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	<title>burocrazia Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Italiani a raggi x</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 11:07:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Gambino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel corso del Novecento diverse penne si cimenteranno nell’ingrato compito di descrivere gli italiani. Vediamone qualcuna.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/italiani-a-raggi-x/">Italiani a raggi x</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Avere come oggetto di studio i propri connazionali può rivelarsi un compito assai rischioso. Soprattutto se chi si cimenta in tale impresa è egli stesso un italiano. Troppo facile cadere nei luoghi comuni, pregiudizi e stereotipi in cui si è immersi, senza riuscire a offrire nuovi punti di riflessione. In principio fu Leopardi a rampognarci sui nostri modi di fare, atteggiamenti e&nbsp;attitudini nel suo <em>Discorso sopra lo stato presente dei costumi italiani</em>. Il poeta dell’infinito denunciava l’assenza stessa di società nella penisola, e quindi di una vera morale sociale.&nbsp; Descrivere i costumi di un popolo era una pratica diffusa nell’Europa dell’Ottocento. Qualche anno prima del <em>Discorso</em>, noti visitatori stranieri come Goethe, Stendhal, Madame de Staël avevano già riportato su carta quanto emerso dalle loro esperienze nel Bel Paese. Il giudizio generale non era positivo. Era un’Italia profondamente diversa, non ancora unita politicamente ma segnata dal peso di diversi secoli di storia che ne avevano forgiato carattere, temperamento, modi di fare e abitudini. Anche nel corso del Novecento diverse penne si cimenteranno nell’ingrato compito di descrivere gli italiani.</p>



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<p><strong>Gli italiani, da Barzini a Gambino</strong></p>



<p>Nel 1964, su commissione di un editore americano, Luigi Barzini jr. Scrisse <em>Italiani. Vizi e virtù di un popolo.</em> È notevole osservare  come alcune considerazioni di sessant’anni fa  presenti nel saggio siano valide ancora oggi. Attraverso un rapido excursus storico &#8211; come l’interessante parallelismo Cola di Rienzo/Mussolini, specialmente se si considera il triste e simile epilogo di entrambi &#8211;<strong> Barzini spiega come il popolo italiano per diversi secoli non si sia divenuto protagonista della propria storia</strong>. </p>



<p>Si pensi al periodo che va tra &#8216;500 e &#8216;800, un continuo assoggettamento a governanti stranieri, al quale gli italiani reagirono colmando il mondo di capolavori per colmare il vuoto di disordine e disperazione della loro vita nazionale e per dimenticare l’umiliazione e la vergogna. La bellezza che si trova nel nostro Paese è intesa come una benedizione e una condanna, al pari di quella “maledizione delle risorse” che affligge molte nazioni africane. Il giornalista analizza il <em>modus operandi</em> dell’italiano : «Fin dal Medioevo &#8211; spiega Barzini &#8211; siamo alla ricerca di chi ci esoneri dal peso della nostra libertà e destino». È proprio nel corso dell’età di mezzo che il tessuto antropologico italiano assorbe più che in altri Paesi quel modo di risoluzione delle contese tipico del codice cavalleresco in cui si fa a meno di leggi, norme e autorità statali, come viene descritto nel trattarello omonimo di Jacopo Gelli. </p>



<p><strong>La predilezione per l’interesse personale è una costante, lo Stato e la società funzionano se non intaccano gli interessi della famiglia, organismo che al tempo stesso protegge e genera disordine</strong>. L’Italia sarebbe dunque una federazione di famiglie, i cui interessi particolari raramente sono andati di pari passo con l’interesse nazionale. Il testo di Barzini a tratti diventa un vero e proprio <em>vademecum</em> che, seppur datato, si dimostra molto più utile di un’intera sezione di libri-paccottiglia sul<em> know how e </em>sulla crescita personale. Questi i consigli in ordine sparso: coltiva la tua famiglia, tieniti stretto amici e nemici, difenditi dalla società, dalla storia, trova un protettore, sii compiacente, nascondi la tua intelligenza, non essere idealista, nascondi il successo, gli italiani non lo perdonano, <em>dixit</em> Enzo Ferrari. Certo, le differenze geografiche comportano un diverso raggiungimento degli scopi: il settentrionale crede nella conquista della ricchezza, il meridionale in quella del potere. Il problema eterno della burocrazia poggerebbe sul fatto che ogni amministrazione è costretta a farsi la guerra l’una con l’altra per proteggere i propri privilegi. Viviamo in un eterno cripto-matriarcato  dove gli uomini dirigono (dirigevano) il Paese, ma sono a loro volta diretti dalle donne. Tuttavia lo stesso Barzini non ignorava affatto la mutazione antropologica che stava subendo la famiglia nella società italiana negli anni del <em>Boom</em> economico.</p>



