e gli ultra bambini,</strong> entrambi precari e bisognosi e dipendenti dagli adulti al centro tavola, occupati a gestire il mondo e la sopravvivenza di tutto il resto della famiglia.</p>



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		<title>Il tradimento di un poliamoroso</title>
		<link>https://ilnemico.it/il-tradimento-di-un-poliamoroso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bestiario]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[bestiario]]></category>
		<category><![CDATA[poliamore]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
		<category><![CDATA[tradimento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se la monogamia non è più indice di fedeltà, ma di repressione e gelosia, cosa significa, al giorno d'oggi, tradire?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Valerio entrò nella stanza, poggiò il calice appena svuotato sulla scrivania, e con un gesto teatrale che consistette nell’allargare le braccia come davanti a una folla, annunciò: “Questa invece è la stanza delle mie malefatte.” Ginevra rise sbuffando: “Malefatte? E poi, come se non la conoscessi… sei proprio un idiota,<strong> dai non perdiamo altro tempo e: scopiamo</strong>.” “Dai sì, scopiamo.” Valerio afferrò Ginevra, e con uno schiocco di dita le slacciò il reggiseno sussurrandole all’orecchio qualcosa di indecifrabile, parole che portarono la ragazza a mordersi il labbro spezzando un sorriso malizioso: “Sei veramente un porco. Chissà a quante le dici queste cose…” , “<strong>A tante, lo sai, le conosci tutte</strong>.”</p>



<p>I due cominciarono a baciarsi, prima un po’ meccanicamente, poi sempre con più foga. Si spogliarono &#8211; via la camicia di lui, via la gonna e le scarpe di lei -, spostandosi verso il letto con dei passetti meccanici e indecisi, come dei capretti incastrati per le corna che si divertono a urtarsi le ginocchia a vicenda. “Cazz… il nervo.” “Scusa! E&#8217; che non ci vedo.” Nonostante Ginevra conoscesse la stanza di Valerio, e le tapparelle fossero alzate, il buio della sera invernale, complice anche la miopia della ragazza, la portò a colpire con il fianco il comodino al lato del letto. <strong>La botta non fu niente di che, quanto bastò però a far precipitare sul pavimento una piccola cornice</strong>. “La foto di Claudia, speriamo non si sia rotta.” Disse con voce bassa, trattenuta, Valerio. Fece per chinarsi a raccoglierla, ma Ginevra lo fermò prontamente afferrandogli la fibbia: “Lascia fare a me, <strong>ve l’ho regalata io questa foto</strong>.” Con movimento sinuoso e impacciato insieme, di palloncino che si sfongia, Ginevra poggiò sul parquet un ginocchio, poi l’altro, e invece di prendere la cornice per ricollocarla nel suo posto, iniziò ad armeggiare con la cinta del ragazzo, il quale capitolò dopo qualche secondo sul letto rovesciando gli occhi estatico.</p>



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<p>Nella stanza calò il silenzio, interrotto solo di tanto in tanto dal suono simile a quello di una grossa goccia di gelatina che precipita a ritmo cadenzato in una stanza vuota.</p>



<p>“Brava succhia …”</p>



<p>“Succhio, sì.”</p>



<p>“Succhia, brava. Prendi la foto di Claudia, guardala negli occhi e succhia.”</p>



<p>“Sì, succhio succhio.”</p>



<p><strong>Improvvisamente, nella stanza attigua, ci fu un suono di chiavi alla fine del corridoio</strong>. “Ah, è Claudia… è tornata Claudia.” Disse ansimando Valerio, serrando le palpebre per non perdere la concentrazione, perché alcune cose necessitano di concentrazione anche se tutto il lavoro lo sta facendo qualcun altro, “è tornata Clha…auudia.” Questa informazione non turbò in alcun modo Ginevra, al contrario si può dire che per quanto possibile la ragazza diventò addirittura più calda e paziente, al punto da rallentare i suoi movimenti come chi non ha nessuna fretta di concludere.</p>



<p>Poi nel salone si sentì un tonfo, come di qualcosa che viene sbattuto a terra con rabbia, a cui seguì la voce metallica di Claudia: “Brutto stronzo… io lo ammazzo”.<strong> Dei passi decisi, come di piccole ante che vengono sbattute, si fecero sempre più vicini e minaccios</strong>i, fino a raggiungere la porta della stanza che si spalancò di colpo: “Eccoti maledetto, eccoti qua!”</p>



<p>“Ehi amore… batuffolina. Sto per venire&#8230;”, disse Valerio alzandosi sui gomiti e muovendo un po’ i fianchi su e giù per facilitare la mungitura. Anche Ginevra, asciugandosi le labbra, salutò la nuova arrivata con un sorriso complice: “Ciao Claudia, come sei bella. Sei passata dal parrucchiere…?” E poi di nuovo se lo fece scivolare con delicata sensualità sulle labbra, come si fa per sigillare una sigaretta appena rollata. Claudia salutò Ginevra: “Ehm, ciao Ginni… scusami, ci puoi lasciare da soli?” Ginevra alzò la testa aggiustandosi una ciocca e continuando con la mano: “Certo, se mi dai due minuti però finisco.” “Sì, falla finire Claudia…” disse Valerio con gli occhi storti e un sorriso inebetito dal piacere.</p>



<p>A sentire la voce di Valerio, Claudia diventò tutta rossa, e una grossa vena le spuntò sulla fronte: “<strong>Tu stai zitto.” Poi, rivolgendosi a Ginevra: “Ginevra, forse è il caso che tu venga qui da me</strong>.” Davanti a quel viso rosso di rabbia, Ginevra diede le ultime due succhiatine rapide, poi, nonostante le suppliche di Valerio, si alzò producendo con la bocca il suono di un tappo che salta. Valerio non riuscì più a trattenere la sua frustrazione: “Claudia, siamo impazziti? Non si può interrompere un pompino così.” In tutta risposta, Claudia estrasse il telefono dalla sua borsetta con autorità micidiale: “<strong>Cos’ho?</strong> <strong>Ho che l’altro giorno non sei andato a giocare a calcetto con quel gruppo di coglioni di amici tuoi, ma sei andato a farti una bella <em>confidata</em>.</strong> Sì Ginni..<strong>.</strong>hai capito bene. Una schifosa confidata. Con quella cessa della sua amica.” Ginevra, sorpresa dalla notizia: “Ma chi, l’amica storica? Come si chiama…” “Troia si chiama, troiona, si chiama. Ecco come si chiama: si chiama regina delle fucking troie.”</p>



<p>Valerio ingoiò un groppo, si alzò dal letto trastullando il sesso smunto tra le mani. “Claudia… che stai dicendo? Chi te l’ha detta questa follia? Io non mi confiderei mai con nessuna che non sia tu… dai, smettete di fare le sceme e venite qui tutte e due.” “Stai zitto uomo di merda, che ci fai più bella figura. E rimettitelo dentro, che in confronto a quello di Riccardo il tuo fa ridere. E comunque, ho le prove.” “Le prove?” Valerio sorrise stordito, incredulo. Si voltò verso Ginevra come chi cerca un sostegno, ma lei distolse lo sguardo spietata. <strong>Claudia tirò fuori il telefono dalla sua borsetta. </strong>Lo schermo illuminò la stanza buia e il volto del ragazzo, che si scoprì bianco come chi è prossimo allo svenimento: “Ecco qui, ECCO. Si sente tutto… ogni parola. Ogni tua schifosa parola è stata registrata.” Davanti agli occhi di Valerio partì un filmato.</p>



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<p>“Guardati… uomo piccolo, esattamente come tutti gli altri. <strong>Al parco, su una panchina, a ridere, a confidarti, a giocare con un pinolo con quel mezzo sorriso incantato, a parlare delle tue paure, dei tuoi progetti, dei tuoi sogni. E qui? Oddio…</strong>” Claudia si coprì gli occhi e iniziò a singhiozzare. Vedendo la migliore amica in lacrime, Ginevra andò ad abbracciarla. Le carezzò il viso, poi le baciò affettuosamente il collo, le leccò le lacrime sulle guance. “Vieni qui…povera Claudia.” “Ginni, Ginni. Ma hai sentito che cosa le ha detto? <strong>Le ha parlato della sua infanzia, di come delle volte si sente inadeguato e insicuro.</strong> E&#8230;” Ginevra prese il telefono della sua amica e chiuse il video: &#8220;Questo è davvero troppo, basta. Perché ti devi torturare così?&#8221; Quindi si voltò verso Valerio con un sorriso sprezzante e altezzoso: “<strong>Fai schifo</strong>.” Dopodiché, con quella forza che scaturisce da una sincera amicizia femminile, accompagnò Claudia fuori dalla stanza. La porta si chiuse. Valerio, solo con se stesso, si abbracciò le ginocchia. Oscillò per circa un minuto come un cavallino a dondolo. Poi, con voce stridula, quasi infantile, gli occhi sbarrati e tristi, sussurrò: “L’ho persa, persa per sempre. Per una confidata di pochi minuti ho perso l&#8217;amore della mia vita. Sono proprio un coglione.”</p>
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