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<p>Molti elementi presi in esame da Barzini saranno affrontati verso la fine del secolo scorso da un altro giornalista, lucido nell’analisi psicologica dell’italiano: Antonio Gambino. Del giornalista romano non si possono dimenticare i brillanti pamphlet polemici, quali<em> L’imperialismo dei diritti umani e  Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani. </em>Nel suo <em>Inventario italiano</em>, Gambino si focalizza su una figura centrale per analizzare il carattere dell’italiano: la mamma, trasfigurata anche nella figura della Chiesa cattolica romana o della Madonna. Infatti il sottotitolo dell’opera è “<em>Costumi e mentalità di un paese materno</em>”. Gambino esplora tutta la letteratura che ha per oggetto il carattere del nostro Paese, ne rivela i sintomi: <strong>apoliticismo, clientelismo, trasformismo</strong> ecc.</p>



<p>All’origine una causa comune: la mentalità materna. Il luogo della madre è ristretto nell’ambito dell’allevamento e della protezione. La furbizia del servo che si vendica del padrone, per poi sottomettersi semplicemente a un altro padrone, ha portato spesso a identificare il Belpaese con la maschera di Arlecchino.<strong> La clientela, che nasce come associazione di amici e non solo in contesti politici, sembrerebbe quell’unico vincolo che al di fuori della famiglia abbia una base naturale</strong>. L’apoliticismo naturale deriverebbe proprio dal preferire legami clientelari e tra consorteria, piuttosto che con lo Stato. Se in Italia non c’è mai stata una rivoluzione il motivo è che, oltre a conoscerci tutti (Flaiano docet),  da Romolo e Remo siamo un popolo fratricidi, ed ogni rivoluzione che si rispetti nasce dal parricidio. Il pubblico appare come quel non luogo il quale, piuttosto che essere di tutti non è di nessuno, e perciò si può tranquillamente insozzare. Le Goff afferma la gravità del peso della storia nella coscienza collettiva italiana quale combinazione di tre elementi: coscienza di essere un popolo antichissimo, il risentimento di decadenza tra la gloria delle origini e lo stato attuale e l’inquietudine di esistere come nazione solo da poco tempo. Ed è sempre la mentalità familistica o maternalistica che riaffiora, sospettosa del mondo esterno e di ogni trasformazione, a tal punto che anche se il presente è tutt&#8217;altro che sereno, comunque si guarderà con diffidenza alla novità. Tale mentalità produce risultati migliori quando ha modo di esplicarsi in condizioni di spontaneità e inventiva personale.</p>



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		<title>Iperdispositivo n°4: la Tecnoburocrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Aug 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Iperdispositivi]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo testo-saggio va letto come un’insieme di favole. Al posto dell’Abete e del Rovo troveremo uno spazio nel quale si racconta della Realtà e della Rappresentazione che litigano tra loro. La Realtà si vanta di essere più tangibile e concreta. La Rappresentazione però dice che alla Realtà piacerebbe essere rappresentazione per non essere abbattuta dall’Immagine. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><br>Questo testo-saggio va letto come un’insieme di favole. Al posto dell’<em>Abete</em> <em>e del Rovo</em> troveremo uno spazio nel quale<strong> si racconta della Realtà e della Rappresentazione che litigano tra loro</strong>. La Realtà si vanta di essere più tangibile e concreta. La Rappresentazione però dice che alla Realtà piacerebbe essere rappresentazione per non essere abbattuta dall’Immagine. Al posto de <em>Il leone e l’asino che andavano a caccia insieme</em> leggeremo di Tecnologia e Magia e la loro comunione d’intenti. Ci chiederemo “chi ha violato il godimento?” e parleremo di papà Capitalismo che mangia i suoi stessi figli.</p>



<p>Il perno di queste favole sono gli Iperdispositivi. <strong>Quando il filosofo Foucault cercava di dare un nome a un insieme di discorsi, istituzioni, regole, atti, gesti e alla rete che si stabilisce tra questi elementi trovò come calzante il termine Dispositivo</strong>: “Il dispositivo è sempre iscritto in un gioco di potere. […] Il dispositivo è appunto questo: un insieme di strategie di rapporti di forza che condizionano certi tipi di sapere e ne sono condizionati”.</p>



<p>Il dispositivo, in maniera paradossale e a dispetto della sua stessa natura filosofica, è stato negli anni controllato e contenuto all’interno di alcuni oggetti. <strong>Questi oggetti, gli Iperdispositivi, sono la magia, il godimento, l’immagine e la burocrazia</strong>. A intrattenere una relazione con essi è la tecnologia che accompagna l’Occidente da quando Adamo ed Eva aprirono gli occhi e entrambi si accorsero che erano nudi e cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. O<strong>vvero una metafora di quando l’individuo si accorse della sua immagine e della possibilità di lavorare un oggetto e farne una tecnologica cintura. </strong></p>



<p>Gli iperdispositivi sono, riassumendo, oggetti capaci di trattenere quell’insieme eterogeneo di strutture e reti e di <strong>potenziarlo, controllarlo, orientarlo</strong>.</p>



<p>Questa è una prefazione alle generalizzazioni dei quattro testi che verranno (uno per ogni iperdispositivo). A differenza delle favole non provate a trarne una morale, <strong>semplicemente non esiste.</strong></p>



<p>&#8230;</p>
</blockquote>



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<p class="has-text-align-right">Davanti alla legge c’è un guardiano. Davanti a lui viene un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che ora non gli può concedere di entrare. L’uomo riflette e chiede se almeno potrà entrare più tardi. «Può darsi,» risponde il guardiano «ma per ora no.» Siccome la porta che conduce alla legge è aperta come sempre e il custode si fa da parte, l’uomo si china per dare un’occhiata, dalla porta, nell’interno. Quando se ne accorge, il guardiano si mette a ridere: «Se ne hai tanta voglia prova pure a entrare nonostante la mia proibizione. Bada, però: io sono potente, e sono soltanto l’infimo dei guardiani. Davanti a ogni sala sta un guardiano, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo non riesco a sopportarla nemmeno io». L’uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, pensa, dovrebbe pur essere accessibile a tutti.<br><em>Davanti alla legge</em>, Franz Kafka</p>



<p>Nel racconto <em>Oltre il Confine</em> dello scrittore americano Cormac McCarthy i protagonisti, Billy, suo padre e suo fratello Boyd conducono una spedizione di caccia. Stanno tentando di intrappolare una lupa incinta che ha predato il bestiame vicino alla fattoria della famiglia. Quando Billy finalmente cattura l’animale, lo imbriglia e, <strong>invece di ucciderlo, decide di riportarlo sulle montagne del Messico dove crede si trovi la sua casa originale</strong>. Per far ciò abbandona la sua famiglia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><br>Finí di cenare e andò a letto. Boyd dormiva già. Rimase sveglio a lungo pensando alla lupa. Cercò di immaginare il mondo dalla sua prospettiva. Cercò di immaginarsela mentre correva su e giú per le montagne di notte. Si domandò se la lupa fosse davvero cosí misteriosa come aveva detto il vecchio. Cercava di immaginare che odore e che sapore avesse per lei il mondo. Si domandò se il sangue vivo di cui si saziava avesse un gusto diverso da quello ferroso che correva nel suo corpo di ragazzo. O dal sangue di Dio. La mattina seguente, prima che facesse chiaro, andò a sellare il cavallo nel buio gelido del fienile. Uscí dal cancello ancora prima che il padre si alzasse e non lo vide mai piú.<sup data-fn="b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba" class="fn"><a id="b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba-link" href="#b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba">1</a></sup></p>
</blockquote>



<p><br>I racconti sul vecchio West ci affascinano così tanto, perché a sedurci è quello spirito di libertà e indipendenza che di cui oggi percepiamo la mancanza. Oggi non potremmo svegliarci e non vedere più i nostri genitori. <strong>La tecnologia ce lo impedirebbe, la banca ci cercherebbe, la dogana ci bloccherebbe, un giornale scriverebbe di noi che siamo scomparsi.</strong> Tutti si attiverebbero per ritrovarci. La nostra immagine circolerebbe sui social, sarebbe appesa sui muri dei palazzi insieme a una serie di nostri dati e indicazioni sui tratti somatici. Invece in <em>Oltre il confine</em> Billy si alza e scompare alla volta dell’ignoto.</p>



<div type="post" ids="1070" class="wp-block-banner-post"></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><br>McCarthy racconta di gente che con pazienza infinita cerca di rimettere a posto il mondo. Di riportare le cose dove dovrebbero stare. Di correggere le impurità del destino. Che sia una lupa, o dei cavalli rubati, o un cadavere, o un bambino perduto: quello che fanno è cercare di riportarli al loro posto. E non c’è spazio per la ragionevolezza o il buon senso: è un istinto che non conosce limiti, un’ossessione incurabile. Se occorre la violenza, si usa la violenza. Se bisogna morire, si muore. Con la ferocia e l’ottusa determinazione di un giudice che deve riequilibrare i torti della sorte,<strong> gli eroi di McCarthy vivono per ricomporre il quadro sfigurato del mondo.</strong> Il Reale è una Ferita, e loro ne cercano i lembi, e inseguono la saggezza che saprebbe riunirli nella salvezza di qualche cicatrice.<sup data-fn="40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3" class="fn"><a id="40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3-link" href="#40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3">2</a></sup></p>
</blockquote>



<p><br>Il nostro è un mondo contrario a quello dei racconti di McCarthy, <strong>nel nostro non c’è spazio per la spontaneità, per i gesti insensati, per le ossessioni.</strong> L’Occidente contemporaneo non ha smesso di cercare i lembi della ferita, ma ha impedito questa ricerca attraverso il più spietato dei dispositivi: <strong>la burocrazia</strong>. Oggi, nessuno di noi riporterebbe indietro la Lupa. Le metterebbero un microchip con una serie infinita di dati e la chiuderebbero in un recinto. Poi ci chiederebbero di ritornare a lavoro, ovvero a compilare un&#8217;infinità di scartoffie burocratiche.</p>



<p><br>Ogni nuovo modulo o dichiarazione dei redditi da compilare, ogni foglietto pieno di cavilli da firmare <strong>pone un ulteriore lucchetto tra le sbarre che ci separano dal mondo</strong>. La burocrazia è l’esempio supremo della degenerazione delle buone intenzioni. </p>



<div type="post" ids="1016" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><br>Nonostante i vantaggi che non bisogna mai dimenticare o mettere in discussione, è al tempo stesso ovvio che <strong>la tecnologia renda possibile e serva lo scopo di una sorveglianza costante.</strong> Anche quando i dispositivi tecnologici nascono con obiettivi diversi, alla fine vengono inghiottiti dal despotismo burocratico e rimessi in circolo come dispositivi di controllo.</p>



<p><br>I dispositivi non estraggono i dati comportamentali per migliorare il servizio offerto agli utenti, ma per far combaciare gli ads ai loro interessi, dedotti dalle tracce collaterali lasciate dal loro comportamento online. Con l’accesso senza precedenti di aziende come Google ai dati comportamentali, è stato possibile sapere che cosa un determinato individuo stesse pensando, provando e facendo in un determinato luogo e momento. Per ogni ricerca condotta attraverso il motore di ricerca di Google il sistema presenta simultaneamente una configurazione specifica di un particolare ad. I dati usati per mettere in atto questa traduzione istantanea della query in un ad, un’analisi predittiva che venne chiamata <em>matching</em>, compilano nuovi set di dati, chiamati <em>user profile information</em>, in grado di aumentare drasticamente l’accuratezza di tali previsioni. <strong>Grazie a queste informazioni non si sarebbe più dovuto tirare a indovinare cosa piace, cosa si pensa o quali siano le principali paure della popolazione; di conseguenza sarebbero drasticamente diminuiti gli sprechi del budget pubblicitario</strong>.<sup data-fn="2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1" class="fn"><a href="#2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1" id="2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1-link">3</a></sup> </p>



<p><br>Una sorta di surplus o inconscio comportamentale, nella quale il continente dei <em>dark data</em> della nostra vita – intenzioni, motivazioni, significati, bisogni, preferenze, desideri, umori, emozioni, inclinazioni, verità, bugie, perlopiù recondite o nascoste – viene portato alla luce perché qualcun altro possa beneficarne. <strong>Nel caso delle aziende, estrarre profitto, nel caso degli apparati burocratici e di potere, sorvegliare.</strong>  Lungi dal volersi prendere cura di noi, la tecnoburocrazia serve a renderizzare la nostra identità in piccoli insiemi di dati comportamentali, da mappare e osservare.</p>



<p><br>La società in cui viviamo si è trasformata in una burocrazia di mercato, un modo di vivere in cui il valore economiche penetra in ogni aspetto dell’attività umana, nel quale le relazioni sociali sono regolate da una serie di dati economici, sanitari, amministrativi e sociali. Persino l’amore è frutto ormai della scelta di un algoritmo; il che a prima vista potrebbe sembrare poco diverso da un incontro voluto dal caso in un bar. <strong>Ma come non tutti i mali vengono per nuocere, non tutti i beni vengono per favorire</strong>. Da quando le nostre vite sono indirizzate da un algoritmo, da quando si sono aperte davanti a noi infinite possibilità, da quando la tecnologia si è promessa come astronave d’oro lanciata verso il futuro e la pubblicità ci spiega l’ultima ideologia del giorno, abbiamo scoperto un nuovo tipo di infelicità. </p>



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<p><br>Ogni cosa, anche ciò che potremmo definire spontaneo, si è burocratizzato, ovvero è stato imprigionato in processi schematici, rigidi, pesanti. Si è instaurato un processo per il quale tutto, da un appuntamento su Tinder alla dichiarazione dei redditi, dal percorso universitario a un viaggio in una regione tropicale, <strong>muore nell’uguale, in rigidi schemi burocratici preimpostati.</strong></p>



<p><br><strong>Come nei migliori racconti di Kafka, combattere la burocrazia è impossibile. Nessuno sa chi ha redatto le  regole che governano la nostra vita, né perché vanno rispettate, ma non mancherà mai chi verrà a bussarci alla porta nel caso in cui non le seguissimo pedissequamente.</strong><br></p>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba"><em>Oltre il confine</em>, Cormac McCarthy, Torino, Einaudi, 1995, p. 370 <a href="#b931277e-0fe8-43ff-9f49-e83bcd6de0ba-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3"><em>Prefazione</em> di Alessandro Baricco alla <em>Trilogia della frontiera. Cavalli selvaggi. Oltre il confine. Città della pianura</em> di Cormac McCarthy, Einaudi, 2023 <a href="#40da93f7-aac4-4c8a-ad8f-86fb0542c7b3-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1"><em>Il capitalismo della sorveglianza, Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri</em>, Shoshana Zuboff, Luiss, 2023 <a href="#2ba8acb8-5b63-4055-96c3-2cc0528df6e1-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/iperdispositivo-n4-la-tecnoburocrazia/">Iperdispositivo n°4: la Tecnoburocrazia</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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